L'Italiano Secondo il Metodo Natura

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PREFAZIONE

Il nostro corso «English by the Nature Method» ha suscitato enorme interesse in tutta l'Europa Occidentale, sia fra i linguisti, sia tra le persone desiderose di imparare l'inglese. Gli studiosi hanno ammirato in esso una felice applicazione pratica dei principii che informano la più moderna scienza linguistica. Il gran pubblico ha apprezzato senza riserve la novità del metodo e gli eccezionali risultati che con esso si raggiungono. Dal 1945 ad oggi, più di 850.000 persone hanno imparato l'inglese col «Metodo Natura».

Un tale successo ci ha indotti a insegnare altre lingue con lo stesso procedimento. Così sono nati il corso di francese «Le Français par la Méthode Nature», il corso di latino «Lingua Latina secundum naturae rationem explicata», ed esce ora «L'Italiano secondo il Metodo Natura».

Questo non è un atto di fede nei destini dell'italiano; è piuttosto la concreta risposta a una esigenza fortemente sentita in tutto il mondo, e specialmente nei paesi anglosassoni, dove l'interesse per l'italiano e per l'Italia è vivo e molteplice, assai più di quanto gli italiani stessi non immaginino.

L'elaborazione di questo corso ha richiesto alcuni anni di assidua fatica da parte di un gruppo di specialisti di lingua e cultura italiana, molti dei quali erano particolarmente versati anche nei problemi pratici dell'insegnamento dell'italiano agli stranieri. Tali specialisti hanno collaborato per il collaudo di ogni sua parte, compito specialmente delicato poiché si era trattato di creare un vero e proprio «romanzo» inedito entro i limiti di un vocabolario prestabilito e secondo le ferree esigenze del «Metodo Natura» per l'introduzione di voci e forme grammaticali nuove.

Il lavoro si è svolto sotto la costante direzione di Arthur M. Jensen, il creatore del «Metodo Natura», a cui spetta dunque la piena responsabilità per la rigorosa applicazione di tale metodo nel presente corso. Ciò non diminuisce in alcun modo la nostra profonda riconoscenza a tutti gli studiosi che hanno lavorato alla preparazione e al collaudo del corso, e specialmente a Oleg Koefoed, cui si deve la stesura del detto «romanzo».

Per la pronuncia e la trascrizione fonetica, Arthur M. Jensen ha adottato il sistema di segni stabilito dall' "Association Phonétique Internationale» e si è fondato su «Pronuncia e grafia dell'italiano» (2a ed., Firenze 1947) di Amerindo Camilli, del quale è stata preziosa anche la diretta consulenza. Per la parte linguistica hanno fornito un sicuro fondamento le molte opere di Bruno Migliorini, e specialmente l'ultima edizione, da lui curata, del «Vocabolario della lingua italiana» di G. Cappuccini (Torino, 1958). È appena il caso di avvertire che alcune apparenti incongruenze della trascrizione sono invece frutto di un meditato esame; per esempio, non si nota l'accento se esso cade sulla penultima sillaba, e tuttavia si è indicato anche in molte parole piane per cui l'esperienza didattica assicura che, specie in certi paesi, l'allievo tende a dimenticare la norma e a dare un'accentuazione sbagliata.

Non ci resta che esporre per sommi capi i principii fondamentali del «Metodo Natura», validi per l'insegnamento dell'italiano come per quello di qualsiasi altra lingua.

Il vocabolario che l'allievo acquisisce col «Metodo Natura» consta di circa cinquemila parole, che comprendono non solo le più frequenti del lessico italiano, ma anche molti vocaboli necessari per avvicinarsi alla cultura italiana. A tal fine, ricerche originali hanno permesso di modificare e integrare i noti elenchi lessicali di T. M. Knease («An Italian Word List from Literary Sources»), di Bruno Migliorini («Der grundlegende Wortschatz des Italienischen»), ecc. È statisticamente provato che questi cinquemila vocaboli costituiscono all'incirca il 90-95% di tutte le parole che si incontrano in un testo italiano di media difficoltà: perciò il nostro corso porta l'allievo a un grado di maturità linguistica che gli consente di leggere e di comprendere da sé i testi di italiano corrente.

Le parole nuove sono introdotte gradualmente, alla media di una per ogni 25-30 parole già note, e ricorrono in contesti che escludono ogni ambiguità di interpretazione: perciò il loro significato risulta chiarito dall'insieme dell'espressione e viene assimilato in modo naturale, nel tessuto di un discorso di senso compiuto. La ripetizione costante dei vocaboli in contesti sempre opportunamente variati permette all'allievo di afferrare senza sforzo l'ampiezza semantica del vocabolo, le sue varie possibilità di associazione con altri vocaboli, il suo colorito stilistico (è appunto per questa indispensabile ripetizione che il nostro corso consta di un testo molto più lungo e variato di quelli che solitamente si fanno leggere ai principianti). In tal modo, si esclude qualsiasi apprendimento meccanico, affidato a un puro sforzo mnemonico che non ha alcun riscontro nel processo con cui si impara la lingua materna.

Anche le nozioni grammaticali vengono introdotte gradualmente, secondo gli stessi criteri che regolano la comparsa dei nuovi vocaboli.

Ne consegue che il nostro testo, dalla prima all'ultima pagina, «si spiega immediatamente da sé» e può così venire assimilato dagli allievi senza mai ricorrere all'intermediario della lingua materna. Anzi, chi studia col «Metodo Natura» è costretto fin dal principio a prescindere dalla sua lingua materna e si abitua a pensare direttamente in italiano, secondo schemi sempre più vasti e complessi, ma sempre genuinamente italiani.

È appunto questa la novità essenziale dei nostri corsi, apparentemente non dissimili da altre applicazioni del metodo diretto, e che giustifica il nome di «Metodo Natura» per un procedimento che riproduce le condizioni in cui qualsiasi essere umano impara per pratica la propria lingua materna (l'aspetto innaturale del nostro metodo consiste, se mai, nel creare tali condizioni secondo un calcolo prestabilito, in modo da portare l'allievo a una conoscenza sistematica con un minimo sforzo e senza dispersione di energie).

L'amplissima trascrizione fonetica, semplice e precisa, elimina ogni possibilità di dubbio e permette una rapida e sicura acquisizione della pronuncia di ciascuna parola nel vivo dell'espressione compiuta.

I testi presentano la lingua dell'uso quotidiano fra le persone colte. In altri termini, pur nel rispetto di una tradizione grammaticale in cui si sostanzia il corretto uso della lingua, essi tengono conto di tendenze e correnti ormai affermatesi o comunque vivamente sentite nell'italiano contemporaneo e rispecchiano, quando ciò è opportuno, la varietà e vivacità sintattica della lingua parlata.

Noi ci auguriamo che «L'Italiano secondo il Metodo Natura» abbia lo stesso successo dei corsi che lo hanno preceduto e possa contribuire in tal modo alla sempre maggiore diffusione della cultura italiana, che è una delle pietre angolari della civiltà occidentale.

Gli Editori

Capitolo uno (1): LA FAMIGLIA ROSSI

Carlo Rossi è un uomo. Teresa Rossi è una donna. Bruno è un bambino. Pietro è un bambino. Maria è una bambina. Anche Pia è una bambina. Bruno e Pietro sono due bambini.

È un bambino Pietro? Sì, Pietro è un bambino. Anche Bruno è un bambino. È una bambina Maria? Sì, Maria è una bambina. Sono bambini Bruno e Pietro? Sì, Bruno e Pietro sono bambini. Sono bambine Maria e Pia? Sì, Maria e Pia sono bambine. È un bambino Carlo Rossi? No, Carlo Rossi non è un bambino; è un uomo. È una bambina Teresa Rossi? No, Teresa Rossi non è una bambina; è una donna.

Un bambino e una bambina sono due bambini. Due bambini e una bambina sono tre bambini. Anche un bambino e due bambine sono tre bambini. Carlo e Teresa Rossi, Bruno, Pietro, Maria e Pia sono una famiglia: la famiglia Rossi. Carlo Rossi è il padre. Teresa Rossi è la madre. Bruno è il primo figlio, Pietro è il secondo figlio. I due figli sono Bruno e Pietro. Maria è la prima figlia, Pia è la seconda. Le due figlie sono Maria e Pia.

Bruno Rossi è figlio di Carlo Rossi. Anche Pietro Rossi è figlio di Carlo Rossi. I due bambini, Bruno e Pietro, sono figli di Carlo Rossi. Il primo figlio di Carlo Rossi è Bruno, il secondo figlio è Pietro. Bruno e Pietro sono figli anche di Teresa Rossi: i due bambini sono figli di Carlo e Teresa Rossi.

Maria è figlia di Carlo Rossi. Anche Pia è figlia di Carlo Rossi. Le due bambine, Maria e Pia, sono figlie di Carlo Rossi. La prima figlia di Carlo Rossi è Maria, la seconda figlia è Pia. Maria e Pia sono figlie anche di Teresa Rossi: le due bambine sono figlie di Carlo e Teresa Rossi.

Quanti sono i figli di Carlo Rossi? I figli di Carlo Rossi sono due. Quante sono le figlie? Anche le figlie sono due. Carlo Rossi ha due figli e due figlie. Due figli e due figlie sono quattro figli. Quanti figli ha Carlo Rossi? Carlo Rossi ha quattro figli: Bruno, Pietro, Maria e Pia. Quanti figli e quante figlie? Due figli e due figlie. Quanti figli hanno Carlo e Teresa Rossi? Carlo e Teresa Rossi hanno quattro figli. I quattro bambini, Bruno, Pietro, Maria e Pia, sono figli di Carlo e Teresa Rossi.

Carlo Rossi è il padre di Bruno, di Pietro, di Maria e di Pia. Teresa Rossi è la madre di Bruno, di Pietro, di Maria e di Pia. Chi sono i due figli di Carlo e Teresa Rossi? Sono Bruno e Pietro. Chi sono le due figlie di Carlo e Teresa Rossi? Sono Maria e Pia. Chi è il primo figlio, Bruno o Pietro? È Bruno. Chi è la seconda figlia, Maria o Pia? È Pia. Chi è il padre di Bruno? È Carlo Rossi. E chi è la madre di Bruno? È Teresa Rossi.

Bruno è il fratello di Pietro. Pietro è il fratello di Bruno. Bruno e Pietro sono fratelli. Maria è la sorella di Pia. Pia è la sorella di Maria. Maria e Pia sono sorelle. Maria e Pia sono le sorelle di Bruno e Pietro. Bruno e Pietro sono i fratelli di Maria e Pia.

Quanti fratelli ha Maria? Ha due fratelli. Quanti fratelli ha Bruno, uno o due? Bruno ha un fratello. Chi è il fratello di Bruno? Il fratello di Bruno è Pietro. Quante sorelle ha Pia, una o due? Pia ha una sorella. Chi è la sorella di Pia? La sorella di Pia è Maria. Quante sorelle ha Pietro, due o tre? Ha due sorelle. Pietro e Maria sono fratello e sorella. Quanti fratelli hanno Maria e Pia? Hanno due fratelli. Chi sono i due fratelli di Maria e Pia? Sono Bruno e Pietro. Bruno è fratello di Maria e Pia. Anche Pietro è fratello di Maria e Pia. Quante sorelle hanno Bruno e Pietro? Bruno e Pietro hanno due sorelle. Chi sono le due sorelle di Bruno e Pietro? Sono Maria e Pia. Maria è sorella di Bruno e Pietro. Anche Pia è sorella di Bruno e Pietro. I quattro bambini sono fratelli e sorelle.

Carlo Rossi è il marito di Teresa Rossi. Teresa Rossi è la moglie di Carlo Rossi. Carlo e Teresa Rossi sono marito e moglie. Quanti figli e quante figlie hanno Carlo e Teresa Rossi? Hanno due figli e due figlie. Carlo e Teresa Rossi sono i genitori di Bruno, Pietro, Maria e Pia. I genitori sono il padre e la madre. Chi è il marito di Teresa Rossi? È Carlo Rossi. Chi è la moglie di Carlo Rossi? È Teresa Rossi.

Chi sono Bruno e Pietro? Sono i figli di Carlo e Teresa Rossi. Chi sono Maria e Pia? Sono le figlie di Carlo e Teresa Rossi. Carlo e Teresa Rossi sono i genitori di Bruno e di Pietro. Carlo e Teresa Rossi sono anche i genitori di Maria e di Pia. Il padre, la madre, i due figli e le due figlie sono una famiglia.

Chi è Carlo Rossi? È il marito di Teresa Rossi e il padre di Bruno, Pietro, Maria e Pia. Chi è Teresa Rossi? È la moglie di Carlo Rossi e la madre di Bruno, Pietro, Maria e Pia. Ha un fratello Bruno? Sì, Bruno ha un fratello. Ha fratelli Maria? Sì, Maria ha due fratelli. Ha due sorelle Maria? No, Maria non ha due sorelle; ha una sorella e due fratelli.

Capitolo due (2): CITTÀ E PAESI

Roma è una città. Anche Milano e Parigi sono città. Parigi è una città di Francia. Milano e Roma sono città d'Italia. La Francia è un paese. Anche l'Italia è un paese. La Francia e l'Italia sono due paesi d'Europa. Anche la Germania e l'Inghilterra sono paesi d'Europa.

Roma è una città d'Italia: è una città italiana. Roma e Firenze sono due città italiane. Parigi non è una città d'Italia, ma di Francia. Parigi è una città francese. Milano e Firenze non sono città francesi, ma italiane. Londra è una città d'Inghilterra: è una città inglese. Cosa sono Roma e Firenze? Roma e Firenze sono città. E cos'è Parigi? Anche Parigi è una città. Cos'è l'Italia? È un paese. Roma ha due milioni di abitanti. Napoli ha un milione di abitanti. Due milioni di abitanti sono molti abitanti. Anche un milione di abitanti sono molti. Una città che ha molti abitanti è una città grande. Roma è una città grande. Anche Napoli, che ha un milione di abitanti, è grande. Ma una città che ha soltanto mille o duemila abitanti non è grande, ma piccola. Frascati è una città piccola. Quanti abitanti ha Frascati? Frascati ha diecimila abitanti. Mille abitanti sono pochi, ma anche diecimila abitanti sono pochi. Una città che ha pochi abitanti è una città piccola. Roma e Milano sono città grandi. Assisi e Frascati sono città piccole. Un paese che ha molti abitanti è un paese grande.

L'Italia, che ha cinquanta milioni di abitanti, è un paese grande. La Svizzera, che non ha cinquanta, ma soltanto cinque milioni di abitanti, è un paese piccolo. La Francia e la Germania non sono paesi piccoli, ma paesi grandi. In Francia e Germania ci sono molti abitanti: in Francia ci sono quarantacinque milioni di abitanti, e in Germania ci sono settanta milioni di abitanti. Quanti abitanti ci sono a Napoli? A Napoli c'è un milione di abitanti. A Roma ci sono due milioni di abitanti. E a Parigi, quanti abitanti ci sono? A Parigi ci sono cinque milioni di abitanti. Quanti abitanti ha Frascati? Frascati ha soltanto diecimila abitanti.

La famiglia Rossi sta in Italia: è una famiglia italiana. Carlo Rossi è un italiano, Teresa Rossi è un'italiana. Anche Bruno e Pietro sono italiani. Bruno e Pietro sono bambini italiani. Maria e Pia sono bambine italiane. I Rossi sono italiani. Dove sta la famiglia Rossi? La famiglia Rossi sta in Italia. E in che città d'Italia stanno i Rossi? I Rossi stanno a Roma.

Gli abitanti di Roma sono romani. Carlo Rossi è un abitante di Roma: è un romano. Teresa Rossi è una romana. Bruno e Pietro sono bambini romani, Maria e Pia sono bambine romane. I romani sono italiani. Anche gli abitanti di Firenze, di Milano, di Napoli sono italiani. Ma gli abitanti di Parigi non sono italiani. Parigi è una città francese, e gli abitanti di Parigi sono francesi. Dove stanno gli italiani? Gli italiani stanno in Italia. Dove stanno i francesi? I francesi stanno in Francia. Gli abitanti di Londra sono inglesi. In che paese è Londra? Londra è in Inghilterra. Gli inglesi stanno in Inghilterra.

Il Po è un fiume, e anche il Tevere è un fiume. Il Po e il Tevere sono fiumi italiani. In Italia ci sono pochi fiumi grandi, ma molti fiumi piccoli. L'Adige è un fiume grande, il Rubicone è un fiume piccolo. In che paese sono l'Adige e il Rubicono? Sono in Italia.

Il lago di Como è un lago italiano. In Italia ci sono molti laghi, grandi e piccoli. Il lago di Como, il Lago Maggiore, il lago di Garda sono grandi; il Trasimeno e il lago di Albano sono piccoli.

La Sardegna è un'isola. Anche la Sicilia è un'isola. La Sicilia e la Sardegna sono grandi isole italiane. L'Italia ha poche isole grandi, ma molte isole piccole. Capri e Ischia sono isole piccole.

Capitolo tre (3): NOMI E COGNOMI

I Rossi sono sei: Carlo e Teresa Rossi, Bruno, Pietro, Maria e Pia. «Carlo» e «Teresa» sono due nomi, «Rossi» è un cognome. «Carlo» è il nome del padre, «Teresa» è il nome della madre. «Rossi» è il cognome del padre e della madre. Qual è il cognome dei due figli di Carlo e Teresa Rossi? Il cognome dei due bambini è «Rossi». «Rossi» è il cognome dei sei Rossi: del padre, della madre, dei figli e delle figlie. Quali sono i nomi delle due figlie? Sono Pia e Maria.

Il cognome del padre è Rossi. Anche il cognome della madre è Rossi: Teresa Rossi è la moglie di Carlo Rossi. La moglie e il marito hanno lo stesso cognome. Carlo Rossi è il marito di Teresa Rossi. Carlo e Teresa Rossi sono marito e moglie. Carlo Rossi è un uomo sposato. Un uomo sposato è un uomo che ha moglie. Una donna sposata è una donna che ha marito. Il marito di Teresa Rossi è «il signor Rossi». La moglie di Carlo Rossi è «la signora Rossi». Il marito e la moglie sono «i signori Rossi». Qual è il nome del signor Rossi? È Carlo. E qual è il nome della signora Rossi? È Teresa. Carlo e Teresa sono i nomi dei signori Rossi.

Teresa Rossi chiama il signor Rossi «Carlo», e Carlo Rossi chiama la signora Rossi «Teresa». Ma i bambini non chiamano i signori Rossi «Carlo» e «Teresa». I bambini chiamano il signor Rossi «papà» e la signora Rossi «mamma».

Il primo figlio di Carlo Rossi si chiama «Bruno». La prima figlia di Carlo Rossi si chiama «Maria». Come si chiama la seconda figlia di Carlo Rossi? Si chiama Pia. Come si chiama il padre di Bruno? Suo padre si chiama Carlo Rossi. Come si chiama sua madre? Sua madre si chiama Teresa Rossi. Chi è il fratello di Bruno? Suo fratello è Pietro. Chi sono i genitori di Pietro? I suoi genitori sono il signor Rossi e la signora Rossi.

Come si chiamano i fratelli di Maria? I suoi fratelli si chiamano Bruno e Pietro. Chi sono le sorelle di Bruno? Le sue sorelle sono Maria e Pia. Come si chiamano le figlie di Teresa Rossi? Le sue figlie si chiamano Maria e Pia. Chi sono i figli della signora Rossi? I suoi figli sono Bruno e Pietro, Chi è il marito della signora Rossi? Suo marito è il signor Carlo Rossi.

Il signor Rossi chiama sua moglie «Teresa» e la signora Rossi chiama suo marito «Carlo». I bambini non chiamano il loro padre e la loro madre «Carlo» e «Teresa», ma «papà» e «mamma». Come si chiamano i figli dei signori Rossi? I loro figli si chiamano Bruno e Pietro. E come si chiamano le loro figlie? Le loro figlie si chiamano Maria e Pia.

Qual è il nome del signor Rossi? Il suo nome è Carlo. E qual è il nome della signora Rossi? Il suo nome è Teresa. Il signor Rossi è un italiano: l'Italia è la sua patria. Qual è la patria della signora Rossi? Anche la sua patria è l'Italia. I sei Rossi hanno la stessa patria. L'Italia è la patria degli italiani. La Francia è la patria dei francesi.

Il signor Rossi ha un fratello che si chiama Alberto. Alberto Rossi è lo zio dei bambini Rossi. I fratelli del padre e della madre sono gli zii dei bambini. Il signor Rossi ha anche una sorella che si chiama Emilia. Emilia Rossi è la zia dei bambini. Le sorelle del padre o della madre sono le zie dei bambini. Il signor Rossi ha due fratelli. L'uno si chiama Alberto. L'altro si chiama Rodolfo, ed è anche lui zio dei bambini. Il signor Rossi ha due sorelle. L'una si chiama Emilia Rossi. L'altra si chiama Emma Benelli, ed è anche lei zia dei bambini. Teresa Rossi ha una sorella. Sono sposati i due fratelli del signor Rossi? Alberto Rossi sì, è sposato, ma Rodolfo no. E le sorelle del signor Rossi, sono sposate? Emilia no, ma Emma sì. Anche la sorella della signora Rossi è sposata. Emilia Rossi non si chiama «signora», ma «signorina» Rossi. Una donna non sposata si chiama signorina. Emilia Rossi è «la signorina Rossi». La moglie di Alberto Rossi non è sorella del papà né della mamma dei bambini, ma anche lei è zia dei bambini. Alberto Rossi è sposato. E Rudolfo ed Emma, sono sposati? Lei sì, ma lui no. Quanti fratelli e quante sorelle hanno Carlo e Teresa Rossi? Lui ha due fratelli e due sorelle, lei ha una sorella. Il marito di Emma Benelli, che è la seconda sorella del padre dei bambini, non è fratello né di Carlo né di Teresa Rossi, ma anche lui è zio dei bambini.

Il padre dei signori Carlo, Rudolfo e Alberto Rossi, il signor Giuseppe Rossi, è nonno dei bambini. Anche il padre della signora Teresa Rossi e di sua sorella è nonno dei bambini. I nonni dei bambini sono i padri dei loro genitori. Le madri dei loro genitori sono le loro nonne. La madre di Carlo Rossi, la signora Giovanna Rossi, è nonna dei bambini, e anche la madre di Teresa Rossi è nonna dei bambini.

Capitolo quattro (4): L'ANNO

Gennaio è un mese. Anche dicembre è un mese. Dodici mesi si chiamano un anno. Gennaio è il primo mese dell'anno. Dicembre è l'ultimo mese dell'anno. I dodici mesi dell'anno sono: gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre.

Quanti mesi ci sono in un anno? In un anno ci sono dodici mesi. «Dodici» è un numero. I numeri, da uno a dodici, sono: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici.

Qual è l'ultimo mese dell'anno? L'ultimo mese dell'anno è dicembre. Il primo mese dell'anno è gennaio. Il secondo e il terzo mese sono febbraio e marzo. Aprile è il quarto mese, maggio è il quinto e giugno è il sesto. Il settimo mese dell'anno è luglio, l'ottavo è agosto e il nono è settembre. Ottobre è il decimo mese, novembre è l'undicesimo e dicembre è il dodicesimo e ultimo mese dell'anno.

Pietro è un bambino di dieci anni: Pietro ha dieci anni. E Bruno, quanti anni ha? Bruno ha quindici anni. Bruno è più grande di Pietro. Bruno è il più grande dei due fratelli. Maria è una bambina di tredici anni: Maria ha tredici anni. E Pia, quanti anni ha? Pia ha solo cinque anni: Pia è più piccola di Maria; Pia è la più piccola delle due sorelle.

Il mese di aprile ha trenta giorni, e il mese di maggio ha trentun giorni. Maggio è più lungo di aprile, aprile è meno lungo di maggio. Settembre è meno lungo di ottobre, e novembre è meno lungo di dicembre. Febbraio ha solo ventotto o ventinove giorni. Febbraio è più corto di gennaio, di marzo e degli altri mesi dell'anno: febbraio è il più corto dei dodici mesi dell'anno. In un mese ci sono quattro settimane. E in una settimana ci sono sette giorni. Come si chiamano i sette giorni della settimana? I sette giorni della settimana si chiamano: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica. Qual è il primo giorno della settimana? Il primo giorno è lunedì. E qual è l'ultimo? Il settimo e ultimo giorno della settimana è la domenica. Il primo giorno dell'anno è il primo gennaio. L'anno comincia il primo gennaio. Il secondo giorno dell'anno è il due gennaio e il terzo è il tre gennaio. Qual è il settimo giorno di luglio? È il sette luglio. Qual è il ventesimo giorno di marzo? È il venti marzo. E qual è il trentesimo e ultimo giorno di novembre? È il trenta novembre. Quando finisce l'anno? L'anno finisce il trentun dicembre. Quante settimane ci sono in un anno? Ci sono cinquantadue settimane. E quanti giorni? Ci sono trecentosessantacinque o trecentosessantasei giorni. Due settimane sono quattordici giorni. Tre mesi sono novanta giorni.

Marzo, aprile e maggio sono i mesi della primavera. La primavera è una stagione. L'anno ha quattro stagioni, e la primavera è la prima. La seconda delle stagioni è l'estate. I mesi dell'estate sono giugno, luglio e agosto. L'estate comincia in giugno e finisce in settembre. Settembre, ottobre e novembre sono i mesi della terza stagione dell'anno: l'autunno. L'autunno comincia in settembre e finisce in dicembre. La quarta e ultima stagione è l'inverno. I mesi dell'inverno sono dicembre, gennaio e febbraio.

L'anno dura trecentosessantacinque o trecentosessantasei giorni: dal primo gennaio al trentun dicembre. Quanti mesi dura una stagione? Una stagione dura tre mesi. La primavera dura dal mese di marzo al mese di giugno. L'estate dura dagli ultimi giorni di giugno agli ultimi di settembre. La primavera comincia in marzo, e l'estate comincia in giugno.

I Rossi non stanno a Roma tutto l'anno: in luglio, agosto e settembre non stanno a Roma, ma ad Ostia. I Rossi stanno a Roma in autunno, in primavera e d'inverno. Ma d'estate stanno a Ostia. I Rossi stanno ad Ostia dai primi giorni di luglio agli ultimi di settembre o ai primi di ottobre. Anche i Benelli stanno a Ostia d'estate. I Rossi vanno da Roma ad Ostia il primo o il due luglio e stanno ad Ostia tutta l'estate. Anche la famiglia Benelli va ad Ostia il primo o il due luglio e sta ad Ostia tutta l'estate. E gli altri mesi dell'anno, dove stanno i Benelli e i Rossi? Gli altri mesi dell'anno stanno a Roma. La signorina Emilia Rossi va ad Ostia anche lei il primo luglio? No; lei non va ad Ostia.

Il padre del signor Rossi, il signor Giuseppe Rossi, ha ottantadue anni. Ottantadue anni sono molti: il signor Giuseppe Rossi è vecchio. Un uomo che ha molti anni è vecchio. Una donna che ha molti anni è vecchia. La signora Teresa Rossi non è vecchia. Teresa Rossi ha solo trentacinque anni: è una donna giovane, non vecchia. Una donna che non ha molti anni è giovane. Anche Carlo Rossi è giovane, ma meno giovane di sua moglie: Carlo Rossi ha quarantadue anni. Il padre di Teresa Rossi, il signor Gherardo Brunotti, è vecchio anche lui, ma meno vecchio del signor Giuseppe Rossi. Giuseppe Rossi ha ottantadue anni, Gherardo Brunotti ha solo settantatré anni. Carlo e Teresa Rossi sono giovani, ma Teresa Rossi è più giovane di suo marito. Lui ha quarantadue anni, lei solo trentacinque. I padri dei genitori sono vecchi, ma Giuseppe Rossi è più vecchio di Gherardo Brunotti. Il primo ha ottantadue anni, l'altro ha settantatré.

Qual è il più vecchio dei due nonni? Il più vecchio dei due nonni è il signor Giuseppe Rossi. E qual è il più giovane dei due genitori? La più giovane dei due è la madre. Il meno vecchio dei due nonni qual è? Il meno vecchio è il signor Gherardo Brunotti.

Capitolo cinque (5): LE STAGIONI

A Roma, i Rossi stanno in una casa grande, ma ad Ostia la famiglia Rossi ha una casa piccola in un gran giardino. I Rossi non stanno nella loro casa di Ostia tutti i mesi dell'anno, ma solo in luglio, agosto e settembre. Nel gran giardino dei Rossi ci sono molti alberi. Non tutti gli alberi sono alti: alcuni alberi sono alti, altri sono bassi. E la casa, è alta o bassa? La casa è alta, ma meno alta degli alberi più grandi. Tutti gli alberi del giardino sono più alti del signor Rossi, e alcuni sono anche più alti della casa.

Quanti mesi stanno ad Ostia i Rossi? Ci stanno tre mesi. Quando vanno ad Ostia? Ci vanno il primo luglio e ci stanno tutta l'estate. E i Benelli, quando vanno a Ostia? Ci vanno d'estate anche loro e ci stanno dai primi giorni di luglio ai primi di ottobre.

Nel gran giardino della casa ci sono molti alberi e ci sono anche molte rose. La rosa è un fiore. Ci sono altri fiori nel giardino? Sì. Nei giardini d'Italia ci sono molti fiori in primavera e d'estate. E c'è anche molta erba nel giardino. C'è più erba d'estate che d'inverno. D'inverno, nel giardino non ci sono fiori e c'è solo poca erba. D'inverno, in Italia, non c'è molte sole, e quando c'è poco sole non ci sono molti fiori nei giardini.

Ci sono molte rose nel giardino in luglio? No, in luglio ci sono poche rose in Italia. E d'inverno? D'inverno non ci sono rose. In primavera, anche gli alberi hanno molti fiori. E d'estate hanno anche molte foglie. Ma d'inverno gli alberi non hanno né fiori né foglie.

Quando ci sono più fiori, in autunno o d'estate? Ci sono più fiori d'estate. Però ci sono fiori anche in autunno. C'è molta erba d'inverno? No, d'inverno c'è poca erba. C'è poco sole in luglio, in Italia? No, in luglio c'è molto sole in Italia.

L'erba è verde, e in primavera e d'estate anche le foglie degli alberi sono verdi. Ma in autunno, nel mese di novembre, le foglie degli alberi non sono verdi. Però l'erba è verde anche in autunno e d'inverno. L'erba è verde tutto l'anno. Il verde è il colore dell'erba ed è anche il colore delle foglie degli alberi in primavera e d'estate. I fiori non sono verdi. Di che colore sono? I fiori sono di molti altri colori. Ci sono fiori di tutti i colori. In che stagione sono verdi le foglie degli alberi? Sono verdi in primavera e d'estate. In che stagione ci sono rose nel giardino? Ci sono delle rose in primavera e d'estate. Nelle ultime settimane della primavera ci sono molte rose. Ci sono molte rose dalle ultime settimane della primavera alle prime settimane dell'estate. Di che colore sono le foglie degli alberi? Sono verdi. Però non sono verdi tutto l'anno, ma solo in primavera e d'estate nelle prime settimane dell'autunno. E l'erba, è verde tutto l'anno? Sì, è verde tutto l'anno. Però, d'inverno, non c'è molta erba. D'inverno c'è poca erba.

Anche le rose hanno delle foglie? Sì, hanno delle foglie anche le rose. E di che colore sono le foglie delle rose? Sono verdi, come le foglie degli alberi. Gli alberi hanno molti rami. Su molti rami, in primavera, ci sono dei fiori. E sui rami di molti alberi ci sono anche dei frutti. Ci sono molti frutti d'estate e in autunno. La mela è un frutto. Anche la pera è un frutto. Nel giardino dei Rossi ci sono molte pere e molte mele. La mela è un frutto di agosto e settembre. Anche la pera è un frutto di agosto e settembre.

Un altro frutto italiano è la ciliegia. Di che colore sono le ciliege? Le ciliege sono rosse. Anche molte rose sono rosse, come le ciliege. Però non tutte le rose sono rosse. Molte rose sono gialle, come i limoni. Il giallo è il colore dei limoni. Il verde, il rosso, il giallo sono colori. I Rossi hanno molte rose rosse e molte rose gialle. Nel giardino dei Rossi non ci sono limoni. Ci sono mele, pere ed altri frutti, ma limoni no. Nei giardini di Roma---e di Ostia---ci sono pochi limoni. Ma nell'isola di Sicilia ci sono molti limoni, e ci sono anche degli aranci. L'arancio è un frutto. In Sicilia, ci sono dei limoni e degli aranci in tutte le stagioni. Ci sono limoni e aranci negli altri paesi dell'Europa? Sì, ma non in tutti i paesi dell'Europa.

Cosa c'è sui rami degli alberi in primavera? Ci sono dei fiori. E ci sono anche delle foglie; ci sono molti fiori e molte foglie. Gli alberi hanno delle foglie dalla primavera all'autunno; dall'inverno alla primavera non ci sono né foglie né frutti sugli alberi. Ma d'estate ci sono molti frutti sugli alberi. In che mesi ci sono delle pere in Italia? Ci sono in agosto e in settembre. In che stagione ci sono degli aranci in Italia? Ci sono d'estate e in autunno, ma in Sicilia anche d'inverno e in primavera.

Capitolo sei (6): GIORNO E NOTTE

Il giorno e la notte durano ventiquattr'ore. D'inverno, la notte dura più di dodici ore, d'estate dura meno di dodici ore. Il giorno dura più di dodici ore d'estate e meno di dodici ore d'inverno. Due volte all'anno, il giorno non è né più lungo né più corto della notte: la prima volta è il ventun marzo e la seconda volta è il ventitré settembre. Il ventun marzo e il ventitré settembre il giorno dura quanto la notte, né più né meno.

Cosa c'è nel cielo, di giorno? Di giorno, nel cielo c'è il sole. E di notte, cosa c'è nel cielo? Di notte, nel cielo ci sono la luna e le stelle. Alcune volte, c'è la luna nel cielo anche di giorno, e altre volte non c'è di notte. Ma le stelle ci sono solo di notte.

Un'ora dura sessanta minuti e un minuto dura sessanta secondi. Trenta secondi sono mezzo minuto e trenta minuti sono mezz'ora. Quindici minuti sono un quarto d'ora. Quante ore dura il giorno il ventun marzo? Il ventun marzo, il giorno dura quanto la notte: dodici ore. E quanto dura il ventitré settembre? Anche il ventitré settembre dura quanto la notte, cioè: dodici ore.

Il giorno più lungo dell'anno è il ventun giugno. Il ventun giugno il giorno è molto più lungo della notte. E il giorno più corto dell'anno è il ventun dicembre. Il ventun dicembre la notte è molto più lunga del giorno.

Quanti minuti dura una mezz'ora? Una mezz'ora dura trenta minuti. Quanti quarti d'ora ci sono in un'ora? Quattro. Un quarto d'ora dura quindici minuti, e un'ora dura sessanta minuti. Un minuto è la sessantesima parte di un'ora, la trentesima parte di una mezz'ora e la quindicesima parte di un quarto d'ora.

La prima parte del giorno si chiama «mattina». L'ultima parte del giorno si chiama «sera». La mattina, il sole spunta, e la sera, tramonta. La mattina comincia quando spunta il sole e dura fino a mezzogiorno. La seconda parte del giorno è il pomeriggio. Il pomeriggio comincia a mezzogiorno e dura fino alla sera, che è l'ultima parte del giorno. La sera comincia quando finisce il pomeriggio e finisce quando comincia la notte, cioè: dura dalla fine del pomeriggio al principio della notte. E la notte comincia quando finisce la sera e finisce quando comincia la mattina, cioè: dura dalla fine della sera al principio della mattina.

Nella sua casa di Roma, il signor Rossi ha un grande orologio. L'orologio del signor Rossi ha due lancette: una lunga e una corta. Quella lunga è la lancetta dei minuti e quella è la lancetta delle ore. La lancetta della ore segna le ore, quella dei minuti segna i minuti. Le ore del giorno e della notte sono: l'una, le due, le tre, le quattro, le cinque, le sei, le sette, le otto, le nove, le dieci, le undici e le dodici. Le ore dodici si chiamano mezzogiorno o mezzanotte. Quando le due lancette dell'orologio sono sulla cifra 12, sono le dodici, cioè: è mezzogiorno o mezzanotte. Quando la lancetta dei minuti è sulla cifra 12 e la lancette delle ore sulla cifra 3? Sono le tre. Che ore sono quando la lancetta dei minuti è sulla cifra 6 e quella delle ore è fra la cifra 3 e la cifra 4? Sono le tre e mezzo. E quando la lancetta dei minuti è sulla cifra 6 e quella delle ore è fra la cifra 4 e la cifra 5, sono le quattro e mezzo.

La prima stagione dell'anno è la primavera. Dopo la primavera c'è l'estate e dopo l'estate l'autunno. Prima dell'autunno c'è l'estate e prima dell'estate c'è la primavera. E prima della primavera? C'è l'inverno.

Il giorno dopo mercoledì si chiama giovedì. E il giorno dopo lunedì come si chiama? Si chiama martedì. E come si chiama il giorno dopo venerdì? Si chiama sabato. Come si chiama il giorno prima della domenica? Il giorno prima della domenica si chiama sabato. E il giorno prima di giovedì come si chiama? Si chiama mercoledì. E il giorno dopo? Si chiama venerdì. Che ore sono un quarto d'ora dopo mezzogiorno? Un quarto d'ora dopo mezzogiorno è mezzogiorno e un quarto. E mezz'ora dopo mezzogiorno che ora è? È mezzogiorno e mezzo. Che ora è un quarto d'ora prima di mezzanotte? È mezzanotte meno un quarto. E mezz'ora prima di mezzanotte sono le undici e mezzo. Che ore sono dieci minuti dopo le due? Dieci minuti dopo le due sono le due e dieci. E dieci minuti prima delle due sono le due meno dieci. Che ora è venti minuti dopo l'una? Venti minuti dopo l'una è l'una e venti. Dieci minuti dopo l'una e venti è l'una e mezzo. Dieci minuti dopo l'una e mezzo sono le due meno venti.

Oggi è il 15 (quindici) febbraio. Oggi è domenica. Ieri era il 14 (quattordici) febbraio. Ieri era sabato. Domani sarà il 16 (sedici) febbraio. Domani sarà lunedì. Che giorno è oggi? Oggi è domenica. E che data è? È il 15 (quindici) febbraio. E domani, che giorno sarà? Domani sarà lunedì. E che data sarà? Sarà il 16 (sedici) febbraio. Ieri, che giorno era? Ieri era sabato. E che data era? Era il 14 (quattordici) febbraio.

Dove sono i bambini Rossi oggi? Oggi sono a casa. Erano a casa anche ieri? No, ieri Bruno, Maria e Pietro non erano a casa. E domani? Saranno a casa domani? No; domani Bruno, Maria e Pietro non saranno a casa. Domenica, tutti i bambini sono a casa, ma gli altri giorni della settimana, Bruno, Maria e PIetro non sono a casa: sono a scuola. Erano a scuola ieri? Sì, ieri erano a scuola. C'erano tutti, a scuola? No, Pia era a casa. E domani, dove saranno i bambini? Anche domani, Bruno, Maria e Pietro saranno a scuola. Ma Pia no; non sarà a scuola. Lei sarà a casa, come gli altri giorni.

In Italia, tutti i bambini vanno a scuola dai sei o setti anni agli undici o dodici anni. Pia, che ha meno di sei anni, non va ancora a scuola, ma Pietro, che ha dieci anni, va a scuola. Maria e Bruno hanno più di dodici anni, ma vanno ancora a scuola. Nelle città, molti bambini, ma non tutti, vanno a scuola dopo i dodici anni. Fino a che età vanno a scuola dopo i dodici anni? Alcuni vanno a scuola fino all'età di quattordici e altri fino all'età di diciassette o diciott'anni. Però dopo i diciott'anni non vanno più a scuola.

A che ora della mattina vanno a scuola i bambini? Vanno a scuola alle otto. Alle otto meno un quarto sono ancora in casa, ma alle otto e un quarto non sono più in casa. La domenica, stanno in casa tutto il giorno i bambini? No, non ci stanno tutto il giorno. Nel pomeriggio vanno al parco con la mamma. Il parco è un gran giardino con molti alberi, molta erba e molti fiori. La domenica, ci sono molti bambini al parco. Ma gli altri giorni, ci sono solo bambini piccoli come Pia, cioè: quelli che non vanno ancora a scuola. Oggi, nel pomeriggio, i quattro bambini non saranno a casa, ma al parco. Fino a che ora ci staranno? Ci staranno fino alle sei del pomeriggio. Anche Pia starà al parco fino alle sei? Sì, anche lei ci starà fino alle sei. Va al parco con Maria? No, va al parco con la mamma.

Domani mattina, Bruno, Maria e Pietro staranno in casa solo fino alle otto. Ma Pia starà in casa fino alle tre del pomeriggio. Alle tre e un quarto non sarà più in casa, ma al parco. Dai mesi di aprile o maggio ai mesi di ottobre o novembre Pia va al parco tutti i giorni e ci sta tutti i giorni fino alle sei.

Capitolo sette (7): LA MATTINA

Che ore sono? Sono le sette di mattina. I bambini sono nei loro letti. I bambini dormono. Però non dormono tutti. Bruno e Pietro dormono ancora, Maria dorme anche lei, ma Pia non dorme più. Pia dorme dalle otto di sera alle sei o alle sei e mezzo di mattina. Quanto dorme Pia? Dorme dieci ore. Pietro, che ha cinque anni più di Pia, non dorme che nove ore: dalle dieci alle sette. Bruno e Maria non dormono che otto ore e mezzo. Vanno a letto alle dieci e mezzo di sera e dormono fino alle sette di mattina. La madre dei bambini, la signora Rossi, non dorme che sette ore: insieme con suo marito va a letto alle undici e dorme solo fino alle sei. Suo marito dorme fino alle sette, come Maria, Bruno e Pietro.

Dove sono i letti dei bambini? Quelli di Bruno e di Pietro sono nella stanza dei due fratelli, quelli di Maria e di Pia sono nella stanza delle due sorelle. Le stanze dove stanno i letti si chiamano stanze da letto. I rossi hanno tre stanze da letto: una per i genitori e due per i bambini. Nella stanza dei genitori non c'è che un letto, però è molto grande. Nelle stanze dei bambini ci sono dei letti molto più piccoli di quello dei genitori. Ma il letto di bruno è più grande di quello di Pia, perché Bruno è più grande di Pia. Il letto dei genitori è molto grande perché ci I Rossi hanno un letto molto grande per i genitori e quattro letti più piccoli per i bambini.

Nella stanza da letto dei genitori c'è un orologio che alle sei di mattina suona: «DRRRIIIN!». Perché suona l'orologio? Suona perché sono le sei. Alle sei meno dieci la signora Rossi dorme ancora, ma alle sei l'orologio suona e sveglia la signora Rossi. Un orologio che suona la mattina e sveglia le persone che dormono si chiama una «sveglia».

Cosa fa la signora Rossi quando suona la sveglia? Quando suona la sveglia E suo marito cosa fa? Si alza anche lui? No, lui non si alza alle sei. Lui non si alza che alle sette. Hanno una sveglia anche i bambini? No, loro non hanno sveglia. Alle sette di mattina, la mamma dei bambini entra nella stanza di Bruno e Pietro e sveglia i due fratelli. Dopo, la mamma entra nella stanza delle bambine e sveglia Maria. Perché non sveglia anche Pia? Perché Pia alle sette non dorme più. Pia alle sette è sveglia. (Una persona che non dorme è sveglia). Maria però non è ancora sveglia alle sette. E i due fratelli? Neanche loro non sono svegli alle sette. Alle sette è sveglia solo la piccola Pia.

Cos'è una sveglia? È un orologio. E cosa fa una sveglia? Suona e sveglia quelli che dormono. A che ora suona la sveglia dei Rossi? Suona alle sei e sveglia la signora Rossi. Cosa fa la signora Rossi quando suona la sveglia? Si alza. E alle sette cosa fa? Entra nella stanza dei bambini e sveglia i due fratelli. E poi cosa fa? Poi entra nella stanza delle bambine e sveglia Maria. Perché non sveglia anche Pia? Perché Pia non dorme. Quando la signora Rossi entra nella stanza delle bambine, Pia è sveglia. Oggi, Pia era già sveglia alle sei, ma altre volte forme fino alle sei e un quarto o fino alle sei e mezzo. Però sta a letto fino alle sette, quando entra la mamma. Dorme sola Pia? No, Pia non forme sola; dorme insieme con sua sorella. Le due bambine dormono nella stessa stanza, ma non nello stesso letto: ci sono due letti nella stanza delle bambine. Neanche Pietro non dorme solo. Lui dorme nella stessa stanza di Bruno, ma non nello stesso letto. Neanche la signora Rossi non dorme sola. Lei dorme nella stessa stanza di suo marito.

Quando si sveglia la signora Rossi? La signora Rossi si sveglia già alle sei, quando suona la sveglia. E poi cosa fa? Poi si alza. Pia si sveglia alle sei o alle sei e mezzo. Ma il signor Rossi non è ancora sveglio alle sei, la signora Rossi lo sveglia alle sette. E a che ora sveglia i due fratelli? La mamma li sveglia anche loro alle sette. E Maria, a che ora la sveglia la mamma? La sveglia alle sette.

Alle sette, la mamma sveglia i fratelli. E poi, cosa fa? Sveglia le due bambine? No, non le Sveglia solo Maria, perché Pia è già sveglia quando entra la mamma. Dopo i bambini, la signora Rossi sveglia suo marito. E alle sette e cinque tutti e quattro i bambini sono svegli, è sveglio il padre, è sveglia tutta la famiglia. Cosa fa Maria quando è sveglia? Si alza e va nella stanza da bagno. E cosa fa nella stanza da bagno? Nella stanza da bagno Maria si lava. Prima si lava Maria, poi la mamma lava Pia. Dopo le bambine si lavano i due fratelli. La mamma lava Pia, ma non lava Pietro. Pietro è già grande e si lava da solo. Le bambine si lavano dalle sette alle sette e dieci. Alle sette e dieci Maria si veste, poi veste Pia: Pia non si veste da sola. Dopo le bambine si vestono i due fratelli.

Chi lava Pia? È Maria? No, non è Maria che la lava, è la mamma. La mamma lava anche Maria? No, la mamma non la lava più. Maria è troppo grande: ha tredici anni. Le mamme lavano i bambini piccoli, non quelli grandi. Non lava neanche Pietro la signora Rossi? No, la mamma non lo lava neanche lui. Bruno, Maria e Pietro sono troppo grandi tutti e tre e la mamma non li lava più. Chi è che veste le bambine? È la mamma? No, non è la mamma che le veste. Maria si veste da sola e veste anche Pia. Pia non si veste da sola perché è troppo piccola.

La sera, alle otto, la mamma mette a letto la piccola Pia. A che ora mette a letto gli altri bambini? Non li mette a letto. Perché? Perché gli altri sono già grandi e vanno a letto da soli. Pia non va a letto da sola, ma gli altri sì. Anche Pietro, che ha dieci anni, va a letto da solo. La mamma non lo mette a letto neanche lui.

A che ora si sveglia il signor Rossi? Lo sveglia sua moglie alle sette. si sveglia alle sei o alle sei e mezzo, e i grandi, li sveglia la mamma alle sette.

Pia non va ancora a scuola perché ha solo cinque anni. Ma quando Pia avrà sette anni, andrà a scuola anche lei. Quando avrà sette anni Pia? Pia avrà sette anni fra due anni. Fra due anni, Bruno avrà diciassette anni. Andrà a scuola a diciassette anni Bruno? No, non andrà più a scuola. E Maria, quanti anni avrà fra due anni? Ne avrà quindici, e andrà ancora a scuola. Pietro ha dieci anni. Quattr'anni fa, ne aveva solo sei. Andava a scuola a sei anni Pietro? No, non ci andava ancora. Quattr'anni fa, quando suo fratello Bruna andava a scuola, con la mamma e con Pia. Quanti anni aveva Maria quattr'anni fa? Ne aveva nove. Andava già a scuola? Sì, ci andava insieme con Bruno. Bruno andava già a scuola otto anni fa. Otto anni fa, quando Bruno andava a scuola, Maria stava a casa con la mamma e col piccolo Pietro. Andrà ancora a scuola fra un anno Bruno? Fra un anno sì, però fra due anni no, non ci andrà più. Dieci anni fa, Pietro non c'era ancora, non c'era neanche Pia, e Bruno aveva che cinque anni e stava a casa con la mamma e la piccola Maria di tre anni.

Capitolo otto (8): I PASTI

All'una e alle otto di sera, tutta la famiglia Rossi è a tavola. Cosa fa la famiglia Rossi quando è a tavola? Mangia. Come molte famiglie italiane, i Rossi mangiano tre volte al giorno. I Rossi fanno tre pasti: il primo pasto (alle sette e mezzo o alle otto di mattina) si chiama «colazione»; il secondo pasto (all'una o all'una e mezzo) si chiama «pranzo»; il terzo pasto (alle otto o alle otto e mezzo di sera) si chiama «cena». Molte famiglie non mangiano che tre volte al giorno, come i Rossi, ma altre famiglie fanno un quarto, piccolo pasto alle cinque del pomeriggio. A che ora fa colazione la famiglia Rossi? La famiglia Rossi fa colazione alle otto di mattina. A che ora pranzano i Rossi? Pranzano all'una. E a che ora cena la famiglia? Cena alle otto di sera. Quando i Rossi pranzano e cenano, ci sono sei persone a tavola: i genitori e i quattro bambini. Non tutti gli italiani fanno colazione alla stessa ora dei Rossi: gli uni fanno colazione prima dei Rossi (alle sette e mezzo o prima ancora), gli altri più tardi dei Rossi (alle otto e mezzo o più tardi ancora). Però, neanche i Rossi non fanno colazione alla stessa ora tutti i giorni: la domenica, fanno colazione alle otto e mezzo. Non tutte le persone in Italia pranzano alla stessa ora dei Rossi: ci sono delle persone che pranzano prima dei Rossi, ce ne sono che pranzano più tardi. E neanche tutti gli italiani non cenano alla stessa ora dei Rossi: c'è molta gente in Italia che cena prima dei Rossi, ce n'è molta che cena più tardi di loro. Però, neanche i Rossi non cenano sempre alla stessa ora: molti giorni cenano più tardi, alle otto e mezzo, e a Ostia cenano sempre più tardi che a Roma.

La stanza dove la famiglia pranza e cena si chiama la sala da pranzo. Nella sala da pranzo ci sono una grande tavola e sei sedie - una sedia per il padre, una per la madre e una sedia per ogni bambino: per Bruno, per Pietro, per Maria, per Pia. Sulla tavola in sala da pranzo, a pranzo e a cena, ci sono sei piatti. Dove sono i sei piatti? Sono davanti ai genitori e davanti a ogni bambino. C'è anche del pane sulla tavola. Gli italiani mangiano molto pane ai pasti. Che cosa c'è ancora sulla tavola? Ci sono molte altre cose: dei coltelli, delle forchette e dei cucchiai: cinque coltelli (la piccola Pia non ha coltello), sei forchette e sei cucchiai. Che altre cose ci sono sulla tavola? Alcune volte c'è anche una bottiglia sulla tavola, a colazione. Che cosa c'è nella bottiglia? C'è del latte. Di che colore è il latte? È bianco. Quanto latte c'è in una bottiglia di latte? In una bottiglia grande c'è un litro di latte, in una bottiglia più piccola ce n'è mezzo litro o un quarto di litro.

Pia beve un bicchiere di latte a colazione, e molte volte ne beve un bicchiere a pranzo. Poi, ne beve ancora alle quattro o alle cinque del pomeriggio. Quanto latte beve Pia nel pomeriggio? Ne beve uno o due bicchieri. I genitori non bevono latte a colazione. Che cosa bevono a colazione? Bevono una tazza di caffè o due. A colazione, molti italiani mettono del latte nel caffè: un quarto di caffè e tre quarti di latte, oppure metà latte e metà caffè. Il caffè con molto latte si chiama «caffè e latte» o «caffellatte». A colazione, in Italia, la gente beve molto caffellatte.

Il caffè si beve in una tazza. Sotto la tazza c'è un piattino. Che cos'è un piattino? Un piattino è un piccolo piatto. Sopra il piattino c'è un piccolo cucchiaio. Un piccolo cucchiaio si chiama «cucchiaino». Che cos'è il caffè? Il caffè è una bevanda. Anche il latte è una bevanda. A colazione, Pia e Pietro non bevono caffè; invece di caffè bevono latte oppure una tazza di caffè e latte con molto latte e poco caffè. Gli italiani non bevono caffellatte che di mattina. Dopo pranzo e nel pomeriggio si beve del caffè nero. Il caffè si chiama «nero» quando nel caffè non c'è né latte né panna. Il caffè con un poco di latte o di panna si chiama «cappuccino».

Di che colore è il caffè? Il caffè senza latte è nero. Il cappuccino non è nero, ma bruno. Di che colore è il latte? Il latte è bianco. Anche il pane è bianco in Italia. Con la panna del latte si fa il burro. Il burro è giallo. In Italia si mangia poco burro. Che cosa si fa col latte? Col latte si fa il formaggio e altre cose. In Italia si fa molto formaggio. Anche in altri paesi si fa molto formaggio. In Italia, il formaggio non si mangia di mattina, ma si mangia a pranzo e a cena.

Che cosa mette il signor Rossi nel suo caffè? Ci mette dello zucchero. Quanto zucchero ci mette? Ce ne mette un cucchiaino. Di che colore è lo zucchero? È bianco. Anche la signora Rossi mette dello zucchero nel caffè, però lei ce ne mette tre cucchiaini. Lo zucchero è dolce. La signora Rossi mette molto zucchero nel suo caffè, e il suo caffè è molto dolce. Il signor Rossi mette nel caffè meno zucchero che sua moglie, e il suo caffè è meno dolce di quello di Teresa Rossi. Il caffè nero senza zucchero non è dolce. In Italia, poca gente beve il caffè nero senza zucchero.

Sopra la tavola, a pranzo e a cena, c'è una tovaglia. Di che colore è la tovaglia? La tovaglia è bianca. Sopra la tovaglia, davanti a ogni persona c'è un tovagliolo. Anche i tovaglioli sono bianchi. Davanti a ogni persona ci sono un piatto, un bicchiere, un coltello, una forchetta e molte volte c'è anche un cucchiaio. Quando si mangia, si ha il cucchiaio nella mano destra oppure il coltello nella mano destra e la forchetta nella mano sinistra. Pia però non ha coltello nella mano destra perché è troppo piccola. Lei ha soltanto una forchettina nella mano destra oppure un piccolo cucchiaio.

Dove sono il coltello, la forchetta e il cucchiaio? Sono sopra la tovaglia, a destra e a sinistra del piatto: il coltello e il cucchiaio a destra, la forchetta a sinistra. E molte volte, i tovaglioli sono sopra i piatti. A pranzo e a cena, c'è anche un fiasco sulla tavola. Che cosa c'è nel fiasco? Nel fiasco c'è del vino. Quanto vino c'è in un fiasco? In un fiasco piccolo non c'è che un litro di vino, ma in un fiasco grande ce ne sono due.

Il signor Rossi versa del vino nel suo bicchiere, nel bicchiere di sua moglie e nei bicchieri di Bruno e di Maria. Però non versa molto vino nei bicchieri di Bruno e di Maria. Alla domenica, il papà versa del vino anche nel bicchiere di Pietro, però solo mezzo bicchiere. Poi versa dell'acqua nel bicchiere di Pietro, perché Pietro beve soltanto vino con acqua. Pia non beve ancora vino; i bambini piccoli bevono latte o acqua invece di vino. Di che colore è l'acqua? L'acqua non ha colore. E il vino di che colore è? Il vino è bianco o rosso. Quand'è a Roma, il signor Rossi a pranzo e a cena beve del vino rosso, ma ad Ostia beve soltanto vino bianco. Il vino bianco è molte volte, ma non sempre, più dolce del vino rosso.

Cosa c'è sopra la tavola a pranzo e a cena? C'è una tovaglia. E che cosa c'è davanti a ogni persona? Ci sono un tovagliolo, un bicchiere, un piatto e, a destra e a sinistra del piatto, un coltello, un cucchiaio e una forchetta. Che cosa c'è sotto le tazze? Ci sono i piattini. E sopra il piattino? C'è un cucchiaino.

Capitolo nove (9): IL COMPLEANNO

Oggi è il cinque aprile, e Teresa Rossi ha trentasei anni. Ieri, quattro aprile, Teresa Rossi non aveva ancora trentasei anni, ma oggi, cinque aprile, sì. Oggi è il compleanno della signor Rossi. Il compleanno del signor Rossi è il sei luglio. Il sei luglio Carlo Rossi avrà quarantatré anni.

Oggi non è la mamma che sveglia i bambini, perché quando è il suo compleanno Teresa Rossi non si sveglia alle sei, ma alle sette. Questa mattina è Pia che alle sei e mezzo si alza e chiama sua sorella: «Mariuccia!». Questa volta Maria la sente e domanda: «Che cosa c'è, Pia? Perché non è la mamma che mi sveglia?» Pia risponde: «Non è la mamma che ti sveglia, perché oggi è il compleanno della mamma». Maria: «Dormono ancora? Ma è già tardi: sono le sette meno venti! Fra venti minuti la mamma sarà sveglia».

Cosa fanno allora le due bambine? Vanno nella camera dei due fratelli e chiamano «Bruno! Pietro!». Prima, i due fratelli non rispondono alle loro sorelle, perché dormono e non le sentono; ma poi, quando le bambine chiamano ancora una volta, Bruno si sveglia e domanda: «Che cosa c'è?». Pia: «È il compleanno della mamma e tu dormi ancora!». Bruno: «Ma io non dormo! Io sono sveglio!». Pia: «E Pietro?». Pietro: «Aaah...». Pia: «Tu non sei sveglio, Pietro!». «Sì; sono sveglio. Ma perché non è la mamma che ci sveglia oggi?». Maria: «Non è lei che vi sveglia perché oggi è il suo compleanno.» Allora i due fratelli si alzano anche loro, perché è molto tardi. Poi Bruno domanda a Maria: «Chi va prima nella stanza da bagno? Ci vai tu o vi vado io?». Maria: «Ci vado io con Pia. Alle sette meno cinque, i quattro bambini sono tutti nella camera delle sorelle, e Bruno dice: «Io ho questo libro per la mamma»; poi domanda: «E tu che cos'hai, Pietro?». Pietro: «Anch'io ho un libro! E voi, bambine? Che cosa avete voi per la mamma?». Maria: «Noi abbiamo questi fiori. E poi abbiamo un fazzoletto e un ricamo». (Maria fa ogni anno un ricamo per la mamma). Pietro: «Chi ha fatto questo ricamo? L'hai fatto tu, Maria?». Maria: «Sì, l'ho fatto io». E Maria mostra il ricamo al suo fratellino. Pietro allora dice a Maria: «È molto bello!»; poi domanda: «L'hai fatto da sola?». Maria: «Sì, l'ho fatto da sola». Poi Pia mostra il ricamo a Bruno, e anche lui dice che il ricamo è molto bello. «Anche i fiori che hai per la mamma sono molto belli», dicono Bruno e Pietro a Maria. Anche la piccola Pia mostra agli altri ciò che ha per la mamma, a Bruno dice alla sua sorellina che anche ciò che ha lei per la mamma è molto bello. Poi, i quattro bambini entrano nella camera dei genitori.

La sveglia non ha ancora suonato e la signora Rossi dorme. Quando i bambini entrano, svegliano la loro mamma: «Mammina! Mammina!». E adesso la signora Rossi è sveglia e domanda: «Che cosa c'è?». «C'è che è il tuo compleanno, mammina!», dice Bruno, e gli altri dicono: «Molti auguri per il tuo compleanno, mammina!». Poi, Pia dà il suo fazzolettino alla sua mamma e dice ancora una volta: «Molti auguri, mammina!». La signora Rossi prende il fazzoletto dalla mano di Pia e dice: «Grazie, Pia! Com'è bello il tuo regalo! Sei una buona bambina!», e bacia la sua bambina.

Poi è Pietro che dice alla mamma: «Auguri, mammina!» e le dà il suo regalo: un bel libro. «Grazie, Pietruccio! Anche tu sei un buon bambino!», dice la signora Rossi a Pietro; prende ciò che le dà suo figlio e lo bacia anche lui. Dopo Pietro è Bruno che dice «auguri» alla mamma e le dà il suo regalo. La signora Teresa gli dice grazie come agli altri, e gli dice che anche il suo regalo è molto bello e che anche lui è molto buono. Poi lo bacia, come ha baciato Pia e Pietro.

L'ultima è Maria. «Buon compleanno, mammina! Auguri!», dice la bambina; bacia la sua mammina e le dà i suoi regali: i bei fiori e il ricamo. «Grazie, Mariuccia! Com'è bello questo ricamo! E come sono belli questi fiori!», le dice la mamma e poi anche lei le domanda; «L'hai fatto tu, questo bel ricamo?». «Sì, mammina, l'ho fatto da sola», le risponde Maria. E la mamma le dice che anche lei è una bambina molto buona. «Siete tutti e quattro dei buoni bambini!»

Mentre i bambini danno i loro regali alla signora Rossi, il signor Rossi, che i bambini hanno svegliato, si alza anche lui e dà a Teresa Rossi il suo regalo. Il regalo di Carlo Rossi è il più bello di tutti; una bella borsetta di Firenze. È molto bella, però la mamma dice che anche il regaluccio di Pia, il fazzolettino bianco, è molto bello.

«E adesso». dice la signora Rossi quando ha detto grazie a tutti e cinque e ha baciato anche suo marito, «adesso mi alzo anch'io, mi lavo e mi vesto!». «Prima ti lavi tu, poi mi lavo io mentre tu ti vesti», dice suo marito. Poi dice ai bambini: «E voi? Fate colazione mentre la mamma ed io ci laviamo e ci vestiamo?». «Sì, papà», dice Bruno, «mentre tu e la mamma vi lavate e vi vestite, noi facciamo colazione. Ma Pia dice: «No, io adesso non faccio colazione!». Teresa Rossi: «E perché non fai colazione anche tu, Pia?». Pia: «Perché io faccio colazione con voi due!».

Un'ora dopo, i Rossi hanno fatto colazione e vanno in città. In via Veneto i Rossi incontrano i Benelli: i genitori, Emma e Gino, e i due bambini, Giovanni e Lucia, cugino e cugina dei bambini Rossi. «Teresa! buon giorno!», dice Emma Benelli alla signora Rossi.

«Buon giorno, Carlo!», dice poi al fratello. Suo marito pure dice buon giorno ai Rossi, e i Rossi rispondono: «Buon giorno!». Quando tutti hanno detto buon giorno a tutti, Carlo Rossi domanda dove vanno i Benelli: «Dove andate voi?». Emma: «Noi andiamo dove andate voi.». Carlo Rossi: «Allora andiamo tutti al Corso». (Il Corso è una delle più belle vie di Roma). Pietro domanda a suo cugino, Giovanni Benelli: «Quanti siamo adesso?». Giovanni risponde: «Voi siete in sei e noi siamo in quattro». Pia: «Allora siamo in dieci!». Mentre le due famiglie vanno al Corso, Maria e Pia raccontano ai loro cugini ciò che hanno fatto prima della colazione. «Oggi è il compleanno della mamma», dice Pia. Lucia: «L'ha detto il papà ieri sera». Poi, a Teresa Rossi: «Molti auguri, zia Teresa!». Teresa Rossi: «Grazie, Lucia!». Lucia, a Pia: «Che cosa le hai dato, alla zia Teresa?». Pia: «Le ho dato un bel fazzolettino bianco per la borsetta che le ha dato il papà». Lucia: «E tu, Maria, che cosa hai regalato alla zia Teresa?». Maria: «Io le ho regalato dei bei fiori e un ricamo che ho fatto io, da sola». Pia: «Ed è molto, molto bello!». Giovanni: «E tu, Pietro, che cosa le hai regalato?». Pietro: «Io? Le ho regalato un libro». Bruno: «Io pure. Le abbiamo dato un libro tutti e due». Poi, Maria racconta a sua cugina che lei e gli altri erano già sveglia alle sei e mezzo: «E voi?». Lucia: «Noi? Non prima delle sette e un quarto, come le altre mattine». Poi Lucia domanda: «Maria, com'è la borsetta che lo zio Carlo ha dato alla zia Teresa?». Maria: «È una borsetta di Firenze: bianca e nera». Lucia: «Bianca e nera? È bella, no?». Maria: «Sì, molto bella». E fino al Corso, Maria racconta a sua cugina com'è la borsetta della mamma.

Capitolo dieci (10): IN VIA DEL CORSO

Quando i Rossi e i Benelli sono in via del Corso, Carlo Rossi domanda a sua moglie: «E ora, Teresa, che cosa facciamo?». «Cosa facciamo ora?», dice la signora Teresa, poi ride e domanda alla signora Benelli: «Hai sentito, Emma? Carlo ci domanda che cosa facciamo ora». Emma Benelli ride anche lei, e allora Carlo Rossi domanda: «Ma perché ridete?». Teresa Rossi: «Ridiamo perché la tua domanda è la domanda di un uomo! Cosa fate, voi altri uomini, quando siete in via del Corso?». Carlo Rossi: «Ma ... guardiamo la gente, i negozi ...». Teresa Rossi: «Carlo guarda la gente e i negozi. Facciamo come Carlo: guardiamo la gente e i negozi anche noi!». Carlo Rossi, che ora ride anche lui: «Oggi è il tuo compleanno, Teresa, e facciamo ciò che vuoi tu!». Emma Benelli: «Sei un buon marito, Carlo! Facciamo tutto quello che vuole Teresa!». Carlo Rossi: «Tutto, no: ho solo ventimila lire ...». Teresa Rossi: «Ma Carlo, io voglio solo guardare i negozi, non voglio entrare nei negozi!». Carlo: «Allora guardate, tu ed Emma!».

Un minuto dopo, le due donne sono davanti a un negozio di scarpe. Teresa Rossi: «Emma, guarda qual paio di scarpine bianche!». Emma Benelli: «Quelle a destra?». Teresa Rossi: «Sì, sì! Quelle a destra, dietro alle scarpe nere. Sono belle, no?». Emma Benelli: «Molto belle! Tu non trovi che sono belle, Gino?». Gino Benelli risponde che anche lui trova che sono molto belle, le scarpine bianche. Teresa Rossi; «E quelle altre, Emma, guarda! Sono ancora più belle!». Emma Benelli: «Quali altre?». Teresa Rossi: «Quelle gialle». Emma Benelli, che non vede le scarpe gialle: «Quelle gialle? Dove?». Teresa Rossi: «Lì, a sinistra, dietro a quel paio di scarpine bianche e nere». Emma Benelli: «Sì, sì! oh! Come sono belle! Sono le più belle di tutte, non trovi, Gino?». Gino Benelli: «Sì ...». Teresa Rossi: «E tu, perché non dici niente, Carlo?». Carlo Rossi: «Non dico niente, io?». Teresa Rossi: «No! Perché?». Carlo Rossi: «Ma ... guardo ...». Teresa Rossi: «Che cosa guardi?». Carlo Rossi: «Ma ... le scarpe ...». Teresa Rossi ride e domanda a suo marito: «Guardi le scarpine del negozio o quelle delle donne?». Anche Gino Benelli ride e dice: «Rispondi a tuo moglie, Carlo!. Ma Carlo Rossi non risponde niente e ride anche lui.

Poco dopo, le due donne si fermano davanti a un altro negozio. Quando Teresa ed Emma sono in città, si fermano davanti a ogni negozio. Questa volta si fermano per guardare dei guanti. Ce ne sono di tutti i colori: bianchi, neri, gialli. E ce ne sono pure di verdi, di rossi e di bruni. E lì, fra un paio di guanti rossi e uno di verdi, c'è un paio di guanti lunghi, del colore della sua borsetta, che piace molto alla signora Rossi. «Emma, guarda quei guanti neri con un po' di bianco!», dice Teresa Rossi alla signora Benelli. Emma Benelli: «Sì; sono bellissimi!». «Cos'è che è bellissimo?», domanda Carlo Rossi. «Quel paio di guanti del colore della mia borsetta», gli risponde sua moglie.

Carlo Rossi guarda, guarda, e prima non vede i guanti bianchi e neri, ma poi, quando sua moglie, ancora una volta, gli mostra i guanti che le piacciono, li vede anche lui. E allora, anche lui dice che sono belli, bellissimi! Però poi vede il prezzo: settemila lire, e non dice più niente. I guanti piacciono molto al signor Rossi, ma non gli piace il prezzo: sono troppo cari, quei guanti!

Gino Benelli vede il prezzo dei guanti pure lui e dice: «Sono belli, sì, però ... sono un po' cari, no? Settemila lire per un paio di guanti, anche se sono bellissimi, è caro, non trovi, Emma?». Ma Emma, che vede che quei guanti piacciono molto a Teresa, dice: «No, perché? In un negozio di via Condotti c'è un paio di guanti che costa diecimila lire. Quelli sì sono cari, questi no. Ma se Carlo non ha settemila lire ...». Carlo Rossi: «Chi ti dice che non ho settemila lire? Ho detto poco fa che ho ventimila lire, no? Allora, Teresa, se tu trovi che quei guanti non sono troppo cari e se li vuoi, entriamo nel negozio!». Emma: «Li vuoi comprare, Carlo?». Carlo: «Sì, se piacciono alla Teresa li compriamo». Emma: «Carlo è un buon marito, Teresa! È il migliore di tutti i mariti! Ti dà tutto quello che vuoi!». Teresa ride e dice: «Sì, mio marito è migliore di molti altri, e mi fa molti bei regali». Emma: «Io trovo che non c'è miglior marito in tutta Roma!». Gino Benelli: «E io, allora, che cosa sono? Non sono anch'io un buon marito? A me dici sempre che il migliore dei mariti sono io. E ora che siamo con Carlo dici a lui che è il migliore dei mariti!». Emma: «Ma Gino, se vuoi, lo dico anche a te!». Ora ride non solo Carlo Rossi, ma ridono tutti. Poi Emma dice a suo marito: «Allora diciamo che tu e Carlo siete i due migliori mariti! Sei contento?». Gino: «Grazie, sì! Ora sono contento. E tu, Carlo, sei contento, ora che non sei il migliore, ma uno dei due migliori?». Carlo: «Sì, sì, sono contentissimo anch'io. E ora entriamo!». E tutti e quattro entrano nel negozio.

Quando i bambini vedono i loro genitori entrare nel negozio di guanti, Giovanni e Bruno dicono: «Cosa facciamo, noi altri? Entriamo anche noi? Voi, bambine, cosa volete fare?». Maria: «Cosa vogliamo fare? Che cosa dici tu, Lucia? Vogliamo entrare anche noi o vogliamo stare qui?». Lucia dice che lei vuole vedere che guanti comprano lo zio e la zia, ma i tre cugini non vogliono entrare. Maria: «Se voi non volete, noi due andiamo nel negozio da sole». Pia: «Ma io pure voglio entrare nel negozio! Io non voglio stare qui!». Bruno, a Giovanni: «Hai sentito le mie sorelle?». Giovanni: «Sì». Poi, alle bambine: «Fate come volete! Andate con le vostre mamme, mentre noi stiamo qui a guardare la gente!». Maria: «Con le nostre mamme! Prima di tutto, sono anche le vostre mamme, e poi, non ci sono solo le nostre mamme nel negozio, ci sono pure il nostro papà e il vostro!». Ma Giovanni non risponde e ride.

Quando Teresa Rossi vede le tre bambine entrare nel negozio, domanda: «Dove sono i miei due bambini?». Lucia ride e risponde: «I tuoi due bambini, zia Teresa, sono fuori». La zia Teresa: «Fuori dove?». Lucia: «Lì, davanti all'altro negozio». «Grazie, Lucia!», dice la zia Teresa, poi domanda: «Ti piacciono questi guanti, Lucia?». Lucia: «Sì, mi piacciono molto!». Teresa Rossi: «E a voi, Maria e Pia? Vi piacciono?». Maria e Pia: «A noi? Sì, ci piacciono molto». Lucia: «Però a me piacciono di più quei guanti lì». Teresa Rossi: «Quali? Quelli rossi?». Lucia: «Sì». Teresa Rossi: «E a te, Maria? Piacciono di più i rossi anche a te?». «No, a me piacciono di più quelli lì», dice Maria alla mamma e alla zia Emma, e mostra loro un paio di guanti bruni: «non vi piacciono, a voi?». Teresa Rossi: «Sì, piacciono molto anche a noi, però ci piacciono di più questi qui». Lucia: «Allora, se ti piacciono, perché non li compri, zia Teresa?». La zia Teresa: «Chi ti dice che non li voglio comprare? Però non li compro io, li compro lo zio Carlo, perché è lui che ha i soldi».

Pia: «Hai molti soldi, papà?». Carlo Rossi: «Molti no, ma ... perché mi domandi questi soldi ho? Vuoi un paio di guanti anche tu?». Pia: «No, non voglio un paio di guanti, ma se hai soldi, papà, voglio un gelato!». Carlo Rossi ride e dice: «Un gelato non costa molto! E voi altre, volete pure un gelato?». Maria e Lucia, insieme: «Sì, grazie!». Carlo Rossi; «Allora ne compro anche per voi».

Poi, Carlo Rossi paga i guanti: mille, duemila, tremila, quattromila, cinquemila, seimila, settemila lire. Sono cari ma belli, i guanti, e il signor Rossi è contento. Non gli piace pagare, ma gli piace molto fare regali a sua moglie, e gli piace vedere che anche lei è contenta. E la signora Rossi è molto, molto contenta: bacia suo marito e gli dice mille grazie. E quando il signor Rossi ha pagato i guanti, tutti e sette (i genitori e le tre bambine) vanno fuori per vedere dove sono i tre cugini. E poco dopo il signor Rossi compra dei gelati per i bambini. Allora, tutti sono contenti.

Capitolo undici (11): IL PRANZO

I Rossi hanno un grande appartamento. È un appartamento di otto stanze, una cucina e un corridoio. Le otto stanze dell'appartamento dei Rossi sono: le tre stanze da letto dei genitori e dei bambini, la sala da pranzo, il salotto --- dove va la famiglia dopo i pasti ---, il bagno, l'entrata, la camera di Amelia. Chi è Amelia? È la donna di servizio dei Rossi. Cosa fa Amelia? Essa prepara i pasti della famiglia e lava i piatti. Però non fa solo quello. Essa fa pure molte altre cose. Per entrare in camera sua, Amelia deve prima entrare in cucina.

La cucina non è un stanza, e neppure il corridoio è una stanza. Si entra nel corridoio dell'entrata e da tutte le altre stanze fuorché da quella della donna di servizio. Se si vuole andare dalla stanza dei genitori in quella dei figli o dalla cucina in sala da pranzo, si deve prima andare nel corridoio, e dal corridoio poi si va nell'altra stanza. Però per passare dalla sala da pranzo in salotto non si deve prima andare nel corridoio, perché fra la sala da pranzo e il salotto c'è una porta. C'è una porta anche fra le stanze dei bambini, e ce n'è una fra la camera della donna e la cucina.

Che cosa c'è nella camera dei genitori? Ci sono molte cose. Prima di tutto ci sono dei mobili, cioè; un letto, un armadio, una piccola tavola, un paio di sedie, eccetera. Ma ci sono molte altre cose nella camera dei genitori. Anche nelle camera dei bambini ci sono dei mobili: armadi, letti, sedie, ecc.

E nella camera di Amelia, che mobili ci sono? Ci sono gli stessi mobili che nella camera dei genitori, ma molto meno belli: un letto, un armadio, un tavolino e una sedia. Nella stanza di Amelia c'è anche uno specchio, come in quella dei genitori, ma lo specchio dei genitori è più grande di quello di Amelia.

Che cosa c'è nell'armadio dei genitori? Ci sono i loro vestiti. È un grandissimo armadio, e a sinistra ci sono i vestiti del signor Rossi, cioè: i suoi calzoni e le sue giacche. Egli ha cinque paia di di calzoni: un paio di calzoni neri, due paia di calzoni bruni e due paia di calzoni grigi --- un paio di calzoni color grigio chiaro e un paio di color grigio scuro. Il signor Rossi ha pure cinque giacche: una nera, due brune --- l'una chiara, l'altra scura, e due grigie --- una grigio chiaro e una grigio scuro.

La signora Rossi ha molto più di cinque vestiti. Una donna ha sempre più vestiti di un uomo. Essa ha cinque vestiti chiari per la primavera e l'estate e quattro vestiti più scuri per l'autunno e l'inverno. Oltre a quei nove vestiti, essa ha tre sottane e cinque bluse. Molte volte essa si mette una sottana e una blusa invece di un vestito.

Oggi, siccome è il suo compleanno, la signora Rossi si mette il suo bel vestito bianco a fiori gialli e rossi. Quel vestito le piace più di tutti gli altri e piace molto anche a suo marito. E siccome il sole d'aprile non è molto caldo, essa, prima di uscire dall'appartamento, si mette anche un soprabito. Si mette un soprabito chiaro, di primavera. (Nel principio d'aprile, le mattine sono un po' fredde, ma non molto). Anche le bambine si mettono dei soprabitini prima di uscire di casa. Il signor Rossi e i suoi due figli non si mettono il soprabito. Oggi fa troppo caldo ed essi si mettono solo la giacca. Quando fa freddo si mettono anche loro il soprabito.

E i Benelli, che vestiti si mettono quando fa caldo come oggi per uscire di casa? La signora Benelli si mette un vestito grigio chiaro un po' più caldo di quello di Teresa Rossi e un soprabito un po' più scuro. Il signor Benelli si mette un paio di calzoni grigio chiaro e una giacca un po' più scura, con un po' di bruno.

Quando i Rossi hanno comprato i guanti in via del Corso erano le dieci. Ora sono le dodici e un quarto. I Benelli e i Rossi si dicono: «Arrivederci!», poi ogni famiglia torna a casa sua.

Quando la famiglia Rossi è tornata a casa, la signora Rossi e le due bambine si levano il soprabito in entrata, prima di entrare in salotto. Il signor Rossi e i suoi figli non si levano la giacca perché l'appartamento dei Rossi, in aprile, è un po' freddo.

All'una meno cinque, Amelia apre la porta fra il salotto e la sala da pranzo e dice: «Il pranzo è in tavola, signora!». «Grazie, Amelia!», risponde Teresa Rossi. Poi dice ai bambini di mostrarle le mani: «Mostratemi le mani, Pia e Pietro!». Ma Pia non mostra le mani alla mamma. Teresa Rossi: «Perché non vuoi mostrarmi le mani, Pia?». Allora Pia mostra le mani alla mamma. Teresa Rossi: «Ma Pia! Sono sporche le tue mani! Sono nere! Che cos'hai fatto in città?». Pia: «Io non ho fatto niente, mammina». Ma Teresa Rossi dice: «Se vuoi pranzare con noi, va nel bagno con Maria!». «Sì, mammina!». E la Pia e Maria vanno insieme nel bagno e si lavano le mani. Poi, quando si sono lavate, vanno in sala da pranzo.

Mentre Pia e Maria vanno nel bagno per lavarsi le mani, Teresa Rossi dice a Pietro: «E ora, mostrami le mani anche tu!». Pietro mostra le mani a sua madre, che dice: «Ma Pietro!Hai le mani ancora più sporche della Pia! Perché non ti lavi le mani, Pietro?». Pietro: «Ma mamma, io ma le lavo ogni giorno!». Teresa Rossi: «Quante volte al giorno te le lavi?». Pietro: «Mi lavo le mani due o tre volte al giorno!». Teresa Rossi: «Ma Pietro! È troppo poco! Maria se le lava più di cinque o sei volte al giorno, e papà ed io ce le laviamo pure molte volte al giorno!». Pietro: «Maria è una bambina! E voi ve le lavate tutto il giorno, le mani!». Teresa Rossi: «Pietro! Anche tu devi lavarti le mani molte volte al giorno! Va in bagno e lavati le mani anche tu! E Bruno pure: lavatevi le mani tutti e due, e poi andate in sala da pranzo!». E i due fratelli vanno insieme in bagno e si lavano le mani anche loro, come le bambine. (Ora i due fratelli sono grandi, e non è la mamma che lava loro le mani, ma prima sì, era lei. Oggi Pietro si lava sempre le mani da solo, e non gliele lavano più né Maria né la mamma, ma Pia è ancora piccola e non sempre si lava le mani da sola; molte volte, come oggi, gliele lava Maria). Quando i due fratelli si sono lavati, vanno anche loro in sala da pranzo.

Dopo i bambini, sono i genitori che si lavano le mani: prima la madre, poi il padre. Dopo che Teresa Rossi si è lavata le mani, essa se le asciuga. Se le asciuga coll'asciugamano. (Nella stanza da bagno ci sono tre asciugamani). Poi esce dal bagno, e prima di andare in sala da pranzo va in cucina, mentre il padre, dopo che si è lavato e asciugato le mani ed è uscito dal bagno, va in sala da pranzo, dove sono i bambini. Cinque minuti dopo, tutta la famiglia è in sala da pranzo e si mette a tavola.

Pia si siede sulla sedia alta, a sinistra della mamma, e la mamma, prima di sedersi anche lei, dice a Pietro: «Tu siediti lì, a destra!». «E noi, sediamoci qui!», dice Maria a Bruno, ed essi si siedono a destra del papa. Allora Amelia apre la porta ed entra in sala da pranzo. Amelia porta un gran piatto di pasta e lo mette in mezzo alla tavola.

La signora Teresa da molta pasta a suo marito e ne dà più ancora a Bruno. Essi mangiano più degli altri. Maria e la sua mamma mangiano meno di loro, a però anch'esse mangiano un bel piatto di pasta oggi, perché oggi hanno fame anche loro, e quando si ha fame si mangia molto.

Dopo avere mangiato la pasta che gli ha dato la mamma, Bruno dice: «Vuoi darmi ancora un po’ di pasta, mamma? Ho ancora fame». «Sì, ma domandiamo prima al papà se ne vuole ancora anche lui», risponde Teresa Rossi. Poi domanda a suo marito: «Devo darti ancora un po’ di pasta, Carlo?». «No, grazie! Non ho molta fame oggi», risponde suo marito. La signora Rossi prende allora il piatto di Bruno per dargli la pasta. Poi domanda agli altri bambini se deve dar loro ancora un po’ di pasta: «Devo darvi dare ancora un po’ di pasta anche a voi?», «No, grazie, mammina!», rispondono Pietro e le due bambine.

Quando Bruno ha mangiato la sua pasta, Amelia prende i piatti sporchi e mette un piatto pulito davanti a ogni persona, e Teresa Rossi le dice: «Vuoi portarci il pollo?». «Sì, signora!», risponde Amelia, e un momento dopo, essa entra in sala da pranzo con un bellissimo pollo. Prima di metterlo in tavola lo mostra a tutta la famiglia.

Quando Amelia è uscita dalla sala da pranzo dopo avere messo i piatti puliti in tavola, Pietro e Pia dicono: «Mamma, vuoi darci un pezzo di pane?», e la signora Rossi da loro un pezzo di pane. Il signor Rossi prende il coltello e domanda a sua moglie: «Che pezzo vuoi, Teresa? Vuoi un po’ di petto?». «Sì, un po’ di petto, grazie», risponde la signora Rossi. Suo marito le dà un bel pezzo di pollo (il petto è la parte del pollo che piace di più a Teresa Rossi), e poi, dopo aver preso un po’ di petto anche lui, Carlo Rossi dà un pezzo a ciascuno dei bambini. È un pollo molto, molto buono, e quando Bruno ha mangiato il suo pezzo, dice: «Mamma, c’è un bel pezzo lì in mezzo al piatto, me lo dai?». Teresa Rossi: «Te lo do solo se non vuole mangiarlo il papa». Ma Carlo Rossi dice che non vuole quel pezzo perché non ha più fame, e Teresa Rossi allora lo dà a Bruno.

Quando i Rossi hanno mangiato il pollo, chiamano dice la donna per dirle: «Com’è buono il pollo, Amelia!». «Grazie, grazie!», dice Amelia. Poi, come ha fatto prima, porta in cucina i piatti sporchi e mette un piatto pulito davanti a ciascuno dei Rossi. Poi esce un momento, e quando entra, porta un gran piatto di frutta: arance e mandarini. Siccome i Rossi hanno mangiato molto, non han più fame, però mangiano ciascuno un frutto. La frutta piace molto ai Rossi. Pia vede una bella arancia e dice alla mamma: «Che bella arancia, mammina! Me la dai?». Teresa Rossi: «Sì, se non vuole mangiarla tua sorella, te la do». Maria non la vuole, e Pia, contentissima, mangia la sua bella arancia. Quando nel piatto non ci sono più che due mandarini, Pietro domanda: «Mamma, se non vogliono mangiarli Pia e Maria, me li dai, quei mandarini?». Teresa Rossi: «Sì, se non li vogliono le tue sorelle, te li do». Poi domanda: «Pia e Maria, volete quei mandarini?». Pia e Maria: «No, grazie, mammina, non li vogliamo!». Allora Teresa Rossi dà gli ultimi mandarini a Pietro, e quando Pietro ha mangiato anche quelli, tutta la famiglia esce dalla sala da pranzo e va in salotto, dove si beve il caffè.

Capitolo dodici (12): LA CENA

Nell'entrata dell'appartamento dei Rossi c'è un campanello. Quando qualcuno vuol entrare nell'appartamento, egli suona il campanello. Amelia allora va alla porta e domanda: «Chi è?». Poi, quando quello che ha suonato ha risposto alla sua domanda e le ha detto il suo nome, essa apre la porta. Però non sempre lascia entrare quello che ha suonato: lo lascia entrare solo se è qualcuno che conosce i Rossi e che i Rossi conoscono. Allora, se il signore o la signora Rossi sonno in casa, Amelia fa entrare in salotto e va a dire che c'è il signore o la signora X (e Amelia dice il nome della persona), che vuol vedere la signora o suo marito. Se invece i Rossi non conoscono quello che ha suonato, o se essi non sono in casa, Amelia non lo lascia entrare. Molte volte egli viene da un negozio e ha qualcosa per la famiglia Rossi: un vestito, un paio di scarpe, un paio di calzoni. Altre volte egli ha qualcosa per la cucina: della frutta, del latte, del burro, del formaggio, un pollo o qualcos'altro. Altre volte ancora, quello che ha suonato non conosce i Rossi, ma vuol dire qualcosa al signor Rossi o a sua moglie. Allora Amelia lo fa entrare e gli dice di aspettare nell'entrata. Poi essa va a dire ai Rossi che c'è qualcuno che vuol parlare al signore o alla signora. Carlo o Teresa Rossi vanno allora in entrata e fanno entrare in salotto quello che aspetta. Molte volte, però, gli parlano nell'entrata. Stasera, il campanello suona alle sette e mezzo e Amelia va a vedere chi è. Sono il signor Mario Perri e la signore Gina Perri. Stasera Teresa Rossi ha invitato i Perri a cena perché è il suo compleanno. Teresa Rossi invita sempre qualcuno per il suo compleanno. Quando Amelia vede che sono i Perri che han suonato, essa li fa entrare, prende il soprabito della signora Perri e quello del signor Perri, poi fa entrare gli invitati in salotto e torna in cucina.

In salotto c'è la signora Rossi, che dice ai Perri: «Buona sera, caro signor Perri! Buona sera, cara Gina! Come stai?». Gina Perri: «Io sto bene, grazie. E voi altri come state?». Teresa Rossi: «Stiamo tutti bene, grazie. E Lei, signor Perri, sta bene?». Mario Perri: «Benissimo, grazie». Teresa Rossi dice «tu» e «Gina» alla signora Perri, perché esse si conoscono molto bene. Gina Perri e Teresa Rossi sono fiorentine tutte e due. A Firenze Gina stava nella stessa casa di Teresa, e Teresa è la sua migliore amica. Il signor Perri a Teresa Rossi, invece, si conoscono molto meno bene, e perciò Teresa Rossi non dice «tu» e «Mario» al signor Perri, ma «Lei» e «signor Perri». Le persone che si conoscono molto bene e i bambini si danno del tu, mentre le persone che non si conoscono molto bene e quelle che non si conoscono si danno del Lei. Il signor Perri dà un bellissimo mazzo di fiori alla signora Rossi e le dice: «Auguri, cara signora!». Teresa Rossi ringrazia il signor Perri: «Mille grazie, signor Perri! Come sono belli!». Poi chiama la Maria. Quando Maria entra in salotto, sua madre le dà il mazzo di fiori e la prega di metterlo in un bel vaso: «Cara Mariuccia, vuoi mettere i fiori del signor Perri nel mio vaso veneziano?». Prima la Maria saluta i Perri: «Buona sera, signor Perri! Buona sera, zia Gina!», poi prende i fiori e va a metterli nel vaso veneziano.

Alle otto meno un quarto suona di nuovo il campanello. Amelia apre di nuovo, prende i soprabiti degli invitati, poi li fa entrare in salotto. Questa volta sono i Benelli: Emma e Gino, e Lucia e Alberto Rossi. Anch'essi danno ciascuno un mazzo di fiori a Teresa Rossi, la quale li ringrazia molto e prega di nuovo la Maria di metter li in un vaso.

Poi i Benelli, i Rossi e i Perri si salutano: «Buona sera, signora Perri!» dice Gino Benelli, «come sta?». Gina Perri: «Bene, grazie! E Lei?». Gino Benelli: «Benissimo, grazie! Ciao, Mario!». «Ciao, Gino!» Gino Benelli e Mario Perri si dicono «ciao» perché si conoscono da molti anni, e si danno del tu. Essi sono amici. Gli altri si dicono «buona sera» e si danno del Lei.

Ora entra in salotto il signor Rossi, e poi entrano i bambini. Tutti si salutano, i bambini danno un bacio agli zii, alle zie e alla signora Perri, che essi chiamano pure «zia». Alle otto Amelia apre la porta fra il salotto e la sala da pranzo e dice: «La cena è in tavola!» Allora signora Rossi prega i suoi invitati di mettersi a tavola.

Stasera a cena ci sono quattro piatti, e il primo piatto è una minestra. (La minestra si versa nei piatti e si mangia col cucchiaio). Quando gli invitati hanno cominciato a mangiare la minestra, dicono a Tersa Rossi: «È buonissima! — Chi ha fatto questa minestra? Amelia?». «Sì», risponde Teresa Rossi. «Come la fa?», domanda Gina Perri. Teresa Rossi non lo sa e risponde: «Non so come la fa». Gina Perri: «Non sai come la tua donna fa le minestre? Ma Teresa!». Teresa Rossi ride e dice: «Cara Gina! Le minestre sono la specialità di Amelia; essa sa farne più di cento e sono tutte molto, molto buone». Poi, quando Gina ha finito il primo piatto di minestra, Carlo Rossi dice a sua moglie: «Teresa! Dà ancora un po' di minestra a Gina!». Teresa Rossi: «Non hai più minestra, Gina? Dammi il tuo piatto!». E Teresa Rossi dà un altro piatto di minestra a Gina. Anche Pietro trova che la minestra di Amelia è molto buona, però, dopo averne mangiato un po', egli dice a sua madre: «Mamma, dammi il sale!». Ma suo padre gli dice: «Pietro, non si dice: dammi il sale! Sai bene che cosa si dice, no?». Allora Pietro dice: «Mammina, dammi il sale, per favore!». E sua madre allora glielo dà. Poi è Bruno che dice: «Mamma, per favore, dammi ancora un po' di pane!». Sua madre gliene dà un pezzo, poi chiama Amelia e quando essa entra le dice: «Amelia, dacci ancora un po' di pane, per favore! E portaci ancora un po' di minestra! È buonissima, sai?». «Sì», dice Gina Perri, «non ho mai mangiato una minestra così buona!». «Grazie, grazie, signora Gina!», dice Amelia, contentissima.

Essa prende la zuppiera, nella quale non c'è più che un pochino di minestra, e il cestino del pane. Poi esce. Carlo Rossi allora dice: «Caro signor Perri, il Suo bicchiere è vuoto! Devo darLe ancora un po' di vino?». Mario Perri: «Sì, grazie, è molto buono questo vino!». Carlo Rossi versa del vino nel bicchiere del signor Perri, e quando il bicchiere è pieno, Mario Perri dice: «Grazie!». Anche i bicchieri di Gino Benelli e di Alberto Rossi sono vuoti, perché essi hanno bevuto il loro vino, e Carlo Rossi verse del vino anche nei loro bicchieri. Quando sono pieni, anch'essi dicono: «Mille grazie, Carlo!». Poco dopo Amelia torna con la zuppiera, la quale ora è di nuovo piena di minestra. Essa mette la zuppiera, poi esce una seconda volta e quando torna ha in mano il cestino pieno di pane. Mette anche questo in tavola, davanti al signor Rossi, poi torna in cucina.

«Vuoi ancora un po' di minestra, Gina?», domanda Teresa Rossi. «No, grazie, Teresa», risponde Gina Perri, che non può mangiare più di due piatti di minestra, «è buonissima, ma se me ne dai ancora, non posso mangiar altro». «Se non puoi più mangiarne, non te ne do più, cara Gina! Ma Lei, signor Perri?', domanda allora Teresa Rossi, «Lei può mangiarne ancora un pochino, no?». «Grazie, signora Rossi», risponde Mario Perri, «con piacere!». Egli porge il suo piatto a Teresa Rossi, la quale ci versa della minestra e domanda poi ai Benelli: «Ne volete ancora un po'?». I Benelli: «Sì, grazie, ma se ce ne dai solo un pochino». Teresa: «Ve ne do quanto volete». Teresa Rossi ne dà loro un mezzo piatto e poi domanda a suo marito e ai bambini se ne vogliono ancora un po' anche loro. Carlo Rossi risponde: «Con piacere!», ma i bambini dicono: «No, grazie, mamma!». Teresa Rossi: «Che cosa dite? Non potete mangiare un piatto e mezzo di minestra?». I bambini: «No, mamma, non possiamo!», e dicono che se ne mangiano ancora, non possono mangiare gli altri piatti.

Quando tutti hanno mangiato un piatto o più di minestra, Amelia prende i piatti sporchi e li porta in cucina. Poi porta in cucina la zuppiera e torna con un gran piatto che pone in mezzo alla tavola, davanti al signor Rossi. Nel piatto c'è un bellissimo arrosto di vitello. Anche questo piatto è una delle specialità di Amelia. Insieme coll'arrosto di vitello nel piatto ci sono delle patate, dei piselli, delle carote e altra verdura. Quando la verdura (le carote, i piselli, le cipolle, ecc.) si mangia coll'arrosto, si chiama «il contorno». Il piatto che ha messo in tavola Amelia dopo la minestra è un «arrosto di vitello con contorno». Il signor Rossi prende un gran coltello e taglia l'arrosto. La prima fetta che egli taglia non è molto bella. Egli la mette perciò nel proprio piatto e taglia una seconda fetta. Quella è per sua moglie. «Un po' di contorno, Teresa?». «Volentieri, Carlo. Dammi un po' di patatine e un po' di piselli, per favore». «Non vuoi cipolline?». «No. Oppure sì, due o tre, ma molto piccole, per favore». Carlo Rossi mette la fetta di vitello, le patatine, i piselli e tre cipolline sul piatto di sua moglie. Poi taglia una diecina di fette di arrosto e dà dell'arrosto e del contorno agli invitati.

«E alla Pia e a Bruno che cosa diamo?», domanda Carlo Rossi quando solo i loro due piatti sono ancora vuoti. «Alla Pia? Dalle un po' di patatine, un po' di piselli e un paio di cipolline», dice la signora Rossi a suo marito. «E a Bruno?». «Dagli lo stesso, e dà loro anche due belle fette di arrosto!». Ma la Pia dice: «Mammina, tu sai che non mi piacciono i piselli!». «Bene, allora», dice suo padre, «siccome oggi è il compleanno della mamma, ti do dell'arrosto senza piselli. Ma gli altri giorni, sai, devi mangiare tutto quel che ti dà la mamma. Una brava bambina non dice mai: Non mi piace questo, non mi piace quello!». Anche il vitello piace molto agli invitati, ed essi dicono a Teresa Rossi: «Non ho mai mangiato un arrosto così delizioso! — È molto brava Amelia! — Neanche mia moglie sa farlo così bene!», ecc.

Teresa Rossi dice grazie ed è molto contenta. Anche Amelia è contentissima quando Teresa Rossi le ripete quel che han detto gli invitati del suo arrosto. Dopo l'arrosto di vitello, Amelia serve il terzo piatto. È un dolce. Amelia lo chiama «dolce di casa mia», ed è un dolce fatto di panna, di zucchero, di caffè e di altre cose buone.

Quando Bruno ha mangiato il dolce che sua madre gli ha messo nel piatto, egli dice: «Mamma, vuoi darmene ancora un pochino, per favore?». «Ma Bruno, non posso dartene prima di darne agli invitati!», risponde sua madre. Ma Gina Perri dice: «Sai, Teresa, puoi dargliene se ne vuole ancora, noi altri non abbiamo ancora finito di mangiare qual che ci hai dato». «Bene, Bruno», dice allora Teresa Rossi, «ma un'altra volta, lo sai, devi aspettare!».

Dopo Bruno sono Maria e Pietro che dicono: «Mammina, è delizioso il «dolce di casa mia» stasera, sai? Vuoi darcene ancora un po', per favore?». «Non posso darvene primo di averne dato agli altri», dice Teresa Rossi. E i bambini aspettano, mentre la loro mamma domanda agli invitati se piace loro il dolce e se essa deve darne loro ancora un po'. Quando essa ha dato del dolce agli invitati che ne vogliono ancora, e ne ha messo un pochino nel proprio piatto, Pietro dice di nuovo: «Ora, mammina, dammene un po', per favore!». Pia e Maria: «E noi? Daccene un pochino anche a noi!». Teresa Rossi: «Volentieri. Dammi il tuo piatto, Maria! Te ne do prima a te, poi alla Pia». Pietro: «Perché non vuoi darne prima a me?». «Perché tu sei un ragazzo!«, risponde Teresa Rossi. Allora la Maria dice: «Sai, mamma, se vuole, dagliene un pochino prima di darne a noi!». Ma Carlo Rossi dice: «No Teresa! Maria è una donnina, danne prima a lei e alla Pia e poi ai ragazzi!». Pietro: «Bene, danne prima a loro, se papà lo vuole!». E Teresa Rossi dà del dolce prima alle bambine, poi ai ragazzi.

Dopo il dolce Amelia serve la frutta. Poi essa serve il caffè. «Dove devo servirlo?», domanda a Teresa Rossi. «Servicelo in salotto, per favore!», risponde la signora Rossi. «Servimelo in salotto anche a me, Amelia!», dice Bruno. Amelia ride e domanda alla Pia e Pietro: «E a voi due?». Pietro e Pia ridono e dicono: «A noi, puoi servicelo in camera nostra!». Amelia allora dice: «Ah sì? A te, Bruno, posso servirtelo in salotto? A voi, Pietro e Pia, devo servirvelo in camera? A Maria, non so dove devo servirglielo. Sapete cosa vi dico? Non vi servo nient, cari miei!». Ma Teresa Rossi dice: «Cara Amelia, oggi è il mio compleanno — allora, sai, se Bruno vuol bere il caffè con noi altri, serviglielo!». Amelia: «E a Maria e a Pietro?». Teresa Rossi: «Servilo anche a loro, se lo vogliono!». Pia: «E a me? Mamma, perché non dici all'Amelia di servirmelo?». Teresa Rossi: «No, Pia, tu sei ancora troppo piccola per bere il caffè di sera!». Quando tutti sono in salotto, Teresa Rossi dice alla Maria: «Mariuccia, prendi lo zucchero, per favore, e dallo alla zia Emma!». «Volentieri, mamma. E ora, a chi devo darlo?», domanda Maria quando la zia Emma ha preso due pezzi di zucchero. «A me!», dice Pietro. «No!», dice Maria. Pietro: «Sì! dammelo!». Teresa Rossi: «No Maria! Adesso dallo alla zia Gina e poi agli altri invitati!». Ma quando la Maria vuol dare lo zucchero a Gino Benelli, egli dice: «No, è il compleanno della tua mamma stasera, daglielo prima di noi, anche se non vuole!». Teresa Rossi: «Grazie, Gino!». E quando essa ha presso due prezzi di zucchero, la Maria domanda: «E ora, zio Gino, lo do a voi». Gino Benelli: «Sì, ora daccelo!».

Quando i bambini han bevuto il loro caffè, Teresa Rossi dice a Bruno: «Ora, Bruno, mi vuoi fare un piacere?». Bruno: «Non lo so, mamma. Dì ciò che devo fare, allora io ti dico se lo posso fare». Carlo Rossi: «Bruno! fa quel che ti dice di fare la mamma!». Bruno: «Bene, papà! Dimmi ciò che devo fare, mamma!». Teresa Rossi: «Fammi il piacere di andare in camera vostra insieme con gli altri!». Bruno: «Ma mamma, sono soltanto le nove e mezzo!». Carlo Rossi: «Bruno! Va in camera tua come ha detto la mamma! E tu, Pia, va a letto! È già tardi». Teresa Rossi: «Prima di andare in camera vostra, Bruno, chiama Amelia e dille di darci ancora un po' di caffè!». «Sì, mammina!», dice Bruno e, siccome è un bravo ragazzo, esce dal salotto insieme col fratello e con le sorelle, come gli hanno detto i suoi genitori. Poi, però, quando sono usciti tutti e quattro nel corridoio, egli dice a sua sorella: «Fallo tu, Maria!». Maria ride e dice a va in cucina a dirlo ad Amelia.

Capitolo tredici (13): L'INCIDENTE

Oggi è il dodici maggio. Bruno è tornato da scuola, ha fatto merenda (la merenda è il piccolo pasto del pomeriggio, fra il pranzo e la cena), e ora va giù nella strada, dove i suoi amici Gianna Funghi e Aldo e Antonio Verdi lo aspettano per andare al parco. I quattro amici si salutano, poi Bruno domanda as Antonio: «Hai il pallone, Antonio?». «Il pallone? No», risponde Antonio, «ho dimenticato di prenderlo!». Bruno: «Hai dimenticato il pallone? Ma allora, non possiamo giocare al pallone!». Antonio: «Ma tu, Bruno, non hai un pallone anche tu?». «Sì», risponde Bruno, «ma il mio è vecchio». Antonio: «Non fa niente! Si può giocare anche con un pallone vecchio». «Vado su a prenderlo?», domanda Bruno, «Sì, sì!», rispondono gli amici.

Bruno sale nell'appartamento, suona, e quando Amelia apre, egli va in camera sua per prendere il pallone. Egli apre l'armadio, ma il pallone non c'è. «Dov'è il mio pallone?», dice Bruno, e lo cerca sotto l'armadio, sopra l'armadio, sotto il letto, ma non lo trova. «Dov'è può essere?», domanda Bruno di nuovo. Poi dice: «Lo so! È in camera delle bambine!». Meno di un minuto dopo, egli ha trovato il pallone e scende di nuovo nella strada. «Prendi!», dice ad Aldo e lancia il pallone all'amico, il quale lo prende e vuole lanciarlo di nuovo a Bruno, ma il pallone colpisce la porta e cade sul marciapiede. Bruno lo prende, ma questa volta non lo lancia ad Aldo, e i quattro amici vanno al parco.

Nelle piccole città, si può giocare al pallone nella strada, ma a Roma non si può. A Roma e nelle altre grandi città ci sono troppe automobili nelle strade. Ma il parco è a pochi minuti dalla casa di Bruno, e lì, si gioca molto bene.

Poco tempo dopo, Bruno e i suoi amici vedono una bellissima automobile. È un'Alfa Romeo, e i quattro amici si fermano per guardarla. «Io ho un cugino che ha una macchina come questa!», dice Gianni. «No?», dicono gli altri tre. «Sì!», ripete Gianni, «prima aveva un'altra macchina, ma l'anno scorso ha comprato un'Alfa Romeo». «E dove sta, tuo cugino?», domanda Antonio. «Sta a Roma», risponde Gianni. «A Roma!», dicono gli altri tre, «ma allora, se sta a Roma, non puoi domandargli di mostrarcela?». Gianni:«Sì! Se volete, posso anche domandargli di venirci a prendere un giorno, per fare un giro in città». Aldo: «Un giro in città? Bello!». Antonio: «Possiamo anche fare un giro fuori di Roma, no?». Gianni: «Sì! Con quella macchina mio cugino può andare fino a Napoli in due ore, e da Roma a Napoli ci sono più di duecento chilometri. È una macchina che può fare più di centotrenta chilometri all'ora. Per le vie Roma, non si può andare così presto. Fuori di Roma, invece, si può andare più presto ancora». Bruno: «Si può fare più di centocinquanta all'ora, fuori di città». Antonio: «Quando lo facciamo, questo giro?». Gianni: «Devo domandarglielo prima. La settimana ventura, o prima ancora, non so. Ho visto mio cugino la settimana scorsa, devo vederlo domani o dopo domani, se non va a Firenze». Bruno: «Bravo Gianni!». E ora, gli amici passano davanti all'Alfa Romeo per attraversare la strada. Prima attraversano Aldo e Gianni, poi vengono Bruno e il suo amico Antonio, Bruno a sinistra, Antonio a destra. I ragazzi parlano, ridono e non vedono un'automobile che viene da sinistra a sessanta chilometri all'ora, se non più. Quando la vedono è troppo tardi. L'uomo che guida la macchina vuole fermarla, ma non può: per fermare una macchina che va così presto, dieci metri non bastano, e non bastano neppure venti metri. Aldo e Gianni fanno un salto, e la macchina passa a un metro dai due ragazzi. Bruno e Antonio fanno un salto anche loro, ma è troppo tardi, e la macchina li colpisce. Essa non solo colpisce i ragazzi, ma li lancia su, come due grandi palle. Se ora i ragazzi cadono davanti alla macchina....

Ma invece di cadere davanti alle ruote della macchina, i ragazzi cadono più a destra, fra la macchina e il marciapiede. L'uomo che guida la macchina la ferma a un ventina di metri dai due ragazzi, e ora viene verso i bambini. Egli non è il solo che viene verso i bambini: da destra, da sinistra viene verso i due ragazzi molta altra gente che ha visto l'incidente. Gli uni dicono che l'uomo guidava molto male, gli altri, invece, dicono che no, non guidava male, e che quei ragazzi erano andati loro davanti alle ruote della macchina senza guardare né a destra né a sinistra. E Aldo e Gianni, che cosa fanno? Stanno in mezzo alla strada, fra le automobili che passano. I due ragazzi stanno lì un minuto, due minuti, tre minuti senza dir niente.

Fra le persone che sono venute verso Bruno e Antonio, i quali sono distesi sulla strada, ci sono due guardie. La prima guardia vede gli altri due ragazzi, che stanno ancora in mezzo alla strada, e li chiama: «Ragazzi!». Ma i due amici guardano la guardia senza rispondere e senza far niente. La guardia allora va verso i due ragazzi, li prende per la spalle e va con loro verso il marciapiede, mentre l'altra guardia porta Bruno e Antonio sul marciapiede e li mette sul soprabito che un uomo che passava in quel momento si è levato e ha messo sul marciapiede. È un gran soprabito sul quale i due bambini possono stare distesi, l'uno accanto all'altro.

In quel momento si sente un grido: «Aaaah!», e una donna si getta accanto a Bruno. È sua madre, che ha sentito l'automobile fermarsi, è andata alla finestra e ha visto la guardia prendere suo figlio che era disteso in mezzo alla strada e portare prima lui, poi il suo amico sul marciapiede. «Bruno!», ha gridato Teresa Rossi ed è scesa giù nella strada. «Bruno! Figlio mio! Chi ti ha fatto male?», grida la madre. «Signora», dice l'uomo che guidava, «non ho potuto fermare la macchina. Il ragazzo...». Teresa non lo lascia parlare. Essa si getta sull'uomo e gli grida in faccia: «È Lei? È Lei che ha fatto male a mio figlio?». L'uomo non può parlare, tutto quel che può dire è: «Signora... ma io...». E ora le due guardie prendono Teresa per le spalle e le dicono: «Basta, signora, basta! Non poteva fermare la macchina». Teresa allora si getta di nuovo accanto a suo figlio. In quel momento un uomo mette la mano sulla spalla di Teresa e le domanda: «È suo figlio, signora?». Teresa alza la faccia verso quello che ha parlato, senza dir niente. Ma i suoi occhi rispondono per lei. «Io sono dottore», dice l'uomo. In quel momento Bruno apre gli occhi e guarda sua madre, e poi il dottore. Antonio ha già aperto gli occhi un momento fa, ma né lui né Bruno dicono nulla. Il dottore, che si chiama Andrea Forti, domanda a Teresa: «Dove sta, signora?». «Sto in quella casa lì!», risponde la madre. «Bene. Allora», dice il dottore alle guardie, «se mi aiutate, possiamo portare i ragazzi su in casa della signora». «Bene, dottore!», dicono le guardie. Il dottor Forti dice allora al signore che ha messo il suo soprabito sul marciapiede: «Io e Lei portiamo il figlio della signora», poi dice alle guardie: «E voi allora potete portare l'altro ragazzo». «Volentieri, dottore», dicono le guardie; e i quattro uomini portano i due bambini nell'appartamento dei Rossi, dove mettono Bruno sopra il suo letto e Antonio sopra il letto di Pietro.

Le guardie salutano ed escono dall'appartamento, mentre il dottor Forti si siede accanto a Bruno ed esamina la sua gamba sinistra. «Ahi!», dice Bruno, «fa male!».

«Ti fa male la gamba quando l'esamino?», domanda il dottore. «Si!», risponde Bruno, «mi fa molto male! Ahi! Basta! Basta! Ahi!». «Ancora un momentino!», dice il dottore. Poi, quando ha finito di esaminare la gambe di Bruno, dice a Teresa Rossi: «La gamba sinistra è rotta, ma non c'è altro». Poi esamina Antonio. Anche lui si è rotto una gamba: la gamba destra. Quando ha finito di esaminarli tutti e due, il dottore dice: «Ora io vado a casa, ma torno fra una ventina di minuti». «Bene, dottore!», dice la signora Rossi; e il dottor Forti esce dalla stanza. «Potete star soli un momentino?», domanda allora Teresa Rossi, «vado in salotto, e torno subito». «Sì, mammina», risponde Bruno. Teresa allora va in salotto, dove c'è il telefono. Essa deve telefonare alla madre di Antonio. È la signora Beatrice Verdi che viene al telefono, e Teresa le dice: «Signora Verdi... Suo figlio Antonio è qui da noi, in casa nostra... Lui e Bruno sono... a letto tutti e due, e...». Beatrice Verdi non la lascia finire: «A letto? Da voi? A quest'ora? Signora Rossi! cosa c'è? Cos'è successo?». «È successo un incidente: Antonio si è rotto la gamba», dice Teresa, e comincia a raccontare: «È successo un poco tempo fa, nella strada, davanti a casa nostra. Un'automobile...». Ma Beatrice Verdi non la lascia finire e dice: «Vengo subito da Lei! Prendo la macchina di mio marito e sarò lì fra dieci minuti!». «Benissimo, cara signora! L'aspetto!», dice Teresa Rossi e torna dai due ragazzi, che le domandano che cos'ha fatto in salotto. «Ho telefonato alla tua mamma, Antonio. Abbiamo parlato del vostro incidente; la tua mamma viene fra un momento».

Poco tempo dopo, la signora Verdi entra nella camera di Bruno. La prima cosa che essa dice alla signora Rossi è: «Ho telefonato a mio marito, sarà qui fra un momento». Poi la signora Verdi bacia sua figlio e gli dice: «Raccontami quello che ti è successo, Tonio!». E Tonio e Bruno raccontano l'incidente alle due signore, e anche Aldo e Gianni, che ora sono pure loro nella camera, raccontano ciò che han visto.

Tonio: «Io e Aldo eravamo giù nella strada e aspettavamo Bruno...». La signora Verdi: «Aspettavate Bruno?». Tonio: «Sì, per andare insieme al parco, a giocare al pallone. Bruno è sceso giù quando ha visto che eravamo nella strada, ma poi, siccome io non avevo il mio pallone, Bruno è salito di nuovo per prendere il suo». Bruno: «...che tu, Maria, avevi in camera tua, sai?». La signora Verdi: «Perché non avevate il vostro pallone?». Aldo: «Non l'avevamo perché, sai, il nostro è troppo vecchio...». La signora Verdi ride e gli dice: «Parlane al papà, domandagli se ve ne regala un altro!». Poi dice a Tonio: «E poi, cos'avete fatto quando Bruno è sceso col pallone?». Tonio: «Abbiamo... abbiamo visto un'Alfa Romeo!». La signora Verdi: «Un'Alfa Romeo? È quelle che vi ha...». Tonio: «No, no! Quella era un Fiat! L'Alfa Romeo stava accanto al marciapiede. Sai, mamma, era una macchina come quella dei Pignotti.». La signora Verdi: «Ma i Pignotti hanno una Lancia, no?». Tonio: «Ora sì, ma quando io ero piccino avevano un'Alfa Romeo». La signora Verdi: «Quando eri piccino? Ah sì! quando stavamo in via Roma. E allora, dicevi che quell'Alfa Romeo...». Tonio: «Dicevo che era lì, accanto al marciapiede. Siamo stati lì, a guardarla, una diecina di minuti. Poi...». Aldo: «Ora racconto io!». Tonio: «Ma no, Aldo, tu e Gianni non eravate con noi quando abbiamo attraversato la strada! Non so di che cosa parlavi con Gianni in quel momento, ma so che non avete visto l'incidente!». Aldo: «Io parlavo con Gianni del giro che volevamo fare con la macchina di suo cugino, sì, ma abbiamo visto la macchina, e subito dopo eravate distesi in mezzo alla strada». La signora Verdi: «Aldo, lascia parlare tuo fratello! Racconta, Antonio!». Antonio: «Quando abbiamo finito di guardare l'Alfa Romeo, volevamo attraversare la strada perché andavamo al parco, e per andare al parco si deve attraversare la strada». La signora Verdi: «E non avete guardato a sinistra prima di attraversare?». Antonio: «No...». La signora Rossi: «E avete attraversato davanti a un'automobile che stava accanto al marciapiede?». Bruno: «Sì...». Antonio: «Ma sa, signora, non abbiamo neppure sentito che veniva, quella macchina!». Teresa Rossi: «Non avete sentito che veniva? Perché?». Antonio: «Perché ridevamo troppo!». «Ridevate?». Qui ride anche Pietro, e Teresa Rossi gli dice: «Pietro! Come puoi ridere quando c'è tuo fratello con una gamba rotta!». Poi, ad Antonio: «Ma perché ridevate?». «Ridevamo perché... ma, non so... di qualcosa che raccontava Bruno». Pia: «Che cosa raccontavi, Bruno?». «Che cosa raccontavo? Non lo so più neppure io».

Mentre i due ragazzi raccontano il «loro» incidente, due automobili si fermano davanti alla casa dei Rossi. Dalla prima scende il signor Rossi, dall'altra il signor Verdi. Essi sono amici, e il Rossi dice: «Tu qui, Valerio? Vieni a salutarci? Che piacere!». «No, caro amico», risponde Verdi, «non è un piacere questa volta». «Non è un piacere?», domanda il Rossi, «che cosa vuoi dire?». «Non lo sai? Mi ha telefonato mia moglie una mezz'ora fa per dirmi che Antonio è qui da voi. Beatrice dice si è rotto una gamba. E anche Bruno: un incidente, un'automobile che non ha potuto fermarsi, non so...». Rossi: «Un incidente? Presto, vieni!». I due amici salgono in un momento, entrano nell'appartamento e poi nella camera dove Bruno e Antonio sono a letto.

Capitolo quattordici (14): I REGALI DI BRUNO

Prima di mettere i due ragazzi sui letti, Teresa Rossi e il dottor Forti han tolto loro le scarpe e i calzoni. Poi, quando il dottor Forti è uscito, la signora Rossi ha aiutato i due amici a togliersi anche la camicia. Quando è uscito di casa, Bruno aveva una camicia bianca, bella pulita. Ora, la camicia di Bruno è tutta sporca. Anche la camicia di Antonio è sporca, ma meno sporca di quella di Bruno.

Quando Bruno e Antonio si sono tolti la camicia, Teresa Rossi ha dato loro due pigiama; poi ha aiutato i ragazzi metterseli. Bruno si è messo il suo pigiama, mentre Antonio, che è meno grande di Bruno, si è messo il pigiama di Pietro. È un po' piccolo, ma non fa nulla. E quando Carlo Rossi e Valerio Verdi entrano nella camera, trovano i due ragazzi che aspettano nei loro letti il ritorno del dottore. «Bruno! Antonio! Com'è successo?», domandano i due padri entrando in camera. «È successo così...», rispondono i due amici e raccontano per la terza volta il «loro» incidente. Quando han finito di raccontare, suona il campanello. È il dottor Forti. Egli ha detto, uscendo da casa Rossi: «Torno fra una ventina di minuti», ed egli torna una mezz'oretta dopo.

Alla madre di Antonio, il dottor Forti dice: «Non è nulla, cara signora! Fra un paio di settimane Suo figlio e il suo amico potranno già alzarsi e camminare un poco in casa, e fra un mesetto potranno correre e giocare come prima». «Molte grazie, dottore!», dice la signora Verdi. Il dottor Forti, intanto che parla la signora Verdi, esamina ancora una volta le gambe rotte dei due ragazzi. Poi apre la piccola valigia che un medico ha sempre con sé. Bruno ha già detto molte volte ai suoi genitori: «Quando sarò grande, voglio essere medico!». E ora, vedendo la valigetta del dottor Forti, egli dice: «Sa, dottore? anch'io voglio fare il medico quando sarò grande». «Bravo!», gli dice il dottor Forti. E il padre di Antonio allora racconta che anche lui una volta voleva fare il medico. «Quando uno è giovane, dice sempre: Io farò questo, io farò quello! Ma non sempre si può fare ciò che si vuole, e perciò oggi non sono medico». Intanto che gli altri parlano il dottor Andrea Forti ha finito; egli chiude la sua valigetta e dice alle due madri: «Per oggi basta!». Teresa Rossi: «Quando tornerà, dottore?». «Tornerò fra una settimana per vedere come stanno i ragazzi. Intanto, devono rimanere a letto». «Ma dottore», dice la signora Verdi, «Antonio non può rimanere qua; noi stiamo in via Como. Abbiamo la macchina qua nella strada; non possiamo portare Antonio giù in macchina e tornare a case?». «Sì, signora, può farlo», risponde il dottor Forti. Poi dice «arrivederci» e se ne va. Ma prima di andarsene, va in bagno a lavarsi le mani.

Quando il dottor Forti se n'è andato, la signora Verdi aiuta suo figlio a togliersi il pigiama di Pietro e a mettersi una camicia pulita—pure di Pietro—e i suoi calzoni. Poi, i signori Rossi e Verdi lo sollevano dal letto e lo portano giù, nella macchina di Verdi. I due uomini sono forti: i quaranta chili di Antonio non sono nulla per loro. Quando il signor Rossi era giovane, egli poteva sollevare trenta chili, con un braccio solo, e con le due braccia poteva sollevare più di settanta chili. Era molto forte Carlo Rossi da giovane! Ma anche ora è forte per la sua età, e verdi non è meno forte di lui.

La sera vengono altri amici a vedere Bruno, e viene pure la famiglia Rossi—il nonno e la nonna, lo zio Alberto, lo zio Rodolfo e la zia Emilia. Tutti hanno qualcosa per Bruno. Il regalo dei nonni è il più bello di tutti. Essi regalano a Bruno un bellissimo libro. È un libro in cui si parla dell'Africa, dell'America e delle altre parti del mondo. «Grazie, nonnino! Grazie, nonnina!», dice Bruno e sorride contento. Anche i nonni sorridono al loro nipote. Essi vogliono bene a tutti i loro nipoti, ma a Brunetto vogliono ancora più bene che agli altri, ed egli riceve ogni anno molti regali dai nonni. Chi sa perché! Forse perché Bruno è «il primo» (Bruno è nato due anni prima di Maria e cinque anni prima di Pietro), o forse perché ha gli stessi begli della zia Emilia, a cui i nonni vogliono molto bene.

«Hai visto, Pietro», dice Bruno a suo fratello, «cosa ho ricevuto dalla nonna e dal nonno? Un libro sui paesi di tutto il mondo!». «Me lo fai vedere?», domanda Pietro. «Volentieri, però non devi sporcarlo!», risponde Bruno prima di dare il libro a Pietro. «Lavati le mani, Pietro!», dice Maria, «se no lo sporchi!». «Ma io ho le mani pulite!», dice Pietro. «No che non sono pulite, le tue mani!». «Sì che son pulite!». «No; perché tornando da scuola, non ti sei lavato. Fammele vedere, quelle mani!». Pietro non vuole far vedere le mani a sua sorella, ma poi gliele mostra. Quando Maria vede le mani di suo fratello, dice: «Mamma mia! Corri a lavartele subito, se no chiamo la mamma!». Pietro alza le spalle dicendo: «Queste ragazze!», però va in bagno e si lava le mani. Poi torna in camera e dice a Bruno: «Ora me lo fai vedere, il libro che ti han dato i nonni?». Bruno ride e gli dà il libro.

La zia Emilia regala a Bruno un bellissimo mazzo di carte. Bruno, Pietro e Maria giocano spesso a carte, soli o con altri bambini. Quando fuori c'è il sole, essi vanno al parco, ma quando piove, essi giocano spesso a carte. In primavera e d'estate a Roma piove poco, ma d'inverno piove spesso. Anche in autunno piove, ma meno spesso che d'inverno.

Lo zio Alberto regala a Bruno una macchina fotografica. Non è una macchina molto cara, ma quando Bruno la vede, egli spalanca la bocca e gli occhi, e dimentica di dire grazie. E rimane lì, con la bocca spalancata, fino a che sua sorella Maria gli dice ridendo: «Bruno! Perché spalanchi gli occhi in quel modo? Non hai mai visto una macchina fotografica?». «Sì che ne ho visto molte!», le risponde Bruno, «ma non ne ho mai avuto una!». «Allora, adesso che ne hai una, vuoi fare il fotografo? Prima, quando c'era il dottore, volevi fare il medico», dice Maria. «Non si può forse fare il medico e fotografare nello stesso tempo?», domanda Bruno, mentre guarda il regalo dello zio Alberto. Lo zio sorride e dice al nipote: «Sono molto contento di vedere che ti piace il mio regalo». Allora, ma solo allora, Bruno abbraccia lo zio dicendo: «Grazie, zio Alberto! Son tanto, tanto contento, sai?». E anche lo zio abbraccia sorridendo il suo nipotino.

L'ultimo regalo è quello dello zio Rodolfo. Lo zio Rodolfo sapeva quello che aveva comprato Alberto per il nipote, e perciò egli ha comprato per Bruno un bellissimo album per fotografie. Dando il suo regalo a Bruno, egli gli dice: «Quando avrai delle belle fotografie, le metterai in quest'album. Così potrai farle vedere a tutti i tuoi amici». «Grazie, zio Rodolfo!», dice il ragazzo, «ora sì che sono un fotografo! Hai visto, Maria?». «Che cos'è? Un album per le fotografie che non hai ancora?», domanda Maria. «È un album per le fotografie che avrò quando potrò uscire di casa!». Pia, che non ha ancora detto nulla: «Quando io e Pietruccio saremo grandi, mammina, avremo delle macchine fotografiche anche noi?». Teresa Rossi: «Quando sarete più grandi, forse ne avrete una anche voi due». Pietro: «Una sola per noi due?». Bruno: «Sai, mamma, quando Pietro e Pia avranno l'età di avere una macchina fotografica, io darò loro la mia». Teresa Rossi: «Darai loro la tua? Ma allora non l'avrai più tu». Bruno: «Sì che ne avrò una!». Teresa Rossi: «Quale?». Bruno ridendo: «Quella che mi darà il papà quando sarò grande!». Teresa Rossi: «E chi ti dice che il papà ti darà un'altra macchina quando sarai grande?». Bruno: «Lo dico io!». «Ma», dice la signora Rossi ridendo, «chi sa?».

Pietro, ora, domanda: «Me la fai vedere la macchina, Bruno?». «Sì; però non devi lasciarla cadere per terra! Se la lasci cadere per terra, non so cosa faccio, sai?». «Ma io non lascio cadere per terra!», dice Pietro, e prende la macchina. «Com'è bella!», dice, e poi: «Zio Alberto, se io mi rompo una gamba anch'io, regali una macchina fotografica anche a me?». «Se ti rompi una gamba anche tu?», dice lo zio, «ma chi ti dice che devi romperti una gamba per avere una macchina? Non ci si rompe mica le gambe così, per piacere, sai? La mamma te l'ha detto: quando sarai più grande, avrai una macchina anche tu». Pietro: «Quand'è che sarò grande?». Alberto Rossi: «ma... fra sei o sette anni, forse». Pietro: «Devo aspettare sette anni prima di avere una macchina fotografica anch'io?». «Vedrai che alla tua età il tempo passa presto!», dice lo zio Alberto.

Bruno intanto guarda la sua macchina fotografica e dice: «Sai dove andrò, mamma, quando potrò camminare di nuovo?». Teresa Rossi: «No, Bruno. Dove andrai?». Bruno: «Andrò insieme con Antonio per tutte le vie di Roma e farò mille fotografie! Poi metterò le più belle nel mio album». Pietro e Pia: «Ci andremo anche noi, Bruno!». Bruno: «No; ci andrete forse, ma non con noi». Pietro e Pia: «E perché no?». Bruno: «Perché siete ancora troppo piccoli». Pietro: «No che non siamo piccoli, noi!». Teresa Rossi: «Basta, Pietro! Ora, usciamo tutti dalla camera, Bruno deve dormire un'oretta o due prima di cena». Bruno: «Ma io non voglio dormire!». Teresa Rossi: «L'ha detto il dottore, Bruno!». Allora Bruno non dice più niente, e quando rimane solo guarda ancora un po' i suoi regali, ma cinque minuti dopo chiude gli occhi, e poco dopo dorme.

Capitolo quindici (15): BRUNO PUÒ ALZARSI

Oggi è il 26 (ventisei) maggio. Sono passati quindici giorni dal giorno dell'incidente. Bruno è a letto da quindici giorni. Il dottor Forti gli aveva detto: «Fra un paio di settimane potrai cominciare ad alzarti». Dunque, il quindicesimo giorno Bruno dice a sua madre: «Oggi mi alzo, mammina, no?». «Non so. Quando verrà il dottore, vedremo». «E a che ora viene il dottore? Non mi farà mica aspettare tutto il giorno, no?». «Il dottor Forti verrà verso le due». «Così tardi! Se il dottore verrà alle due, io non sarò alzato prima delle tre! Perché non gli hai detto di venire prima, mamma?». «Ma Bruno, il dottor Forti ha mille altre cose da fare e cento altre persone da vedere! Come si può dirgli che deve venire da noi prima di andare dagli altri?». «Ma io sono a letto da quindici giorni e non posso più aspettare!». «Bruno! Basta adesso! Ora io vado in cucina dall'Amelia e tu, intanto, sta a letto da bravo! Va bene?». «Va bene, mammina», dice Bruno che, quando vuole, è un bravo ragazzo.

Verso le due il dottor Forti entra nella camera di Bruno. «Buon giorno, dottore!», dice Bruno, «oggi posso cominciare ad alzarmi, no?». Il dottor Forti: «Forse sì». Bruno: «Ma dottore, l'ha detto Lei due settimane fa». Il dottor Forti: «Ora vedremo. Mostrami un po' questa gamba! Così... bravo...», e mentre parla esamina la gamba di Bruno. Quando ha finito, Bruno gli domanda di nuovo: «Allora, dottore, posso alzarmi?». Il dottore sorride e risponde: «Sì, puoi alzarti, giovanotto!». «Mamma! Hai sentito? Voglio alzarmi subito!». «Aspetta un momentino, Bruno!». «Ma cosa devo aspettare? Io voglio alzarmi subito subito!». Il dottor Forti dice ridendo: «Non credo che potrai alzarti subito». Bruno: «E io sì, credo che potrò alzarmi subito, se lo voglio!». Il dottor Forti: Caro Bruno, tu sei a letto de due settimane, e hai le gambe molto, molto deboli».

Bruno mette i piedi fuori dal letto e prova ad alzarsi, ma, come ha detto il dottore, le sue gambe sono così deboli che egli non può stare in piedi. «Hai visto?», gli dice il dottore, «hai le gambe ancora troppo deboli, caro mio! Devi chiedere alla mamma di aiutarti un po'!». «Ma perché non posso stare in piedi?». «Te l'ho detto: perché hai i muscoli troppo deboli», risponde il dottor Forti, e aggiunge: «ma alla tua età non fa nulla, fra due settimane sarai più forte di prima. Però oggi, non provare a stare in piedi da solo!». Poi il medico si siede su una sedia e dice: «Vediamo un po'... dove ho messo la mia penna?». «Non l'ha in tasca?», domanda Bruno. «In tasca? No, no; no ce l'ho. Ah! è qui!». La penna era nella valigetta del dottor Forti, e ora egli scrive una ricetta per Bruno. «Ora, signora Rossi, scrivo una ricetta per Suo figlio, e Lei gli farà prendere tre cucchiai al giorno di questa medicina». «Una medicina?», dice Bruno, «a me le medicine non piacciono». «Sì, ma credo che questa ti piacerà! È una medicina che piace a tutti i ragazzi che la prendono». Bruno pensa (ma non lo dice) che il dottore dice a tutti la stessa cosa.

Quando il dottore se n'è andato, la mamma aiuta Bruno ad alzarsi e a vestirsi, poi dice: «Ora io e l'Amelia ti aiuteremo ad andare in salotto». Bruno: «No, non aiutarmi! Voglio provare ad andarci da solo». «Va bene! Prova!», dice la signora Rossi. Bruno prova a stare in piede e ad andare in salotto da solo, ma dopo il primo passo egli dice: «Non posso. Cado!». Ma sua madre e l'Amelia lo aiutano, e così, a piccoli passi, le due donne e il ragazzo vanno in salotto, dove Bruno si siede in una poltrona. Quando egli si è seduto nella poltrona, la mamma mette un tavolino accanto a lui, e la Pia—gli altri bambini sono ancora a scuola—gli domanda se vuole giocare a carte. «Con te?», le domanda Bruno, «ma tu non sai giocare a carte!». «No, ma tu me lo puoi insegnare!», dice la Pia, a cui non solo Bruno, ma anche Pietro e Maria han detto più di una volta: «Un giorno ti insegneremo a giocare a carte!». Essa aggiunge perciò: «Mi dite sempre che mi insegnerete a giocare a carte, ma non me lo insegnate mai». Bruno: «Bene, siccome oggi siamo soli, te lo insegnerò io! Prendi una sedia e siediti qua accanto a me!».

Siccome Pia ha visto spesso i suoi fratelli e sua sorella giocare a carte, dopo un mezz'oretta dice a Bruno: «Adesso non dirmi più quello che devo fare! Voglio trovarlo da me». Bruno aspetta un po', mentre la Pia pensa; poi vuole aiutarla, ma la Pia gli dice: «Non dir nulla! Vedrai che troverò da me sola quello che devo fare». E Pia pensa ancora un po', poi dice: «Ho trovato!», e getta sul tavolino davanti a Bruno cinque carte. Bruno le guarda, poi mostra le sue carte alla sua sorellina e le dice: «Ma brava, hai vinto tu questa volta! Le tua carte sono molto migliori delle mie. Sai giocare meglio di Pietro e della Maria!». La Pia sorride ed è molto contenta di sé.

Un'ora dopo, quando la mamma viene a domandare a Bruno se vuole stare ancora una mezz'oretta in poltrona o se è stanco, la Pia le dice: «Mammina, sai che io so giocare a carte meglio di Pietro e della Maria?». «Ma brava!», dice la mamma, «ti ha insegnato Bruno?». «Sì, e sai quante volte ho vinto io?». «Ma... non lo so», risponde Teresa Rossi. Ma la Pia ripete: «Indovina quante volte ho vinto! Prova a indovinarlo!». «Come faccio a indovinarlo?», dice la mamma, poi aggiunge: «Dimmi quante volte avete giocato, allora proverò a indovinare quante volte ha vinto Bruno e quante volte hai vinto tu». «Abbiamo giocato dodici volte», dice la Pia. «Allora... vediamo un po'... hai vinto quattro volte tu e ha vinto otto volte Bruno». «No, non hai indovinato! Prova ancora una volta!». «Allora, vediamo... sei volte tu e sei volte Bruno». «No! Ho vinto sette volte io, e Bruno ha vinto solo cinque volte!». «Ma allora tu sei più brava anche di Bruno! Come hai fatto a vincere tante volte?». «È perché Bruno oggi è stanco e gioca meno bene degli altri giorni. Gli altri giorni, quando gioca con Pietro e Maria, vince sempre lui». Bruno, rispondendo alla domanda della mamma se vuole rimanere ancora un po' in poltrona, dice che è troppo stanco e chiede alla mamma di aiutarlo a tornare a letto.

Capitolo sedici (16): DOMANI ANDIAMO A PISA

La mattina seguente, verso le dieci, la Pia entra correndo nella camera di Bruno e dice: «Bruno! Bruno! Sai cosa?». Bruno: «No; come faccio a saperlo? Non sono ancora uscito di camera, oggi». Pia: «Domani andiamo a Pisa dalla zia Giovanna». (La zia Giovanna è la sorella di Teresa Rossi e sta a Pisa col marito e col figlio Giorgio di vent'anni). Bruno: «Che dici? A Pisa? Chi è che ci va?». Pia: «Io, tu, la mamma e Antonio». Bruno: «Io, tu, la mamma e Antonio? Bellissimo! Antonio non è mai stato a Pisa. Ma ... come fai a saperlo?». Pia: «Ho sentito la mamma che lo diceva al telefono alla signora Verdi».

Bruno, sentendo quello che gli dice sua sorella, è molto contento. E prima dice soltanto: «Bello! Bellissimo!», poi domanda: «E papà? E Maria? E Pietro? Li lasciamo a Roma? Non vengono con noi?». La Pia risponde: «Eh? no! Non possono mica venire con noi! Se papà viene con noi deve tornare a Roma ogni giorno, e Pietro e Maria devono andare a scuola, no? E non si può mica andare da Pisa a Roma ogni giorno!». Bruno: «Ah sì, non pensavo alla scuola ...». Pia: «Eh, caro mio! Non possono mica tutti rompersi le gambe per far vacanza in maggio!». Bruno: «Eh, cara mia! Anche se faccio un mese e mezzo di vacanza, non crederai mica che son contento di essermi rotto la gamba?». La Pia dice sorridendo: «Chissà? Molto, molto scontento non lo sei neppure. Non sei stato contento quand'è successo l'incidente, ma oggi ...».

In quel momento entra in camera la signora Rossi. «Bruno, Pia», dice ella, «avete voglia di andare a Pisa dalla zia Giovanna per un paio di settimane?». Bruno e Pia non rispondono subito, non sapendo che dire. Poi si guardano ridendo, e Teresa Rossi indovina perché ridono: mentre parlava al telefono con la signora Verdi, ella ha sentito la Pia entrare in sala e uscire di nuovo. Perciò dice: «Bene! Se lo sapete già vi dirò soltanto che partiamo da Roma domani, subito dopo pranzo. Così saremo a Pisa verso sera, andremo subito a cena, e poi potremo fare un giretto prima di coricarci». Bruno: «La Pia dice che ci viene anche Antonio, a Pisa». Teresa Rossi: «Sì, Antonio viene con noi anche lui».

Poco dopo, la signora Rossi esce dalla camera di Bruno e va a telefonare a suo marito. «Carluccio», dice, «ho parlato con la signora Verdi. Ha detto che lascia volentieri Antonio venire con noi al mare dalla Giovanna». A ciò Carlo Rossi risponde: «Benissimo, cara! Quando avete pensato di partire?». Teresa: «Domani, dopo pranzo. Se prenderemo il treno che parte da Roma verso le due arriveremo a Pisa verso le sei. Potremo fare un giretto dopo cena e poi andremo a coricarci». Carlo: «Allora, se vuoi vado alla stazione a prendere i biglietti». Teresa: «Bravo, vacci tu! Io non credo che avrò tempo. Sai, ci son sempre tante cose da fare prima di partire». Carlo: «E Amelia, la lasci qui a Roma o la prendi con te?». Teresa: «La lascio con te. Giovanna ha una donna bravissima, e poi non posso mica lasciarvi soli in città, te e i due bambini!». Carlo: «I due bambini?». Teresa: «Sì, Pietro e Maria». Carlo: «Ah, sì! Dimenticavo che devono andare a scuola!». Poi ride e aggiunge: «Divento vecchio, Teresina. Non mi ricordavo più che ho due figli che vanno a scuola!». Anche Teresa Rossi ride e dice: «No, Carluccio, non diventi vecchio, ma hai troppo da fare e sei stanco. Sai cosa? Perché non vieni anche tu al mare per qualche giorno insieme a noi?». Carlo: «Adesso? No, Teresa, adesso non posso lasciare Roma. In questo momento ho troppo da fare, ma fra un mesetto, sì, potrò andarmene per qualche giorno. Ora no». Teresa: «E un gran peccato! Ma se non puoi non c'è nulla da fare. Allora compra soltanto quattro biglietti: tre per noi e uno per il piccolo Verdi». Carlo: «Va bene!». Poi aggiunge ridendo: «Proverò a ricordarmelo!». Anche Teresa ride e dice: «Ciao, Carlo! E non tornare troppo tardi!». Carlo: «Va bene! Ciao, Teresina!».

Prima di tornare a casa, quel giorno, il signor Rossi si reca alla stazione Termini per comprare i biglietti. Quando Carlo Rossi arriva alla stazione, c'è molta gente davanti agli sportelli. Egli deve perciò aspettare cinque o sei minuti prima di poter comprare i biglietti. Quando arriva davanti allo sportello, l'impiegato gli domanda: «Dove vuole andare?». Carlo Rossi: «A Pisa». L'impiegato: «Quanti?». Carlo Rossi: «Tre, e una bambina di cinque anni». L'impiegato: «Se ha cinque anni paga mezzo biglietto». Poi, l'impiegato domanda: «Andata sola o andata e ritorno?». Carlo Rossi: «Andata e ritorno, per favore. Quanto fa?». L'impiegato: «Fa quindicimila trecentotrenta (15.330)». Carlo Rossi: «Soltanto? Ma ... che classe mi ha dato?». L'impiegato: «Le ho dato tre biglietti e mezzo di seconda classe. In che classe vuole andare?». Carlo Rossi: «In prima». L'impiegato: «Non me l'aveva mica detto. Allora fa ventisettemila seicentocinquanta (27.650) lire. Ecco i Suoi biglietti!», dice l'impiegato porgendo i biglietti a Rossi. «Grazie! Ed ecco trentamila lire!», dice Rossi e porge all'impiegato tre biglietti da diecimila lire. L'impiegato: «Grazie. Duemila trecentocinquanta a Lei». Carlo Rossi prende i biglietti e li mette in tasca con i soldi che gli porge l'impiegato.

Quando Carlo Rossi torna a casa, Bruno e Pia gridano: «Ecco papà!», e gli domandano: «Sei stato alla stazione? Hai i biglietti?». «Sì, sì!», risponde Rossi. Durante la cena e dopo cena si parla soltanto del mare, di vacanze e della zia Giovanna, fino a quando la signora Rossi dice a Pietro e alla Pia: «Adesso è ora di coricarvi, bambini!». «Di già?», dicono i due, ed aggiungono: «Che peccato!». Un'ora dopo vanno a letto anche Bruno e Maria, dicendo anche loro: «Di già? Che peccato! Stavamo così bene qui».

Capitolo diciassette (17): IL SOGNO DI BRUNO

Quando Bruno apre gli occhi il giorno dopo, la prima cosa che pensa è: «Oggi si va a Pisa! Oggi io, la Pia, la mamma e Antonio andiamo a Pisa!». Il suo pensiero seguente è che deve alzarsi presto presto per essere vestito in tempo. Ma quando guarda l'orologio, vede che sono soltanto le sei. Se si alzerà a quell'ora, sveglierà tutta la famiglia. Non c'è dunque altro da fare che aspettare un'altra ora prima di alzarsi.

Bruno, svegliandosi, era coricato sul lato sinistro. Ora si volta sull'altro lato e si mette a pensare a ciò che farà al mare con l'amico Antonio. Prima ad occhi aperti, ma poi, a poco a poco, i suoi occhi si chiudono da soli, egli smette di pensare e ... si addormenta di nuovo. Un'ora dopo, egli è svegliato da Pietro, che è stato svegliato dal sole poco fa, e adesso grida: «Bruno! Dormi ancora? Svegliati, è ora di alzarsi! Oggi si va a Pisa. Bruno!». Bruno si sveglia a poco a poco, e dice: «Perché gridi? Lo so benissimo che oggi si va a Pisa. Ero sveglio prima di te, sai?». «E allora perché non mi hai risposto prima, quando ti ho chiamato? Ti chiamo da almeno cinque minuti». «Almeno? Non è vero, perché io sono sveglio da almeno dieci minuti!». «Sì, è vero, perché tu quando mi sono svegliato dormivi ancora, e io mi sono svegliato sette o otto minuti fa». «Va bene, va bene!», dice Bruno, «ma ora, se non stai zitto e se non smetti di gridare in quel modo, io non ti racconto quello che ho sognato mentre dormivo». Allora sto zitto. Racconta!», dice Pietro; e Bruno si mette a raccontare ciò che ha sognato.

Eravamo arrivati alla stazione di Pisa ed eravamo usciti sulla piazza per trovare una macchina per andare a Marina di Pisa, dalla zia Giovanna. A un tratto la mamma ha gridato, guardando a destra e a sinistra: «La terza valigia! Dov'è la terza valigia?». Era quella bruna, sai? Quando abbiamo sentito la mamma domandare dov'era la valigia, noi, prima, siamo rimasti fermi lì, davanti alla stazione, senza dire né fare nulla. Ma poi Antonio ha detto che forse avevamo dimenticato la valigia in treno. «Sì!», ho detto io, «deve essere rimasta nello scompartimento. Corro a prenderla!». La mamma voleva fermarmi, dicendomi che anche se trovavo la valigia, non potevo portarla da solo. Ma io, senza sentire quello che diceva, e gridando: «Torno fra un momento!», mi sono messo a correre. Sono entrato correndo nella stazione, ed ho trovato subito la carrozza con la quale eravamo arrivati. Son salito nella carrozza ed ho cominciato a cercare il nostro scompartimento.

A un tratto ho visto davanti a me un uomo che usciva da uno scompartimento con in mano la nostra valigia bruna! Io allora ho gridato: «Ehi! Lei! quella valigia è nostra!». L'uomo si è voltato verso di me, ma invece di rispondermi si è messo a correre. Allora mi sono messo a correre anch'io, inseguendo l'uomo che aveva rubato la nostra valigia. Il ladro non si è fermato neppure quando mi ha sentito gridare; è sceso dalla carrozza ed ha cominciato a correre verso l'uscita della stazione. Inseguendolo, anch'io sono sceso in un salto dalla carrozza e mi son messo a gridare: «Al ladro! Al ladro! Fermatelo! Ha rubato la nostra valigia!». Anche dell'altra gente, sentendomi gridare, si è messa ad inseguire il ladro, provando a fermarlo e gridando: «Al ladro! Ha rubato una valigia!». Ma il ladro correva più presto di tutti gli altri, e la gente non poteva fermarlo. Così egli è arrivato fino all'uscita della stazione. Sempre correndo è uscito sulla piazza, ed io sempre dietro. Ma lì, in mezzo alla piazza, è stato fermato da una guardia che, vedendo tutta quella gente che usciva gridando dalla stazione, ha gridato al ladro: «Fermo!», e così l'ha fermato. Quando sono arrivato accanto a lui, che si era fermato in mezzo alla piazza, ho detto alla guardia che quell'uomo ci aveva rubato la valigia. L'uomo ha provato a dir di no. «Non è vero: la valigia è mia!», diceva. Ma io ho detto alla guardia: «Lei lo può domandare alla mia mamma che aspetta lì, con mia sorella e col mio amico, accanto alle altre valige nostre. Le dirà lei se è nostra!». «Andiamo!», ha detto allora la guardia. Ma l'uomo, che sapeva benissimo che la valigia non era sua, non aveva molta voglia di parlare con la mamma. Prima dunque ha detto: «Va bene! Come vuole Lei», ed è venuto con noi. Poi, a un tratto, si è fermato, ha lasciato la valigia, si è voltato, e si è messo di nuovo a correre. Questa volta però è stato subito inseguito dalla gente che era lì.

La guardia prima è rimasta ferma, non sapendo se doveva correre dietro al ladro o portare la valigia alla mamma. Poi, ha preso la valigia ed è venuta con me verso la mamma e gli altri due, che avevano visto tutto.

«E il ladro?», domanda Pietro. «Il ladro», comincia Bruno, «a è stato fermato dalla gente che lo inseguiva, e ...». Ma in quel momento entra la mamma, la quale, sentendo parlare di ladri, domanda: «Che ladro? Che cosa stai raccontando?». Bruno risponde: «Sto raccontando quello che è successo quando siamo arrivati a Pisa». Sua madre lo guarda negli occhi, poi gli domanda se sta male. Bruno si mette a ridere, ed è Pietro che risponde per lui: «No, mamma, non sta mica male Bruno. Sta soltanto raccontando ciò che ha sognato stanotte». «Ah, se è soltanto un sogno ...», dice allora Teresa Rossi, ed esce di nuovo, dopo aver detto ai ragazzi: «Adesso alzatevi, ragazzi!». Essa ha ancora molto da fare. Così Bruno, alzandosi e vestendosi, può finire di raccontare a Pietro il suo sogno.

Capitolo diciotto (18): IL VIAGGIO

Poco dopo il pranzo, Teresa Rossi e i due bambini prendono un tassì per andare alla stazione Termini. «Dovete andarci da soli», ha detto Carlo Rossi, che oggi non ha tempo di portare sua moglie e i bambini alla stazione. Lì devono incontrarsi con Antonio Verdi e sua madre. E le prime persone che vedono Bruno e Pia, entrando nella stazione, sono Antonio e la signora Verdi.

«Ciao, Antonio!», gridano Bruno e Pia, correndo verso l'amico. Le due signore si salutano, e tutti e cinque vanno verso il treno che già aspetta sul binario. Due facchini li seguono, portando le loro valige. Il facchino dei Verdi ne porta una sola, ma grande, mentre il facchino dei Rossi ne porta una grande e due piccole, una delle quali è bruna.

Nel treno per Pisa, fermo sul binario, i Rossi trovano uno scompartimento vuoto, dove i facchini mettono le valige. Le signore pagano i facchini, che escono dallo scompartimento ringraziandole. Quando i facchini sono usciti, la Pia dice che vuol sedersi accanto al finestrino. «Anch'io!», dice Bruno. «Anch'io!», dice Antonio. «Come facciamo, allora?», dicono tutti e tre insieme. «Cosa c'è adesso?», domanda la signora Rossi. «Non sappiamo dove sederci», le rispondono i ragazzi. «Due ragazzi grandi che non sanno dove sedersi? Bruno, tu sei il più grande, no?». «Sì, mamma, ma, ma ...». «E sai bene che Antonio è il tuo invitato, no?». «Sì, lo so, ma ...». «Allora sai pure che i due posti accanto al finestrino li devi lasciare a Pia e ad Antonio». «Sì, mamma», dice Bruno sedendosi accanto a sua madre. La Pia ed Antonio si mettono accanto al finestrino.

Allora le signore si dicono «arrivederci», e la signora Verdi dice a suo figlio: «Ora io ti lascio, Tonino. Mi devi promettere che sarai un bravo ragazzo». «Sì, mammina, te lo prometto!», dice Antonio, e abbraccia la mamma. Poi torna al finestrino, dove i tre amici si mettono a guardare la gente che passa, la gente agli altri finestrini, i facchini che vanno su e giù con le valige, tutti e tutto. La signora Verdi scende dalla carrozza e cinque minuti dopo, alle due e dieci, il treno lascia la stazione. La signora Rossi chiude il finestrino e i bambini si siedono di nuovo ai loro posti.

Un momento prima della partenza del treno, un signore era entrato nello scompartimento, ed ora si siede in un angolo dicendo: «Ancora un po', e il treno partiva senza di me. Mi avevano detto che la partenza era alle due e un quarto, ed io credevo, arrivando alle due e dieci, di arrivare in tempo. Invece, sono arrivato all'ultimo momento. Se il treno partiva un mezzo minuto prima, io rimanevo a Roma!». «Va a Pisa anche Lei?», gli domanda la signora Rossi. «No, io vado solo fino a Livorno», risponde l'uomo e aggiunge ridendo: «Proverò a ricordarmelo!». Anche Teresa ride e dice che lei non è più tanto giovane quanto crede quel signore; lei non è più tanto giovane quanto crede quel signore.

Un momento dopo, Bruno dice: «Sai, mamma, è necessario anche mangiare, con questo caldo». «Oh, poveretti!», dice sua madre, «ora vi do una tavoletta di cioccolata per uno». Poi si alza e vuol prendere una delle valige piccole. «Posso aiutarLa, signora?», domanda il signore. Ma in quel momento la valigia gli cade sulla testa e il bicchiere di birra che tiene in mano gli cade sui calzoni. «Oh!», esclama la povera signora Rossi, «La prego di scusarmi!». Poi aggiunge: «Spero di non averLe fatto male alla testa». «No, no, signora! Sono io che Le chiedo scusa, perché dovevo aiutarLa senza chiederGlielo prima». «Posso darLe un'arancia?», dice allora Teresa. «La mangerò con grandissimo piacere quando ho finito la mia birra», dice il signore, e Teresa dà una tavoletta di cioccolata per uno ai bambini, poi dà una bella arancia al signore e ne prende una lei stessa.

E così, mangiando, bevendo e parlando, passa ancora un'ora e mezzo, e alle sei, quasi quattro ore dopo la partenza da Roma, il treno entra nella stazione di Livorno. Il signore dice: «ArrivederLa, signora. È stato un gran piacere». Poi dice: «Arrivederci, giovinotti! Arrivederci, piccina! Buon viaggio!». Teresa Rossi ed i bambini gli rispondono: «Grazie. Arrivederci, signore!». Il signore allora sorride e dice che anche lui è stato ragazzo, che non fa niente, e che a una signora così bella si può scusare tutto! E così i Rossi ed Antonio escono dalla stazione.

Nella piazza davanti alla stazione, essi prendono un tassì per andare a Marina di Pisa, dove la sorella di Teresa li aspetta col figlio Giorgio. Essa sta a Pisa, ma d'estate va al mare, in una piccola casa a una diecina di chilometri dalla città.

Capitolo diciannove (19): UN BAGNO CHE FINISCE MALE

Il giorno dopo, i due ragazzi si alzano ai primi raggi del sole. Sono le cinque, tutti gli altri dormono ancora, nessuno è sveglio. Alzati e vestiti, i due ragazzi escono di casa senza svegliare nessuno. Usciti di casa, essi vanno verso il mare, camminando in fretta, senza parlare. Vogliono essere i primi a vedere il mare, e poi vogliono fare il primo bagno dell'anno. La signora Rossi non deve saperlo; essa non permette mai ai bambini di andare in mare da soli. Bruno nuota molto bene, ma sua madre non gli permette di nuotare da solo dove l'acqua è alta. Per arrivare al mare i ragazzi devono fare un centinaio di metri prima di vedere l'acqua.

Bruno fa il bagno, ma non è mai stato in mare da solo. Stamattina, per la prima volta, egli è solo, e non sa che cosa fare. Antonio è con lui, ma anche lui non sa che cosa fare. I due ragazzi camminano in fretta verso il mare, e dopo un momento vedono una piccola via a sinistra. Voltare a sinistra e di entrare in una piccola via nella quale, in una piccola casa bianca, sta una vecchia signora sola, la signora Filomena. Questa signora ha un grossissimo cane che di notte sta in casa, ma di giorno sta nel giardino o fuori, davanti alla casa. Il cane si chiama Cesare.

Entrando nella piccola via, stamattina, la prima cosa che vedono i ragazzi è che Cesare è già uscito dal giardino ed è ora sdraiato al sole sul marciapiede. I due amici si fermano, Bruno si volta verso Antonio e gli domanda: «Prendiamo un'altra strada?». Antonio: «Perché?». Bruno, mostrando il cane: «Ma ... c'è Cesare». Antonio: «Cesare?». Bruno: «Sì, quel cane che sta sdraiato lì, davanti al giardino». Antonio: «E allora? Non vuoi passargli davanti? Hai forse paura?». Bruno: «Io? No che non ho paura di Cesare». Antonio: «Allora?». Bruno: «Eh, pensavo che forse ne avevi paura tu». Antonio: «Io? Non farmi ridere!». Bruno: «Ma ... allora andiamo!».

Cesare fa paura ai due ragazzi, ma essi non vogliono dirlo, e vanno a piccoli passi verso il cane. Quando sono a una diecina di metri, Cesare alza la testa e li guarda. «Bravo Cesare, bravo ...», dice Bruno, provando a far credere al cane che lui non ha paura. Ma Cesare si alza da terra e fa un passo verso i due ragazzi. Quelli si fermano e pensano già di correre verso casa, ma Cesare, avendo sentito qualcosa, volta la testa verso il giardino, e torna in casa.

Cinque minuti dopo, i ragazzi arrivano in riva al mare. La spiaggia è tutta per loro: non si vede nessuno, sono soli. I due amici corrono verso l'acqua verde e fredda, si tolgono le scarpe e i calzini ed entrano in acqua. È molto fredda, e i ragazzi ne escono dopo un momento, ridendo e facendo: «brrr! ...». «È fredda, non trovi?», dice Antonio. «Sì, è freddolina», risponde Bruno. «Questo bagno, hai ancora voglia di farlo, tu?», domanda allora Antonio. Bruno non ne ha più voglia, ma davanti all'amico non può e non vuole dire che l'acqua fredda non gli piace. Perciò risponde: «Perché no? Perché l'acqua è freddolina? Hai forse paura dell'acqua fredda, tu?». «Paura dell'acqua fredda, io? Non sono mica una bambina. Ci spogliamo?». «Spogliamoci!». Un momento dopo, i due si sono tolti i calzoni, la camicia e la maglia, e rimangono in mutandine da bagno. «Che freddo!», dice Antonio. «Sì, corriamo!», esclama Bruno, e i due ragazzi si mettono a correre su e giù per la spiaggia, lungo la riva del mare. Dopo cinque o sei minuti, i due amici si sono riscaldati e si buttano in acqua. «Nuotiamo un po'?», domanda Bruno. «Sì», risponde Antonio, poi aggiunge: «Andiamo fino a quella boa?». «Bene. Prova a seguirmi!», dice Bruno; e un momento dopo i due ragazzi nuotano ridendo e provando ciascuno ad arrivare alla boa prima dell'altro.

La distanza dalla riva alla boa è di cento metri. Di giorno, e quando l'acqua è più calda, cento metri non sono molti, ma ora la distanza dalla spiaggia alla boa pare molto, molto lunga ai ragazzi, ed essi pensano che non ci arriveranno mai, a quella boa. Nuotano e nuotano, ma la distanza pare aumentare, invece di diminuire. E ad ogni momento non aumentano, ma diminuiscono le forze dei ragazzi. Quando arrivano alla boa, Bruno è un paio di metri davanti ad Antonio. Tutti e due sono già stanchi morti. «Che fredda, l'acqua», dice Bruno. «Sì, fa male alle gambe», dice Antonio. «A me fa male anche alle braccia», dice Bruno e guarda la riva, che ora gli pare distante centinaia di metri. Poi, dopo un paio di minuti: «E adesso, che facciamo?». Antonio: «Torniamo alla spiaggia, no?». Bruno: «Non c'è altro da fare ... Ce la fai, tu? Non sei troppo stanco?». Antonio: «Bisogna provare. E tu, ce la fai?». Bruno: «Mi fanno male le gambe, ma credo di poter farcela». Antonio: «Proviamo?». Bruno: «Proviamo». E i due ragazzi si buttano di nuovo nell'acqua.

Questa volta però non provano a nuotare a tutta forza, perché arrivare alla spiaggia non pare più tanto facile quanto prima. Nuotano senza parlare. La riva è distante novanta metri, poi ottanta, settanta, sessanta, cinquanta ... Ma ecco che, arrivato a cinquanta metri da terra, Bruno, a un tratto, grida: «aiuto!», e smette di nuotare. Antonio si volta verso l'amico e gli domanda: «Che ti succede?». «Non ce la faccio più! ce la fai? : puoi arrivare fino alla spiaggia?». «Aiuto!», ripete Bruno, con gli occhi spalancati dalla paura.

Allora anche Antonio prende paura, ed anche lui si mette a gridare: «aiuto! aiuto!». Un momento dopo, egli sente la mano di Bruno che gli prende il braccio. «Lasciami andare! Non posso nuotare se mi tieni il braccio», grida il ragazzo, ma Bruno non pensa più che a sé stesso. Egli non ha che un pensiero: non vuole morire, non vuole affogare. Perciò, quando non ha più forza per tenere il braccio dell'amico, gli prende i capelli. «Lasciami andare! Lasciami!», grida Antonio, sentendo che le forze lo lasciano e che fra qualche momento non potrà più nuotare neanche lui. Ma Bruno non sente più niente; egli continua a tenere l'amico per i capelli, non lo vuole lasciare: ha soltanto una grandissima paura di affogare. I ragazzi sono ancora a cinquanta metri da terra, e sulla spiaggia non si vede nessuno. I due ragazzi sono soli, nessuno risponde alle loro grida. L'acqua è fredda, non possono più continuare. La paura toglie ogni forza a Bruno. Ma adesso anche Antonio comincia ad affogare. E dopo un ultimo «aiuto!», prima Antonio, poi Bruno, si sentono andar giù. Il mare, verde e freddo, si chiude sopra le loro teste.

Capitolo venti (20): BRAVO CESARE!

Quando Giorgio, il cugino di Bruno, è a Marina di Pisa, egli si alza ogni mattina alle sei e va alla spiaggia per nuotare. Anche stamattina egli esce di casa per andare alla spiaggia. E un bel giovanotto, alto, forte, più forte di tutti i suoi amici. Nuota come un pesce e non ha paura di nulla.

Quando è quasi arrivato alla piccola via dove sta la vecchia signora Filomena, sente un cane che fa: «bau! bau!». E Cesare, il grosso cane della signora Filomena; e poco dopo lo vede che arriva correndo verso di lui sempre abbaiando a tutta forza. Giorgio non capisce che cosa vuole Cesare e gli domanda: «Che hai, Cesare?». Ma Cesare si volta e si mette a correre verso il mare. Vuole farsi seguire da Giorgio, il quale ora capisce che c'è qualche cosa che non va. Corre dietro al cane che è già arrivato sulla riva, e che lì si è fermato guardando verso il mare. In quel momento gli pare di sentire delle grida di una o più persone: «aiuto! aiuto!», e subito dopo vede nell'acqua, a una cinquantina di metri dalla riva, le teste di due ragazzi: sono essi che stanno chiedendo aiuto.

Ogni momento può costar caro: bisogna far presto. In un attimo Giorgio si spoglia e si butta nell'acqua. In un minuto percorre nuotando i cinquanta metri dalla spiaggia al luogo dove i due amici stanno affogando, e nel momento stesso che i due ragazzi si sentono andare sott'acqua, due mani forti prendono Bruno per un braccio e Antonio per l'altro. Poi Giorgio comincia a nuotare verso la spiaggia. Ma questa volta il giovanotto non nuota così presto come prima. Potendo nuotare soltanto con le gambe egli va molto piano, e mette perciò quasi cinque minuti a percorrere la distanza fino alla spiaggia, dove arriva stanchissimo. Arrivatoci, sdraia i due ragazzi sulla sabbia.

Essi hanno gli occhi chiusi, sono bianchi in faccia ed hanno la bocca aperta, ma non sono morti. Sono ancora vivi. Giorgio guarda a destra e a sinistra: sulla spiaggia non c'è nessuno. «Bisogna portarli a casa, e presto. Ma come?», pensa il giovanotto. «Non posso mica portarli a casa tutti e due in una sola volta. Uno sì, ma due no. Se ci porto prima Bruno, che faccio di Antonio? E se ci porto prima Antonio, lascio Bruno qua sulla spiaggia, tutto solo? No, non va. Allora? Che faccio? Devo provare a svegliarli».

Intanto Cesare continua a correre intorno ai due ragazzi abbaiando. Allora Bruno apre gli occhi. «Bravo!», esclama Giorgio, contentissimo, «come ti senti? Mi avete fatto prendere una di quelle paure! Se venivo sulla spiaggia qualche attimo più tardi, sai cosa vi succedeva?». Bruno fa di no con la testa. « Te lo dirò io, allora», dice Giorgio, «se Cesare non mi chiamava in tempo. Se arrivavo un po' più tardi, li mangiavano i pesci». «Madonna mia!», esclama Filomena alzando le braccia al cielo. «Poveri ragazzi! Venite, venite subito dentro!». E la brava donna si mette una vestaglia e va ad aprire la porta. «Presto, presto!», dice. Quando i ragazzi sono entrati,

Adesso apre gli occhi anche Antonio, mentre Bruno prova ad alzarsi. «Vediamo se ce la fai a camminare», gli dice Giorgio. Bruno prova. Giorgio crede che egli ricadrà sulla sabbia. Bruno, però, rimane in piedi. «Bravo!», esclama Giorgio. Antonio invece è troppo debole.

Un momento dopo, i due cugini - Giorgio portando Antonio e Bruno portando i vestiti - camminano piano piano verso la casa della signora Filomena, guidati dal bravo Cesare. I ragazzi sono ancora troppo deboli per arrivare fino a casa, ed hanno anche freddo e devono vestirsi per poter fare tutta la strada. Perciò vogliono chiedere alla signora Filomena di permettere loro di fermarsi una mezz'oretta da lei, per vestirsi e per telefonare a casa. «Chissà che cosa penserà la povera mamma se entra in camera vostra e non vi trova a letto», dice Giorgio ai due ragazzi. Poco dopo, la vecchia Filomena, dentro la casa, sente qualcuno battere alla porta: toc! toc! toc! «Chi può essere che batte alla porta a quest'ora?», pensa Filomena. Essa si alza e va alla finestra, che apre piano piano. Quello che vede davanti a casa sua fa spalancare gli occhi alla brava donna. Essa vede Giorgio che porta sulle braccia un ragazzo molto pallido, e accanto a lui un altro ragazzo, pallidissimo anche lui. La buona vecchia grida: «Che c'è? Cos'è successo?». «Stavano affogando», risponde Giorgio. «E stato Cesare che mi ha chiamato in tempo. Se arrivavo un po' più tardi, li mangiavano i pesci». «Madonna mia!», esclama Filomena alzando le braccia al cielo. «Poveri ragazzi! Venite, venite subito dentro!». E la brava donna si mette una vestaglia e va ad aprire la porta. «Presto, presto!», dice. Quando i ragazzi sono entrati, Antonio e Bruno si sdraiano su un sofà, mentre Filomena va in camera a prendere un paio di coperte. «Filomena», dice Giorgio, «io torno sulla spiaggia a prendere le mie scarpe. Intanto Lei può fare un buon caffè per riscaldare un poco quei due poveretti». «Sì, signor Brocchi, e quando tornerà qui ci sarà un buon caffè anche per Lei». Cinque minuti dopo i due ragazzi, sdraiati sul sofà, si riscaldano sotto un paio di coperte. Giorgio, tornato con le scarpe, ha telefonato alla madre di Bruno. Bruno e Antonio non sono più così deboli come prima e stanno già raccontando ciò che è successo, mentre la signora Filomena ad ogni momento alza le braccia al cielo esclamando: «Madonna mia! Poveri ragazzi!».

Quando hanno bevuto il caffè e hanno finito di raccontare, i ragazzi dicono che vogliono andare a casa. Si vestono e, prima di uscire, dicono mille grazie alla brava Filomena. Ma ringraziano anche il bravo Cesare, che pare molto contento di quello che ha fatto e che adesso non fa più paura a Bruno e ad Antonio. Dieci minuti dopo entrano nel giardino della zia Giovanna, nel momento in cui e la mamma e la zia, ancora in vestaglia, seguite dalla Pia, escono di casa correndo. La Pia e la mamma baciano ed abbracciano Bruno, esclamando: «Che cos'hai fatto? Pensa che se non c'era Giorgio voi vi affogavate! ». Giorgio guarda e sorride senza dir nulla. Poi, tutti e cinque entrano in casa e il giovanotto racconta come lui e Cesare hanno salvato i due ragazzi. La piccola Pia ascolta ciò che egli racconta guardandolo con gli occhi spalancati e la bocca aperta: per lei, un uomo che ha salvato suo fratello ed il suo amico è una persona molto grande. La signora Rossi, mentre ascolta Giorgio e poi i due ragazzi, vede come in un sogno tutto ciò che è successo sulla spiaggia quella mattina. Essa non dimenticherà mai quello che ha fatto Giorgio per suo figlio, cioè per lei; ed oggi porterà una buona fetta di arrosto anche al cane della signora Filomena.

Capitolo ventuno (21): ANNIBALE VESPUCCI

Erano le due del pomeriggio, un giorno di luglio. Roma dormiva. Il termometro segnava trenta gradi all'ombra. Al sole ne segnava quasi quaranta. Era un'estate caldissima. Le vie della capitale erano quasi vuote; con quel caldo, la gente non usciva molto volentieri; stava in casa, all'ombra. Anche i negozi erano quasi tutti chiusi, a quell'ora. Dopo aver pranzato, gli impiegati dormivano - o provavano a dormire. Con quel caldo non era sempre facile.

Anche l'Albergo Massimo - un nuovo albergo di trecento camere con bagno, uno degli alberghi più grandi e più belli della capitale - dormiva in quel pomeriggio di luglio. Solo nel grande ristorante dell'albergo due o tre camerieri non dormivano perché una famiglia inglese, arrivata da Firenze poco prima, stava ancora pranzando.

Alle due e mezzo uno dei camerieri del ristorante portò agli inglesi il caffè e lo zucchero che avevano domandato. Alle due e quaranta lo stesso cameriere portò in cucina le tazze e i piattini sporchi, e la famiglia inglese si alzò e lasciò il ristorante. Poco dopo, anche lì non si sentì altro che il rumore delle automobili che passavano nella strada.

Ma alle tre meno cinque un tassì si fermò davanti all'Albergo Massimo, e dal tassì uscì un signore di una sessantina d'anni con sua moglie, che pareva averne una quarantina, e sua figlia, una bellissima ragazza sui diciott'anni. Al rumore che il tassì aveva fatto fermandosi, l'Albergo Massimo si svegliò. Il primo ad uscire fu un facchino, perché era lui che doveva portare dentro le valige che l'autista aveva posato accanto al tassì. Il signore, dopo aver pagato l'autista ed avergli dato in più duecento lire di mancia, domandò, voltandosi verso il facchino: «E questo l'Albergo Massimo?». «Sissignore, è questo», rispose l'uomo prendendo le valige. Il signore, seguito dalla moglie e dalla figlia, entrò nell'albergo, attraversò il vestibolo e disse al portiere: «Io sono Annibale Vespucci, di Washington». «Buongiorno, signor Vespucci», gli disse il portiere. «Sono pronte le nostre camere?», domandò Vespucci. «Sì, signor Vespucci, sono pronte da stamattina. Vogliono salire subito? ». «Sì, subito ». « Benissimo », disse il portiere. Poi chiamò un cameriere: «Antonio! Accompagna i signori ai numeri quattrocentottantasei, sette e otto». Il cameriere fece un passo verso Annibale Vespucci, volendo prendere una valigetta nera che l'americano teneva in mano da quando era sceso dal tassì, e disse: «Permette? ». Ma il signor Vespucci lo fermò con un gesto della mano: «No! questa no! Andiamo su!». «Sissignore! », disse il cameriere, e intanto pensava: «Chissà che cosa ci sarà in quella valigetta? Soldi forse? Ma, sarà uno di quelli che si portano dietro tutti i loro soldi. Deve averne molti, però, se ha bisogno di una valigia per tenerceli. E così: uno ha soldi - l'altro no». Così pensando, il cameriere aprì la porta dell'ascensore, fece entrare i Vespucci e salì con loro al quarto piano. Quando l'ascensore si fu fermato, il cameriere aprì di nuovo la porta e pregò i Vespucci di seguirlo. Le camere dei Vespucci erano le tre più belle camere dell'Albergo Massimo, e la signorina Joy Vespucci, entrando, esclamò in inglese: «Come è bello!». Poi uscì sul balcone - ogni camera dell'albergo ne aveva uno - e chiamò sua madre: «Mamma! Guarda che bella vista! Si vede tutta Roma da questo balcone!». E siccome era uscito sul balcone anche Annibale (sempre con la sua valigetta nera in mano), la signorina Joy domandò: «Quello è San Pietro, no? E quello è Castel Sant'Angelo, non è vero? ». «Sì, brava», le rispose suo padre: «Vedo che ti ricordi bene le fotografie che ti ho fatto vedere sui libri prima di partire. E quel monumento bianco, lì a sinistra, che pare tutto nuovo, ti ricordi che cos'è? ».

«Quello è ... aspetta! Ah, sì, lo so: è il monumento a Vittorio Emanuele II. E là, un po' a sinistra, c'è il Colosseo, vero? ». «Sì, sei molto brava! », disse il papà, e poi: «Ora voi due lavatevi, mettetevi un altro vestito, fate quello che volete, mentre io telefono a Carlo Rossi ». «Va bene, caro, saremo pronte per andare dai Rossi fra una mezz'oretta», disse la signora Dorabel, mentre suo marito usciva per andare in camera sua. In quel momento entrò il facchino portando le valige degli americani. «I signori non hanno bisogno di nulla?», domandò. «No, grazie», rispose Annibale, «a quanti gradi è il termometro oggi?». «Trenta gradi all'ombra, signor Vespucci», rispose il facchino e rimase lì ad aspettare chissà che. Annibale lo guardò un po' senza capire, poi capì, gli diede la mancia che quello aspettava, fece un gesto che voleva dire 'Ora va bene, può uscire', ed aggiunse: «Se abbiamo bisogno di qualcosa, chiamerò». Una mezz'ora dopo, la famiglia Vespucci uscì dall'Albergo Massimo e prese un tassì. Annibale diede all'autista l'indirizzo di Carlo Rossi: via Carducci numero 11, e lo pregò di andare piano, perché voleva far vedere un po' di Roma alla moglie ed alla figlia che non erano mai state nella capitale. «Facciamo un breve giro lungo il Tevere prima di andare all'indirizzo che Le ho dato», disse. L'autista allora andò fino a Castel Sant'Angelo e poi voltò a sinistra per andare in via Carducci.

Intanto l'americano mostrava alla moglie ed alla figlia i monumenti davanti ai quali passavano: il Pantheon, la fontana di Trevi, la fontana del Tritone in Piazza Barberini. Alle quattro, il tassì si fermò davanti alla casa dei Rossi. Annibale uscì, seguito dalla bella Joy e da Dorabel, tenendo sempre in mano la valigetta nera che non aveva lasciato un solo minuto. Quando ebbe pagato l'autista, Vespucci salì con la figlia e la moglie al terzo piano e suonò all'appartamento dei Rossi.

Due minuti dopo, i Vespucci erano nel salotto dei Rossi - Carlo Rossi era in casa quel pomeriggio - e Annibale raccontava il viaggio da Nuova York a Roma. Quando Annibale ebbe finito di raccontare, Carlo Rossi domandò: «E ora, cosa faranno Loro? Credo di aver capito che Lei è venuto in Italia per far vedere a Sua moglie ed a Sua figlia la patria di Suo padre». «Sì ... e no», rispose Vespucci. «Come, sì e no?», domandò Teresa Rossi. «Per tutti gli altri, sì. Per Loro, ma solo per Loro: no», disse Vespucci. «Non capisco», disse Teresa, ed aggiunse ridendo: «Tu capisci, Carlo?». Neppure Carlo capiva. Allora Annibale diede uno sguardo alla porta fra il salotto e il corridoio, pensando che la cameriera forse stava ascoltando ciò che si diceva nel salotto. Poi disse a bassa voce: «A tutti dico che sono venuto in Italia per far vedere il paese a mia moglie ed a mia figlia. Ma questo non è vero. A Loro che sono i nostri amici - Suo padre, caro Rossi, quando ancora viveva, era il migliore amico di mio padre - a Loro posso dirlo. Ecco». «Caro Vespucci, noi ascoltiamo ogni Sua parola». «Bene. Dunque, come sanno, io mi chiamo Annibale. Da piccolo, quel nome, che fu una volta quello di un grand'uomo, mi pareva molto brutto, forse perché faceva sempre ridere i miei amici. E perciò, se mi domandavano il mio nome io non lo volevo dire. Ma un giorno ho trovato un libro che raccontava la storia di Roma. A quell'età, la storia mi piaceva molto, ma non sapevo ancora nulla della storia di Roma. Ho subito cominciato a leggerlo, ed ecco che alla pagina centocinquantacinque - l'ho ancora davanti agli occhi, quella pagina - ho incontrato per la prima volta il nome di Annibale, il più grande nemico di Roma. In quel momento morì il ragazzino che trovava tanto brutto il proprio nome e nacque un nuovo Annibale, l'Annibale Vespucci che hanno davanti a Loro». Dicendo queste parole, Annibale Vespucci fece un gran gesto della mano, e posò sui Rossi uno sguardo che pareva dire: «Guardatelo bene, questo Annibale!».

Poi continuò: « Allora avevo tredici anni. Da quel giorno, ho letto tutti i libri che ho potuto trovare su Annibale. E ora viene il più bello». Annibale Vespucci alzò la mano spalancando gli occhi e fissò lo sguardo su Teresa Rossi. Poi, sempre fissandola, disse: «Cinque anni fa ho trovato, in una grande biblioteca di Parigi, un libro scritto nel millesettecentocinquantanove (1759) in latino, la lingua dei Romani. Vi si parlava, come Lei ha indovinato ... «Di Annibale», esclamò Teresa. «Di Annibale», disse Vespucci, « sì, vi si parlava di lui. Quel libro, uno dei meno conosciuti sulla vita di Annibale, mi ha aperto gli occhi. Leggendolo, ho capito che tutto ciò che si era scritto sul grande Annibale era sbagliato e che nessuno, parlando di lui, aveva finora detto la verità. Perché? Perché per capire un grand'uomo uno deve conoscerlo come sé stesso o come il proprio fratello. Io, io solo, e colui che duecento anni fa aveva scritto quel libro, conoscevamo il grande nemico di Roma. Allora mi son detto che il primo a raccontare al mondo tutta la verità su Annibale dovevo essere io, Annibale Vespucci. Da quel giorno ho passato mesi e mesi in tutte le più grandi biblioteche d'Europa e d'America a leggere tutti i libri che parlavano di Annibale. In molti di quei libri, che leggevo per la seconda o per la terza volta, trovavo ora cose che prima non avevo capito, e che messe insieme facevano vivere Annibale per la seconda volta, dopo più di venti secoli. E mi sono messo a scrivere una nuova vita di Annibale, che si chiamerà 'Le vie di Annibale'. Ho già scritto più di mille pagine del mio libro, e le ho tutte qui ». E Annibale batté con la mano sulla valigetta. Teresa lo fissò per un momento, fissò quella mano che continuava a battere sulla valigia, poi disse: « Adesso credo di aver capito. Lei è venuto in Italia per vedere se ciò che ha scritto su Annibale è giusto, o se è sbagliato come quello che hanno scritto tutti gli altri. Vero?». «No! no!», esclamò Vespucci, «ogni parola che ho scritto è giusta! Annibale Vespucci non può sbagliarsi quando parla del grande Annibale! No, no, non può sbagliarsi!». «Ma allora ...». «Lei vuol dire: perché son venuto in Italia? Eh, cara signora, perché gli altri, quelli che credono di essere chissà chi, e che invece non sono nulla, crederanno a ciò che scrivo soltanto se metto loro la verità sotto gli occhi, cioè se rifaccio io stesso la strada di Annibale dalle Alpi a Capua, leggendo così, nella terra stessa d'Italia, la storia delle sue vittorie! E questa sarà la mia vittoria, più grande ancora di tutte le vittorie di Annibale sui suoi nemici romani! Il mio nome non potrà mai più essere dimenticato, Annibale Vespucci vivrà per sempre!». Vespucci si fermò di nuovo per dare ai Rossi il tempo di capire bene tutto quello che aveva detto, poi continuò: «Ma nessun altro deve saperlo. Perciò ho aspettato fino al mese di luglio prima di venire in Italia con Dorabel e Joy, come un americano in vacanza con la famiglia. Voi siete le sole persone a cui ho raccontato la verità. E vi prego di non raccontarla a nessuno ». « Glielo promettiamo », disse Carlo Rossi, ed aggiunse: «Questa poi è una di quelle verità che, anche se si raccontano, la gente non ci crede». «Va bene, La ringrazio», finì Vespucci, e, per la prima volta da quando era entrato dai Rossi, sorrise.

In quel momento, entrò Bruno.

Capitolo ventidue (22): NAPOLI

Quando arrivarono a Roma i Vespucci, Bruno Rossi non era più il ragazzo di quindici anni che giocava al pallone con gli amici e che aveva paura di Cesare, il cane della vecchia Filomena. Quando venne a Roma la famiglia Vespucci, Bruno era un bel giovanotto di vent'anni, forte, alto come suo padre. Con quei capelli nerissimi e gli occhi d'un bruno così scuro che sembravano neri anche loro, egli era un vero romano, era il 'giovane italiano' come lo sognava Joy Vespucci quando pensava al paese del nonno. Joy, lei, era bella come una 'stella' di Hollywood. Così che quando Bruno entrò nel salotto, egli si fermò un momento con lo sguardo fisso su Joy Vespucci, senza poter dire nulla. Ma fu solo un secondo. Joy abbassò lo sguardo arrossendo, e Bruno, arrossendo un po' anche lui, abbassò la testa per un momento, poi si voltò verso le altre persone presenti nel salotto.

«E Suo figlio?», domandarono a Teresa Rossi i Vespucci. «Sì, è Bruno», rispose Teresa, «gli altri sono a Pisa, da mia sorella. Quando Lei ci ha scritto che veniva in Italia, noi due e Bruno siamo rimasti a Roma invece di andare ad Ostia ai primi di luglio, come gli altri anni». «E un bel giovanotto», disse Annibale Vespucci senza sentire quello che gli stava dicendo Teresa; poi a un tratto esclamò: «Ho trovato!», e fissò lo sguardo su Bruno, che lo guardò senza capire. «Ho trovato!», disse Vespucci.

«Cos'hai trovato? - Che cos'ha trovato?», domandarono, chi in inglese, chi in italiano, le altre persone presenti. «Ho trovato!», ripeté Annibale. Poi disse: «Bruno! che cosa fa quest'estate?». «Io? Ma ... per ora non faccio nulla. Perché? ». Invece di rispondere, Annibale esclamò: «Benissimo! Se non ha niente da fare, Lei viene con noi!». «Con Loro?», disse il giovanotto, poi guardò un momento Joy e pensò che, se accettava, poteva forse stare vicino a lei per un paio di mesi. Perciò aggiunse: «Con vero piacere! Ma dove? Quando?». «Subito. Fra un paio di giorni. Prima a Napoli, e poi ... per ora non posso dirLe altro. Che ne dice?».

Suo padre rispose per lui: «Lei è troppo gentile, grazie. Ma ... che cosa potrà fare Bruno per Loro? ». «Bruno», rispose Vespucci sorridendo, «starà con Dorabel e Joy mentre io ... mentre io andrò in giro. Così Dorabel e Joy potranno imparare un po' più d'italiano. E questo mi farà un gran piacere». E Vespucci ripeté in inglese, voltato verso la moglie e la figlia, ciò che aveva detto ai Rossi. Questa volta fu Joy che disse: «Magnifico! Grazie, papà!», e le venne subito una gran voglia di imparare bene l'italiano.

Così Bruno Rossi accettò l'invito di Vespucci a fare con lui e la sua famiglia il giro dell'Italia. Prima, però, Vespucci dovette promettere di essere di ritorno a Roma per la fine di settembre. Bruno era felice, gli sembrava di essere al settimo cielo.

Partirono da Roma il quattordici luglio, di mattina presto. Vespucci voleva essere a Napoli prima di mezzogiorno, per poter fare un breve giro per la città il giorno stesso. «Capirà, caro Bruno», aveva detto, «io ho altro da fare che andare in giro per le vie di Napoli. Mi basterà fare un giretto il giorno del nostro arrivo. Voi altri, invece, potrete vedere tutto quello che vorrete i giorni seguenti, mentre io cercherò ... quello che cerco». E dicendo questo Vespucci rise come un fanciullo, chiudendo l'occhio sinistro, come faceva sempre quando raccontava qualcosa che gli sembrava divertente. Così, quando i Vespucci e Bruno ebbero trovato un albergo non troppo vicino al centro della città e vi ebbero lasciato le valige, andarono a pranzare in un ristorante da dove si aveva una magnifica vista su tutta Napoli, col mare e il Vesuvio.

«Papà», domandò Joy mentre il cameriere serviva la frutta, «è vero che si può andare fino sulla cima del Vesuvio?». «Sì», le rispose il padre, «c'è una strada che va quasi fino alla cima, ma certe volte non è permesso andare fino al cratere del vulcano». «Oh! che peccato!», esclamò Joy, «io che avevo tanta voglia di vedere un vero vulcano da vicino!». «Bè', allora pregheremo il nostro bravo Bruno di domandare se ci si può andare e, se si può, vi accompagnerà lui lassù». «Lo domanderò subito, miss Joy!», disse Bruno, «e se vuole, ci andremo domani». «Grazie», disse Joy.

«Bè', ora scendiamo in città e facciamo un giretto lungo il mare», disse Vespucci pagando e lasciando una buona mancia. Il cameriere accompagnò gli americani fin sulla strada. «Scendiamo come siamo saliti?», domandò Dorabel quando furono in via Angelini. «Con la funicolare? Perché no? Che ne dice Lei, Bruno?», disse Vespucci. «Io? Io dico di sì», rispose Bruno dopo un breve sguardo a Joy per sapere cosa voleva lei. Poi disse: «Ma sa che ci sono tre funicolari fra il Vomero, dove ci troviamo ora, e la città bassa? ». «No, non lo sapevo», disse Vespucci. «Noi siamo venuti su con quella che parte da Piazza Montesanto. Se vogliamo passeggiare un po' lungo il mare sarà meglio prendere la Funicolare Centrale, in via Cimarosa, che ci porterà giù a due passi dalla Galleria Umberto I. Va bene? ». «Benissimo!», risposero tutti i Vespucci.

Mentre scendevano in città, Joy domandò: «Bruno, che cosa è la Galleria Umberto I?». «La Galleria è una via dove è permesso andare soltanto a piedi, e sopra la quale c'è un tetto di vetro ...». «Vetro? che cos'è?», fece Joy, interrompendo Bruno. «Il vetro? Bè’ ... un bicchiere, una bottiglia sono fatti di vetro. Capisce ora?». «Sì, grazie, ho capito». «Bene. Dicevo dunque che la Galleria è una via con un tetto di vetro, nella quale ci sono molti negozi, caffè, eccetera. Umberto I, poi, era un re d'Italia, il secondo, che morì nel millenovecento (1900)». «Il secondo re? Ma ... quanti re ha avuto l'Italia? L'Inghilterra e la Francia hanno avuto molti re». «L'Italia ha avuto soltanto quattro re: il primo fu Vittorio Emanuele II ...». «Ah, sì!», esclamò Joy, interrompendo di nuovo Bruno, «il monumento a Vittorio Emanuele II a Roma, mi ricordo!». Poi, sorridendo e guardando Bruno negli occhi: «Le chiedo scusa, Bruno. La interrompo sempre quando Lei racconta qualche cosa». «Oh, non fa niente!», disse Bruno, sempre felice di sentire la voce di Joy, e continuò: «Bene. Dicevo che il primo re fu Vittorio Emanuele II. Il secondo re fu Umberto I e il terzo fu Vittorio Emanuele III. Il quarto, Umberto II, è stato re per tre sole settimane nel millenovecentoquarantasei (1946)». «E chi c'era prima del primo re? Un presidente, come negli Stati Uniti?». «No, il presidente l'abbiamo adesso. Prima di Vittorio Emanuele II non c'era nessun re perché l'Italia non era un solo stato, come la Francia o l'Inghilterra. C'erano molti piccoli stati, ma non erano uniti come quelli dell'America. L'Italia fu unita in un solo stato nel milleottocentosessantuno (1861), e Roma è capitale soltanto dal milleottocentosettanta (1870)».

La funicolare intanto era arrivata. I Vespucci e Bruno uscirono e attraversarono la piazza per andare a vedere la Galleria Umberto I. Dopo aver passeggiato su e giù per la Galleria, Bruno accompagnò Joy e i suoi genitori a Castel Nuovo.

«Ma Bruno!», esclamò Joy quando vide il castello, «perché si chiama 'Castel Nuovo'? E vecchio!». Vespucci e Bruno, trovando queste parole molto divertenti, risero, e allora rise anche Joy. Soltanto Dorabel Vespucci non rise: Dorabel imparava l'italiano molto meno presto di sua figlia e non aveva capito la domanda di Joy. Allora Vespucci le spiegò in inglese perché avevano riso, e intanto Bruno spiegava a Joy che il 'Castel Nuovo' si chiamava così perché, quando era stato costruito, era il più nuovo dei castelli di Napoli. «Quando è stato costruito?», domandò Joy. «Cominciarono a costruirlo verso la fine del tredicesimo (XIII) secolo, per il re di Napoli Carlo d'Angiò». «Il re di Napoli?». «Sì, Napoli, dopo il millecentotrenta (1130), ebbe per molti secoli re stranieri. Carlo d'Angiò era francese. L'ultimo re straniero lasciò Napoli solo nel milleottocentosessanta (1860)».

Un quarto d'ora dopo, tutti e quattro si fermarono in un caffè dal quale si aveva una magnifica vista del mare, della città e del Vesuvio. «Questa parte di Napoli si chiama Santa Lucia», disse Bruno. Allora Joy si mise a cantare a bassa voce quella canzone napoletana che si chiama 'Santa Lucia'. A Bruno, come a molti altri italiani, quella canzone non piaceva, ma Joy aveva una così bella voce che egli non disse nulla e l'ascoltò con grandissimo piacere. Quando Joy smise di cantare, il cameriere che aveva aspettato lì vicino disse: «Come canta bene la signorina! E italiana?». «Sì, mio padre è italiano», gli rispose Joy, sorridendo felice. «Ah, lo pensavo, con una così bella voce ...», disse il cameriere, poi domandò che cosa prendevano i signori. «Prendiamo delle cassate?», disse Bruno a Joy ed ai suoi genitori. «Cassate? Che cosa sono?», domandò Joy. «La cassata è un gelato», spiegò Bruno, «una specialità siciliana, che fanno molto bene anche qui a Napoli». «Bene, allora prendiamo quattro cassate!», disse Joy al cameriere, che andò a prenderle.

Quando i quattro ebbero lasciato il caffè, fecero ancora una passeggiata lungo il mare prima di tornare all'albergo, che si trovava nella parte alta della città, in Corso Vittorio Emanuele. «Bè’, che si fa domani?», domandò Bruno, «noi se possiamo andiamo al Vesuvio, e Lei, signor Vespucci?». «Io? Io ... vado a cercare farfalle a Capua». Bruno spalancò gli occhi: «Farfalle? A Capua? Perché a Capua? E perché farfalle?». I tre Vespucci risero come bambini vedendo la faccia di Bruno, ma Annibale rispose soltanto: «Perché sono belle. E poi è molto divertente. A Lei non piacciono le farfalle?». «Sì, mi piacciono molto, ma ...». Ma Annibale non volle dir altro, e né Joy né sua madre vollero dire a Bruno che cosa andava a fare a Capua Annibale Vespucci. Bruno ci pensò un momento, ma poi non ci pensò più. Aveva altro da fare che pensare alle farfalle dell'americano!

Capitolo ventitré (23): IL VESUVIO E POMPEI

Il giorno dopo, dunque, Vespucci, come aveva detto, partì di mattina presto per Capua, promettendo di tornare prima di cena. E alle nove Bruno andò a picchiare alla porta di Dorabel Vespucci per farle sapere che si poteva partire. Dorabel chiamò sua figlia, e cinque minuti dopo tutti e tre erano riuniti nel vestibolo dell'albergo.

«Bè'?», disse Joy, rivolgendosi a Bruno. «Bè'?», rispose Bruno ridendo, e poi, rivolgendosi in inglese alla madre: «Cara signora, oggi andiamo al Vesuvio e scendiamo nel cratere». «Nel ...?», fece Dorabel con un piccolo grido di paura, e Bruno, sempre ridendo, spiegò: «Che vuole, cara signora? E un ordine di miss Joy, e Lei sa che quando Sua figlia ha dato un ordine: 'Fate questo! Fate quello!', bisogna farlo, sennò ...!». «E vero», disse la signora Vespucci, guardando il giovanotto con un sorriso, «quando Joy si è messa in testa una cosa non c'è nulla da fare, bisogna obbedirle!».

Questa volta fu Joy a ridere, mentre diceva a Bruno: «Lei non deve credere a ciò che dice la mamma! Perché io non do mai ordini a nessuno!». «Va bene, va bene!», disse Bruno, «ordine o non ordine, noi oggi, cara signora Vespucci, andiamo al Vesuvio. Se Lei vuole, scenderemo tutti giù nel cratere, sennò rimaniamo su». «Grazie», disse Dorabel, poi domandò: «Come ci andiamo, al Vesuvio? In treno? In torpedone?». «Ci sono parecchi modi per arrivare in cima al Vesuvio», disse Bruno: «Si può prendere il torpedone fino a Resina o fino a Torre Annunziata, e da lì un tassì o un torpedone più piccolo; si può anche prendere un tassì già da Napoli, ma è troppo caro e si vede troppo poco. Oppure si può prendere la ferrovia; si scende a Pugliano, dove si prende un torpedone, o un'altra ferrovia che sale fino a settecentocinquanta metri. Da lì alla cima del vulcano si va in seggiovia». «Seggiovia? Che cos'è?», domandò Joy. E Bruno spiegò: «Una seggiovia? Bè’ ..., sono delle sedie che salgono e scendono per portare la gente su e giù ...». «Bene! Io voglio andare in seggiovia!», esclamò Joy, «prendiamo il treno!». «Ordine di miss ...», cominciò Bruno, ma non finì, perché Joy alzò la mano come per picchiare il giovanotto, che si fermò dicendo: «Non ho detto niente! Non è ordine di nessuno. Prendiamo il treno perché lo vogliamo tutti e tre! Andiamo al Corso Garibaldi, dove c'è la stazione della ferrovia. Se non mi sbaglio, c'è un treno che parte fra un quarto d'ora. Bisogna far presto, sennò arriviamo in ritardo». «Dunque, prendiamo un tassì», disse Dorabel.

Il tassì dovette fermarsi parecchie volte fra il Corso Vittorio Emanuele e il Corso Garibaldi, cosicché i tre arrivarono alla stazione solo un minuto prima della partenza del treno. Ma siccome anche il treno aveva un po' di ritardo, fecero in tempo a pagare il tassì, comprare i biglietti e salire in carrozza. Pochi momenti dopo, il treno lasciava la stazione.

Mentre il treno faceva i circa di dieci chilometri che ci sono fra Napoli e Pugliano, Bruno raccontò a Dorabel e a Joy quello che aveva letto il giorno prima sul Vesuvio. «Sulle fotografie del Vesuvio che Loro avranno visto, dal vulcano, penso, sarà salito del fumo. Di notte, si vedeva spesso anche del fuoco che saliva dalla cima del Vesuvio. Ma ora, già dal millenovecentoquarantaquattro (1944), dal Vesuvio non sale più né fumo né fuoco. In quell'anno lì, c'è stata una grande eruzione che non ha fatto morti, ma che ha distrutto parecchie case. Molto più grandi furono le eruzioni della fine del diciottesimo secolo, che distrussero la piccola città di Torre del Greco, a una quindicina di chilometri da Napoli, come pure le eruzioni della fine del secolo scorso e quella del millenovecentosette (1907). Ci furono anche molte altre eruzioni, come quella del milleseicentotrentuno (1631), che distrusse quasi tutte le piccole città ai piedi del vulcano. Però l'eruzione più conosciuta è quella dell'anno settantanove dopo Cristo, che distrusse le città romane di Pompei, Ercolano, Stabia e una parte della stessa Napoli.

Era un giorno d'agosto, e nella città di Pompei sembrava un giorno come tutti gli altri: le vie erano piene di carri e di gente; gente che passeggiava e gente che camminava presto per non essere in ritardo, giovani e vecchi, donne, bambini, qualche cane che cercava da mangiare. Tutti parlavano ad alta voce, gridavano, cantavano, ridevano come oggi nelle piccole città italiane. Pompei aveva non più di ventimila abitanti e non era dunque una grande città. Però, da tutte le parti del mondo, mille cose arrivavano tutti i giorni nei numerosi negozi e nelle botteghe di Pompei».

Qui Joy interruppe Bruno per domandargli che differenza c'era fra un negozio e una bottega. «La differenza è spesso piccola», spiegò il giovanotto, «posso solo dire che un negozio può essere molto grande, mentre una bottega no. Così, nei grandi negozi di Roma, Napoli, Milano e molte altre città si vende quasi di tutto». «Grazie», disse Joy, e Bruno continuò:

«Come ho detto, la vita di Pompei fu interrotta dal Vesuvio quasi venti secoli fa, in un giorno d'agosto. Fu un'eruzione terribile. Il cielo si fece tutto nero, il rumore era così forte che quasi non si sentivano le grida terribili della gente. Ognuno aveva in testa una cosa sola: salvarsi e salvare i suoi cari. Quelli che avevano un carro non arrivarono fuori della città molto prima degli altri, perché nelle vie piene di gente i carri non potevano correre. Circa duemila persone morirono quel giorno a Pompei». «Duemila soltanto?», domandò Dorabel Vespucci. «E perché, non Le bastano duemila?», disse Bruno. «Sì, oh sì! mi bastano!», disse Dorabel, «ma ... quando penso che nel quarantacinque, a Hiroshima, ci furono in pochi minuti più di settantamila morti, Lei capirà che i duemila di Pompei mi sembrano pochi».

«Ma mamma, come può dire una cosa così ... così terribile!», esclamò Joy, «io trovo che duemila morti in una città così piccola sono moltissimi!». «Va bene, va bene, cara Joy», disse Dorabel, «come vuoi. Diciamo che non ho detto nulla e che sono molti». «Molti o pochi», disse in quel momento Bruno, «eccoci intanto arrivati a Pugliano, dove dobbiamo prendere la Ferrovia Vesuviana che ci porterà fino alla stazione della seggiovia. Scendiamo dunque, di Pompei riparleremo più tardi».

Tutti e tre scesero dal treno e salirono in una carrozza della Vesuviana che aspettava lì vicino. Poco dopo, arrivarono alla stazione della seggiovia. Dorabel non volle prendere il primo seggiolino e lo lasciò a Bruno. Prese il seguente, mentre Joy prese il terzo. Sette minuti dopo erano arrivati a pochi passi dalla cima del vulcano. Quando ognuno fu sceso dal suo seggiolino e tutti e tre furono di nuovo riuniti, Dorabel esclamò guardando la vista magnifica: «Hai visto, Joy? Questa è l'Italia! Ora capisco perché si dice: 'Vedi Napoli e poi muori!'. Com'è bello!».

Era infatti un bellissimo panorama: lontano, a destra, il golfo di Gaeta; poi, più vicino, le isole di Procida e d'Ischia, il golfo di Pozzuoli, poi il golfo di Napoli con Napoli stessa, e a sinistra Pompei, Sorrento e la bellissima isola di Capri.

«Eh! cara signora Vespucci», disse Bruno, «i turisti vengono a Napoli dai più lontani paesi del mondo solo per vedere questo panorama». «Pompei ... Sorrento ... Capri ...», disse Joy a bassa voce, «sembra un sogno. Ci andremo anche noi, vero? In America ho sentito parlare così spesso di quei luoghi». «E Lei non può lasciare l'Italia senza esserci stata», disse il giovanotto; poi continuò: «Se vogliono, andremo una prima volta a Pompei stasera stessa». «Stasera?», domandò Dorabel, «ma allora non vedremo nulla!». «Sì, sì, vedremo quasi più che di giorno, perché di notte, in estate, Pompei o, per essere giusti, i più bei monumenti di Pompei sono illuminati da centinaia di proiettori. E magnifico!». «Pompei, una città del tempo dei Romani, illuminata da proiettori venti secoli dopo: ciò è molto italiano!», disse Dorabel, guardando giù, verso la città morta, ma non dimenticata. «E ora», domandò Joy a Bruno quando ebbero guardato il panorama per un quarto d'ora, «scendiamo nel cratere?». «Va bene, se vuole. Prima però bisogna salire fino alla cima del vulcano. Come vede, è a due passi da dove ci troviamo ora. Siamo a un'altezza di circa millecentoquaranta (1140) metri, e l'altezza del cratere è di circa milleduecentocinquanta (1250) metri. Ah! Dimenticavo di aggiungere», disse Bruno mentre salivano alla cima del vulcano, «che è vietato scendere nel cratere del Vesuvio se non si è accompagnati da una guida». «Oh! perché è vietato?», domandò Joy, «Lei ci ha detto poco fa che il Vesuvio era morto fin dal quarantiquattro, no? E allora? Perché ci vuole una guida per scendere nel cratere?». «Ma non è mica vietato scendere nel cratere da soli perché si ha paura del Vesuvio! No, non per questo, ma perché si può cadere e farsi male se si scende da soli. Le guide conoscono il cratere come le proprie tasche, sanno dove bisogna mettere i piedi, cosicché con loro si può essere sicuri di non cadere».

«Joy», domandò la povera signora Vespucci quando furono arrivati su e guardarono giù nel cratere, «è veramente necessario scendere in quel terribile luogo? Non ti basta di essere arrivata quassù?». «No, cara mammina», rispose la figlia, «non potrò mai raccontare alle mie amiche di Washington che sono stata in cima al Vesuvio senza scendere nel cratere». «Va bene, va bene», disse Dorabel, «scendiamo ...». «Ma mamma, chi ti dice che devi scendere anche tu? Tu puoi rimanere quassù mentre Bruno ed io scendiamo con la guida». «No, no, se scendete nel cratere voi, ci scendo anch'io. Bruno, Lei vede una guida?». «Sì, ne vedo una che viene quassù dalla stazione della seggiovia per scendere nel cratere con altri turisti. Forse potremo andare con loro. Domandiamoglielo!».

La guida accettò, gli altri turisti non dissero niente neanche loro, e così Bruno, Joy e Dorabel poterono scendere quel giorno nel cratere del Vesuvio, come aveva voluto miss Joy.

Capitolo ventiquattro (24): POMPEI DI NOTTE

«E allora, signor Annibale», domandò Bruno quella sera stessa a Vespucci, quando ebbero finito di cenare in un ristorante del Vomero, «ha trovato quello che cercava, a Capua?». «Eh? quello che cercavo?», disse Vespucci, voltandosi a un tratto verso Bruno. «Sì», ripeté il giovanotto, «le farfalle, le belle farfalle di Capua, le ha trovate?». «Ah, sì, sì! le ho trovate, sì, le ho trovate», ripeté Vespucci parecchie volte, come per meglio credere lui stesso alle storielle che aveva raccontato a Bruno. «Meno male!», disse il giovanotto, «allora domani Lei forse potrà venire con noi a Capri?». «La ringrazio molto, ma ... non so ancora. Forse dovrò tornare a Capua parecchie volte, per ...». «Per trovare altre farfalle?», domandò Bruno con un sorrisetto, perché cominciava a non crederci più, lui, alle storielle del bravo Vespucci. «Sì, appunto! Per trovare un altro paio di farfalle che non ho potuto trovare oggi», disse l'americano; «è un po' difficile, sa, certe volte, trovare la farfalla che si cerca». «Già, già», disse Bruno con lo stesso sorrisetto di prima, «certe farfalle si nascondono così bene tra i fiori che è difficilissimo trovarle. Ma per parlare di altre cose, anche se Lei non ci può accompagnare a Capri domani, stasera viene con noi a Pompei, no? Sono le nove, è ora di lasciare questo bellissimo panorama e di andare a prendere il treno per Pompei». «Già, non dobbiamo arrivare troppo tardi. L'illuminazione comincia alle dieci, no?». «Appunto. Partendo ora possiamo prendere il treno delle nove e mezza, così saremo a Pompei verso le dieci e un quarto». «Allora partiamo!», disse Vespucci, e tutti e quattro uscirono dal ristorante. Entrarono in Pompei per la Porta Marina. Appena furono entrate, Joy e Dorabel si fermarono esclamando: «Com'è bello!». Ma Bruno disse: «Eh! questo non è niente, due o tre case illuminate da un paio di proiettori. E bellino, sì, ma ...», e, seguito dai Vespucci, andò su per la via che dalla Porta Marina va verso la grande piazza chiamata 'il Foro'. Lì egli si fermò e disse: «Bè'? Loro che ne pensano?». Per un po' nessuno di loro disse niente, tanto era magnifico lo spettacolo che avevano davanti. Tutto il Foro, quella grande piazza che fu il centro di Pompei antica, era illuminato a giorno da un centinaio di proiettori nascosti qua e là. E tutti i più bei monumenti di Pompei, sulla piazza del Foro, illuminati da altri proiettori, non sembravano distrutti, e si dimenticava, guardandoli, che quella città era morta da duemila anni.

Il primo a parlare fu Vespucci che esclamò: «Per Giove! Questo è uno spettacolo unico al mondo! Bruno, Lei ha avuto un'idea magnifica facendoci venire a Pompei di notte!». «Una splendida idea!», disse Dorabel. Joy non disse niente, la bellezza dello spettacolo che aveva davanti a sé era tale che non poteva parlare.

«Vuole che Le racconti qualcosa su Pompei o vuole che camminiamo un po' senza dir niente?», domandò Bruno a Dorabel, poi però aggiunse: «Ma forse vuole Lei, signor Vespucci ...?». Annibale non lo lasciò finire: «Caro Bruno, sono sicuro che mia moglie e mia figlia vogliono che Lei ci racconti di questa meravigliosa città. Vero, Dorabel? Vero, Joy?». «Oh, sì, papà!», disse Joy, e la signora Vespucci: «Sì, caro, stasera voglio che tu lasci parlare Bruno». «Va bene», disse il giovanotto, e mentre camminavano a passi lenti per il Foro, egli si mise a raccontare la storia di Pompei:

«Pompei non è sempre stata una città romana. Nei primi secoli della sua storia - i più antichi monumenti che vi si sono trovati sono del sesto secolo avanti Cristo - Pompei, come quasi tutte le città italiane di quel tempo, fu abitata da gente non romana. Fu solo nell'anno ottanta avanti Cristo che Pompei diventò una città romana. E un secolo e mezzo dopo, come Loro si ricordano che ho detto, Pompei fu distrutta dal Vesuvio. Per quindici secoli non si parlò più di Pompei, e la città fu quasi dimenticata, giacché tutte le case e i monumenti erano coperti da parecchi metri di terra. Poi, nel sedicesimo secolo, furono scoperte alcune case. Successe così: si stava scavando un canale che doveva passare per il luogo dove un tempo c'era stata Pompei, ed ecco che un giorno invece della terra e delle pietre si trovò un muro, poi un altro, e, scavando ancora, si scoprì una casa intera, poi un'altra, un'altra ancora. Fu così che si ritrovò l'antica città seppellita dal Vesuvio». «Ma cosa si fece? Si continuò a scavare?», domandò Joy. «Sì, ma per finire il canale, non per togliere la terra che copriva ancora la città intera! Si ricominciò a scavare fra le case di Pompei solo nel millesettecentoquarantotto (1748), due secoli più tardi, e fu solo nella prima metà dell'Ottocento che fu scoperto il Foro dove siamo ora, coi suoi splendidi templi e altri edifici e monumenti. Fino al milleottocentosessanta (1860), si scavò quasi unicamente per trovare monumenti, grandi edifici, oggetti di gran prezzo; ma da quel momento si cominciò a disseppellire la città strada per strada, casa per casa, e nella parte di Pompei che si chiama 'gli scavi nuovi' - e che bisogna vedere di giorno - quasi tutti gli oggetti, fuorché i più preziosi, rimangono nel luogo dove vengono trovati. Gli scavi sono oggi molto più lenti di quelli di un tempo, ma si trovano cose veramente meravigliose. Quando si cammina lentamente nelle vie disseppellite dagli scavi nuovi, quando si entra nelle case, negli edifici, le pietre si mettono a vivere, e sembra di essere al tempo dei Romani, si pensa quasi di dover trovare, in qualche stanza, un pompeiano della città romana. Ci pare di essere anche noi uno di quegli abitanti ..... .

Bruno si fermò: «Questa, in breve, è la storia degli scavi di Pompei. E ora vediamo un po' che cos'era il Foro, in cui ci troviamo in questo momento». «Già», disse Dorabel, «non ce l'ha ancora detto. Mi ricordo che c'è un Foro anche a Roma». «Ce ne sono parecchi», disse Bruno; «Lei pensa a quello che si chiama il Foro Romano, vero?». «Sì. Che cos'erano quei fori?». «Il foro di una città romana era una grande piazza dove si riuniva il popolo. Era il centro della vita pubblica di quella città. E lì, per esempio, che c'erano i più grandi templi, gli edifici pubblici, il luogo da cui si facevano discorsi al popolo, eccetera.

Il Foro di Pompei era, fra tutti i fori delle città d'Italia, di una bellezza unica. Lì, davanti a noi, dietro lo splendido tempio di Giove, si vede di giorno il Vesuvio, e all'altro lato, dietro la Curia, che era l'edificio pubblico in cui si riunivano quelli che governavano la città, si vedono i Monti Lattari, di più di milletrecento (1300) metri di altezza. E un panorama veramente meraviglioso.

Su un lato del Foro, ecco il bellissimo tempio di Apollo, e all'altro lato due templi più piccoli. Accanto al tempio di Apollo, ecco le colonne della Basilica, il più grande di tutti gli edifici pompeiani.

Dopo la Basilica, la più grande costruzione di Pompei era l'edificio di Eumachia, che era il luogo dove si comprava e vendeva la lana, cioè la stoffa di lana, con la quale si facevano allora quasi tutti i vestiti.

Tutt'altro si vendeva in quell'edificio lì, a destra del tempio di Giove, il Macellum, che era un mercato coperto». «Un mercato? Che cos'è un mercato?», domandò Dorabel a Bruno, che aveva parlato in italiano, molto lentamente, ma senza spiegare in inglese nessuna parola. «Un mercato», spiegò il giovanotto, «è un luogo, aperto o coperto, dove si vende quasi tutto. Qui, nel Macellum, per esempio, si vendeva pesce, carne, verdura, ogni cosa da mangiare. Anche l'edificio di Eumachia era un mercato, dove si vendevano stoffe. Pompei intera era come un gran mercato, era una città che viveva quasi unicamente di quello che si vendeva e si comprava nei suoi mercati, nei negozi, nelle botteghe.

E ora, vogliono lasciare il Foro per andare in altre parti di Pompei a vedere altri edifici?». «Sì, sì, il Foro è meravigliosamente bello, ma non è tutto», disse Vespucci, ed aggiunse, rivolgendosi alla moglie ed alla figlia: «Voglio che gettiate almeno uno sguardo sui due bellissimi teatri di Pompei». «Sì», disse Bruno, «e se mi permette di dirlo, voglio che la signora Dorabel e la signorina Joy gettino uno sguardo, come dice Lei, su altri monumenti e costruzioni di Pompei. Ma se vuole, finiremo il giro di Pompei fermandoci un quarto d'ora nei due teatri. Va bene?». «Benissimo», disse Vespucci, e tutti e quattro continuarono la loro passeggiata. Un'ora più tardi, dopo essersi fermati a guardare l'illuminazione delle più belle case e di altre costruzioni di Pompei, Bruno e i suoi 'turisti' entrarono nel Teatro Grande. «Come sanno», disse Bruno, «il popolo delle città romane non poteva vivere senza spettacoli, spettacoli di teatro e altri spettacoli come per esempio quelli dei gladiatori.

Il teatro più vecchio è il Teatro Grande, nel quale ci troviamo ora. Esso poteva contenere non meno di cinquemila spettatori, che avevano davanti a loro, dietro la grande scena, il magnifico panorama dei Monti Lattari. Nascosta per noi ora dalla scena c'era la scuola dei gladiatori. Gli spettacoli di gladiatori avevano per scena un terzo teatro molto più grande di questo, l'Anfiteatro». Bruno interruppe un momento il discorso, per andare a guardare da vicino una pietra su cui gli era sembrato di poter leggere delle parole latine. Siccome si era sbagliato, tornò dai Vespucci e domandò: «E ora? vogliono che passiamo nell'altro teatro?». «Sì, se non mi sbaglio è molto più bello del Teatro Grande», disse Vespucci. «Molto», disse Bruno, «ora vedranno».

«Quant'è bello!», esclamarono i Vespucci quando entrarono nel Teatro Piccolo, e Bruno, dopo averli lasciati camminare per qualche minuto, disse: «Già, questo teatro, che si chiama il Teatro Coperto o l'Odeon, può darci un'idea della bellezza dei più antichi teatri». «Ma è quasi intero! Come mai non è stato distrutto, come il Teatro Grande?», domandò Joy. «Ma», rispose Bruno, «ci sono degli edifici di Pompei che, anche se non sono rimasti tutti interi, ci permettono non solo di indovinare, ma di vedere la costruzione. Dobbiamo solo ricordarci che tutto ciò che non era di pietra è stato distrutto dal fuoco e dal tempo. Così l'Odeon aveva un tetto che lo copriva interamente - era per questo che si chiamava Teatro Coperto. Poteva contenere solo mille spettatori o poco più, e gli spettacoli che vi si davano non erano di quelli che piacevano a tutto il popolo, ma ad una piccola parte soltanto. Si davano ...». In quel momento il discorso di Bruno fu interrotto da un lungo suono: «Uuuuu! Uuuuu!». «Bruno! che suono è questo?», domandarono Dorabel e Joy, «è successo qualcosa?». «No, no», rispose Bruno ridendo, «questo suono che si sente in tutta Pompei vuol dire che è ora di andarsene, perché si chiudono le porte. Non si vuole che dei poveri turisti dimentichino l'ora e passino la notte in una delle case di Pompei. Anche se ce ne sono di interamente ricostruite, non si possono chiamare alberghi. Dunque, giacché ci chiamano, andiamo verso la Porta Marina, e torniamo a Napoli».

Un'ora dopo, i Vespucci e Bruno erano di ritorno all'albergo. L'ultima cosa che si dissero prima di lasciarsi per andare a dormire fu: «Dunque, domani si va a Capri».

Capitolo venticinque (25): CAPRI

Il giorno dopo, di mattina presto, avendo Annibale accettato di accompagnare gli altri quel giorno, tutti e quattro scesero al porto dietro Castel Nuovo, da dove partiva la nave che doveva portarli all'isola di Capri. «E quella lì?», domandò Joy, mostrando una grossa nave sulla quale stava salendo molta gente. «No, no», disse Bruno, «quella lì è troppo grossa. La nostra è quella motonave che aspetta laggiù». «Cos'è una motonave?», domandò Joy mentre si avvicinavano. «Come vede, è una nave a motore. Eccoci arrivati. Saliamo?». Tutti e quattro salirono. Una diecina di minuti più tardi, la nave usciva dal porto e si allontanava da Napoli. Solo allora Dorabel si accorse che sul bel mare azzurro del golfo di Napoli c'erano delle piccole onde. Appena le ebbe viste chiamò suo marito: «Annibale!». Vespucci, sentendo quel grido, lasciò Bruno, che gli stava mostrando i luoghi conosciuti del golfo, e domandò, accorrendo verso la moglie: «Cos'è accaduto, Dora?». «Annibale, guarda il mare!», esclamò la signora Vespucci. «Il mare? Sì. Lo guardo, lo guardo, ma ... non vedo niente». «Quelle onde! Come ho potuto salire su questa nave senza accorgermi che il mare non era calmo?». «Devo dire che non me ne ero accorto neppure io». «Ma Annibale, tu sai che io mi sento male se c'è la più piccola onda! Questa traversata da Napoli a Capri sarà terribile!».

In quel momento, vedendo il viso pallidissimo di Dorabel, accorsero Bruno e Joy. «Mamma! che ti è accaduto?», domandò la fanciulla. «Tua madre si sente male», le rispose Vespucci, «ha un po' di mal di mare». «Ha il mal di mare, signora?», domandò Bruno. «Non ancora», rispose Dorabel, «ma so che l'avrò fra un momento. La più piccola onda mi dà il mal di mare». «Meno male che ci avevo già pensato ieri», disse Bruno, «ma prima di tutto, andiamo a prua, perché qui a poppa si è troppo vicini al motore». «Infatti», disse Joy, «il fumo del motore ha un brutto odore! Quasi quasi mi viene un po' di mal di mare anche a me quando lo sento. Vieni, mammina, presto, andiamo a prua!». «Bene, e adesso», disse Bruno quando non si sentì più l'odore del fumo, «ecco una compressa, ed ecco un bicchiere con un po' d'acqua minerale. Fra una diecina di minuti, il Suo mal di mare sarà sparito, e Lei si sentirà meglio di noi altri». «Grazie, caro Bruno», disse Dorabel con un sorriso, ma ancora un po' pallida in viso, «Lei pensa veramente a tutto!». E, appena ebbe preso la compressa: «Credo già di sentirmi un po' meglio». Tutti risero, fuorché Bruno che disse: «Infatti, sono delle eccellenti compresse».

«Guarda, mamma», esclamò Joy per far dimenticare interamente alla madre il suo mal di mare, le onde e le compresse, «guarda, si vede già Capri! Non è Capri, quell'isola, Bruno?». «Sì, infatti, è Capri. E giacché ne parliamo, sa che Capri non è sempre stata un'isola?». «No? Ma allora che cos'era prima?». «Capri apparteneva alla penisola di Sorrento. Oggi un braccio di mare di cinque chilometri la separa dalla penisola sorrentina. Non si sa quando Capri è diventata un'isola, si sa solamente che all'epoca romana lo era già. Prima di appartenere ai Romani, che vi costruirono splendide ville, bagni pubblici, templi e tanti altri edifici, Capri era stata dei Greci». «Dei Greci?», domandò Joy. «Sì, dei Greci, che, venuti dalla Grecia, avevano fatto del golfo di Napoli e delle sue isole una seconda Grecia in Italia. Poi, alla fine dell'epoca romana, Capri fu per così dire dimenticata; i cinque chilometri che la separano dalla penisola sorrentina bastarono a non farci più andare quasi nessuno. Nel milleottocentotrenta (1830), per esempio, non c'erano a Capri che due alberghi! Oggi Capri è piena di alberghi. Ce ne sono, se non mi sbaglio, una cinquantina. Tutta l'isola è, per così dire, un albergo». «E quanti abitanti ci sono nell'isola?», domandò Vespucci, che voleva sempre sapere ogni cosa con precisione. «Press'a poco diecimila. Un po' più di seimila sono a Capri, la 'capitale', e circa tremila ad Anacapri, la città alta, che vedono lassù, un po' a destra, dietro quegli alberi».

«Infatti, fra tutto quel verde si vedono delle case bianche. Vedo pure che ci stiamo avvicinando», disse Vespucci, e Dorabel esclamò, tutta contenta: «E io non ho più il mio mal di mare! Sono sicura che mi era venuto perché stavamo a poppa, dietro quel terribile motore!». «Ne sono sicura anch'io, mammina», disse Joy sorridendole. Pochi minuti dopo, la motonave entrava nel piccolo porto di Capri, già pieno di turisti. «Bè', e adesso?», domandò Joy quando furono scesi. «Adesso», rispose Bruno, «prendiamo la funicolare che ci porterà su a Capri città e lì, in Piazza Umberto I, ci metteremo a sedere al tavolino di un caffè e prenderemo un gelato o qualche altra cosa. Che ne pensano?». «Bravo! E un'eccellente idea!», dissero la madre e la figlia, e Vespucci aggiunse: «Infatti, dopo la traversata abbiamo tutti bisogno di un po' di calma». «Bè', non so se troveremo molta calma su a Capri», disse Bruno ridendo, «la Piazza Umberto I è quasi sempre piena di turisti». «Può darsi, ma sono sicura che non c'è né motore, né odore di fumo, né la più piccola onda!», disse Dorabel. «Vedrà che da lassù il mare ti sembrerà tutto calmo, cara Dora, e vedrà com'è azzurro quando lo si guarda dalla funicolare!», disse Vespucci, che aveva visto molte fotografie a colori di Capri, di Sorrento, di tutto il golfo di Napoli.

Quando ebbero finito il gelato, Bruno e i Vespucci decisero di prendere un'auto per andare ad Anacapri, o, per essere giusti, fu Bruno a decidere cosa si doveva fare, e gli altri, come sempre, fecero ciò che disse il giovanotto. Fu sempre Bruno a decidere che si doveva prendere un'auto piccola, solo per loro quattro, e non un torpedone. «E vero che i torpedoni di Capri sono piccoli accanto ai grandi torpedoni di Napoli, ma hanno una trentina di posti, e per lo più sono coperti, di modo che si vede poco o niente!», aveva detto Bruno. La strada che va da Capri ad Anacapri è eccellente, ma se due torpedoni vi si incontrano devono andare molto lentamente e gli autisti devono guidare con molta precisione per non urtarsi, perché non c'è molto posto.

Anche un'auto e un torpedone che si incontrano su quella strada possono facilmente urtarsi. Però bisogna dire che gli autisti di Capri sono molto bravi e che perciò gli incidenti sono molto rari. Questo, però, la signora Vespucci non lo sapeva, e la prima volta che la loro automobile, salendo, incontrò un torpedone che stava tornando in Piazza Umberto I, essa gettò un vero grido di terrore: «Annibale! Autista! Si fermi!». Ma l'autista, un calmo caprese, le disse senza voltarsi: «Non gridi in quel modo, signora! Fa paura a quelli del torpedone; guardi un po': si sono voltati tutti da questa parte, a sentirLa gridare!». Anche Annibale disse a sua moglie, prendendole la mano: «Un po' di calma, cara Dora! Guarda su, invece di voltarti dalla parte del mare. Ecco, vedi? Il torpedone è già passato e non è accaduto niente: gli incidenti sono rarissimi a Capri. Gli autisti conoscono la strada come tu conosci le stanze di casa tua, e non si urtano mai con altre macchine». «Scusi, signora», disse l'autista ridendo, «Lei voleva forse che io tornassi a Capri per paura di urtare quel torpedone?». «No», rispose Dorabel, «io volevo solamente che Lei non lo urtasse, ecco tutto». «E l'autista voleva soltanto che la signora non gridasse, cara Dora», disse Annibale, e poi aggiunse: «Ma eccoci arrivati ad Anacapri; non hai più bisogno di aver paura. Scendiamo?». «Sì, scendiamo», disse Bruno, «e andiamo a Villa San Michele».

Nella bellissima villa che aveva appartenuto al dottor Axel Munthe, c'erano già parecchi turisti, ma i gruppi più numerosi non erano ancora arrivati. «Lei ha letto il libro in cui Axel Munthe parla di Villa San Michele?», domandò Bruno a Dorabel mentre visitavano le stanze e i giardini. «No, e mi dispiace moltissimo di non averlo letto», rispose la madre di Joy; «mio marito e mia figlia, che l'hanno letto, volevano che lo portassi con me per leggerlo qui in Italia, e io, pensi cosa ho fatto: l'ho lasciato a Washington!». «Le dirò una cosa, Bruno», disse Joy con un sorrisetto, «la mamma, come sempre quando partiamo in viaggio, voleva che ci ricordassimo noi di tutto!». «No, lo sai benissimo», disse Dorabel, «io volevo solamente che voi due mi aiutaste un pochino a ricordarmi le mille cose che si deve portare con sé quando si parte per un lungo viaggio!». «Lo so, lo so, mammina», disse Joy, vedendo che alla madre erano dispiaciute le sue parole, «l'ho detto solo per ridere».

Così parlando, i quattro finirono la visita di Villa San Michele. Uscendo, nel vestibolo della villa, Annibale domandò alla moglie se non voleva che egli le comprasse il libro su San Michele, giacché lo vendevano lì, in inglese e in parecchie altre lingue. «Oh, grazie! mi farai un gran piacere!», gli disse Dorabel. Quando Annibale ebbe pagato, Bruno domandò ai Vespucci se volevano che si andasse subito al Monte Solaro, il luogo più alto di Capri, e se Vespucci voleva che andassero tutti in seggiovia oppure se voleva che lui e Bruno, per esempio, andassero su a piedi, mentre Joy e la madre prendevano la seggiovia.

«No, no, io sono troppo vecchio per andare su a piedi, caro Bruno», disse Vespucci, «io salirò su in seggiovia con Dora. Ma tu, Joy, perché non vai su a piedi, assieme a Bruno?». «Già, perché no?», disse Joy, «è una buona idea! Se non Le dispiace, Bruno». «No, no! Trovo anch'io che è un'eccellente idea. E una passeggiata bellissima. Si vede quasi tutta Capri, il golfo, di un azzurro così scuro, Ischia e le altre isolette, e non è facile poter vedere fino a Napoli, dalla quale ci separano solamente una trentina di chilometri».

Quando arrivarono alla seggiovia, vi trovarono un gruppetto di turisti che, come loro, avevano visitato Villa San Michele e, dopo la visita, avevano deciso di andare sul Monte Solaro, per vedere il panorama. Bruno e Joy non aspettarono e, lasciando i Vespucci, padre e madre, si allontanarono, camminando l'uno accanto all'altro, e cominciarono a salire verso il ristorante del Monte Solaro.

Capitolo ventisei (26): IL MONTE SOLARO

Per andare al Monte Solaro dalla 'piazza centrale' di Anacapri, da dove parte la seggiovia, si prende una viuzza che sale su per la montagna fra villini e casette, voltando ora a destra ora a sinistra, e che, un centinaio di metri dopo l'ultima casa, smette di essere una via per diventare un sentiero. Allora comincia la parte più bella della salita, fra pini ed altri alberi e arbusti, sotto un sole che fa salire dalla terra, dai fiori e dalle piante odori forti e caldi. E chi ha tempo e voglia di lasciare qualche volta il sentiero e di fare un giretto per la montagna, troverà molte specie di fiori e di piante che non si trovano in nessuna altra parte d'Italia.

«Quant'è bella, Capri!», esclamò Joy quando, passate le ultime case, vide quel sentiero. «Adesso capisco», disse, «perché si parla e si scrive tanto di quest'isola! Non credo di aver mai visto nulla di così bello! Quanta calma ... Pare di essere soli al mondo». «Sì ...». «Questo cielo, questo sole, questo profumo di fiori, di pini e di pietre calde ... E il mare, ha visto quant'è azzurro?». «Sì, è molto bello». «Bello? E una parola troppo debole! E meraviglioso, è splendido, è ...». Bruno sorrise: «E vero. Capri è una delle più belle isole del mondo».

Nelle guide sta scritto che per salire da Anacapri alla cima del Monte Solaro ci vuole un'ora. Ma un'ora dopo aver lasciato Annibale e Dorabel alla stazione della seggiovia, i due giovani erano appena arrivati a metà strada, perché Joy si fermava ad ogni momento, ora per cogliere un fiore che si metteva nei bei capelli, ora per meglio sentire il profumo di qualche pianta, ora per guardare lo splendido panorama. «Sa che stiamo camminando da più di un'ora?», domandò Bruno. «Veramente?», disse Joy, «questa montagna è più alta del Vesuvio! E io che stavo per domandarLe che cosa direbbe se La pregassi di fermarsi un momentino!». «Cara miss Joy! se Lei mi pregasse di fermarmi, io direi: 'Ai Suoi ordini!'». «Va bene. Allora, fermiamoci un momento». «Qui? Proprio qui?». «Perché no?». «Ma ... perché qui non c'è neanche un albero con un po' d'ombra. Sarebbe meglio se andassimo fino a quel pino lì, non crede? Lì farà certamente un po' meno caldo». Joy accettò, e i due giovani andarono a sedersi sotto il pino. «Chissà cosa penseranno papà e mamma non vedendoci arrivare!», disse Joy, e Bruno le rispose: «Già! Non crede però che sarebbero contenti se sapessero che stiamo seduti all'ombra di questo bel pino e che non ci è accaduto niente?». «Sarebbero molto contenti!». «Allora, su in piedi e andiamo a dirglielo, che non ci è successo nulla!», disse Bruno alzandosi da terra, e i due giovani ripresero la loro salita, senza più fermarsi a guardare il panorama, a cogliere fiori e a sentire il profumo delle piante. E tre quarti d'ora dopo arrivarono alla cima del monte.

La prima cosa che fece Joy fu di correre verso sua madre, che si era stesa su una sedia a sdraio del caffè del Monte Solaro, e di abbracciarla dicendo: «Spero che tu non abbia avuto troppa paura, mamma!». Ma sua madre, che sembrava tranquilla e contenta, la guardò come se Joy le avesse domandato se aveva il mal di mare sulla cima del Monte Solaro, e domandò ridendo: «Paura? Perché mi domandi se ho avuto paura? Che idea!». «Son molto contenta, mamma, di vederti così tranquilla, ma ... non sai forse che ore sono?». «Sì, sono ... sono le undici e mezzo». «Ma no, mamma, è il tuo orologio che si è fermato! E già quasi l'una!». «L'una? Ma allora sono quasi due ore che ci siamo lasciati ad Anacapri! Dovete essere stanchi morti, poveretti! Prendete due sedie a sdraio e riposatevi un po'». «Grazie, mammina. E vero che abbiamo bisogno di riposarci, però credo che abbiamo anche più bisogno di pranzare!», disse Joy, stendendosi accanto alla madre. Ma Bruno, invece di stendersi su una sedia a sdraio, prese una sedia e si sedette accanto ad Annibale. «Lo credo bene che avete fame!», disse quest'ultimo; «che ne direste, tu e Bruno, di tornare ad Anacapri appena vi sarete riposati un pochino e di pranzare in qualche ristorante vicino alla piazza?». «Diremmo che certe volte hai delle idee veramente meravigliose!», rispose Joy bevendo l'aranciata che aveva fatto portare suo padre. «Brava! e che mi risponderesti se ti chiedessi di scendere in seggiovia assieme a noi invece di scendere a piedi?», domandò Annibale chiudendo l'occhio sinistro, come faceva sempre quando diceva qualcosa di divertente. «Caro papà, ti risponderei che anche per mille lire, anche per diecimila lire non scenderei ad Anacapri a piedi! Un momento fa non mi sentivo stanca, ma adesso mi pare a un tratto di aver fatto cento chilometri a piedi!». «Povera miss Joy», esclamò Bruno, «se Lei mi avesse detto che era così stanca, avremmo fatto gli ultimi trecento metri più lentamente!». «Cara Joy», disse Vespucci, a cui tutto sembrava più divertente che mai, «sono sicuro che se tu avessi detto a Bruno che eri stanca, lui ti avrebbe portata in braccio fino alla cima del monte!». Questa volta risero tutti e, sempre ridendo, andarono verso la seggiovia e scesero ad Anacapri. Vicino alla piazza trovarono un eccellente ristorante con una bellissima vista sul golfo, e si misero a tavola.

«Ci porti la lista dei piatti!», disse Bruno al cameriere. «Eccola, signore!», disse subito quest'ultimo prendendola da un tavolo lì vicino. «Vediamo, vediamo ...», disse Bruno, «che ne direbbero se prendessimo due cose diverse invece di prendere tutti lo stesso piatto?». «Sì, sì», rispose Joy, «prendiamo due piatti diversi! Così io potrò assaggiare il tuo piatto e tu il mio, mamma». «Buona idea, perché no? E che cosa ci consiglia di prendere, Bruno?», disse Vespucci. «Ma ...», sorrise Bruno, «è un po' difficile. Non conosco i Loro gusti: non so che cosa piace e che cosa non piace Loro». «E molto facile: ci piace tutto, o quasi». «Meno male, allora lascerò il mio proprio gusto decidere per noi tutti e consiglierò Loro di prendere come primo piatto un'aragosta (basta una per due) e degli scampi, seppie e triglie». «Bene! benissimo!», esclamò Joy, «ma che cosa sono, tutte queste belle cose?». «Ora le ordino al cameriere e poi Glielo spiego».

«Dunque», disse il giovanotto un momento dopo, quando ebbe ordinato i piatti, «un'aragosta è ... vediamo un po': non è un pesce, ma vive nel mare, è ... ma sa che non è così facile spiegarlo?». «Bè', allora perché non prova a fare un disegno?». «Già, vediamo un po' se ho un lapis ... sì, eccolo! E adesso, vediamo se son capace di disegnare un'aragosta. Non è mica così facile, sa?». E Bruno cominciò a fare un disegno sull'ultima pagina, bianca, di una guida che aveva in tasca.

«Lei disegna molto bene», disse Dorabel quando egli ebbe finito. «Sì, adesso sappiamo cosa sono le aragoste», disse Joy, «e le altre, che bestie sono?». «Sono bestioline molto, molto buone: ecco qua», rispose Bruno, e disegnò uno scampo, «lo scampo, come vedono, è una specie di aragosta, ma in piccolo». «Infatti», disse Joy, «rassomiglia moltissimo all'aragosta! Ha forse lo stesso gusto?». «No, no, il gusto è diverso. E ora, ecco una seppia».

Quando Dorabel vide il disegno che aveva fatto Bruno della seppia, essa esclamò, con un piccolo grido di disgusto: «Che brutta bestia! E Lei ce la vuol far mangiare? Mai!». «Ma mamma», disse Joy ridendo, «non l'hai neppure assaggiata! Come puoi dire che ti dà disgusto?». «Mi basta averla vista! E una bestiaccia!». «Non è molto bella, è vero», disse Bruno, «ma non si mangia mica tutto, sa? e non la si mangia intera: si mangia solo il corpo, tagliato a pezzi, non le ... le braccia. E poi non è mica grande, è una bestiolina appena grande così». E Bruno fece un altro disegno per mostrare la grandezza della seppia: «E vero che rassomiglia anche lei a un'altra bestia della stessa specie, ma molto, molto più grande. Quella sì, mi dà disgusto». «Può dire quel che vuole, io quella ... quella cosa non la metterò mai in bocca!». «Ma mamma, nessuno ti dice che devi mangiarla!». «Anche se voleste, non potreste farmela mangiare!», continuò la signora Vespucci, ed allora Joy, prendendola per la mano, disse: «Su, mammina, non ne parliamo più! Adesso Bruno ci disegnerà la terza bestiolina che abbiamo ordinato e della seppia non se ne parla più, va bene?». La signora Vespucci non rispose, e Bruno disse: «La quarta bestiolina ...», ma poi mise il lapis sulla tavola: «la quarta è un pesce. Se lo disegnassi rassomiglierebbe a ogni altra specie di pesce. Ma è un bel pesciolino dal corpo lungo e di un bel colore rosso, della grandezza di ... ma, lungo così», e Bruno mostrò loro con le mani la lunghezza della triglia, che aveva mangiato tante volte.

In quel momento arrivò il cameriere con l'aragosta, gli scampi, ecc. «Ecco, signori! Spero che tutto sia buono. Gli scampi, le seppie e le triglie li hanno preparati or ora, proprio per Loro, sono ancora caldi caldi». «Grazie, son sicuro che ci piaceranno moltissimo», disse Vespucci, e i quattro si misero a mangiare. Dopo il primo piatto ordinarono un'altra specialità di Capri, e, per finire, frutta di stagione e caffè. Quando Vespucci ebbe pagato erano le due e mezzo. «Cosa facciamo adesso?», domandò come sempre Joy. E come sempre suo padre rispose: «Domandalo a Bruno». «Io», disse il giovane, «consiglierei di riposarci ancora un po', e poi di scendere di nuovo a Capri, e di andare in giro per i negozi di cui Capri è piena. Sono sicuro che la signora Dorabel e miss Joy vi troveranno molte belle cose da portare con sé in America». «Ecco!», disse Vespucci, «come sempre Bruno ci consiglia di fare la migliore delle cose possibili!». «Infatti», dissero Joy e sua madre.

Così verso le quattro, tornati in Piazza Umberto I, Bruno e i Vespucci presero la Via delle Botteghe e si misero a guardare i mille 'ricordi di Capri', di tutte le specie, di tutti i prezzi, per tutti i gusti. «Guarda, mamma!», esclamò dopo qualche minuto Joy, che belle bluse di seta! Vorrei tanto comprarmene una! Non ne vuoi una anche tu?». «Eh, lo sai bene che le bluse e i vestiti di seta, se fossi ricca, ne comprerei chissà quanti!», disse Dorabel ridendo, e le due donne entrarono nel negozio insieme a Bruno.

Vespucci, lui, rimase fuori. Egli non era capace, come la moglie e la figlia, di stare delle ore intere a guardare e provare vestiti, guanti, scarpe e altre cose, a parlare dei prezzi, ecc. «Povero Bruno», pensò quando il giovanotto entrò nel negozio con Dorabel e Joy, «chissà quando lo lasceranno uscire!», e si mise a guardare la gente che passava.

Una mezz'ora più tardi, i tre uscirono dal negozio. «Papà, tu non sai che belle bluse abbiamo comprato, io e la mamma!», esclamò Joy appena vide suo padre. «E sai che cos'ha fatto Bruno?», disse Dorabel. «No, come potrei saperlo, giacché sono stato sempre qui?». «Ci ha fatto vendere le bluse e tutto ciò che abbiamo comprato a molto meno del prezzo che domandavano!». «Veramente?». «Sì, ha detto che era una guida e che noi eravamo suoi amici e non molto ricchi, e allora ci hanno fatto pagare molto meno degli altri! Senza Bruno, sono certa che non sarebbe mai stato possibile, perché in Italia si pensa sempre che tutti i turisti americani sono ricchi». «Cara signora Dorabel», disse Bruno quasi scusandosi, «i negozi di ricordi fanno quasi sempre un regalino alla guida che porta dei turisti. Allora io non ho fatto altro che far Loro regalo di quel regalino. Ecco». «Bruno!», esclamò a un tratto Joy, interrompendo il giovane, «abbiamo dimenticato la Grotta Azzurra!». «Eh, no», si scusò Bruno, «non l'ho dimenticata, io, ma siccome la Sua mamma non stava molto bene sulla motonave, son certo che non aveva voglia di salire su una piccola barca che non sarebbe certamente stata ferma come la nostra nave, e ...». «No, grazie», esclamò Dorabel, «Grotta Azzurra o no, io in una barca non ci sarei mai scesa! Potete andarci da soli con Annibale un altro giorno, io non ci vado!». «Ma mamma, tu sai che papà non ha tempo! Come posso tornare in America e raccontare che sono stata a Capri senza aver visto la Grotta Azzurra?». «Io non ne so nulla, ma te lo ripeto: me nella tua grotta non mi ci fai andare». «Signor Vespucci», disse allora Bruno, «le Sue farfalle non potrebbero aspettare ancora un giorno? Hanno già aspettato quasi duemila anni cosicché ...». «Eh? Aspettato duemila anni, le mie farfalle? Cosa vuol dire?». «Eh, già: ho pensato un po' ai posti dove vuol farci andare dopo Napoli - e Capua, non si dimentichi! - e mi è venuta un'idea. Lei si chiama Annibale, no? Allora ...». «Allora?». «Ma, niente, pensavo solo che c'è stato un altro Annibale all'epoca dei Romani, e che ...». «Basta, giovanotto, Lei ha vinto!», esclamò Vespucci, «torniamo a Napoli e Le racconterò la vera storia del nostro 'giro d'Italia'. E domani torneremo a Capri mentre Dorabel si riposerà dopo le due traversate d'oggi. Va bene?». «Bravo papà!», gridò Joy abbracciando suo padre. E tutti, contenti, scesero al porto e andarono verso la nave.

Capitolo ventisette (27): DORABEL VISITA NAPOLI

A dire il vero, Vespucci non era scontento di aver raccontato a Bruno la verità sul loro viaggio. Tutto diventava molto più facile, ora che egli non era più obbligato a trovare ogni giorno nuove storie per spiegare i suoi viaggetti. Adesso, anche in presenza di Bruno, i Vespucci potevano parlare apertamente dei luoghi che Annibale doveva vedere, e Bruno poteva consigliarli sulle città che dovevano visitare Joy e sua madre.

Il giorno dopo la visita di Capri ed Anacapri, Bruno e i due Vespucci, come avevano promesso a Joy, tornarono all'isola per far vedere alla fanciulla la Grotta Azzurra. Il sole splendeva in un cielo purissimo, senza una sola nuvola. Il mare era tranquillo, e le barchette entravano ed uscivano come pesci per la bassa apertura che è la sola via possibile per visitare la Grotta. L'interno della Grotta fu per Joy uno spettacolo indimenticabile. Una diecina di barche giravano senza far rumore, e ogni tanto uno degli uomini che remavano alzava un remo e batteva con forza sull'acqua. Allora, era come se qualcuno avesse acceso un proiettore che gettava la sua luce d'un azzurro purissimo verso l'acqua battuta dal remo, e quel colpo faceva scaturire dall'acqua migliaia e migliaia di piccolissimi soli che parevano giocare fra di loro come se fossero non gocce d'acqua, ma pesciolini dal corpicino fatto tutto di luce.

«Ancora! ancora!», gridava Joy, abbassando la voce come se temesse di far paura a quei pesciolini. «Ora Lei, signorina», le disse l'uomo nella cui barca si trovavano, e Bruno spiegò: «Vuole che Lei batta sull'acqua con le mani!». E Joy, ridendo dal piacere, batté con la mano sull'acqua. Lo spettacolo si ripeté sotto i suoi occhi felici, e migliaia di goccioline di fuoco, che ora le sembravano perle vive, scaturirono di nuovo dall'acqua e giocarono su e giù per la sua mano e il suo braccio. Dopo aver girato nella Grotta per qualche minuto, le barchette scaturivano ad una ad una dall'interno della Grotta per la stessa apertura per cui erano entrate. La visita era finita. Minuti indimenticabili, uno dei più bei ricordi di un viaggio in Italia.

Dopo aver pranzato a Capri, Bruno e i due Vespucci tornarono a Napoli. Appena furono arrivati all'albergo, il portiere disse loro che la signora Vespucci era uscita poco dopo la loro partenza e non si era più fatta vedere. «E questo che cosa vuol dire?», fece Vespucci. «Mia moglie è uscita stamattina e non è ancora tornata? Ma sono già le cinque! Dobbiamo trovarla! Bruno, cosa facciamo?».

Bruno, sempre Bruno! Il giovanotto, che era sempre quello a cui si chiedeva consiglio, sorrise e rispose: «Già, che facciamo? Prima di tutto, sediamoci un momento e pensiamo. Bene. E adesso, vediamo: dove può essere andata la signora Dorabel? Al porto? Non credo, e poi non si può stare al porto per quasi sette ore! Anche facendo una lunghissima passeggiata lungo il mare, a visitare il porto non ci si può mettere più di tre ore. Certo, c'è il Museo Nazionale, che è uno dei musei più ricchi del mondo. Capirà, con tutti quegli oggetti preziosi ... Lì sì che si possono dimenticare le ore che passano! Potremmo forse andare a vedere se è al Museo?». «Caro Bruno!», esclamò Vespucci, «se Lei sapesse che cattivi amici di Dorabel sono i musei, Lei non ci darebbe questo consiglio!». E Joy aggiunse: «Se mamma andasse in un museo senza esserci obbligata, io le domanderei se si sente male, caro Bruno! Questa volta, Lei ci ha dato un cattivo consiglio!». «Allora ...», disse Bruno, ma fu interrotto dalle grida e dalle risa di un gruppo di ragazzi che si stavano avvicinando all'albergo.

«Che cosa sta succedendo?», esclamarono i tre amici e parecchie altre persone che si trovavano in quel momento nel vestibolo dell'albergo, e tutti uscirono sulla strada. Lo spettacolo che li aspettava era davvero indimenticabile: in mezzo a una ventina di ragazzi che gridavano, ridevano e saltavano e che quasi non la lasciavano camminare, una signora di una quarantina d'anni si stava avvicinando all'albergo. Essa teneva in alto una macchina cinematografica, come se volesse salvarla dai suoi piccoli amici, ridendo anche lei come una fanciulla. «Joy!», esclamò Vespucci appena ebbe visto il gruppo che veniva verso di loro, «non è ...». «Sì, papà», rispose Joy, «è la mamma!». «Infatti, è la signora Dorabel!», esclamò Bruno, e senza aspettare gli altri corse verso la madre di Joy. Quando lo videro arrivare, i ragazzi smisero subito di saltare, poi smisero di gridare e di ridere, e quando Bruno fu accanto al gruppo alcuni cominciarono a scappare. «Che cosa fate?», domandò Bruno a quelli che erano rimasti intorno a Dorabel, e siccome nessuno rispondeva, continuò: «Su, andate via! scappate! E subito, eh? sennò ...!». Prima uno, poi l'altro, e un momento dopo tutti quanti scapparono, ridendo di nuovo e gridando come se avessero una terribile paura.

Dorabel abbassò la macchina e disse: «Uff! mi hanno stancata! però che bravi bambini, e come sono carini! Perché li ha fatti scappare? Peccato!». In quel momento, prima che Bruno avesse avuto il tempo di rispondere alla signora Vespucci, arrivarono anche Annibale e Joy. Seguendo il consiglio di Vespucci, tutti quanti tornarono allora all'albergo e, sedutisi nel ristorante, ordinarono quattro caffè. La signora Vespucci, tutta rossa in faccia, sorridente, si riposò un po', e poi raccontò la sua 'storia'. Poco dopo che erano partiti suo marito, sua figlia e Bruno, essa era scesa nel vestibolo dell'albergo con la sua macchina ed era uscita - per una breve passeggiata, pensava lei. Voleva andare a Santa Lucia per cinematografare la vita del porto, le barche, i bambini. Dorabel voleva molto bene ai bambini. Andando a Santa Lucia, si era fermata un po' prima di via Nazario Sauro per cinematografare dei ragazzi che dal molo saltavano in acqua fra le risa e le esclamazioni dei presenti. Durante una diecina di minuti, Dorabel aveva cinematografato i ragazzi, dimenticando tutto intorno a sé, e perciò non si era accorta della presenza di due uomini che si trovavano a qualche distanza e la stavano guardando. Essa non sapeva, perciò, per quanto tempo l'avessero guardata, ma, a un certo momento, il più giovane dei due aveva fatto qualche passo avanti e aveva detto: «Buongiorno, signora! Fotografa i bambini? Sono carini, vero?». Dorabel si era voltata con una esclamazione di paura. Il giovanotto aveva sorriso mostrando dei denti bianchissimi, e aveva detto: «Le faccio paura, signora? Non sono mica cattivo, sa? Soltanto, vedendo una signora americana - perché si vede subito che Lei è americana - mi è venuta l'idea che forse Le piacerebbe di visitare la città. Io faccio spesso la guida per i turisti: americani, inglesi, tedeschi, francesi, di tutti i paesi! e sono sempre stati molto, molto contenti, perché io conosco Napoli meglio di tanti altri, sa? Le potrei far vedere certe cose che i turisti non vedono quasi mai».

Dorabel non aveva più paura e, trovando simpatico il giovanotto, l'aveva lasciato parlare per qualche minuto, sia perché la divertiva, sia perché parlava così presto che essa non aveva nessuna possibilità di fermarlo per dire una parola. Poi, siccome non aveva capito gran che di quel lungo discorso, gli aveva detto ridendo, in inglese: «Se Lei vuole che io capisca ciò che dice, Lei deve ripeterlo in inglese!». «In inglese, bene!», aveva detto il giovane napoletano e aveva ricominciato il suo discorso in 'americano'. Dorabel aveva riso come una bambina e aveva accettato. Il giovanotto aveva detto qualche parola all'altro uomo, poi lui e Dorabel si erano allontanati.

«Ma mamma!», esclamò Joy, «sei partita così, sola, con un uomo sconosciuto? Non avevi paura che fosse un ladro? O, magari, peggio ancora! Chissà cosa poteva farti!». «Ma no, ma no!», disse Dorabel ridendo, «quel giovanotto non era un ladro! Era molto onesto! Mi aveva detto prima quanto avrei dovuto pagare, e non ha voluto accettare una lira di più». «Davvero?», disse Vespucci, «allora hai ragione, è stato un giovane molto simpatico e molto onesto». «Un napoletano? Ma ...», fece Joy, ma Bruno non la lasciò continuare: «Cara miss Joy! Se Lei crede che i napoletani siano meno onesti degli altri italiani, Lei si sbaglia! Sono storie che si raccontano quando uno non conosce Napoli, perché forse, molti anni fa, c'erano a Napoli più ladri che in certe altre città. Oggi, no». «Ecco, vedi, Joy?», esclamò Dorabel appena Bruno ebbe finito il suo discorsetto, «ho avuto ragione di credere in quel giovanotto! Se sapessi quante cose mi ha fatto vedere! E non di quelle cose noiose che ti fanno sempre vedere le guide: monumenti storici, edifici pubblici, eccetera, eccetera. No, il mio amico napoletano mi ha fatto vedere solamente delle cose interessanti, e tu sai che quando qualcosa mi interessa, io non mi stanco mai di guardarla».

Allora Bruno domandò con un sorrisetto: «E che cosa La interessa, signora Dorabel? Me lo dica, per piacere, non vorrei farLe vedere anch'io delle cose noiose!». «Ma caro Bruno! Lei non ci ha mai fatto vedere nulla di noioso. Anche le cose che prima non mi interessavano, quando ne parla Lei mi sembrano a un tratto interessantissime». «La ringrazio, signora Dorabel», disse Bruno, «ma Lei non ci ha ancora detto quali sono le cose che La interessano». «Glielo dico io», fece Vespucci, «Dora si interessa soprattutto ai vestiti, a quelli dei negozi e a quelli che portano le altre donne, ... e agli oggetti preziosi», aggiunse dopo un momento. «Non lo ascolti, Bruno! Ciò che mi interessa è la vita di un paese, la gente, non i ricordi storici, i monumenti nazionali o che so io». «Va bene», disse Bruno, «ma ci racconti allora dove L'ha portata quel Suo napoletano». «Non mi ricordo più i nomi dei luoghi dove siamo stati, ma prima di tutto abbiamo fatto una passeggiata di quasi un'ora sul grande molo del porto di Napoli». «Il Molo S. Vincenzo?», domandò Bruno. «Sì, credo. Il molo in sé non è interessante. E lungo quasi un chilometro e mezzo, ma abbiamo moli più lunghi in America. Quello che è interessante è la vita del porto: tutte le navi che entrano ed escono, le barche di ogni specie che girano pescando. C'erano anche dei ragazzi che facevano il bagno in quell'acqua sporca, con delle risa così gaie e felici che era un piacere guardarli. Meno male che avevo con me la mia macchina, non mi sarei mai perdonata di non averli cinematografati! Come sono carini i bambini italiani, con quei capelli neri neri e con certi denti che sembrano perle! Dopo il porto, siamo andati in cento altri posti di cui mi sono dimenticata il nome. Abbiamo visto anche un mercato di pesci - uff! c'erano di quelle bestiacce che Lei mi voleva far mangiare a Capri!». «Delle seppie?». «Sì, chissà per quanti anni me le ricorderò, ora che le ho riviste in quel mercato. E appena le ho viste, siamo subito andati via di lì e siamo andati a vedere un altro mercato, dove si vendevano vestiti vecchi. Molto interessante! E com'è gaio il popolo di Napoli. Ma quanta povera gente, però! Mi sembrava di essere ricca a milioni, andando in giro per quelle vie. Penso che non me ne accorgerei più se vivessimo a Napoli per qualche anno, ma bisogna dire che in un certo modo era uno spettacolo molto interessante. Però non molto piacevole, soprattutto perché si sa che non si ha nessuna possibilità di aiutare quella povera gente. Ma è stato ancora peggio quando la mia guida mi ha portata nei quartieri veramente poveri di Napoli. Non potevo quasi andare avanti, tanto lo spettacolo di tutta quella gente, e soprattutto di quei bambini, mi faceva male al cuore. Era terribile!». Dorabel smise di parlare. Quella passeggiata per i quartieri poveri di Napoli era la prima nuvola nel cielo fino ad allora così puro del suo viaggio in Italia. A Bruno dispiaceva vederla così triste e le disse: «Ha ragione, signora Dorabel, ci sono ancora, a Napoli, dei quartieri molto poveri, ma se Lei sapesse quanto ha fatto il governo italiano per aiutare tutto il sud dell'Italia: Napoli, la Calabria, la Sicilia! Se Lei fosse stata in quegli stessi quartieri prima del '45, oggi avrebbe potuto vedere un immenso miglioramento nella vita di quella gente. E vero che le città del nord, come Milano, Torino, Venezia, sono ancora molto più ricche di quelle del sud, ma mi creda: il nostro governo non le dimentica, e Lei deve perdonarci di non fare più presto. Facciamo quel che possiamo, e lo ripeto: i miglioramenti sono immensi». «Ciò che dice mi fa un grandissimo piacere», rispose Dorabel, «anche se non posso neppure pensare a ciò che doveva essere la vita di quella gente prima di tutti quei miglioramenti. Ma ora, potrò almeno sognare Napoli senza che mi faccia male il cuore». «Per parlare d'altro, mamma», disse Joy, «non ci hai ancora raccontato dove hai trovato tutti quei ragazzi che avevi intorno arrivando all'albergo». «Ah, quelli lì!», esclamò Dorabel con una risata, «hai ragione, non bisogna essere tristi quando si è in Italia. Torniamo a parlare di cose più piacevoli. Dunque, quando la mia guida mi ebbe fatto vedere la parte povera di Napoli, io non ne potevo più. Perciò gli ho chiesto di tornare al porto. Volevo, prima di tornare in albergo, vedere di nuovo qualcosa di meno triste, di più piacevole.

Al porto, gli ho dato le cinquemila lire che gli avevo promesso. Avrei voluto dargliene sei o settemila, ma quel simpaticissimo giovane non ha voluto accettare una lira di più. Dunque, gli ho detto mille grazie ed egli se n'è andato. Il sole splendeva sempre in un cielo che non aveva la più piccola nuvola, e io sono rimasta un po' a guardare la vita del porto. E allora che a un tratto mi son vista intorno più di venti bambini che gridavano ridendo: 'Dica, signora, ci fa la fotografia?'. Ho provato a spiegare a quei cari bambini che questa era una macchina cinematografica - ma non l'avessi mai detto! E stato mille volte peggio. Se aveste visto quelle facce e sentito le esclamazioni di quei ragazzi! 'Allora Lei conosce forse Rossellini? E Vittorio de Sica? E la Magnani? ...'. E altri nomi di attori e di attrici, per me sconosciuti. Dev'essere vero che in ogni bambino italiano c'è un attore o un'attrice! Che meravigliose possibilità per chi vuol fare dei film in Italia!». «Sì», disse Bruno, «c'è solo da girare un po' per le vie di una città e si ha subito una diecina di bravissimi attori ed attrici. E per ciò che si fanno tanti bei film in Italia».

«Cos'hai fatto allora?», domandò Joy ridendo, «hai fatto un film, tutta una storia, lì, sul posto?». «Quasi!», rispose Dorabel, «li ho fatti giocare, saltare, correre, buttarsi in acqua, nuotare e mille altre cose. Ho fatto un vero piccolo film che mi ha fatto dimenticare le cose tristi che avevo visto poco prima. Ma è proprio quando non ho più avuto un centimetro di film nella macchina che sarei stata contenta di averti accanto a me, caro Bruno! Si son messi a saltarmi intorno gridando in modo tale che ho veramente cominciato ad aver un po' di paura. Non so come ho fatto a tornare all'albergo con la macchina. E il bello è che la gente che ci vedeva doveva essere tanto abituata a quella specie di spettacoli che rideva invece di aiutarmi. Ma tutto è finito bene. Però, ora sono stanca!». «Lo credo bene che tu sia stanca, mammina!», esclamò Joy. E accompagnò la madre su in camera, e le diede l'ordine di andare a letto e di riposarsi per almeno un paio d'ore.

Capitolo ventotto (28): UNA SERA A SORRENTO

Il giorno dopo la visita di Napoli della signora Vespucci, suo marito tornò a Capua, e Dorabel, Joy e Bruno passarono una giornata tranquilla, ma non noiosa, a riparlare di tutto quel che avevano visto fino ad allora. E l'indomani si decise di lasciare Napoli per un giro di qualche giorno.

«Andiamo in treno o in torpedone?», domandò Bruno. «No, andiamo in macchina! Solo noi quattro», fu la risposta di Annibale. «Ma ... e dove la prendi, la macchina?», domandò Dorabel, e Joy, pronta a tutto come sempre, esclamò: «Vuoi comprare un'automobile, papà?». «Comprare? Neanche per sogno! Che cosa ne farei dopo? E dove vado a prendere i soldi? No, no, non voglio comprare un'automobile, ma ho pensato che dev'essere possibile noleggiarne una per qualche giorno. Lei, Bruno, che ne pensa?». «E un'ottima idea, e penso che l'albergo ci potrà aiutare. Vuole che scenda a domandare?». «Che Lei scenda giù? E perché? Non si può telefonare?». «Certamente. Lo faccio subito», disse Bruno, e cinque minuti dopo il portiere dell'albergo aveva noleggiato una macchina a sei posti per le undici. «Lei deve solamente pagare trentamila lire che Le saranno restituite quando Lei riporterà la macchina». «E quanto costa il noleggio della macchina?». «Si può pagare un tanto al giorno o un tanto al chilometro, come si vuole. Lei cosa preferisce?». «Credo che sia meglio pagare un tanto al chilometro; sarà un'idea mia, ma mi sembra più giusto». «Sì, mi pare più giusto anche a me», disse Bruno.

In quel momento suonò il telefono. Fu Joy che rispose. «Papà», disse, «il portiere vuole che tu scenda giù un po' prima della partenza. Dice che prima di partire devi firmare diverse cose per il noleggio della macchina, ma non ho capito tutto ciò che mi ha detto. Sai, è quell'impiegato che parla un pessimo inglese, non l'altro, il giovane. Quello lì è stato in Inghilterra e in America e parla un ottimo inglese». «Va bene, va bene», disse Vespucci, «pensavo anch'io che c'era qualcosa da firmare. Scenderemo alle undici meno un quarto, cioè fra un'oretta». «Di già!», esclamò Dorabel, «ma allora abbiamo appena il tempo di mettere in una valigia la roba necessaria per partire! Vieni ad aiutarmi, Joy!». «Bene, mamma», disse Joy, e le due donne uscirono, mentre Vespucci diceva ridendo: «Ricordati, Dora, che partiamo soltanto per un giretto di due o tre giorni! Sai bene che ti porti sempre dietro troppa roba, cara». Alle undici meno un quarto, Vespucci scese giù assieme a Bruno, e alle undici la macchina era pronta. Annibale e Bruno uscirono per vedere se tutto era in ordine. «Quanti litri di benzina ci sono nel serbatoio?», domandò Vespucci all'autista, «ce n'è abbastanza per tutto il viaggio?». «Eh, come faccio a saperlo? Lei non mi ha mica detto dove va! Se vuol fare un viaggio di ... diciamo cinque o seicento chilometri, va bene. Nel serbatoio c'è abbastanza benzina per quasi seicento chilometri - per andare in pianura, però, perché se vanno in montagna la benzina basterà per fare cinquecento chilometri, forse neppure per cinquecento. Se Lei invece, che so io, parte per un viaggio di mille chilometri o più, allora no! non ce n'è abbastanza, di benzina. Ma può sempre fare benzina per strada». «Sì, sì, si capisce, grazie. Ah! ecco le signore, possiamo metterci in macchina e partire». «Che bella macchina!», esclamò Dorabel, «dove vuoi che ci sediamo?». «Che bene che vi sediate tutte e due dietro: è più sicuro», rispose Vespucci, mentre dava una mancia all'autista che era venuto con la macchina. Quegli aprì lo sportello e aiutò Dora e Joy a sedersi, salutò e si allontanò, voltandosi però ancora un paio di volte per vedere se tutto era in ordine. Bruno si sedette accanto a Vespucci, quegli domandò un'ultima volta: «Siamo tutti pronti? Non avete dimenticato nulla? Dora, hai preso la roba di cui avrai bisogno?». «Tutto in ordine, pensa solo a guidare», rispose Dorabel, e finalmente partirono.

Passarono accanto alla Stazione Centrale, e pochi minuti dopo arrivarono all'autostrada Napoli-Castellammare. Vespucci, che voleva provare il motore della macchina, aumentò la velocità fino a cento chilometri all'ora. A quella velocità, il motore cantava contento e quasi non si sentiva. Vespucci accelerò ancora, avvicinandosi a poco a poco alla velocità massima: centocinquanta all'ora. In quel momento, sull'autostrada c'erano poche macchine. Davanti ai Vespucci, a un centinaio di metri, un grosso torpedone filava a circa ottanta chilometri, mentre due altri torpedoni, che venivano da Castellammare e distavano fra loro una trentina di metri, si avvicinavano, filando anche loro a ottanta o novanta all'ora. Vespucci decise di sorpassare il torpedone che aveva davanti senza rallentare e perciò, avendo visto che subito dietro di lui non c'erano altre macchine, cominciò ad avvicinarsi al mezzo della strada.

Ma in quello stesso momento, l'autista del più distante dei torpedoni che gli venivano incontro decise anche lui di sorpassare il torpedone che aveva davanti e perciò accelerò fino a cento all'ora e si spostò, come Vespucci, verso il mezzo della strada. In un secondo, Vespucci capì che se lui e il torpedone continuavano a filare l'uno incontro all'altro alla stessa velocità, senza rallentare né accelerare, si sarebbero quasi certamente scontrati in mezzo all'autostrada e allora ... Annibale Vespucci non avrebbe mai finito il suo libro! Accelerare, Vespucci non poteva, perché andava già al massimo della velocità. Poteva spostarsi verso destra, per andare a rimettersi dietro il torpedone che stava sorpassando, solo se il torpedone accelerava.

Dorabel non aveva visto niente, sennò avrebbe provato a consigliare suo marito, facendogli perdere un paio di preziosissimi secondi. Vespucci, dunque, tolse il piede dall'acceleratore e cominciò a rallentare. L'autista del torpedone che gli stava davanti aveva visto anche lui ciò che stava per accadere e capì subito cosa voleva fare Vespucci, e per aiutarlo accelerò, lanciando a tutta velocità il suo grosso torpedone. Ciò fu una vera fortuna. Un paio di secondi dopo, Vespucci e il torpedone che gli veniva incontro si passavano accanto. C'era appena un metro fra le due macchine ....

«Che fortuna!», disse solo allora Bruno, ancora un po', e ci scontravamo, eh?». «Uff!», fece Vespucci senza dir nulla, mentre riprendeva il suo posto dietro al torpedone. E Joy, che aveva visto tutto anche lei, esclamò: «Bravo papà! Ben fatto! Porta fortuna, sai, cominciare una giornata in questo modo». «Credi?», domandò suo padre con un debole sorriso. «Certo! Non lo sapevi?».

Un quarto d'ora dopo, arrivarono a Castellammare, dove finiva l'autostrada. «E adesso», disse Bruno, «lasciamo la pianura del fiume Sarno e prendiamo la strada panoramica. E lunga circa sette chilometri, e la vista sul golfo di Napoli è incredibilmente bella». Infatti, il panorama era di una bellezza che non si poteva chiamare altrimenti che incredibile, e Vespucci questa volta non andò più presto del necessario.

Dopo aver lasciato la strada panoramica ed essere passati attraverso la cittadina di Vico Equense, arrivarono a Meta. Fu allora che Vespucci domandò a Bruno: «E ora, dove andiamo? Continuiamo fino ad Amalfi, o andiamo prima a Sorrento? Perché se vogliamo andare a Sorrento, se non mi sbaglio, bisogna voltare a destra». «Già, non ci pensavo», disse Bruno, «voltiamo dunque a destra, non possiamo fare altrimenti: dobbiamo vedere Sorrento!». «Certamente!», esclamò Joy, «sarebbe una pessima idea passare vicino a Sorrento senza fermarci». «Devo però aggiungere», disse Bruno, «che, dato che da Sorrento ad Amalfi ci sono trentadue chilometri di una strada difficilissima, se ci fermiamo a Sorrento qualche ora non potremo continuare oggi, ma saremo obbligati a pernottarci. Non fa nulla?». «No di certo!», esclamò Joy, e fu dunque deciso che si sarebbe andati prima a Sorrento e che si sarebbe continuati per Amalfi il giorno dopo.

A Sorrento, la maggior difficoltà fu di trovare delle camere libere in qualche albergo: si era in luglio, in piena stagione turistica, e tutte le camere erano occupate. Finalmente, però, si trovò un albergo che proprio quella mattina aveva ricevuto un telegramma con cui una famiglia francese faceva sapere che sarebbe arrivata con un giorno di ritardo. «Sono fortunati, signori!», disse il padrone dell'albergo ai Vespucci, «se non fosse arrivato questo telegramma, io non avrei potuto far niente. Ci sono dei turisti che ci hanno scritto da parecchi mesi per essere sicuri di avere delle camere! Loro però possono solamente pernottare, perché domani sera le camere non saranno più libere». «Già, ma noi domani mattina ripartiamo, cosicché una notte ci basta», disse Bruno, dopo di che il padrone disse a suo figlio, che era impiegato nell'albergo, di mostrare le camere dei francesi ai Vespucci e a Bruno.

Il pomeriggio, lo passarono a gironzolare per le viuzze di Sorrento, fermandosi a guardare i caffè, le botteghe, i negozi di ricordi, di fazzoletti ed altri articoli di seta. Scesero giù al porticciolo con la sua piccolissima spiaggia, e lì presero un bicchierino di vermut e si fermarono a guardare i ragazzi che pescavano dal molo. «Cosa pescano?», domandò Joy al cameriere. «Ma ... chi lo sa! Non lo sapranno neanche loro, signorina. Se si vuol pescare si va in mare, qua dalla riva non si prende nulla. Ma son ragazzi, giocano. Quando sono stanchi di gironzolare per il porto o per la città, vanno lì a pescare, fanno il bagno, provano a fare la guida a qualche turista per farsi dare un po' di soldi. Cosa vuole, sono giovani». E il cameriere alzò le spalle sorridendo, come se si rammentasse di quando anche lui era giovane e passava le giornate a gironzolare per le viuzze di Sorrento e a pescare nel porticciolo.

Quando venne la sera, Joy domandò: «Bè’, che cosa facciamo dopo cena, Bruno?». E Bruno ridendo rispose: «Cara miss Joy, non voglio mica che Loro obbediscano ai miei consigli come se fossero ordini!». «Va bene, allora faremo il contrario di ciò che Lei ci consiglia: se Lei ci dice di uscire rimaniamo in camera, e se Lei ci dice di rimanere in albergo passiamo la serata fuori. Va bene?». «Va bene ...», rispose Bruno guardando la fanciulla con un sorrisetto che sembrava dire: «Aspetta un po', cara mia! Vedremo cosa dirai fra un momento!». Poi, ad alta voce, disse: «Io direi di ... di andare in un ristorante che conosco, dove c'è un'ottima orchestra e dove, dopo aver cenato, potremo ballare per un paio d'ore. Ma siccome abbiamo deciso di fare il contrario di ciò che Le consiglio, rimarremo in albergo e passeremo la serata a leggere una guida. Va bene?».

«Bravo Bruno!», esclamò Vespucci, «e tu che ne dici, Joy? Ballare o leggere una guida turistica? Mi sembri un po' incerta ...». Joy guardò per qualche momento suo padre e Bruno come se volesse saltar su e prenderli per i capelli, poi esclamò ridendo di tutto cuore: «Ha vinto ancora una volta Bruno! Andiamo a ballare! Spero però che l'orchestra mi piaccia, altrimenti Le prometto che passerà una brutta serata!». «Stia tranquilla; un mio amico è stato a Sorrento due mesi fa e mi ha detto che l'orchestra di quel ristorante è eccellente», disse Bruno, e poi aggiunse, un po' incerto, come se si rammentasse di qualcosa: «Spero che balli anche Lei, signora Dorabel, altrimenti non credo di aver avuto una buona idea». «Stia tranquillo, mia moglie balla molto bene e ballerebbe col massimo piacere tutta la notte!», esclamò Annibale. Dorabel rise e assicurò Bruno che non ballava meglio di tante altre; Vespucci aggiunse che lui, invece, era sempre stato un pessimo ballerino. Finalmente, verso le otto, tutti uscirono dall'albergo e andarono al ristorante.

Ebbero qualche difficoltà a trovare una tavola libera, ma il padrone li aiutò, e finalmente poterono ordinare la cena.

Era una serata meravigliosa, come non ce ne sono molte nemmeno a Sorrento, dove l'estate è così bella. Tutto invitava ad essere felici, a pensare unicamente al lato bello della vita. Anche Bruno, guardando Joy durante la cena, sentiva nascere in sé qualcosa di nuovo. Ma fu solo verso la fine della cena, quando l'orchestra si rimise a suonare dopo essersi riposata un po', che egli capì di voler bene a Joy. Glielo fecero capire una giovane signora e suo marito che, appena l'orchestra aveva cominciato a suonare, si erano messi a ballare, dimenticando tutto e tutti, soli al mondo, pieni di una felicità tranquilla e forte, una felicità sorridente, così apertamente innamorati che tutti gli sguardi si fermavano su di loro. «Chi saranno?», pensò Bruno, e come per rispondergli, Dorabel disse, come se si rammentasse degli anni della sua giovinezza: «Come sono giovani, e come sono belli!». «Sono belli perché si amano e perché sono felici, cara Dora», le rispose suo marito, «certo anche noi eravamo belli quando avevamo la loro età ed eravamo come loro sposati da poco». Joy non disse nulla e non avrebbe potuto dire ciò che pensava, perché non pensava con parole: per lei, i due giovani che ballavano facevano parte di un sogno che aveva nome Sorrento. Joy li guardava senza parlare, e le sembrava che essi fossero venuti lì, quella sera, in quel ristorante, solo per lei. A Bruno, in quel momento, non pensava.

Poco dopo, Bruno la invitò a ballare, e così i due giovani si trovarono a qualche metro dai due ballerini. Bruno si disse che erano certamente stranieri, ma non poté indovinare di che paese fossero. Ballavano quasi senza parlarsi, e le poche parole che sentì non lo aiutarono a capire da dove venivano. La signora era bionda, di quel biondo chiaro che si vede così raramente, anche nei paesi del nord. Era alta, appena un po' meno alta del marito. Aveva posato la testa sulla spalla di lui e aveva chiuso gli occhi, sorridendo tranquilla.

«Fortunati loro!», pensò Bruno, e subito dopo si domandò perché mai aveva pensato così. Che cosa gli accadeva? Guardò Joy che gli sorrise, guardò il cielo pieno di stelle, la gente intorno a loro, e gli venne l'idea che forse, un giorno non tanto lontano, altri direbbero di lui: «Fortunato!». «Bruno Rossi», pensò, «tu sei innamorato!». In quel momento l'orchestra smise di suonare, e Joy gli disse: «Bruno, faccia ballare la mamma. So che ne ha tanta voglia». «Certo, con piacere», disse il giovanotto, e i due tornarono al loro tavolo.

Quando Bruno tornò a ballare con Joy, i due innamorati se n'erano andati, e Bruno provò a non pensare più al sogno che aveva fatto quella sera.

Capitolo ventinove (29): IL MACIGNO

Annibale e gli altri lasciarono Sorrento di mattina presto. Era una splendida giornata: faceva caldo, ma non troppo, tutto sembrava prometter una bellissima gita. Il padrone dell'albergo era uscito sulla strada per augurare buon viaggio, i primi turisti cominciavano ad arrivare a Sorrento.

A cinque chilometri da Sorrento, la macchina voltò a destra e cominciò a salire. Ben presto, ai due lati della strada cominciarono gli aranceti. «Oh, Bruno!», esclamò Joy appena li vide, «non crede che si possano comprare delle arance in uno di quei giardini?». «I giardini di aranci si chiamano aranceti. Molti padroni non accettano di vendere la frutta ai turisti, però ce ne sono alcuni che lo fanno. Possiamo provare. Fermiamoci qui, vado a domandare».

Cinque minuti dopo, Bruno tornava accompagnato dal padrone dell'aranceto. «Vuol cogliere qualche arancia, signorina?», domandò l'uomo a Joy, che era uscita dall'automobile assieme alla madre. «Sì, con grandissimo piacere, se Lei me lo permette!», rispose Joy. «Venga, venga!», disse allora l'uomo, «Le farò vedere dove può cogliere le più belle».

Joy e la madre colsero una diecina di bellissime arance, pagarono il padrone e tornarono sulla strada. «Ne mangiamo una subito, eh?», disse Joy, e senza aspettare la risposta degli altri prese nella borsetta un coltellino e si mise a sbucciare un'arancia per sua madre. Poi ne sbucciò una per sé e passò il coltellino a suo padre. «Che ne facciamo delle bucce?», domandò, «le buttiamo sulla strada o aspettiamo di essere più su, in montagna?». «Aspettiamo almeno che non ci siano più case», disse Annibale, «e intanto metti le bucce in un giornale! Ce n'è uno lì, sul sedile davanti. Puoi prenderlo, l'ho già letto».

Così, a sbucciare arance, a chiacchierare e a fumare sigarette, i quattro amici passarono una mezz'ora davanti all'aranceto. Quando si rimisero in macchina, Bruno, alzando lo sguardo, disse: «Ha visto, miss Joy, quella nuvola che ha la forma di un cavallo che sembra venire sui Monti Lattari?». «Sì, rassomiglia infatti proprio a un immenso cavallo bianco!». «Che cavallo? dove? io non vedo nessun cavallo», disse Dorabel. «Ma sì, mamma, guarda, lì... no, hai ragione! mentre parlavamo ha cambiato forma e adesso rassomiglia piuttosto a un grosso cane... o a qualche altro animale. Ha una forma nuova ogni volta che la si guarda, quella nuvola». «E diventa sempre più grande», aggiunse Annibale, «e questo non mi piace. Spero che non si metta a piovere». «A piovere?», domandò Dorabel, «io credevo che in Italia, d'estate, non piovesse mai!». «Piove di rado, è vero», disse Bruno, «però succede. E allora, certe volte, l'acqua viene giù a fiumi». «Be', speriamo che questa volta non sia che una nuvola», disse Vespucci, accelerando.

Ma la nuvola, che prima aveva la forma di un cavallo, poi di un cane, aveva di nuovo cambiato forma, e ora copriva la metà del cielo. A un tratto, una nuvola di polvere si alzò dalla strada, davanti alla macchina, ed entrò per i finestrini aperti. In un secondo, tutto fu coperto di polvere: i viaggiatori, i loro vestiti, i sedili. «Mamma mia!», esclamò Dorabel, «da dove viene tutta questa polvere?». «È il vento che la solleva, mamma», rispose Joy. Come per dare più forza alle parole della ragazza, un soffio di vento più violento del primo sollevò un'altra nuvola di polvere, e prima che Bruno e i Vespucci avessero avuto il tempo di chiudere i finestrini ebbero la bocca, il naso e gli occhi pieni di polvere.

«Chiudete quei finestrini, se non mi volete far morire!», esclamò Dorabel appena poté parlare. «È già fatto», le risposero sua figlia e Bruno. Il vento intanto soffiava con violenza sempre maggiore, e quando i nostri amici, arrivati al punto più alto della strada fra Meta ed Amalfi, videro di nuovo il mare ai loro piedi, le prime gocce d'acqua colpirono la macchina. «Cosa vi dicevo io?», esclamò Vespucci, «ecco la pioggia! Lo sapevo che quel nuvolone non ci avrebbe portato fortuna. E vedrete che queste goccioline di pioggia fra poco diventeranno un acquazzone come non se n'è mai visti!».

Infatti, quello che una mezz'ora prima era un nuvolone bello bianco, ora era solo un'immensa nuvola grigia, che copriva quasi tutto il cielo. I colpi di vento si succedevano quasi senza interruzione; nella macchina, che aveva i finestrini chiusi per non lasciare entrare la polvere, faceva un caldo terribile; il mare, cento metri più giù, aveva cambiato colore ed era ora di un azzurro scuro che si avvicinava al nero. Vespucci guidava lentamente, fermandosi spesso, perché la pioggia cadeva così forte che non si vedeva niente a una trentina di metri. Dorabel parlava senza fermarsi, rammentandosi tutte le volte che erano partiti in gita con un tempo meraviglioso ed erano tornati con un tempaccio terribile. «Ti ricordi quella volta che un acquazzone...», cominciò, rivolta a sua figlia, ma fu interrotta da una violentissima luce accompagnata da un immenso rumore, un rumore di una forza tale che per i quattro viaggiatori fu come un colpo in testa. Vespucci fermò la macchina, e per parecchi secondi non si sentì altro che il rumore della pioggia sul tetto dell'automobile. Poi, di nuovo, un lampo che fece chiudere gli occhi a Vespucci e a Bruno, che stavano sui sedili davanti, e poi un tuono ancora più lungo e più violento del primo. «Annibale! Torniamo a Sorrento!», disse Dorabel, che era spaventata all'idea di proseguire il viaggio con quel tempaccio per una strada sconosciuta. «Eh, cara Dora», le rispose suo marito, «al punto in cui siamo arrivati, è meglio proseguire, sai? Prima di tutto, un acquazzone di tale violenza non può durare a lungo. Fra una mezz'ora, un'ora al massimo, smetterà certo di piovere, tornerà il sole, e potremo andare avanti senza difficoltà. E poi, c'è un'altra cosa: quando tuona, è meglio non stare né troppo vicino al mare, né troppo in alto, perché i fulmini colpiscono quasi sempre o l'acqua o i punti più alti, come gli alberi e le cime delle montagne». «Mamma mia!», esclamò Dorabel, «tu mi spaventi con tutti questi discorsi sui fulmini!». «Scusami, Dora, hai ragione, parliamo piuttosto della nostra gita. Bruno, ci racconti qualcosa su Amalfi!». «Sì! bravo papà!», esclamò Joy, «ma prima di cominciare, apra per favore il finestrino, Bruno, perché qui fa un caldo terribile, e io ho voglia di fumare una sigaretta. Grazie».

«Va bene», disse Bruno, e cominciò il racconto, interrotto ogni momento dai lampi e dai tuoni, che ora si succedevano quasi senza interruzione, come prima i colpi di vento. «Amalfi fu una volta una città ricca e potente... Mi scusi se grido, ma con questo tempaccio non si può chiacchierare tranquillamente! ... Nell'undicesimo secolo, Amalfi, al massimo della sua ricchezza, era una città la cui potenza era uguale a quella di Genova e Pisa. Questa potenza fu per Amalfi una grande sfortuna, perché Pisa, che certo non poteva rimanere tranquilla mentre la ricchezza di Amalfi aumentava, prese e distrusse in parte la città nel millecentotrentacinque (1135) e nel millecentotrentasette (1137). Da allora la potenza di Amalfi diminuì rapidamente, e la città, diventata povera, non fu differente dalle altre cittadine di questa parte d'Italia. Sono i turisti, quei turisti che hanno fatto tanto per il nostro paese, che hanno, si può dire, restituito ad Amalfi una piccola parte della sua antica ricchezza. Oh! piccolissima certo... Amalfi non è più, oggi, l'uguale di Pisa o di Genova, ma non si può nemmeno dire che sia veramente povera».

E qui il racconto di Bruno fu interrotto di nuovo, questa volta da un violentissimo colpo di vento che mandò un'ondata d'acqua per i finestrini aperti e inondò i sedili, i libri, i viaggiatori, tutto. «Oh! il mio povero vestito!», esclamò Dorabel, «è tutto bagnato! Come faccio ora ad asciugarlo?». «Vedrai, cara Dora», disse suo marito, «che il tuo vestito te lo asciugherà il sole appena tornerà, e in un quarto d'ora sarà asciutto. Pensa piuttosto ai miei calzoni che sono ugualmente bagnati e che non saranno asciutti prima di stasera». «Va bene, va bene, mi rincresce molto per te, ma la differenza fra noi due è che tu puoi anche andare in giro per un giorno intero coi calzoni bagnati senza che ti accada niente, mentre io, se ho addosso un vestito bagnato anche per un quarto d'ora soltanto, mi raffreddo e devo stare a letto per parecchi giorni. Almeno, chiudete quei finestrini, se non mi volete far morire!». «Certo, mamma», disse Joy, «ma non vuoi che ti troviamo uno scialle nella valigia, per coprirti un po'? Se prendi un raffreddore, la nostra gita non sarà più un piacere». «Grazie, cara Joy», rispose Dorabel, «ma dimentichi che per prendere la valigia bisogna prima uscire dall'automobile, e mi rincrescerebbe molto se tu o Bruno doveste farvi bagnare ancora una volta da capo a piedi. La pioggia è così forte che è impossibile uscire senza esserne inondati. Se prendete un raffreddore anche voi...!». «Cara signora», disse Bruno interrompendola gentilmente, «non ci pensi! Io non mi raffreddo mai. Se il signor Annibale ferma la macchina un momentino, io faccio un salto e Le porto la valigia. Se Lei ha uno scialle, deve metterselo!».

Appena Bruno ebbe aperto lo sportello della macchina, fu colpito dalla pioggia che, come aveva detto Dorabel, lo bagnò da capo a piedi. Ma non era certo la pioggia che poteva fermare il giovanotto, tanto più che voleva far vedere a Joy che quel po' di pioggia non gli faceva paura. Dunque, con due salti fece il giro dell'automobile, prese la valigia e tornò dagli altri. Mentre teneva la valigia sulle ginocchia, Dorabel l'aprì, prese lo scialle e la richiuse. «E adesso», disse Vespucci, «dove la mettiamo, la valigia? Potete tenerla lì dietro, Dora e Joy? Perché, veramente, non possiamo domandare a Bruno di uscire di nuovo! Prenderà certo un raffreddore, anche se dice di no». «No, guardi, signor Annib...», cominciò Bruno, ma non finì.

Fu interrotto da un lampo violentissimo, seguito da un tuono di una violenza tale che sembrò voler sollevare la macchina e lanciarla in mare. Un fulmine aveva colpito la montagna a una cinquantina di metri dall'automobile. E un secondo dopo, un rumore, prima lontano e debole, poi sempre più forte, fece gridare a Bruno: «Avanti! avanti! presto!». Vespucci, senza pensare a ciò che faceva, senza domandare perché, lanciò la macchina a tutta velocità. Ma ebbe appena fatto una ventina di metri che dovette fermarla di colpo, in mezzo a un fracasso tale che non si sentì neppure il grido di Dorabel, grido di spavento, ma anche di dolore, perché aveva battuto il capo contro il sedile davanti con una forza tale che per qualche momento non vide e non sentì niente.

«Papà! Bruno! cos'è successo?», gridò Joy, appena il fracasso si fu calmato. «Ma, non so», disse Vespucci. Bruno, lui, non rispose perché non poteva parlare dal dolore, avendo urtato con violenza il ginocchio contro la valigia. Per qualche minuto nella macchina non si sentì altro che il rumore della pioggia e del vento, e le deboli grida di dolore di Dorabel.

Fu di nuovo Joy che disse: «Bisognerebbe andare a vedere, no? Mi pare che ci sia qualcosa sulla strada, davanti a noi, qualcosa di grande e di nero». «Sì, disse Vespucci, «devo andare a vedere da vicino. La pioggia cade così forte che dalla macchina non si vede nulla». E Annibale fece per uscire, ma Bruno lo fermò: «No, è meglio che esca io. Lei è ancora quasi interamente asciutto, mentre io sono già così bagnato che un po' più o un po' meno non fa alcuna differenza». «Ma il suo ginocchio, Bruno?», domandò Vespucci. «Va meglio, grazie. Posso camminare». «Ma almeno, si copra col mio scialle per non raffreddarsi!», disse Dorabel. «Mille grazie, signora Dorabel! Lei è molto gentile, ma veramente, non farei che bagnare anche il Suo scialle, e io mi son già preso tanta acqua indosso che...». «Mi rincresce molto di non poterLa aiutare», disse Dorabel, poi a un tratto esclamò: «Annibale! Non hai una bottiglietta di cognac nella tua valigia?». «Sì, sì, e non è neppure nella valigia grande! ce l'ho qui nella mia valigetta nera. Ecco, Bruno, beva! Le farà bene». «Grazie», disse Bruno, e dopo aver bevuto, uscì dalla macchina e andò a vedere cosa c'era sulla strada.

Tornò un minuto dopo, e appena si fu seduto nella macchina esclamò: «Impossibile proseguire il viaggio! C'è un grosso macigno in mezzo alla strada». «Allora bisogna tornare indietro a Sorrento!», disse Dorabel, ma Bruno proseguì: «Non possiamo andare né avanti né indietro, perché un altro macigno è caduto dietro di noi!». «Poveri noi! Che sfortuna! Con un macigno davanti e uno dietro, siamo in una situazione veramente terribile!», esclamò Dorabel con spavento, ma Joy le disse sorridendo: «Io direi piuttosto: Che fortuna! Pensa che quei macigni avrebbero potuto caderci addosso!». «E avrebbero potuto farci finire in mare», aggiunse Vespucci. «Non vedo bene la differenza», disse Bruno ridendo, «la fine sarebbe stata la stessa, no?». «Volete smetterla di parlare di queste cose?», gridò Dorabel, in mezzo al fracasso del tuono e di un violentissimo colpo di vento. «Va bene, va bene, Dora», disse Annibale, «pensiamo piuttosto a togliere quei macigni dalla strada! Andiamo!». «Mi rincresce di dirGlielo», lo fermò Bruno, «ma credo che sia impossibile. Anche in quattro, siamo sempre troppo pochi, e neppure la nostra macchina è abbastanza potente per spostare quei macigni». «Ma allora chi ci tira fuori da questa terribile situazione?», esclamò Dorabel, spaventata all'idea di non potere né proseguire, né tornare indietro. «Già, allora...», cominciò Vespucci lentamente.

In quel momento, si sentì il rumore di un grosso torpedone che si avvicinava, venendo da Amalfi.

Capitolo trenta (30): FINE DEL TEMPORALE

Il torpedone si fermò a una ventina di metri appena dal macigno. L'autista, un napoletano di una quarantina d'anni, scese per vedere cos'era successo e si incontrò davanti al macigno con Bruno, che aveva lasciato la macchina sentendo il torpedone avvicinarsi.

«Bè? Che si fa?», domandò Bruno quando ebbero fatto il giro del macigno. «Ma... bisogna spostarlo, sennò non si passa», rispose l'uomo. «Già, ma come? Da soli, noi due non ce la facciamo». «È chiaro che non ce la facciamo! Questo macigno, non si potrebbe spostarlo nemmeno in venti. Forse però col torpedone...». «Vuol provare a spingerlo?». «Sì, se si potesse spingerlo fino sull'orlo della strada, lì dove il parapetto è rotto per parecchi metri, si potrebbe forse farlo cadere giù, nel mare». «Bravo!», esclamò Bruno, «proviamo?». «Proviamo! Non c'è altro da fare, mi sembra».

L'autista tornò al volante del torpedone, mentre Bruno rimaneva accanto al macigno. Lentamente, la grossa macchina si avvicinò alla pietra. A tutti i finestrini, si vedevano le facce pallide dei viaggiatori. Nessuno parlava, tutti gli sguardi erano volti verso quella cosa nera in mezzo alla strada. Il torpedone avanzava sempre, l'uomo al volante aveva gli occhi fissi sul macigno. Si sentì un urto, qualche grido di paura, e la macchina si fermò.

Bruno fece segno all'autista che poteva cominciare a spingere il macigno, l'uomo fece segno a Bruno di spostarsi e posò il piede sull'acceleratore. Per un momento fu come se il motore e la pietra volessero provare chi dei due era il più forte. Poi, lentamente, la pietra cominciò a spostarsi. Quando fu a un metro dall'orlo della strada, Bruno si avvicinò per vederla cadere nel mare. In quello stesso momento, la pietra fu fermata dal parapetto, per qualche secondo sembrò che non volesse più muoversi, ma poi, a un tratto, precipitò giù nel mare, una cinquantina di metri più in basso.

Le ruote davanti del torpedone erano a un mezzo metro dal parapetto. Ancora un po', e il torpedone, forse... L'autista cercò con lo sguardo Bruno per ringraziarlo, ma non vedendolo accanto al parapetto pensò che fosse tornato verso l'auto, e si preparò a proseguire il viaggio interrotto. Ma dovendo passare accanto alla macchina dei Vespucci, fu fermato da Annibale che, dopo avergli fatto segno che voleva parlargli, abbassò il finestrino e domandò, gridando con quanta voce aveva per coprire il fracasso del temporale: «Dov'è il giovanotto che era con Lei un momento fa?». «Ma, non è tornato?». «No». «Bè, sarà andato a vedere...». «A vedere che?». «Ma, che ne so io?». «Bella risposta! Purché non gli sia accaduto qualcosa!». «E che cosa può essergli accaduto? Ma se vuole, proviamo a chiamarlo col clacson», disse l'autista, e per parecchi secondi il rumore del temporale fu coperto dal potente squillo del clacson del torpedone.

«Sente qualcosa Lei?», domandò l'autista ad Annibale. «No, niente. Provi ancora, deve rispondere, non può essere lontano». L'autista provò di nuovo, e questa volta parve a tutti e due di sentire una voce lontana che rispondeva debolmente allo squillo del clacson. I due uomini si guardarono, poi, senza una parola, scesero dalle loro macchine. «Dove vai?», domandarono Joy e Dorabel. «Niente, niente», rispose Vespucci senza osare di guardarle, «vado a vedere... cosa sta facendo Bruno». «Bruno?», esclamò Joy, «perché? dove...». Ma Vespucci non la sentiva più, egli era già a una diecina di metri e il temporale coprì la voce della ragazza.

Quando Vespucci e l'autista si avvicinarono al parapetto, sentirono di nuovo, questa volta più forte, lo stesso grido di prima: «Ohé! Ohé!». «Ohé!», rispose l'autista con quanta voce aveva, e Annibale chiamò: «Bruno! È Lei?». «Sì!», rispose la voce, che veniva su dal basso. «Ma dov'è?». «Sono quaggiù! Sugli scogli!». «Come mai?», gridò Vespucci, e la voce rispose: «Il macigno... colpito... caduto giù... gli scogli...». «È ferito?», chiese Annibale. «No! Non sono ferito... fortuna...», rispose di nuovo la voce, mentre il vento portava via la metà delle parole.

«Meno male! Ma... come facciamo a tirarlo su, ora?», domandò Vespucci all'autista. Quegli si grattò il capo con una smorfia che sembrava voler dire: 'Mi son ficcato in un bel guaio!', poi rispose, parlando a sé stesso piuttosto che ad Annibale: «Dalla strada agli scogli ci sarà una cinquantina di metri o poco più... Scendere giù non servirebbe a nulla, e poi, chi lo farebbe? io no! Allora? Una corda... già, ci vorrebbe una corda, ma una corda di quella lunghezza, dove si va a pescarla?». Poi esclamò, parlando ora a Vespucci: «Ho trovato! Lei aspetti qua, mentre io vado a prendere le corde!». «Le corde? Che corde? Dove?», domandò Annibale. Ma l'autista non lo sentiva più. Stava già arrampicandosi sul tetto del torpedone, al quale le valige dei viaggiatori erano infatti legate con una lunga corda, mentre un'altra corda serviva a tener ferma la tenda che copriva le valige.

Ma l'autista non si era arrampicato sul tetto del torpedone per prendere quelle corde lì, senza le quali la tenda sarebbe stata portata via dal vento e le valige inondate d'acqua e forse buttate giù sulla strada anche loro. Ciò che l'uomo si mise a cercare erano due corde nuove che aveva comprato il giorno prima per il padrone della macchina. «Dove le ho ficcate?», diceva cercando sotto la tenda. «Ah, eccole!», esclamò finalmente. Scese giù con le corde in mano e andò da Vespucci. «Come va?», gli domandò. «Ma, non so», rispose Annibale con una smorfia, «bisognerebbe chiamare di nuovo». E gridò con quanta voce aveva, volto verso il punto da dove, giù fra gli scogli, gli era venuta la voce di Bruno: «Ohé! Bruno! È pronto?». «Sì!», rispose il giovanotto, e questa volta l'autista disse: «Eccolo! Lo vede? Lì, un po' a sinistra, vicino a quello scoglio grande...». «Sì, sì! adesso lo vedo anch'io! Presto, presto! buttiamogli giù la corda! Povero ragazzo!».

L'autista intanto aveva legato insieme le estremità delle corde e stava ora grattandosi il capo, segno che pensava. «Vediamo... l'altra estremità, dove la leghiamo? La macchina è un po' lontana, non va... Ah! me la lego intorno alla vita». Detto fatto, l'autista si legò la corda intorno alla vita e ne buttò l'altra estremità a Bruno, gridandogli: «Acchiappa!».

Bruno acchiappò la corda e provò a tirare, prima debolmente, poi più forte, e finalmente tirò con quanta forza aveva. Voleva essere sicuro che la corda non si sarebbe spezzata mentre lui stava arrampicandosi su, perché allora sì che si sarebbe ferito, forse anche ammazzato! Non era che non osasse arrampicarsi su tenendosi soltanto alla corda, ma era chiaro che sarebbe stato stupido se non avesse provato la corda prima di salire. Quando fu certo che la corda non si sarebbe spezzata, o che almeno non si sarebbe spezzata subito, se ne legò anche lui l'estremità intorno alla vita, e gridò: «Pronti?». L'autista posò le due mani contro il parapetto per essere più sicuro e rispose: «Pronti! Forza! Su!». E Bruno cominciò ad arrampicarsi.

Vespucci, pallidissimo, stava accanto all'autista e si mordeva le dita, come faceva sempre quando era nervoso. Era di quelle persone che, quando sono nervose, non sono capaci di stare tranquille. A un tratto, una voce accanto a lui domandò: «Papà! cos'è successo? Cosa fate? Dov'è Bruno?». Era Joy che, incapace di stare tranquilla nella macchina, si era coperta con lo scialle della madre ed era venuta a vedere cosa facevano suo padre e l'autista. Vedendola, Annibale diventò ancora più nervoso, tanto che fu quasi incapace di risponderle: «Eh... B-b-bruno è... è lì, è giù, è... è...». «Che cosa dici? Bruno giù? È caduto? Ma parla, papà! Hai l'aria così nervosa». «Sì, no, è caduto, è... ma non so com'è accaduto, Joy». Fu l'autista che disse: «Si calmi, signorina, il giovanotto è sceso giù un po'... rapidamente, ma adesso sta arrampicandosi su come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita. Venga qua se vuol vedere!». «No, grazie, non oso. Non vorrei renderlo nervoso». «Nervoso? Lui? Ma quello lì, non lo rende nervoso niente e nessuno! Venga, venga!».

Joy si avvicinò al parapetto e quel che vide la fece impallidire: Bruno aveva le mani e il viso coperti di sangue, la giacca e la camicia stracciate, i calzoni pure stracciati. Egli era ancora a una ventina di metri dalla strada, sembrava molto stanco e faceva ogni tanto una smorfia di dolore. «È ferito?», domandò Joy all'autista.

«Eh, lui dice di no, ma io non ci credo». Proprio in quel momento, impallidendo ancora di più, Bruno fece una nuova smorfia, e questa volta fu incapace di trattenere un grido di dolore: «Ohhh!».

Sentendolo, l'autista gli domandò: «Ce la fa? Non vuole che proviamo a tirarla su? Perché non può mica rimanere lì, a metà strada». «Grazie», rispose Bruno provando a sorridere, «ma non è necessario che mi tirino su. Mi riposo un istante, e fra un paio di minuti sarò su da Loro».

Quando finalmente il giovanotto, con un ultimo sforzo, aiutato dall'autista, saltò dal parapetto sulla strada, aveva l'aria così stanca che Vespucci si precipitò verso di lui per trattenerlo, credendo che stesse per cadere. Joy, vedendo da vicino il viso del giovanotto coperto di sangue e i suoi vestiti stracciati, esclamò, impallidendo: «Bruno! Bisogna trovare un medico al più presto possibile! Lei è gravemente ferito!». Il giovanotto fece uno sforzo per sorridere, e rispose con voce debole: «No, no, cara Joy, non si spaventi! Sono ferito, lo so, ma non è una ferita grave. Mi dispiace piuttosto di essermi stracciato i vestiti». «Ma Bruno», continuò Joy con un'aria molto grave, «Lei avrebbe potuto ammazzarsi!». «Sì, ma non mi sono ammazzato: c'è una bella differenza, cara Joy!». Questa volta, Joy non poté trattenere un riso nervoso, tutt'altro che gaio, e che mostrò ancora più chiaramente quanto era stata spaventata all'idea di ciò che sarebbe potuto accadere a Bruno.

Intanto, Bruno e l'autista si slegarono, e Bruno tornò a piccoli passi verso la macchina, aiutato da Vespucci. Dopo di che, Vespucci andò con l'autista a vedere se il secondo macigno, quello che era caduto dietro la macchina, si poteva muovere senza grande difficoltà. Per fortuna, era molto più piccolo del primo, e l'autista disse che il torpedone l'avrebbe smosso e spinto fino al parapetto con la massima facilità. «Allora non ha più bisogno di noi?», domandò Vespucci. «No, grazie», rispose l'uomo, «quel sasso lì, lo smuovo da solo. Buon viaggio! Spero che non abbiano più incidenti per strada!». «Spero bene di no!», disse Vespucci quasi con spavento, e i due uomini tornarono alle loro macchine.

Poco dopo, mentre l'auto dei Vespucci proseguiva verso Amalfi, cessò la pioggia, il vento si calmò a poco a poco, e il sole si mostrò fra le nuvole. Il temporale era passato. Appena fu possibile, Vespucci fermò la macchina e tutti e quattro uscirono per riscaldarsi e per asciugarsi al sole. Bruno si lavò le ferite - quella che aveva alla testa e che aveva fatto tanto sangue non era grave, per fortuna - e si cambiò. Vespucci si mise anche lui dei calzoni asciutti, e quando tutti si furono riposati si proseguì il viaggio, mentre Bruno raccontava come il sasso, cadendo, lo aveva urtato e l'aveva obbligato a saltare giù, verso gli scogli. Per fortuna, egli aveva potuto tenersi con le mani e coi piedi, ed era stato fermato da un arbusto a qualche metro dagli scogli. Sennò si sarebbe certamente ammazzato....

Quando Bruno finì di raccontare, si era già alle prime case di Amalfi.

Capitolo trentuno (31): AMALFI

In ritardo per il temporale, i quattro amici decisero di trattenersi ad Amalfi fino alla mattina seguente, invece di proseguire subito verso Salerno e i Monti Picentini. Trovarono due stanze con una certa facilità, e dopo aver pranzato si riposarono un paio d'ore. Bruno, soprattutto, aveva un grandissimo bisogno di riposo. Ma anche gli altri erano molto stanchi. Appena coricati si addormentarono, e dormirono fino alle cinque, sognando strade inondate, grossi sassi che precipitavano dalla montagna, tuoni e fulmini, sangue e ferite. Joy, soprattutto, ebbe un sogno che non finiva mai, un sogno terribile in cui essa vedeva Bruno precipitare ripetutamente in un burrone. Il sogno di Vespucci, invece, fu meno spiacevole: egli sognò che lo calavano giù in un burrone dove anche lui aveva visto precipitare Bruno, e dove, cento metri più in giù, trovava il giovanotto ancora in vita, ma gravemente ferito. Con uno sforzo che per qualsiasi altra persona sarebbe stato impossibile, ma che per Vespucci era roba da bambini, egli si metteva il giovanotto sulle spalle; poi, un po' tirato su dagli altri, un po' arrampicandosi soltanto coi piedi, risaliva dal burrone.

Né Joy né Annibale vollero raccontare agli altri ciò che avevano sognato e non vollero neppure spiegare la ragione del loro silenzio. Bruno disse soltanto che aveva vissuto ripetutamente in sogno l'incidente della mattina. La sola a raccontare il suo sogno a chiunque voleva ascoltarla fu Dorabel. A sentirla, era mille volte più spaventoso di quello di Joy. Essa aveva sognato che la corda che avevano calato giù a Bruno si era spezzata e che, per farne una nuova, l'autista aveva dato l'ordine di aprire la valigia di Dorabel e di fare una corda di tutti i suoi vestiti! «Capirà, caro Bruno», essa diceva, «non era che io non volessi fare qualsiasi cosa per salvare Lei, Lei prima di chiunque, ma se Lei avesse visto quell'uomo prendere i miei bei vestiti con le sue manacce sporche, mi capirebbe!». «Certo, certo, signora Dora, La capisco benissimo. Non so cosa avrei fatto io, al Suo posto!». «Vero? E sa cosa mi ha risposto, quell'uomo, quando gli ho domandato se fosse veramente necessario prendere proprio i miei vestiti? Mi ha detto di occuparmi dei fatti miei! Come se il vederlo stracciare i miei bei vestiti non fosse proprio un fatto mio, un fatto che interessava me più di chiunque altro!». «Certo, cara Dora», disse Annibale sorridendo, «se tu non ti occupassi dei tuoi vestiti, di che ti occuperesti?». «Annibale!», provò a fermarlo Dorabel, ma lui continuò ridendo: «Son tutte così, le donne, caro Bruno, un vestito stracciato, per loro, è un fatto più grave di qualsiasi altra cosa». «Papà, sei proprio cattivo, oggi!», esclamò Joy, «lascia che la mamma ci racconti il suo sogno! Povera mamma, la prendi sempre in giro quando parla dei suoi vestiti!». «Va bene, va bene», disse Annibale, «continua, Dora, ti prometto di non prenderti più in giro, come dice Joy! Me ne starò zitto zitto!». Ma Dorabel era stata offesa dalle parole poco gentili del marito, e non volle più parlare del suo sogno.

«Andiamo, Dorina! Doruccia! Non può offenderti per così poco. Pensa un po' dove andremmo a finire se io dovessi offendermi tutte le volte che tu mi prendi in giro perché dimentico i nomi delle persone, il luogo dove sto andando, l'ora alla quale la gente mi aspetta, o che so io». «Non è la stessa roba!», fece Dorabel con un gesto che impediva ogni discussione, e passò a parlare di Amalfi con Bruno.

Annibale stette un momento a guardarla senza dir nulla, grattandosi il naso, segno che non si sentiva molto sicuro di sé; poi, scrollando le spalle, uscì dal vestibolo dove i quattro si erano riuniti dopo il breve riposo. Egli sapeva bene che quando sua moglie si era ficcata in testa una cosa, era inutile provare a farle cambiare idea. Una discussione, ora, sarebbe terminata in modo molto spiacevole e per lui e per sua moglie. «Che donna!», disse tra sé e sé, scrollando la testa, ma non senza un certo piacere, perché i discorsi della moglie lo divertivano, anche se lo rendevano un po' nervoso.

Quando Bruno e gli altri uscirono sulla strada, Joy disse a suo padre: «Sai dove ha deciso di portarci Bruno? A Ravello!». «Ravello? Ravello? Il nome non mi è nuovo, ma non mi rammento perché», disse Vespucci. «Ravello», spiegò allora Bruno, «è una cittadina di meno di tremila abitanti, situata a trecento metri d'altezza, in uno dei luoghi più belli d'Italia. Dal giardino di due delle più belle ville di Ravello - Villa Rufolo e Villa Cimbrone - si ha una vista indimenticabile del golfo di Salerno». «Ah! ora mi ricordo!», esclamò Annibale contento: «Il giardino di Villa Rufolo diede al grande compositore tedesco Wagner l'idea di una sua opera». «Bravo!», disse Joy quando suo padre ebbe finito, «non sapevo che tu fossi così intelligente!». «Cara Joy», sorrise Vespucci, «ciò non ha nulla a che fare con l'intelligenza. Conosco un uomo che ti sa dire le date di nascita e di morte di un centinaio di compositori e tante altre cose più o meno inutili. Ma sta sicura che ciò non l'ha reso più intelligente, anzi, direi quasi che l'ha reso più stupido». A quelle parole tutti risero e andarono a sedersi nella macchina.

Tornati da Ravello, decisero, prima di cenare, di fare una breve visita di Amalfi. Fu un seguito quasi ininterrotto di 'ah!' e di 'oh!'. La vita della cittadina sembrava infatti essersi fermata parecchi secoli fa; la sola cosa nuova che un amalfitano di quel tempo sarebbe stato molto stupito, e forse anche spaventato, di vedere - oltre ai vestiti, che l'avrebbero fatto ridere di gran cuore - era la luce elettrica. Ma a parte le poche lampade elettriche che si vedevano nella via principale della città vecchia - le altre vie sembrava che non avessero luce elettrica - quella parte della città pareva rimasta tale quale era molti secoli prima.

Joy volle vedere tutto: le botteghine nascoste sotto i portici della via principale che attraversa la città da un capo all'altro; le viuzze così strette che due persone possono appena appena camminarci una accanto all'altra, e che si arrampicano su per i fianchi del monte su cui è costruita la città, passando quasi attraverso le case; l'acqua potabile della città che scorre lungo le strette viuzze in una specie di canaletti aperti, all'altezza del petto o poco più. Questi canaletti per l'acqua potabile furono fra le cose che più stupirono Dorabel Vespucci: «Com'è possibile una cosa simile in pieno ventesimo secolo?», esclamò scrollando la testa, «veramente, non lo capisco. Ho visto molte cose strane in Italia, ma questa mi stupisce più di qualsiasi altra! Come può bere quest'acqua, la gente, senza prendere mille malattie?». «Ma perché no? Non c'è nessuna ragione di non berla, mi pare», disse Bruno, che lo stupore di Dorabel divertiva molto. «Ma non può mica essere acqua pulita!». «Sì, guardi com'è pura, com'è chiara! E un'acqua che viene da una sorgente di montagna, sa?». «Sorgente o no, un'acqua che scorre in un canaletto aperto non può essere pulita, e basta!», fece Dorabel. E Annibale terminò, rivolto a Bruno: «Inutile discutere: ho provato mille volte, ma non sono mai riuscito ad aver ragione, perché quando Dorabel ha detto 'basta', non c'è più nulla da dire. Lei ancora non conosce Dorabel».

Ma Dorabel non aveva finito. Dopo aver camminato un po' senza dir nulla, essa esclamò: «E come le mosche! Annibale m'aveva detto che in Italia non c'era più una sola mosca, e invece ...!». «Suo marito ha esagerato un po', dicendo che non ce n'era più una sola», disse Bruno, ma non mi pare che si possa dire che ne abbiamo più in Italia che in altri paesi d'Europa. A ucciderle tutte quante, finora, non ci è riuscito nessuno, per quanto io sappia». «Può darsi», disse Dorabel, «ma se i pesci che ci danno al ristorante sono gli stessi che ho visto in quelle botteghe della città bassa, coperti di mosche, Le prometto che nessuno riuscirà a farmeli mangiare!». «Ma mamma», esclamò Joy, «come puoi dire che erano coperti di mosche? C'erano forse due o tre mosche, ma non di più». «Erano coperti di mosche!», ripeté Dorabel, e Bruno le disse ridendo: «Si calmi, cara signora Dorabel, non sono gli stessi pesci. Anzi, sono stati pescati stanotte specialmente per il nostro albergo». «Ah, va bene», disse allora Dorabel, e durante il resto della passeggiata non trovò più cose strane né stupefacenti.

Il giorno dopo, di mattina presto, i quattro dissero addio ad Amalfi ed arrivarono poco dopo a Maiori, dove Vespucci fermò la macchina un momento. «Che cosa c'è?», domandò Dorabel, «un guasto al motore? Non possiamo andare avanti?». «No, no», rispose Vespucci, «e spero bene che il motore non abbia guasti durante il resto del nostro viaggio! C'è che qui siamo a Maiori, il luogo dove, durante l'ultima guerra, nel settembre del '43, sono sbarcati i soldati americani, mentre i loro compagni inglesi sbarcavano a nord e a sud di Salerno, e altri soldati americani sbarcavano ancora più a sud. Era l'otto settembre ...».

Vespucci stette un momento senza parlare, ripensando a quei suoi amici e compagni che erano caduti lì, nel golfo di Salerno, durante lo sbarco degli Alleati. Con che stupore egli aveva ricevuto la notizia della loro morte! Certo, ognuno sapeva che nessuno di quelli che partivano per la guerra era sicuro di tornare in patria, ma ciò non aveva reso meno triste la terribile notizia ....

«Basta! non bisogna pensare a queste cose quando non si è soli», disse Vespucci tra sé e sé, e ripartì. Un'ora dopo, arrivarono a Salerno, che attraversarono senza fermarsi, proseguendo verso sud.

La terza giornata del loro viaggio in automobile doveva portarli fino a Taranto, sul golfo dallo stesso nome. Taranto era una delle antiche città romane prese da Annibale. Lì, si sarebbero trattenuti un paio di giorni, poi avrebbero proseguito verso Brindisi. Siccome da Amalfi a Taranto ci sono un po' più di trecento chilometri, non potevano fare troppe soste. Anzi, Vespucci aveva deciso che non avrebbero sostato prima di Potenza, dove avrebbero pranzato. «Dopo, può darsi che avremo il tempo di sostare un paio di volte, per riposarci. Vedremo. Intanto, avanti!».

Annibale non aveva raccontato a Joy e Dorabel - e Bruno neppure - che Potenza era situata a un'altezza di più di ottocento metri, cioè che era una città di montagna. Joy e Dorabel furono dunque gradevolmente stupite vedendo che la strada, a una cinquantina di chilometri da Potenza, cominciava a salire rapidamente. «Bello!», esclamò Joy, «avevo proprio tanta voglia di vedere le montagne italiane da vicino! Finora le avevamo sempre viste a una certa distanza, perché Ravello non è veramente in montagna». «Allora sarà contenta, credo», disse Bruno, «perché dobbiamo fare una cinquantina di chilometri a più di ottocento metri d'altezza». «Ah!», fece Dorabel, «sento già l'aria pura delle montagne che mi riempie i polmoni! Potenza dev'essere una città molto sana, senza tutte le malattie che si hanno qui, nella pianura». «Ma», rispose Bruno ridendo, «non saprei dirGlielo. Può darsi che gli abitanti di Potenza siano più sani di quelli di Roma o di Milano, per esempio, ma devo dire che non ho mai sentito dire che Potenza fosse una città particolarmente sana». «E io sono sicura che il solo fatto di attraversare queste montagne ci farà un gran bene!», disse Dorabel, riempiendosi d'aria i polmoni. Bruno non provò a discutere, e ascoltò Vespucci che raccontava l'entrata degli Alleati in Potenza, dopo lo sbarco nel golfo di Salerno. Gliel'avevano raccontata altri suoi compagni che, assieme a un gran numero di soldati inglesi e americani, erano sbarcati nel sud dell'Italia.

Arrivarono a Potenza verso le due, e avendo tutti una gran fame, fecero una sosta di un paio d'ore, per pranzare e per permettere ad Annibale di riposarsi. Al momento di rimettersi al volante, egli, a un tratto, domandò a Bruno: «Già, Bruno, Lei sa guidare?». «Sì, certo», rispose il giovane. «Ma allora, perché non cambiamo posto?». «Già, stavo appunto per domandar- Glielo», rispose Bruno, «Lei dev'essere stanco morto!». «Non esageriamo. Sono stanco, ma se Lei mi avesse risposto che non sapeva guidare avrei potuto continuare benissimo». «Sì, ma è molto faticoso guidare quasi ininterrottamente per ore e ore, specialmente d'estate. Dunque, cambiamo posto! Fino a Taranto, guido io». «Va bene. Grazie».

Passarono attraverso Potenza in pochi minuti, e continuarono il viaggio fra le montagne degli Appennini. Sostarono un paio di volte per bere a sorgenti la cui acqua sembrò a Dorabel particolarmente chiara e sana, un'altra volta per comprare della frutta in un giardino lungo la strada.

Così, quando il sole cominciò a calare dietro gli Appennini, erano ancora a quasi venticinque chilometri da Matera, cioè a quasi cento chilometri da Taranto. «Fermiamoci un istante», disse Vespucci, «e tiriamo fuori la carta. Dev'essereci un modo di rendere la strada più corta. Vediamo un po'! Ecco, Bruno, guardi! Nessuno ci impedisce di lasciare la strada statale numero sette, che va da Potenza a Taranto passando per Matera, e di prendere invece questa strada qui che passa a sud di Matera e che ci accorcerà il viaggio di oltre trenta chilometri. Che ne pensa?». «Trenta chilometri sono molti, soprattutto a quest'ora. Proviamo!». E Bruno, poco dopo, voltò a destra, lasciando la strada statale n° 7.

Il sole intanto era calato dietro i monti, e cominciava a far notte. La strada che seguivano ora i nostri amici era molto più stretta e meno bella della statale. Accorciava forse il viaggio, sì, ma era anche molto più faticosa e meno gradevole. A un certo punto, trovandosi davanti a tre strade, Bruno per un istante non seppe quale dovesse scegliere, ma poi, senza nemmeno guardare la carta, voltò a destra. Poco dopo, si accorse che si era sbagliato e che avrebbe dovuto scegliere la strada di mezzo. Voltò dunque a sinistra appena poté, pensando di ritrovare in quel modo la strada giusta, senza tornare indietro.

La notte era calata, Bruno accese i fari. Un quarto d'ora dopo si trovarono di nuovo davanti a parecchie strade: quale scegliere? Questa volta, Bruno fermò la macchina, accese la lampadina elettrica e tirò fuori la carta. «Vediamo un po' ... ecco: siamo qua. Se andiamo a destra, ritroviamo la strada giusta fra cinque o sei chilometri». «Meno male», disse Vespucci, e Dora esclamò: «Lei è proprio sicuro? Sarebbe una cosa spaventosa dover passare la notte a cercare la via giusta!». «Ma cara Dora!», disse Vespucci, «a chi ti parla di girare tutta la notte? Fra un paio d'ore al massimo saremo a Taranto». «Speriamo, speriamo», fece Dorabel, «soltanto, questo viaggio mi sembra terribilmente lungo. Purché non finisca male ...».

Annibale scrollò le spalle, Bruno non disse niente, accese i fari più potenti e continuò. Ritrovata la strada che avevano perduta, proseguirono fino a Ginosa e voltarono verso sud. A dieci chilometri da Ginosa, il motore, lentamente, si fermò. «Che succede?», esclamò Vespucci, e Bruno, dopo essere sceso a vedere, rispose: «Non capisco: non c'è più benzina!». «Eh? Che cosa?», esclamò Vespucci, «non c'è più benzina? Ma l'autista mi aveva assicurato che ce n'era per almeno cinquecento chilometri!». «Eh, già», disse Bruno, e Dorabel, alzando le braccia al cielo, esclamò: «Lo sapevo bene che sarebbe andato a finire così, questo viaggio! La sola cosa stupefacente è che tutto sia andato così bene fino ad ora».

«Dora, ti prego di smetterla!», disse Annibale, «non renderci inutilmente nervosi!». «Se la prendi così», fece Dorabel, offesa, «non dico più nulla e me ne sto zitta per tutto il resto del viaggio. Ma non chiedermi poi di aiutarti! Caro Bruno, Lei adesso sì che avrà bisogno di tutta la Sua intelligenza! Non aspetti che mio marito La aiuti».

Bruno non la sentì. Stava pensando e ripensando. Gli sembrava più che strano il fatto che non ci fosse più benzina nel serbatoio, ma benché lo interessasse di conoscere la ragione di quel fatto stupefacente, la cosa principale ora era di trovare della benzina. Ma dove? Già, dove?

Capitolo trentadue (32): ARRIVA LA BENZINA

Già, dove procurarsi della benzina, alle nove di sera, a una diecina di chilometri da una qualsiasi città? Eppure bisogna a ogni costo procurarsi quella benzina: Dorabel non avrebbe mai accettato di fare dieci chilometri a piedi, di notte, per una strada non troppo buona, e d'altra parte, certo, non avrebbe accettato neppure, a nessun costo, di dormire nella macchina. (Ciò che, poi, in quattro, non si sarebbe nemmeno potuto fare).

«Bè', ora basta pensare! E ora di agire!», disse Bruno, e Vespucci, come se fosse stato svegliato da un sonno profondo, disse: «Sì, sì, agire! Bisogna agire! Ma ... cosa facciamo?». Queste ultime parole, le disse con un'aria così comica che nessuno, nemmeno Dorabel, che non ne aveva proprio nessunissima voglia, poté trattenersi dal ridere.

«Glielo dico subito», rispose Bruno: «Adesso io torno il più presto possibile a Ginosa, la cittadina che abbiamo attraversato poco fa, trovo un distributore di benzina, compro cinque o sei litri e torno fra ... diciamo fra due ore e mezzo, forse tre». «Cioè verso mezzanotte!», disse Dorabel, dimenticando la sua decisione di stare zitta, «e ci lascia qua, due donne sole fra le montagne, su una strada sconosciuta? Bravo! Grazie!». «Ma cara signora Dorabel!», disse Bruno, «io non La lascio mica sole! Il signor Annibale rimarrà con Loro». «Annibale! Che prezioso aiuto!». «Sei gentile, ti ringrazio», disse Vespucci. «Sei gentile, ti ringrazio», disse Vespucci. «Caro Annibale», continuò sua moglie, scrollando le spalle, «sai che ti voglio molto bene, e che ti trovo molto intelligente quando ti occupi dei tuoi libri o di roba simile; ma quando bisogna agire con forza e decisione, tu, caro mio, sei completamente comico!». «Va bene, va bene, non discuto. Quando cominci a dire certe cose, è meglio stare zitti. Bruno! non ascolti la signora Vespucci e parti subito! Ora non si tratta di sapere se sono o no comico, ridicolo o che so io, ma di procurare al più presto la benzina che ci permetterà di continuare il viaggio. Dunque, avanti e buona fortuna!». «Grazie!», disse Bruno, e partì a passi rapidi.

Arrivò a Ginosa un po' prima delle undici. Tutta la cittadina dormiva. Bruno la attraversò rapidamente, cercando il distributore di benzina che ci doveva essere. Lo trovò alle ultime case. Era chiuso, ma Bruno svegliò il padrone e gli spiegò di che si trattava. Il padrone del distributore si grattò un po' il capo sbadigliando dal sonno: «Aaah ...». Poi sorrise e disse: «Mi viene un'idea. Lei a camminare per un paio d'ore con un grosso bidone pieno di benzina non ce la fa. Se io invece, per esempio, Le verso la benzina in tre o quattro fiaschi, Lei potrà camminare per ore ed ore quasi senza stancarsi. Ora vado a prenderli!».

Cinque minuti dopo, Bruno camminava rapidamente per le vie silenziose di Ginosa, portando quattro fiaschi pieni di benzina, legati assieme a due a due. Con quegli otto litri, avrebbero raggiunto Taranto senza la minima difficoltà, anzi, avrebbero avuto abbastanza benzina per permettersi di cercare un buon albergo. Bruno sbadigliò contento, e si mise a canterellare una canzone che aveva sentito alla radio il giorno prima.

Era una notte silenziosa e un po' fresca, l'aria era ancora piena di profumi d'erbe e di fiori, Bruno aveva completamente dimenticato la sua stanchezza, i quattro fiaschi gli sembravano leggeri leggeri, come se fossero vuoti e non pesassero invece più di otto chili. «Meno male però», pensò tra sé e sé, «che quell'uomo ha trovato questi fiaschi! Un grosso bidone di ferro, quello sì che sarebbe stato pesante!». E Bruno riprese la sua canzonetta, canterellando felice, col cuore leggero.

Aveva camminato un'ora, quando vide a mano destra un gruppo di case che gli sembrò sconosciuto. «Strano ...», pensò soffermandosi, «se mi avessero domandato se eravamo passati davanti a queste case in automobile, sarei stato pronto a scommettere mille lire che non le avevamo mai viste! Non capisco ... no, davvero non capisco!». E Bruno riprese a camminare, ma lentamente, cercando nella memoria qualche piccolo ricordo, un fatterello qualsiasi che gli permettesse di riconoscere quelle case. Ma no, la sua memoria non conteneva niente, assolutamente niente che potesse aiutarlo. Eppure dovevano essere passati davanti a quelle case! Sennò ... Bruno si fermò di colpo: già, uscendo da Ginosa, doveva essersi sbagliato di strada! Ma come aveva fatto a sbagliarsi? Tutto ciò rimaneva assolutamente incomprensibile, ma non c'era altra spiegazione. «Dev'essere stata la stanchezza», pensò Bruno, ritornando sui propri passi. E poi, a un tratto esclamò: «Ho trovato!», e si fermò di colpo per la seconda volta.

Si era ricordato di essere arrivato, una mezz'ora prima, a un punto dove la strada si biforcava, ed egli aveva scelto la strada di sinistra. Avrebbe invece dovuto scegliere quella di destra! La spiegazione era semplice, era così semplice che Bruno non era assolutamente sicuro di avere il coraggio di raccontarla agli altri: aveva parlato un po' troppo spesso della sua memoria di ferro! E quello era veramente uno sbaglio troppo stupido!

Arrivato di nuovo al punto dove la strada si biforcava, Bruno si soffermò per assicurarsi che questa volta non si sbagliava, e che non c'era una terza strada che fosse quella giusta. Sarebbe stato completamente ridicolo fare lo stesso sbaglio due volte di seguito! Aveva anche un'altra ragione di soffermarsi: i quattro fiaschi di benzina cominciavano a pesare. «Eppure, che cosa sono otto chili?», disse tra sé e sé, «nulla, assolutamente nulla! Coraggio, giovane romano, fa vedere alla gentile miss Joy che i tuoi muscoli di ferro non conoscono la stanchezza!». E accelerò il passo.

Un'ora e un quarto più tardi, egli vide finalmente i fanalini posteriori di un'automobile che stava ferma al lato della strada. Non poteva essere altro che la loro. E infatti, quando egli l'ebbe quasi raggiunta, qualcuno accese la lampadina elettrica nell'interno della macchina e Bruno vide la testa del bravo Vespucci, e accanto a lui i capelli bruni di miss Joy. «Uff!», esclamò Bruno a bassa voce e, dimenticando il peso dei fiaschi, la sua stanchezza, il ritardo, fece gli ultimi passi di corsa, e arrivò all'auto rosso in faccia, ma felice: «Ecco la benzina!», gridò a quelli dell'interno, che però non lo sentirono perché avevano chiuso i finestrini e acceso la radio. Bruno allora posò i fiaschi per terra e batté ai finestrini: «Ohé! Eccomi tornato! Si riparte!», gridò. In quel momento Dorabel stava appunto dicendo a suo marito ed a sua figlia: «Scommetto che il vostro caro Bruno avrà trovato un albergo e ci avrà completamente dimenticati ...». Si fermò di colpo sentendo Bruno picchiare, poi esclamò: «Che cosa dicevo? Eccolo tornato! E davvero un bravo giovane!». «Davvero?», disse Joy con un sorriso. «Certo!», rispose sua madre con fuoco, «senza di lui, saremmo stati obbligati a pernottare tutti e tre nella macchina!».

Intanto Annibale aveva aperto lo sportello ed era sceso per aiutare Bruno. Joy abbassò il vetro di uno degli sportelli posteriori e disse: «Buon giorno, Bruno! Come ha fatto presto! Avrà fatto tutta la strada di corsa, scommetto!». Il sorriso che accompagnò le parole di Joy fece arrossire il giovane che quasi quasi vuotò sulla strada il fiasco che teneva in mano. «Ohé! giovanotto! Non vorrà mica che ci fermiamo di nuovo per strada? Per ora, pensi un po' alla benzina! Con Joy parlerà più tardi», disse Annibale ridendo, e Bruno, arrossendo ancora di più, si occupò unicamente della benzina.

Cinque minuti più tardi, i due erano risaliti in macchina, Bruno aveva spento i fanalini anteriori per accendere i fari, aveva pregato Joy di spegnere la radio, e si ripartì verso Taranto.

«Che ore sono, papà?», domandò Joy dopo un momentino. «Ma ... sono le due meno dieci, se il mio orologio cammina giusto». «Le due meno dieci ... E che ore erano quando Lei è partito, Bruno?». «Erano ... erano le nove o le nove e mezzo, se non mi sbaglio». «Diciamo le nove e mezzo, per non essere ingiusti. E quanti chilometri c'erano, dal luogo dove ci eravamo fermati alla cittadina dove Lei ha comprato la benzina?». «Ma, una diecina, penso». «Dunque, fra andata e ritorno ce n'era una ventina. Venti chilometri in quattro ore e mezzo, quasi cinque, fa ... Ma sa che ha veramente camminato presto, Lei!». Questa volta, il tono di Joy fece soffrire il povero giovane. Certo, se avesse raccontato che in quelle quattro o cinque ore egli aveva fatto non venti, ma più di trenta chilometri, Joy non avrebbe più riso della sua lentezza, ma, d'altra parte, avrebbe senza dubbio trovato ancor più ridicolo il fatto che egli si fosse sbagliato di strada. Le parole di Joy sarebbero state altre, ma il tono delle sue parole non sarebbe cambiato. E siccome non c'è niente che faccia soffrire tanto un innamorato quanto il riso della ragazza a cui vuol bene, Bruno non provò nemmeno a discutere con Joy, ma si occupò unicamente di guidare, per raggiungere al più presto Taranto e un albergo. «E terribilmente ingiusta», disse tra sé e sé, ma un bel giorno finirà col volermi bene, come io voglio bene a lei .... . E accendendo i fari più potenti, accelerò, deciso ad arrivare a Taranto in meno di mezz'ora.

A Taranto, dopo aver cercato un po', finirono col trovare due stanze abbastanza buone, dove passarono il resto della notte. Avrebbero senza dubbio trovato un albergo migliore se non fossero arrivati così tardi: «Non ho mai visto una lentezza simile!», aveva esclamato Dorabel, perché il cameriere che aveva mostrato loro le camere camminava come se un peso immenso gli fosse caduto sulle spalle, facendolo soffrire ad ogni passo. «Chissà, forse gli è veramente accaduto qualcosa che lo fa soffrire», aveva detto Joy mentre si coricavano, e sua madre si era sentita troppo stanca per discutere. Poco dopo, si erano addormentate.

Passarono due giorni a Taranto, due altri a Brindisi, e la sera dell'ottavo giorno dopo la partenza da Napoli arrivarono a Barletta, una città di sessantacinquemila abitanti, a nord di Brindisi. La mattina dopo il loro arrivo, Bruno propose a Joy e a Dorabel di riposarsi in riva al mare, poiché Barletta ha due belle spiagge. Intanto, Annibale sarebbe andato a Canne, un'antica città romana, sparita, ma oggi in parte dissepolta. Tutti accettarono, e Annibale partì canterellando una canzonetta, mentre gli altri andavano alla spiaggia. La sera, verso le otto, Annibale telefonò a Dorabel per dire che sarebbe stato di ritorno a Barletta al più tardi alle nove, e che si sarebbe subito partiti per Napoli. Aveva fatto una scoperta che, da sola, avrebbe fatto conoscere il suo nome nel mondo intero! Che cosa fosse, non volle dirlo al telefono: non si poteva mai sapere chi stava ascoltando. Anzi, per prima cosa aveva cominciato col domandare se Dorabel era proprio sola e se nessuno poteva sentire ciò che essa diceva. Dorabel, un po' stupita, aveva risposto di no, ma nemmeno allora Annibale aveva voluto parlare chiaramente. Cosicché quando Dorabel aveva raccontato agli altri ciò che le aveva detto il marito, essa aveva scrollato la testa come per dire: «Pover'uomo, chissà come andrà a finire, se continua così!».

Intanto, lei e Joy si erano messe a fare le valige, cosicché, quando Annibale entrò quasi correndo nella loro camera, tutto era pronto per la partenza. «Presto! macchina!», gridò Vespucci, «ho pagato l'albergo, possiamo partire subito!». E scese giù seguito da Bruno, Dorabel, Joy e due facchini che portavano le valige. In un paio di minuti, tutti furono in macchina, e lasciarono Barletta. Solamente quando furono usciti dalla città, Vespucci accettò di raccontare la sua scoperta.

Capitolo trentatré (33): LA SCOPERTA DI ANNIBALE

Quando Vespucci fu arcisicuro che nessuno avrebbe sentito il suo racconto, cominciò:

«Ero dunque arrivato a Canne verso le dieci di mattina. Il sole brillava nel cielo purissimo, faceva caldo, l'aria era chiara. Ho lasciato l'automobile al lato della strada e sono andato in riva al fiume Ofanto, dove, duemila anni fa, ha avuto luogo la grande battaglia fra l'esercito di Annibale e quello dei Romani, una battaglia che per poco non aprì ad Annibale le porte di Roma». «Ma papà», lo interruppe Joy, «io credevo che tu ...». «Giusto, giustissimo, cara Joy! La mia teoria sulla battaglia di Canne è infatti interamente diversa dalle teorie di tutti coloro che hanno scritto sulla questione. Però, per provare che la mia teoria era giusta, dovevo prima dimostrare che le loro teorie erano false. Perciò, ho cominciato col recarmi sul posto dove - secondo le loro false teorie - si crede che abbia avuto luogo la battaglia di Canne. Capisce, caro Bruno, io avevo scoperto, leggendo e rileggendo i testi antichi sulla guerra fra Cartagine e Roma, che l'esercito di Annibale e quello dei Romani non potevano essersi scontrati a est dell'antica Canne, dove si vuole che abbia avuto luogo la battaglia. In realtà, i due eserciti dovevano essersi scontrati nei campi a una diecina di chilometri a ovest, o più precisamente a otto chilometri a sud-ovest di Canne. Ciò che mi mancava era unicamente di trovare una qualsiasi prova, un oggetto, per esempio, che dimostrasse che Annibale Vespucci era riuscito a ritrovare la realtà perduta, nascosta negli antichi testi. Dopo aver passato un paio d'ore sulla riva dell'Ofanto, ho trovato precisamente quel che cercavo: la prova che le vecchie teorie erano false».

Annibale interruppe un momento il suo racconto per preparare i suoi ascoltatori a quello che stava per dire. Poi proseguì, arcicontento: «Quella prova, l'ho trovata esattamente sul posto dove, secondo la mia teoria, aveva avuto luogo la cosiddetta battaglia di Canne, di cui stiamo parlando. E benché il seguito del mio racconto vi possa parere incredibile, esso è nondimeno vero; talvolta, la realtà è più meravigliosa di qualunque storia inventata dagli uomini». «Ma insomma, ce la racconti la tua storia, sì o no?», esclamò a questo punto del racconto la moglie di Annibale, impaziente di conoscere il seguito. «Ma scusami! che cosa ti pare che stia facendo?», le rispose Annibale, «sono almeno dieci minuti che non faccio altro, e tu vieni a domandarmi quando comincio! Ma sai che sei incredibile?». «L'incredibile, se mai, sei tu, caro mio! E vero che stai parlando da dieci minuti, ma sulla tua cosiddetta scoperta ne sappiamo, se mai, meno di prima!». «Ma insomma, mi lasci raccontare, sì o no?», esclamò allora Annibale, impazientito. «Ah! se la prendi in questo modo ...», rispose Dorabel offesa, ma non finì la frase incominciata e si mise a guardare dal finestrino dell'automobile. Annibale scrollò le spalle dicendo tra sé e sé: «Di nuovo la solita storia ...». Poi riprese, parlando per Bruno e per Joy:

«Quando ho trovato il posto esatto dove, secondo la mia teoria, aveva avuto luogo la battaglia, mi son messo a cercare, lì intorno, senza sapere, a dire il vero, cosa stessi cercando. Stavo già andando in giro da un'ora circa, e cominciavo ad essere un po' impaziente, quando il mio sguardo, a un tratto, si è fissato su un oggetto che, sebbene fosse quasi interamente coperto dalla terra, brillava nondimeno così chiaramente che non mi poteva sfuggire. Mi sono guardato intorno: nessuno. Mi sono allora abbassato e, veloce come un lampo, ho raccattato l'oggetto e me lo son messo in tasca. Sebbene io non sapessi ancora esattamente cosa fosse, ero sicuro di aver fatto una grande scoperta. Devo spiegarti, caro Bruno, che io ho talvolta certi sentimenti ai quali, quantunque siano di solito molto vaghi, io nondimeno obbedisco ogni volta, benché sia incapace di darne una spiegazione».

«Ma insomma», esclamò di nuovo Dorabel, malgrado la sua decisione di non parlare al marito, «ce lo racconti, sì o no, cos'era quell'oggetto?». Anche gli altri ascoltatori avevano una gran voglia di fare la stessa domanda ad Annibale, ma sebbene la loro impazienza fosse più grande che mai, essi si erano finora sforzati di stare zitti. Ma l'esclamazione di Dorabel fece domandare anche a loro: «Sì, che cos'era?».

«Mamma mia! che impazienza!», rispose Vespucci, alzando le mani al cielo e dimenticando per un attimo di tenere il volante. Lo riprese però subito, e fece appena in tempo ad impedire che la macchina andasse a finire in un albero. Poi disse: «Mi fate saltare tutta una parte del mio racconto, peggio per voi! Guardate che, io, non l'ho mica saputo subito cosa fosse l'oggetto che avevo raccattato. Ma giacché siete così impazienti, ve lo dirò: era nientemeno che un antico anello romano, per essere più esatti un anello d'oro che aveva appartenuto a uno dei soldati romani che avevano preso parte alla battaglia di Canne».

Annibale tacque. Dorabel lo guardava con la bocca aperta dallo stupore, Joy da parte sua lo guardava quasi con ammirazione: non era poi mica tanto stupido, suo padre! Bruno, lui, esclamò: «Càpperi! Nientemeno che un antico anello d'oro! E per di più, dice Lei, l'anello di un soldato romano!». «Come 'dice Lei'? E un fatto!», esclamò Vespucci, e Bruno: «Son pronto a crederlo, caro signor Annibale, malgrado che ...». «Come 'malgrado che'?», esclamò di nuovo Vespucci, impazientito, «Lei crede dunque veramente che io abbia sognato? o che non sia capace di riconoscere un anello romano? Ma scusi! per chi mi prende? Oh! ...».

«Càlmati, papà, càlmati», disse Joy, mettendo la mano sulla spalla del padre e sforzandosi di non ridere, «crediamo tutti quanti a ogni parola che ci hai detto! Spiegaci piuttosto come mai i soldati romani avevano degli anelli d'oro». «Va bene», disse Vespucci, «ma promettetemi di lasciarmi parlare senza interrompermi». «Stiamo muti come pesci, papà!», esclamò Joy, e Vespucci riprese allora la sua spiegazione.

«Noi sappiamo che i soldati romani portavano anelli d'oro perché, dopo la sua vittoria sui Romani, Annibale, il quale voleva che Cartagine sapesse quanto era importante quella vittoria per il seguito della guerra, mandò in patria suo fratello con un grandissimo numero di anelli d'oro presi ai soldati romani caduti nella battaglia di Canne». «E uno di quegli anelli ...», cominciò Bruno. «Appunto!», esclamò Annibale, «uno di quegli anelli, sfuggendo alle ricerche dei soldati di Annibale, è rimasto lì, sul campo, fra altri oggetti che erano appartenuti ai Romani caduti quel giorno. E vi è rimasto per oltre duemila anni, fino al giorno che io, Annibale Vespucci...». «Bravo!», esclamò Dorabel, interrompendolo di nuovo, «per una volta mi lasci muta di ammirazione!». «Grazie», disse Annibale, «non nascondo però che sarei stato ancora più contento se tu fossi rimasta muta di ammirazione per qualche secondo ancora, così da lasciarmi finire la frase che avevo incominciato». «Ma scusami, di che frase stai parlando?», domandò Dorabel molto stupita. «Stavo dicendo che quell'anello era rimasto lì, sul campo, fino al giorno in cui io ...». «Ma caro! il resto lo conosciamo, no?». «Sì, va bene, ma potevi lasciarmi finire lo stesso la mia frase, non trovi?». «Ma caro Annibale, io non ti capisco!», esclamò Dorabel, offesa di nuovo.

Fu Bruno che tirò fuori i due Vespucci dalla situazione sgradevole in cui si erano ficcati, esclamando a sua volta: «Càpperi! signor Vespucci: Lei ha fatto veramente una scoperta meravigliosa! Qualunque altra persona che avesse trovato quell'anello, se lo sarebbe messo al dito oppure in tasca, e poi l'avrebbe venduto o regalato o se lo sarebbe tenuto, ma in ogni modo non avrebbe mai saputo quale prova decisiva avesse avuto fra le mani». «Sì», disse Joy, «è proprio una grandissima fortuna che quell'anello l'abbia trovato tu e nessun altro, papà!». «Avete ragione», disse Annibale, «è infatti una scoperta ... assai interessante». «Lei è molto modesto, signor Annibale!», esclamò Bruno, «la Sua scoperta non è solamente 'assai interessante': è la più grande scoperta degli ultimi vent'anni, se non più, nel campo della storia di Roma e di Cartagine». «Non esageriamo, caro Bruno», disse Annibale, arcicontento, «quantunque io sia il primo a riconoscere l'importanza della mia scoperta, d'altra parte so che in questo campo sono state fatte altre scoperte assai più importanti della mia. E poi, senza essere modesto, Le devo dire che ciò che m'importa non è tanto la scoperta in sé stessa quanto il fatto che essa mi permette di provare che le mie teorie sulla battaglia decisiva di Canne sono le sole giuste».

«Già», disse Joy dopo un breve silenzio, «hai ragione, papà, ma ... non ci hai ancora spiegato perché siamo partiti in modo così precipitoso da Barletta. La tua scoperta, mi pare, potevi anche raccontarcela all'albergo, no?».

«Se voi non mi interrompeste ad ogni istante, ve l'avrei spiegato da secoli! Spero che ora mi lascerete parlare in silenzio. Ecco dunque: avevo appena raccattato il mio anello e stavo per tornare all'auto, quando ho visto, a un centinaio di metri, un uomo, un contadino credo, che stava accorrendo verso di me. Siccome non avevo nessunissima voglia di raccontargli la mia scoperta, mi son voltato precipitosamente ed ho cominciato a camminare a passi veloci verso la macchina. Ma il contadino - mi trovavo sul suo campo, penso - ha incominciato a gridare per fermarmi: «Ohé! Lei! Fermo! Ladro!», e che so io. Avrei forse dovuto fermarmi, ma avevo paura che lui, allora, sarebbe stato capace di obbligarmi a rendergli, voglio dire a dargli, ciò che avevo trovato nel suo campo. Perciò, invece di fermarmi ad aspettarlo, mi sono messo a correre verso la macchina con quanta forza avevo. Quando voglio, posso correre assai velocemente, cosicché quando ho raggiunto la strada il contadino era sempre a una trentina di metri, ed ho potuto sfuggirgli. Mi sento ancora impallidire quando penso a ciò che avrebbe potuto farmi, tanto sembrava furibondo, se non fossi riuscito a sfuggirgli».

«Meno male che non correva così presto come Lei e che tutto è finito bene!», esclamò Bruno, e Dorabel, a questo punto, riprese a sua volta la domanda di Joy: «Sì, va bene, ma ciò non spiega perché abbiamo dovuto tutti e quattro lasciare Barletta così precipitosamente! Il contadino, se ho ben capito, era a piedi, e tu in automobile, e dunque?». «Oh cielo! Dammi ancora un po' di pazienza!», esclamò Vespucci. E Dorabel, come se davvero volesse renderlo furibondo: «Già, di pazienza ne hai sempre avuto un gran bisogno ...». Ma Vespucci si sforzò di rimanere calmo e continuò: «Uscendo sulla strada da Barletta a Canosa di Puglia, ho sbagliato direzione: cosicché, invece di voltare a sinistra, cioè in direzione di Barletta, ho voltato a destra, proseguendo in direzione di Canosa! Appena ho scoperto lo sbaglio mi sono fermato per vedere sulla carta se bisogna tornare indietro o se è meglio proseguire fino a Canosa, e tornare a Barletta per un'altra via. Stavo dunque guardando la carta, quando, alzando la testa un momento, ho visto un'automobile che si avvicinava a gran velocità, mentre l'uomo che stava accanto all'autista sembrava farmi segno di aspettarli. Che fosse qualcuno mandato ad inseguirmi dal contadino furibondo? Non lo sapevo, certo, ma non avevo neppure la minima voglia di aspettarli per vedere. Così, buttata la carta sul sedile posteriore, son ripartito, allontanandomi con la massima rapidità. Siccome la mia macchina era più potente della loro, sono riuscito a perderli di vista un po' prima di Canosa. Mi son fermato un minuto per telefonarvi e sono ripartito. Gli altri dovevano essersi sbagliati di strada entrando in Canosa, e hanno proseguito in un'altra direzione. Fatto sta che non li ho più rivisti ... . Ma ...», fece per domandare Dorabel, ma fu fermata da Annibale, che continuò, alzando la voce per impedirle di interromperlo: «... non li ho più rivisti fino ad Andria, una città a dodici chilometri da Barletta, per la quale avevo deciso di tornare. Ignoro come mai siano riusciti a ritrovarmi, o se si son trovati lì per puro caso, ma non è questo ciò che importa. Importa solo che son riuscito a sfuggir loro una seconda volta, e che mi avevano di nuovo perso di vista quando sono entrato in Barletta. E ora, vi dirò che non credo che sia stato il contadino a mandarmeli dietro, ma che si tratti di altri specialisti di Annibale, i quali hanno scoperto perché ero venuto in Italia, mi hanno seguito fino a Canne e lì, nel campo di quel contadino, mi hanno visto raccattare l'anello. Hanno indovinato - chissà come - che era un oggetto di grandissima importanza per le mie ricerche, e quindi anche per loro, giacché sono specialisti della stessa questione. Ecco perché siamo partiti così precipitosamente da Barletta».

«Continuo a non capire», disse Dorabel, «se sono veramente specialisti di questioni storiche, altrimenti detto gente come te, di che hai paura? Non possono farti nulla, no? Anche se ti seguissero da qui a ... a Roma o non so dove, non ti farebbero nessun male! Perché dunque una partenza così precipitosa?». «Eh, cara Dora! tu non ci conosci! Ignori ancora di cosa siamo capaci!». «Forse, ma so che ora tu esageri come sempre!», esclamò Dorabel, e Annibale stava per risponderle, quando si fermò di colpo, esclamando: «Eccoli! Ma non sono uomini, sono diavoli!».

«Chi? Dove?», domandò Dorabel. Ma Annibale non rispose. Accelerando al massimo, egli lanciò la potente macchina in avanti, a centocinquanta chilometri all'ora, lo sguardo fisso sulla strada davanti a sé, con un solo pensiero in testa: sfuggire di nuovo agli sconosciuti che lo inseguivano....

Capitolo trentaquattro (34): LA FUGA DI ANNİBALE

La fuga di Annibale fu qualcosa di assolutamente indimenticabile. Per raccontarla ci sarebbe voluta la penna di un grande scrittore. Ma quantunque Bruno non fosse scrittore, egli riuscì, in una lettera che mandò da Napoli alla famiglia, a dare un'idea vivace di quella fantastica corsa per le strade della Puglia e della Campania. Ecco la lettera di Bruno:

Cara mammina, Eccoci tornati a Napoli! Sembra quasi incredibile ... Le ultime ore - posso dirlo senza esagerare! - sono state le più fantastiche di tutta la mia vita. Partiti da Barletta ieri sera verso le nove abbiamo fatto il tratto da Barletta a Napoli senza sostare, senza riposarci un minuto, di notte, a una velocità media di settanta chilometri all'ora, raggiungendo anzi, sui tratti più facili, una media oraria di quasi novanta chilometri all'ora! Perché? Perché il caro Annibale aveva visto tre o quattro volte di seguito la stessa macchina con dentro le stesse persone ... Certo, filare tutta la notte a quella velocità per aver visto un'automobile sembra l'idea di un pazzo, ma nondimeno io non credo che Annibale sia veramente pazzo, anche se la gentile Dorabel, che non ho mai vista così furibonda, lo chiama pazzo da legare in presenza di tutto l'albergo.

No, il caro Annibale non è matto; solamente, non potete immaginarvi quanto vivace sia, in certi casi, la sua immaginazione. Ma questa è un'altra storia, da raccontarsi in un'altra lettera. Torniamo ora alla nostra corsa notturna. Era già sera quando siamo fuggiti precipitosamente da Barletta, e alle nove e mezzo stavamo avvicinandoci a Cerignola, una città a circa quaranta chilometri da Barletta.

Immediatamente prima di Cerignola - vi consiglio di seguire il mio racconto su una carta di quella parte d'Italia - la statale 16 volta a destra, e in quel punto sbocca sulla statale la strada che viene da Canosa di Puglia. Proprio lì, Vespucci esclamò, o piuttosto gridò: «Eccoli, quei diavoli!», senza volerci spiegare di chi parlava. Ma l'abbiamo indovinato noi stessi: non ci voleva un'immaginazione insolitamente vivace, dopo tutto quello che il brav'uomo ci aveva raccontato!

Vespucci ha premuto sull'acceleratore ed ha attraversato Cerignola a una media di almeno ottanta all'ora! Meno male che la statale non passa per il centro della città, perché allora chissà che cosa sarebbe accaduto! Infatti, il caro Annibale non solo filava come un matto sui tratti di strada diritti, ma pigliava anche le curve senza rallentare, anzi, entrando nelle curve, sembrava quasi che accelerasse sperando forse ogni volta che 'gli altri', i nostri 'inseguitori', non avrebbero osato fare la stessa pazzia.

Dopo aver attraversato a velocità pazza Cerignola, abbiamo continuato verso nord, in direzione di Foggia. Ora, se voi guardate la carta, vedrete che, per andare da Barletta a Napoli per Cerignola, la via più diritta è la strada 161 che passa a una trentina di chilometri a sud di Foggia. In quel modo, si accorcia la distanza di una quindicina di chilometri. Vespucci invece, arrivato a tredici chilometri da Cerignola, al punto dove la statale 16 si biforca, ha proseguito senza rallentare verso nord, in direzione di Foggia! Ciò era abbastanza inaspettato, ed io l'ho guardato con meraviglia; ma lui, non lasciandomi il tempo di parlare, lo sguardo fisso sulla strada davanti a sé, ha detto: «Eh? si aspettava anche Lei che io avrei voltato a sinistra! Nossignori! non è così stupido come credevate, il vecchio Annibale! Come l'altro Annibale, il grande soldato, invece di fare la cosa più naturale, quella che il nemico si aspetta, io faccio esattamente l'opposto, la cosa meno naturale, la più inaspettata! Lei e i nostri inseguitori si aspettavano che io prendessi la strada più corta? E io cosa faccio? Prendo la più lunga! 'Roba da matti!', dirà Lei, e io Le rispondo: 'Nossignore! roba geniale!'».

E così via. Roba da matti, veramente, anche se lui diceva il contrario. E in quel momento, non ve lo nascondo, cominciavo a temere anch'io che il nostro bravo Annibale fosse davvero impazzito. È stata la fine della storia che mi ha fatto cambiare idea.

Intanto, potete immaginarvi lo stato nel quale si trovava la povera Dorabel! Pallida come una morta, non aveva neppure la forza di gridare dalla paura; mezza sdraiata sul sedile, mezza sostenuta da Joy, poteva solo gemere a bassa voce: «Ah ... Ah ... Ah ...», aprendo ogni tanto gli occhi e richiudendoli subito dopo, con un nuovo gemito di paura: «Oh Joy, tuo padre è matto ... è matto da legare ...», gemeva la povera donna. Joy faceva quel che poteva per darle coraggio, le spiegava che Annibale guidava fantasticamente bene, che non aveva mai avuto incidenti e che, a pensarci bene, andare presto è meno pericoloso di notte che di giorno, perché di giorno non si vedono venire le macchine nelle curve o in cima alle salite, e si è sempre in pericolo di scontrarsi con un'altra macchina che fila in direzione opposta. Di notte invece, la luce dei fari annuncia le macchine a più di cento metri, cosicché il pericolo di scontrarsi diventa molto più piccolo. E così via. Dorabel l'ascoltava appena e continuava a gemere e ad annunciare i più terribili incidenti. Io ogni tanto le dicevo qualche parola per calmarla, ma invano: essa non mi sentiva neppure.

Così la fuga notturna di Vespucci ci ha portati fino a Foggia. La mia fantasia mi faceva già immaginare i mille pericoli che sarebbero scaturiti a ogni via, a ogni metro, ad ogni angolo, se Vespucci fosse entrato in Foggia senza rallentare! Perché, insomma, si può filare per ore e ore su buone strade a una media oraria di cento chilometri e più, senza troppi rischi, ma attraversare a quella velocità una città di centomila abitanti è una pazzia. Naturalmente, non ho neppure provato a spiegarlo ad Annibale, sarebbe stato come parlare a un muro, e invano Joy, che lo stato della madre aveva resa nervosa anche lei, l'aveva pregato con le lacrime agli occhi di rallentare un po': «Ti assicuro, papà, i nostri inseguitori sono a decine di chilometri, non riusciranno mai a raggiungerci!». Ma il solo fatto di sentir parlare di inseguitori faceva fare a quel pazzo di Annibale l'opposto di ciò che speravamo, e così ci siamo avvicinati a Foggia a centotrenta all'ora! C'era da impazzire! Temevo ad ogni momento di vedere scaturire davanti a noi un ostacolo inaspettato, e allora ... Per fortuna, la via diritta attraverso la città, quella che passava per il centro, era sbarrata per qualche ragione che non ho potuto capire, cosicché Annibale fu obbligato a pigliare una via che faceva quasi il giro della città, dal lato nord. Non era certo una via molto sicura, ma era però assai meno pericolosa dell'altra.

In quel modo abbiamo fatto il giro di Foggia e siamo sboccati di nuovo sulla statale, questa volta sulla 90.

Non vedendo più nessun ostacolo alla sua pazza corsa, Annibale ha premuto di nuovo sull'acceleratore, e la povera Dorabel si è rimessa a gemere più che mai. Abbiamo percorso così ancora una trentina di chilometri, sempre senza vedere i nostri inseguitori, che avevano probabilmente perduto le nostre tracce.

Ma ecco che, arrivati al punto dove la statale 161 sbocca sulla strada 90, chi abbiamo visto venirci incontro da sinistra, dalla 161? L'avete già indovinato: quelli che più temevamo di rivedere, 'gli altri', 'gli inseguitori'! Bisogna supporre che, vedendoci filare verso Foggia, dopo aver passato il punto dove la 161 lascia la statale, essi hanno indovinato il piano di Vespucci e, invece di inseguirci fino a Foggia, rischiando di ammazzarsi, hanno pigliato la scorciatoia della 161, hanno percorso senza rischiare la vita i trentacinque chilometri dalla statale 16 alla 90 e ci hanno aspettati tranquillamente ...

Quando Vespucci li ha visti arrivarci incontro, egli, con un gemito di bestia ferita, ha premuto pazzamente sull'acceleratore, facendo fare un balzo in avanti alla macchina che correva già a una velocità vicina ai centoventi! Come siamo arrivati ad Avellino, non lo so, e non so nemmeno come abbiamo fatto ad attraversare Avellino senza ammazzarci e senza uccidere nessuno! Per fortuna, Vespucci non ha più provato a inventare nuovi piani fantastici e geniali per far perdere le nostre tracce agli 'inseguitori', come per esempio di pigliare la strada per Nocera, sconosciuta, invece della statale 7 bis, che conoscevamo già e che per noi era una scorciatoia. E così, allo spuntar del sole, siamo entrati in Napoli ... Un quarto d'ora dopo eravamo all'albergo, ed eravamo saliti tutti e quattro nelle nostre nuove camere.

E ora viene il più bello - sarebbe forse più giusto dire il più fantastico! - di tutta la faccenda. Eravamo saliti da poco nelle nostre camere, avevamo appena aperto le valige, e la povera Dorabel aveva ancora gli occhi rossi di lacrime, quando abbiamo sentito sotto le nostre finestre un immenso baccano: grida, esclamazioni, era come se fosse venuta la fine del mondo! Siamo andati alle finestre, e cosa abbiamo visto?

Questa volta non l'indovinerete mai: erano i nostri cari 'inseguitori' che avevano, suppongo, provato a rubare la nostra macchina. In ogni modo, l'autista che era venuto a prendere l'auto aveva visto due uomini che provavano ad aprire gli sportelli. Quando aveva domandato cosa diavolo stavano facendo, essi gli avevano risposto di badare ai fatti suoi e di non ficcare il naso in faccende che non lo riguardavano. L'autista allora, fuori di sé dalla rabbia, si era messo a chiamare i due uomini con tutti i nomi che gli venivano in testa, quelli naturalmente avevano risposto, e i tre stavano per venire alle mani. Era quello il baccano che ci aveva fatti accorrere alle finestre. È stato il portiere a raccontarcelo più tardi.

Intanto, erano usciti fuori il portiere, appunto, e un altro impiegato dell'albergo, e avevano pregato i tre uomini di far silenzio, perché sennò avrebbero chiamato la polizia. «E chiamatela pure!», ha esclamato l'autista, ancora rosso in faccia dalla rabbia. I nostri inseguitori, probabilmente non volendo darsi subito per vinti, dopo aver rischiato la vita chissà quante volte nel corso della notte, hanno preso anche loro un'aria molto offesa ed arrabbiata e hanno detto: «O che credete che ne abbiamo paura, noi, della polizia? Fatela pure venire, a noi che ce ne importa?». Allora, siccome appunto in quel momento passava lì davanti una guardia, gli impiegati dell'albergo l'hanno chiamata.

Noi, dalle finestre del primo piano, dove erano le nostre stanze, sentivamo tutto ciò che si diceva in strada, perché a quell'ora la città era ancora calma e silenziosa. Dunque abbiamo sentito i due uomini spiegare alla guardia che noi - eh, sì, proprio noi! - avevamo rubato diversa roba che apparteneva loro, e che essi, dopo averci inseguiti per tutta la notte col rischio di rompersi il collo, avevano solamente provato a riprendere la loro roba dalla nostra macchina! Gli impiegati hanno protestato immediatamente contro quella spiegazione che metteva in dubbio l'onestà dei clienti dell'albergo, e hanno dichiarato che l'albergo non avrebbe mai permesso che la faccenda finisse in quel modo. «Già», ha detto la guardia, guardando con attenzione i due uomini, «anche a me questa faccenda pare un po' insolita, e anche poco chiara ...». E decidendo di tagliar corto: «Avanti! Su! Seguitemi tutti e tre in questura! Non mi fate perdere la pazienza!». «In questura? Si può sapere perché?», hanno protestato i nostri uomini, e rivolgendosi agli impiegati: «Loro dubitano forse della nostra onestà? Per chi ci prendono? Per dei ladri, forse?». «Queste son cose che riguardano la polizia!», hanno risposto il portiere e l'altro impiegato, rientrando nell'albergo, e la guardia, che stava per perdere la pazienza, ha esclamato di nuovo: «Su! Andiamo, dico! Non mi fate aspettare! Venite! Vedranno in questura chi ha ragione!». E benché i nostri 'amici' sembrassero disperati, questa volta non hanno osato disobbedire e hanno seguito la guardia, continuando però a protestare ad alta voce e dichiarando che avrebbero insegnato loro a quello lì - all'autista - a dubitare dell'onestà di gente per bene. La guardia, che sembrava abituata a 'clienti' di quel genere, non li ascoltava e badava solo che non scappassero.

Un paio d'ore più tardi, hanno telefonato dalla questura per chiedere a Vespucci se potevamo andare subito là: c'erano dei punti poco chiari nella storia che avevano raccontato i due uomini, e la polizia sperava che noi saremmo stati in grado di chiarirli. Vespucci ha chiesto se potevamo andare noi due soli, dato che sua moglie e sua figlia non avevano visto gran che. «Va bene», gli hanno risposto, «vengano pure Loro due, ma dicano alla signora e alla signorina di tenersi pronte, se mai fosse necessario far venire anche loro».

Quando siamo arrivati in questura, ci ha ricevuti una guardia che appena ci ha visti ci ha detto: «Entrino, entrino! Sono aspettati!». E siccome Vespucci stava per picchiare alla porta: «No, non bussino! non è necessario! Entrino senz'altro!». Siamo dunque entrati senza bussare e abbiamo visto fra due guardie i nostri 'amici', che nel corso di quel paio d'ore sembravano aver perduto tutta quanta la loro sicurezza: ora rassomigliavano piuttosto a due ragazzini che fossero stati acchiappati mentre provavano a scappare dopo aver rotto un vetro. «Si siedano, prego!», ci ha detto l'impiegato della polizia, che aveva interrogato i due uomini e ora stava telefonando.

Quando ha finito, ci ha detto con un sorriso contento: «Sanno chi sono, quei due lì?». «No, è la prima volta che li vediamo da vicino». «Già. Ho telefonato a Roma per domandare se li conoscevano, e mi hanno risposto in questo momento che sono due vecchi clienti della polizia, due eccellenti clienti!». «Come? Cosa?», ha esclamato Vespucci, «a degli specialisti di Annibale clienti della polizia? Ciò non è possibile. Dev'essereci uno sbaglio!». L'impiegato si è messo a ridere ed ha esclamato: «Ma che! ma che! non sono specialisti di nulla fuorché di rubare! e non solo di rubare, eh? Aspettino un momento, vedranno di che genere di roba son capaci!». E si è rimesso a interrogare i due uomini.

Vedendo che la loro situazione era disperata, e che la cosa migliore era di dire la verità, i due hanno raccontato tutto, chiarendo così i punti della loro storia che la polizia non aveva voluto accettare fino a quel momento. Ogni tanto, Vespucci, che ora capiva meglio perché era stato inseguito con tanta rabbia, non poteva trattenere un'esclamazione di stupore e di meraviglia: «Fantastico! Caro Bruno, quella fuga ci ha salvato la vita! Abbiamo rischiato cento volte di romperci il collo, ma quei due lì sarebbero stati capaci di ucciderci a sangue freddo e senza che nessuno ci potesse aiutare! È davvero una storia incredibile!».

Capitolo trentacinque (35): STORIA DEI DUE LADRI

Ecco la fine della lettera in cui Bruno raccontava la storia dei due uomini che li avevano inseguiti fino a Napoli:

Noi credevamo che i nostri 'amici' ci avessero seguiti fin da Barletta, mentre in realtà ci avevano seguiti fino da Taranto! Perché? Come mai? Come ha detto Vespucci, è una storia fantastica.

Se vi ricordate, vi ho scritto che eravamo arrivati a Taranto nel cuore della notte dopo esserci smarriti un paio di volte nelle vicinanze di Ginosa ed essere rimasti senza benzina in aperta campagna. Proprio quella stessa notte, una barca a motore si era fermata al largo di Taranto, nel cosiddetto Mare Grande, e una barchetta a remi se n'era staccata. Un momento prima, una cassa era stata calata in quella barchetta dalla grossa barca a motore. Nella barchetta c'erano due uomini, un italiano e uno straniero. Lentamente, remando senza fare il minimo rumore, i due uomini si erano avvicinati alla città addormentata, sotto il naso della polizia del porto, avevano attraversato tutto il Mare Grande ed erano approdati di là dal porto, sulla riva del Mare Piccolo, a nord della città.

Appena approdati, i due uomini si erano guardati intorno per essere sicuri che nessuno li aveva visti, ed avevano fischiato come per chiamare qualcuno. E infatti, al loro fischio, altri due uomini si erano staccati dall'ombra che li nascondeva ed erano scesi rapidamente verso la barchetta. Quei due uomini erano i nostri inseguitori.

Insieme agli altri due, essi avevano scaricato dalla barchetta la cassa che vi avevano calato quelli della motonave. Era una cassa piuttosto pesante, di legno, con intorno grosse corde per poterla portare più facilmente. I quattro uomini erano saliti col loro carico fino alla strada statale, che in quel punto passa lungo la spiaggia prima di entrare in Taranto. Un'automobile stava ferma lì vicino, con i fari spenti. Dopo essersi di nuovo guardati intorno per essere sicuri che nessuno li aveva seguiti, i quattro uomini avevano fatto quasi di corsa la ventina di metri fra la spiaggia e la macchina, e avevano caricato la cassa sull'auto. Poi, i due della motonave erano tornati alla loro barchetta ed erano ripartiti come erano venuti. Gli altri due stavano per ripartire anche loro, col loro carico, quando ci avevano visti passare. Senza una parola, ci avevano seguiti; erano entrati in Taranto insieme a noi, e ci avevano visti fermarci davanti a un paio di alberghi.

Fino a quel momento, nessuno dei due avrebbe potuto spiegare perché ci avevano seguiti, ma allora era nata nella loro mente un'idea che era sembrata loro geniale. Avendo visto dalla nostra targa che eravamo di Napoli, avevano fatto lì per lì il piano di nascondere il contenuto della cassa nella nostra macchina e di lasciarcelo trasportare fino a Napoli. Perché? Vedrete. Così, quando ci eravamo fermati davanti al terzo albergo, dove abbiamo trovato delle camere libere, i due uomini si erano fermati anche loro, a una cinquantina di metri da noi. E una mezz'ora dopo, quando avevano pensato che ormai noi e tutti gli impiegati e i camerieri dell'albergo dovevamo dormire, avevano aperto con una chiave falsa uno sportello della macchina e avevano nascosto il contenuto della cassa sotto il sedile posteriore. Poi avevano richiuso lo sportello e si erano allontanati. Uno dei due era partito con la macchina, per buttare via in qualche posto fuori di città la cassa vuota, mentre l'altro era rimasto di guardia all'angolo della via che sboccava sulla strada principale di fronte al nostro albergo. Di lì, poteva tener d'occhio l'entrata dell'albergo e ci avrebbe subito visti se per caso fossimo usciti prima della mattina.

Una mezz'ora più tardi, quello che era andato in campagna a buttare via la cassa, e poi alla spiaggia a far sparire le tracce dell'approdo notturno, era tornato e aveva parcheggiato la macchina nella stessa via dove faceva la guardia il suo compagno, ma cento metri più in là. Così che noi non avremmo avuto alcun sospetto vedendo la loro macchina. I due avevano allora stabilito che quello che era stato di guardia sarebbe andato a riposarsi un po' nella macchina parcheggiata, e che l'altro avrebbe fischiato se uno di noi fosse uscito e fosse partito con la macchina o, preso da un sospetto, avesse cominciato ad esaminare l'interno dell'automobile oppure la serratura.

«Capirai», aveva detto quello dei due che era il capo, «naturalmente, aprendo lo sportello con la nostra chiave e caricando la roba, ho fatto attenzione a non lasciare tracce, ma non si sa mai. Un oggetto fuori posto, una piccola macchia che non c'era prima, ed ecco il padrone della macchina insospettito, e allora ... non si sa mai cosa gli può venire in mente di fare! Dunque, mentre io mi riposo, perché mi sento piuttosto stanco, tu fa bene attenzione a chi entra o esce dall'albergo, e, se ti viene il minimo sospetto, fa un fischio e io vengo subito». I due avevano fatto come aveva stabilito il capo, e quella notte, come pure i giorni seguenti, tutto era andato bene. Noi non avevamo sospettato niente, e i nostri cari 'amici' non avevano mai perduto le nostre tracce, fuorché una volta, a Brindisi, dove una mattina avevano creduto che fossimo spariti, mentre in realtà Annibale, durante un giretto nelle vicinanze della città, si era smarrito - chissà come ha fatto! - ed aveva messo un paio d'ore a ritrovare la strada giusta.

Il più bello è che, malgrado tutta la loro attenzione, i due avevano lasciato delle tracce: la chiave non girava più così facilmente come prima nella serratura, e sul sedile di dietro c'era una macchia scura, piuttosto grande, che aveva la forma di un piede o di una scarpa! Ma nessuno di noi aveva trovato ragione di insospettirsi, e non avevamo nemmeno esaminato con attenzione la macchia per vedere se poteva essere stata lasciata dalla scarpa di uno di noi! E né io né Annibale - per non parlare di Joy e Dorabel - abbiamo notato che una certa macchina azzurra a due posti, sempre la stessa, era parcheggiata ogni giorno nelle immediate vicinanze dei nostri diversi alberghi, spesso sulla stessa via e lungo lo stesso marciapiede! E naturalmente, non avevamo notato che la nostra macchina era sempre sorvegliata da uno dei due uomini ... Suppongo che non l'abbiamo notato e non abbiamo mai sospettato niente appunto perché essi erano per noi due sconosciuti in città sconosciute. Adesso mi dico che eravamo veramente degli stupidi per non accorgerci di nulla!

È stato a Barletta che quello dei due che era di guardia ha dimenticato per qualche minuto di sorvegliare l'uscita dell'albergo, perché stava parlando con una ragazza che conosceva e che era in vacanza lì vicino. E durante quei minuti, Annibale è uscito, ha preso la macchina ed è partito per Canne. L'uomo ha lasciato lì per lì la ragazza e, facendo un fischio, si è messo a correre verso la loro automobile, che per caso quel giorno essi avevano dovuto parcheggiare a un centinaio di metri da noi, in un'altra via.

I due avevano ritrovato Annibale al momento in cui egli, scappando dal contadino, si era gettato nella macchina ed era partito a tutta velocità verso Canosa. Per non correre il rischio di vederlo sparire di nuovo davanti agli occhi, avevano deciso lì per lì di provare a fermarlo, per domandargli una cosa qualsiasi, e fargli raccontare nel corso della conversazione chi era, dove andava e da dove veniva, e così via. Invece, come già sapete, Annibale, appena aveva visto i gesti che facevano per fermarlo, aveva accelerato ed era scappato. Cosicché i due erano rimasti sicuri che noi avevamo scoperto ciò che essi avevano nascosto sotto il nostro sedile e che ora provavamo a fuggire per tenerci la roba noi stessi! Bella faccenda!

E adesso, suppongo che mi domanderete con la massima impazienza: «Ma insomma, che cosa avevano nascosto nella vostra macchina, e perché diavolo avevano nascosto proprio lì il contenuto della cassa?». Eh, non ve l'avevo detto prima per la semplicissima ragione che nemmeno noi l'abbiamo saputo prima di aver sentito tutta quanta la storia che vi ho raccontato. Nella cassa, dunque, c'era ... carta per sigarette: cento pacchi, e il contenuto di ciascuno erano mille pacchettini di carta per sigarette! Che ne dite, eh? Per quei pacchettini, sei persone avevano rischiato la vita chissà quante volte, noi senza saperne nulla, gli altri due conoscendo perfettamente i rischi che correvano e che ci facevano correre. Quella carta per sigarette che avevano introdotto nel paese per via di mare, senza pagare la dogana, il capo e il suo complice la dovevano vendere a Napoli a un terzo che, con l'aiuto di altri complici, introduceva dall'estero tabacco - naturalmente senza pagare la dogana neppure per quello - e con quel tabacco e quella carta fabbricava poi migliaia di sigarette che vendeva guadagnando milioni e milioni. Questa volta, però, la sola cosa che ci hanno guadagnato, quello che fabbricava le sigarette, i suoi complici, e i disonesti che rivendevano le sigarette, sono stati parecchi mesi di prigione! E l'avevano ben meritato!

Ma chi non aveva meritato ciò che è accaduto dopo, era il caro Vespucci. Calmatevi però! non è stato mandato in prigione, benché per lui sarebbe quasi stato meglio! Vi ricordate l'antico anello romano di cui vi ho parlato al principio della mia lettera? Il caro Annibale avrebbe voluto che quell'incidente rimanesse segreto per qualche tempo ancora, ma, ahimè! la polizia ha voluto sapere tutto, e Annibale è stato obbligato a raccontare come e dove aveva trovato l'anello. E la polizia - non per niente siamo a Napoli, la città del Museo Nazionale! - si è subito insospettita ed ha chiesto ad Annibale di fare esaminare il suo anello dagli specialisti del museo. Se era veramente antico, egli non aveva il diritto di tenerselo, ma doveva consegnarlo o piuttosto venderlo al museo. E del resto, ci hanno detto in questura con un sorriso, vedendo la disperazione di Annibale, se non era antico non aveva naturalmente nemmeno il diritto di tenerselo, giacché l'aveva trovato nel campo di un altro. Cosicché la sola cosa da fare era che Annibale consegnasse immediatamente il suo caro anello alla polizia, che l'avrebbe a sua volta consegnato o al museo, o al padrone del campo ....

Immaginatevi la disperazione del povero Vespucci! Ha provato a discutere con la polizia, ma non c'è stato nulla da fare: l'anello doveva essere consegnato immediatamente. Ma ahimè! il più terribile non era ancora accaduto ....

Questo, però, ve lo racconterò un altro giorno, nella mia prossima lettera. Ora sono stanco di scrivere, e i Vespucci mi stanno chiamando per andare a cena.

Capitolo trentasei (36): L'ANELLO DI ANNIBALE

Povero Annibale! Se fosse stato un ragazzo, lui, quel pomeriggio, avrebbe pianto a calde lacrime. Il suo bel sogno si era infranto contro la dura realtà: l'anello d'oro che egli aveva trovato sul campo di battaglia di Canne era ... Ma procediamo per ordine.

Annibale, dunque, come si è visto, aveva dovuto consegnare il suo caro anello alla polizia, che l'aveva mandato al Museo Nazionale. A questo punto, se gli esperti del museo si fossero tenuti l'anello, Annibale si sarebbe certamente arrabbiato, avrebbe fatto chissà quante storie, ma, a dire il vero, non sarebbe stato poi troppo scontento. Infatti gli esperti avrebbero sempre potuto confermare la sua storia, cioè che era stato lui, Vespucci, a trovare l'anello quel tal giorno e in quel tal luogo. Invece, la polizia, qualche giorno dopo, gli telefonò per comunicargli la risposta del museo: l'anello non era romano, ma di un'epoca molto più recente, probabilmente del diciannovesimo, forse del diciottesimo secolo. Annibale credette dapprima di aver sentito male, ma quando l'impiegato gli ebbe ripetuto la risposta dell'esperto, egli diventò prima pallido come un cencio, poi di un colore rosso cupo che fece esclamare a sua moglie che era lì vicino: «Annibale! Che cosa ti succede? Ti senti male?».

Annibale, per qualche secondo, fu incapace di parlare, ma quando ebbe ricuperato la parola, lanciò prima un'occhiata furibonda alla moglie, che - poveretta! - non ci poteva far niente, e le rispose: «Altro che sentirsi male! Mi stanno uccidendo!». Poi fu il turno del povero impiegato, che neppure lui ci poteva far niente, dato che non faceva altro che comunicare ad Annibale ciò che avevano detto a lui. Perciò, dopo che Annibale lo ebbe chiamato per un paio di minuti con tutti i nomi che gli venivano in mente, l'impiegato perse la pazienza ed esclamò, arrabbiato: «Ma scusi, Lei chi crede di essere, per parlarmi in questo modo? Se Lei non fosse uno straniero, io Le farei pagare molto caro questa offesa a un pubblico ufficiale! Ho avuto con Lei anche troppa pazienza, ma ora basta! Se ha voglia di discutere, vada a vedere quelli del museo. Buona sera!». E il pubblico ufficiale attaccò il ricevitore.

Vespucci disse ancora qualche frase prima di accorgersi che parlava a vuoto, poi, con un gesto di rabbia, attaccò anche lui il ricevitore e uscì di camera sbattendo la porta. «Dove vai?», ebbe appena il tempo di domandargli Dorabel. «Vado a fare due chiacchiere con quegli ignoranti del museo!», rispose Annibale e sparì, cupo in viso, stringendo i pugni, come se si preparasse a battersi con qualcuno. La povera Dorabel alzò le mani al cielo e andò a chiedere aiuto e consiglio a Bruno. Ma il giovanotto non poté far altro che provare a consolare la povera donna, assicurandole che, arrivando al museo, Annibale avrebbe ricuperato la calma che l'impiegato della questura gli aveva fatto perdere. Però, a dire il vero, non ci credeva sul serio neppure lui e continuava a parlare unicamente per far passare il tempo. Più di un'ora, pensava, quella visita di Vespucci non poteva durare.

E invece durò tre ore ... Alle sette di sera, la porta dell'albergo si aprì lentamente, spinta dalla magra mano di Annibale, e Dorabel, Joy e Bruno, che aspettavano da un'ora nel vestibolo, videro entrare un'ombra alta e sparuta, l'ombra di Don Chisciotte dopo la battaglia coi mulini a vento.

Dorabel si era preparata a saltar su e ad accogliere il marito con un'esclamazione di gioia e magari anche con un leggero rimprovero per le ore di ansia che le aveva fatto passare. Vedendo invece quell'ombra sparuta in cui riconosceva a malapena lo stesso uomo che tre ore prima era uscito sbattendo la porta e riempiendola di paura, ma anche di ammirazione, Dorabel si sentì morire sulle labbra le frasi che aveva preparate e poté solamente mormorare: «Caro, che ti è accaduto? In che stato sei? Sei bianco come un cencio ...».

Annibale non rispose, passò a capo basso, senza dir parola, davanti alla moglie e alla figlia e, rifiutando di prendere l'ascensore con un gesto appena percettibile, cominciò a salire lentamente i gradini della scala. Per qualche momento, nel gruppo che formavano Dora, Joy e Bruno, nessuno poté muoversi, tutti e tre rimasero fermi come se fossero diventati tre statue. Il primo a muoversi e a ricuperare la parola fu Bruno che, dopo una rapida occhiata a Joy, in due salti raggiunse Annibale e gli strinse con forza la mano, mormorando: «Creda, signor Annibale, nessuno La capisce meglio di me ...». Poi, senza aggiungere altro, seguì Vespucci in camera.

Annibale, malgrado lo stato in cui si trovava, avrebbe rifiutato con quanta forza gli rimaneva di essere 'consolato' da Bruno o da qualsiasi altra persona. Ma quando il giovanotto gli aveva stretto la mano accompagnando il suo gesto con quelle poche e calme parole, Annibale aveva risposto con un sorriso quasi impercettibile, muovendo le labbra come se volesse ringraziarlo, e non aveva fatto nulla per impedirgli di seguirlo in camera. Bruno intanto aveva già formato nella mente le frasi che avrebbe dette a Vespucci. Ma quegli, appena entrato, si sprofondò in una poltrona, affranto da un'immensa fatica, come se fosse appena uscito da una grave malattia, e mormorò, pronunciando le parole a malapena: «Sono un uomo perduto, Bruno ...». Allora il giovanotto dimenticò tutte le belle parole che aveva preparate e, sedendosi accanto ad Annibale, esclamò: «Bè', mi racconti tutto! Vediamo se non c'è un modo di ripagare l'offesa che Le è stata fatta».

Il tono con cui furono pronunciate queste parole fece alzare la testa a Vespucci. Il viso magro riprese un po' di colore, la voce diventò più ferma e, ricuperando una parte delle forze perdute, Vespucci batté i pugni sulle ginocchia ed esclamò: «Si tratta di ben altro che di offesa! Quella gente mi ha ucciso! Ma io gli farò vedere chi di noi ha ragione! Gliel'ho detto, uscendo dal loro museo: Vespucci non si lascia abbattere così facilmente!». «Bravo!», disse Bruno, «e ora, se non Le dispiace, procediamo per ordine. Mi racconti tutto ciò che Le han detto quegli ignoranti!».

E Annibale, che, man mano che parlava, ricuperava il tono fermo della voce, la sicurezza dei gesti, la forza dello sguardo, raccontò a Bruno la sua visita al museo, i cui esperti avevano confermato ciò che aveva detto la polizia e così avevano infranto i suoi bei sogni. Disse di essere stato accolto da due signori con un tono che, secondo lui, era freddo e sprezzante. I due, con un sorriso che avrebbe reso furibondo il più paziente degli angeli, gli avevano domandato se era stato lui a dichiarare alla polizia di aver trovato presso Canne un anello romano. Vespucci, a sua volta, aveva ripagato il sorrisetto di quei signori domandando loro se era la prima volta che vedevano un anello simile. Non l'avesse mai detto! Quegli ignoranti avevano accolto la sua domanda con una risata che era stata per lui come uno schiaffo, e si erano scambiati un'occhiata insolente. Poi il più anziano dei due, che poteva avere una cinquantina d'anni ed era dunque assai più giovane di Annibale, aveva risposto: «Caro signor Pippucci, Lei deve sapere che il Museo Nazionale di Napoli si occupa di oggetti antichi e non di imitazioni recenti. Il Suo bell'anello è dell'Ottocento, o forse, al massimo, della fine del Settecento, quando molti imitavano gli oggetti antichi d'oro e d'argento».

Vespucci aveva dovuto stringere i pugni e mordersi le labbra per non schiaffeggiare quell'uomo e ripagare la sua insolenza con alcune parole ben scelte. Si era però trattenuto, e gli aveva domandato con voce alterata quale prova avesse di quel che diceva. Pur essendo sicuro che l'anello fosse autentico, aveva - perché nasconderlo? - aspettato con una certa ansia la risposta. Era stato un colpo terribile, che l'aveva lasciato affranto per tutta la sera. Aveva provato a discutere, rifiutando di accettare le prove che gli davano i due esperti, ma era stato inutile. Finalmente aveva dovuto riconoscere la verità: il suo anello era falso, era 'un'imitazione recente', come aveva detto il più anziano dei due esperti.

«Ah, se Lei avesse sentito!», esclamò Annibale, «se avesse sentito l'insolenza con la quale essi mi han detto - per 'consolarmi', quegli ...! - che potevo tenermi l'anello! Come ricordo! Eh? Che ne dice? Come ricordo!». E senza aspettare la risposta di Bruno, Annibale proseguì, più che mai rassomigliando a Don Chisciotte nel momento in cui si slancia contro i mulini a vento: «Il mio angelo custode mi ha impedito di scaraventarmi contro quegli uomini e fare qualcosa di terribile ... Ho chiuso gli occhi stringendo i pugni e ripetendomi quella stupida frase che dice che 'il silenzio è d'oro e la parola è d'argento'. Nei momenti di grande pericolo sono spesso certe cose stupide che ci vengono in mente. Mi son trasformato per qualche secondo, o forse per un paio di minuti, non saprei dirlo, in una statua, immobile, muto. E veramente, non saprei più dirLe come sono uscito. Mi son ritrovato poco dopo nella strada, con l'anello stretto nella mano, mentre il sole stava già declinando. Ho camminato come un automa per le vie piene di gente, ripensando a tutto ciò che avevo visto, formando mille progetti, tra cui anche quello di tornare immediatamente in America. Così, senza accorgermene, sono arrivato davanti all'albergo, e sono entrato ...».

Ci fu un silenzio abbastanza lungo, durante il quale nessuno dei due si mosse né disse nulla, poi Bruno domandò: «Ma è proprio sicuro, arcisicuro, che il Suo anello non è dell'epoca romana, ma del Settecento?».

Bruno non ebbe neppure il tempo di pronunciare l'ultima parola della sua domanda: Vespucci saltò in piedi, gli afferrò le braccia e le strinse così forte che Bruno non poté fare il più piccolo movimento, e, fissandolo con uno sguardo ardente, gli disse: «Lo credevo ancora nel momento in cui sono entrato in questa camera, ma parlandoLe ho acquistato la certezza che quei due si sono sbagliati!». E rispondendo alla muta interrogazione di Bruno spiegò: «Vede, ciò che ha fatto dire a quegli esperti che l'anello era un'imitazione sono cose piccolissime, segni appena percettibili, ma che, ingranditi dall'immaginazione, avevano acquistato ai loro occhi un'importanza esagerata. Io mi ero lasciato convincere dalla loro insolente sicurezza, dall'autorità con cui parlavano; ma adesso, ripensandoci a distanza, con la calma necessaria, non mi sento affatto convinto. Anzi, sono più che mai convinto del contrario, cioè della giustezza della mia teoria e non della loro. Annibale Vespucci non si lascia abbattere così facilmente, giovanotto! Ride bene chi ride l'ultimo!». E Annibale, per la prima volta da quando gli avevano telefonato dalla questura, si mise a ridere. In quel momento entrarono Dorabel e Joy.

Il loro primo moto fu di stupore, quasi di paura, tanto la scena era inattesa. Poi cominciarono le domande, i 'perché', i 'come', i 'quando'. Vespucci si slanciò in lunghe spiegazioni, camminando a grandi passi nella camera, imitando il modo di parlare dei due esperti, afferrando per le mani ora la figlia, ora la moglie, come se per convincerle volesse far passare in loro una parte della propria certezza.

«Se ho ben capito», disse Dorabel durante una breve pausa, «se ho ben capito, gli esperti del museo hanno commesso un grosso errore?». «E come!», esclamò suo marito con una risata: «Hanno commesso il più grosso errore di tutta la loro vita! Vorrei rivivere quella scena fantastica. Adesso che so di aver ragione io, mi sembra quasi impossibile che due esperti possano commettere un errore così immenso».

«E veramente fantastico», disse Joy, poi aggiunse sorridendo: «Altrimenti detto, papà, tutto va bene di nuovo e i tuoi progetti rimangono gli stessi?». «I miei progetti, infatti, non sono cambiati. E anzi, non sono affatto scontento di quanto è accaduto, perché mi ha fatto ripensare tutte le mie teorie e ne ha confermato la giustezza». Allora, dunque, domani ...», cominciò Joy, e Vespucci finì per lei: «... domani si parte per Roma!». «Benissimo», disse Bruno, «potremo finalmente fare una vera visita di Roma! Non mi piaceva l'idea che Loro avessero visitato Pompei, Napoli, perfino Taranto e Barletta, e che non avessero ancora visto che una piccolissima parte della meravigliosa Roma». «Benissimo!», esclamò a sua volta Vespucci, «domani mattina si parte, e domani sera faremo il giro di Roma con Bruno!».

Capitolo trentasette (37): FONDAZIONE E ORIGINI DI ROMA

Dodici ore dopo, erano di nuovo a Roma. Dato che si era ai primi di agosto, non trovarono in città che il signor Rossi. Il resto della famiglia era in vacanza. Così, dopo avergli raccontato in breve, durante il pranzo, gli ultimi avvenimenti, Bruno e i tre Vespucci uscirono di casa per andare al Foro Romano.

Quando ci furono scesi passando per la Basilica Emilia, Bruno si fermò e disse: «Anzitutto, bisogna che io dia Loro - non a Lei, ben inteso, signor Annibale! un'idea della più antica storia di Roma, cioè delle origini della capitale. Roma è nata qui, nel luogo preciso dove ci troviamo ora. Secondo la leggenda - vedremo poi cosa dice la storia - dopo la presa di Troia (Loro si ricordano la leggenda del famoso 'cavallo di Troia'), Enea, col padre Anchise e il figlioletto Ascanio, fuggì dalla città e dopo un lungo viaggio approdò in Italia. Suo figlio Ascanio fondò, ai piedi dei Colli Albani, la città di Alba Longa, di cui divenne re. Per quattro secoli, un gran numero di altri re - la leggenda dice sedici gli succedettero, fino al buon re Numitore, che fu costretto dal fratello Amulio a lasciargli il potere.

Amulio era ben diverso dal fratello! Per essere sicuro che nessun figlio o nipote di Numitore sarebbe mai diventato re dopo di lui, egli fece uccidere il figlio di Numitore e obbligò la figlia, Rea Silvia, a farsi Vestale. Ora, Loro sanno certamente che le Vestali non avevano il diritto di sposarsi. Amulio dunque si sentiva sicuro: il re, dopo Numitore, sarebbe stato lui e nessun altro! Ma, narra la leggenda, le cose si svolsero invece assai diversamente. Accadde che il dio Marte - antico dio della guerra - si innamorò della Vestale. Gli dèi degli antichi scendevano spesso sulla terra, in quei tempi, e partecipavano alla vita degli uomini. Il frutto dell'amore di Rea Silvia e del dio Marte furono due gemelli: Romolo e Remo. Furibondo, il crudele Amulio fece seppellire viva la povera Rea - così furono sempre punite le Vestali che amavano un uomo - e diede ordine a uno schiavo di gettare i gemelli nel Tevere. Ma le cose, ancora una volta, si svolsero in modo assai diverso. Narra sempre la leggenda che il fiume Tevere, padre del popolo romano, non volle che i gemelli affogassero nelle sue acque, e depose la culla nella quale erano stati messi Romolo e Remo ai piedi del Colle Palatino ...».

«E ora», esclamò Joy, «viene la storia del lupo?». «Sì, o piuttosto della lupa», disse Bruno. «Che lupo? che lupa?», domandò Dorabel, «che c'entra la lupa?». Bruno rise: «C'entra, e molto, cara signora Dorabel!». Poi spiegò: «Vede, i due fanciulli sarebbero morti di fame se una lupa non li avesse scoperti e non avesse dato loro il suo latte. Per quanto tempo il bravo animale si occupò di essi, la leggenda non lo dice, ma un bel giorno Romolo e Remo furono trovati accanto alla loro culla da un pastore chiamato Faustolo che se li portò a casa e si occupò di loro, come se fossero i suoi propri figli.

Passarono gli anni, e Romolo e Remo diventarono due bellissimi giovani, forti, coraggiosi. Successe allora un giorno che dei pastori del re Numitore, che i gemelli avevano puniti per aver rubato le loro pecore, aspettarono Remo nascosti in un bosco, si gettarono su di lui e lo portarono da Numitore. Ma Numitore non era crudele come il fratello, e invece di dare subito l'ordine di punire Remo - giacché i pastori avevano raccontato che era stato lui a rubar loro le pecore! lo volle ascoltare. E mentre l'ascoltava, si svegliavano in lui mille ricordi. Numitore cominciava a domandarsi chi mai fosse quel bel giovane. Non poteva essere un semplice figlio di pastori ....

Allora arrivò Romolo, a cui Faustolo intanto aveva raccontato la sua origine. Così Numitore appresse la verità, e i due gemelli si recarono coi loro compagni al palazzo reale, dove uccisero il crudele Amulio.

Romolo e Remo erano dunque di sangue reale, e Numitore avrebbe volentieri dato loro il potere, ma essi invece lasciarono Alba Longa per andare sul luogo dove Faustolo li aveva trovati e dove avevano deciso di fondare una città di uomini liberi. Però, mentre Romolo avrebbe preferito costruire la città sul Colle Palatino, Remo invece pensava che fosse più sicuro costruirla sulla cima del Colle Aventino. Allora Romolo dichiarò che lui, in ogni modo, avrebbe costruito la sua città lì dove aveva deciso.

Cominciò, dunque, coll'aiuto dei compagni che l'avevano seguito, a costruire le mura della città. Ciò non piacque a Remo che, beffandosi del fratello, saltò le mura appena incominciate. Romolo non poté permettere le beffe di Remo e lo uccise sul posto. Era, dice la leggenda, il ventun aprile del settecentoquarantatré prima di Cristo. Questa è la data della fondazione di Roma.

Come ho detto, Romolo e Remo avevano deciso di fondare una città di uomini liberi, e perciò Romolo aprì le porte di Roma agli schiavi fuggiti da padroni crudeli e a tutti gli altri uomini scappati dalle loro città per sfuggire a una punizione. Così, in breve, Roma ebbe una popolazione di uomini forti e coraggiosi, ma... mancavano le donne!». «Mancavano le donne?», esclamò Joy, «ma allora ...».

«Eh, già», disse Bruno, «Romolo capì ben presto che così non si poteva andare avanti. Un popolo senza donne sarebbe morto ben presto di vecchiaia. Così Romolo mandò dei Romani in tutte le città vicine per trovarvi delle donne che accettassero di venire a stare a Roma. Ma il risultato fu assai magro: i vicini di Roma non volevano dare le proprie figlie a quegli uomini che disprezzavano. Infatti molti fra gli abitanti di Roma erano stati condannati nelle loro città a punizioni a cui erano sfuggiti andando appunto a nascondersi nella nuova patria.

Allora i Romani ebbero un'altra idea. Fecero sapere ai popoli vicini (fra cui i Sabini, che stavano a nord di Roma), che Roma stava preparando un bellissimo spettacolo al quale le popolazioni vicine erano invitate ad assistere. Molti accettarono l'invito, e il giorno dello spettacolo si trovò riunita una grandissima folla. Tutti erano felici e gai; nessuno, neppure i Romani, sospettava di nulla.

Ma ecco che Romolo fece un segnale, e a quel segnale un gran numero di soldati romani, entrati nella piazza un istante prima, si slanciarono rapidi come il fulmine in mezzo alla folla degli invitati. Ogni soldato afferrò una fanciulla, la sollevò da terra e scappò di corsa. Poche furono le giovani donne che sfuggirono ai soldati romani in quel terribile giorno. Ah! non avessero mai accettato l'invito ad assistere a quello spettacolo! Adesso, sarebbero certo diventate schiave dei Romani! Chissà quanto avrebbero sofferto!». «Ma scusi!», esclamò Joy, «non hanno provato a riavere le loro figlie, i vicini dei Romani?». «Eh, sì», rispose Bruno, «ma non era così facile. I Sabini, per esempio, pensarono subito di fare la guerra ai Romani, ma dovevano prima prepararsi.

Intanto altri popoli partirono in guerra contro i Romani, ma furono tutti vinti, le loro città distrutte, la popolazione stessa trasportata a Roma, dove andò ad aumentare il numero dei Romani. Anche quello era un modo di ingrandire la città!».

«Così, dunque», disse ancora una volta Joy, «quei vigliacchi dei Sabini non osarono far la guerra per riavere le loro figlie? In tal caso, non meritavano altro!». «Ma scusi», rispose allora Bruno, ridendo di quel 'vigliacchi' che adoperava Joy parlando di un popolo così antico e di un fatto leggendario, che forse non era nemmeno accaduto, «io non ho detto che non osarono. Anzi il re dei Sabini, Tazio, fu l'unico di tutti che riuscì a entrare in Roma. Ecco come andò:

Per difendere la loro città, i Romani avevano costruito, sul Colle Capitolino, un forte, cioè un luogo difeso da mura altissime e da un gran numero di soldati. Chi teneva il Campidoglio, come appunto si chiamava quel forte, teneva Roma. Questo, il re sabino lo capì benissimo, e si mise a cercare in che modo sarebbe potuto entrarci. Apprese allora dalle sue spie che il comandante del forte aveva una figlia, Tarpea, che amava gli anelli e altri gioielli d'oro e d'argento più che qualsiasi altra cosa al mondo. Tazio aspettò una sera quella ragazza e le promise tutti i gioielli che voleva se avesse aperto ai Sabini la porta del Campidoglio. Tarpea accettò, e una notte Tazio si nascose coi suoi soldati in un bosco vicino, aspettando il segnale che gli avrebbe fatto sapere che la via era libera. Venne il segnale, e i Sabini entrarono nel forte. Tazio aveva promesso a Tarpea che ogni soldato le avrebbe dato il braccialetto d'oro che aveva al braccio sinistro. Ma, pieno di disprezzo per la giovane romana che aveva tradito il suo popolo, egli, invece di darle il proprio braccialetto, glielo scagliò nel viso, e Tarpea cadde a terra. Allora tutti gli altri soldati sabini, passando davanti a Tarpea, le scagliarono addosso, con parole di scherno, i loro grossi e pesanti braccialetti. Così Tarpea, che aveva tradito la patria per un mucchio di gioielli d'oro, ricevette la punizione che giustamente meritava e morì sotto quell'oro e quelle gemme che essa amava più di tutto. E quella notte morì pure suo padre, il comandante del forte, che fu ucciso mentre cercava di difenderlo ....

La presa del Campidoglio avrebbe dovuto segnare la fine della storia di Roma come città libera. Invece, ancora una volta, le cose si svolsero diversamente. Accadde infatti che, quando la mattina seguente soldati romani e soldati sabini cominciarono a combattere disperatamente nelle vie di Roma, le donne sabine, che avevano mariti fra gli uni e fratelli e padri fra gli altri, per fermare il combattimento presero i loro bambini sulle braccia e corsero a mettersi fra i combattenti. Non potendo continuare in quel modo, il combattimento cessò, e i combattenti deposero le armi e decisero di fare la pace. Il corpo di Tarpea, la traditrice, fu gettato giù dal Campidoglio, nel luogo chiamato da quel giorno 'la Rupe Tarpea'. E anche nei secoli seguenti, i traditori della patria vennero scaraventati giù dalla Rupe Tarpea.

Ecco dunque la leggenda delle origini di Roma. La pace fra Sabini e Romani, così importante per Roma, si fece appunto qui, nel luogo chiamato il Comizio, parola che in latino significa riunione. Il Comizio era dunque, già allora, il luogo dove il popolo di Roma era chiamato a riunirsi ogni volta che si doveva prendere una decisione importante.

Ma in principio questa valle - giacché il Foro è situato in una valle, fra i colli che vediamo intorno - questa valle era, durante tutta la stagione delle piogge, una palude. Le acque che scendevano dai colli e quelle che sgorgavano da numerose sorgenti sul luogo stesso, non potevano scorrere tutte verso il Tevere, ma rimanevano qua, rendendo il Foro molto umido».

«Non potevano scavare un canale per fare scorrere le acque? Non è sano avere una palude in mezzo a una città!», esclamò Dorabel, e Bruno le rispose: «No, certo, non è affatto sano, anzi è molto malsano! Perciò i Romani fecero appunto ciò che Lei propone: essi, per rendere meno umida la valle del Foro, costruirono la prima cloaca di Roma, quella che fu chiamata Cloaca Massima e che passa appunto qui, sotto i nostri piedi!».

«Una cloaca? Che cos'è?», domandò Dorabel. «Bè, la prima Cloaca Massima era un semplice canale, ma più tardi, le cloache furono dei canali scavati interamente sotto terra, come oggi, e che permettevano alle acque di scorrere verso il Tevere. Anche la Cloaca Massima fu ricoperta, e si può ancora vedere il punto in cui sbocca nel Tevere, al lato del Ponte Palatino.

Quando, con la costruzione della cloaca, fu resa meno malsana l'antica palude, il Foro poté veramente diventare non solo il centro di Roma, dove si discutevano gli affari pubblici della città, ma anche il luogo dove le popolazioni delle città vicine venivano per vendere e comprare, cioè un vero mercato.

E adesso, per non star sempre fermi nello stesso posto, vediamo un po' i monumenti, o più esattamente i resti dei monumenti che sono stati dissepolti nel Foro».

E Bruno, seguito dai Vespucci, si mise a girare per il Foro spiegando ciò che vedevano intorno a loro.

Capitolo trentotto (38): IL FORO ROMANO

«Abbiamo visto», disse Bruno proseguendo la visita del Foro, «che il luogo nel quale ci troviamo è il Comizio, dove si riuniva il popolo per decidere degli affari pubblici. Questa piazza, nei primi tempi, era ben più grande di quella che ci rimane oggi, e che è il Comizio dell'epoca degli imperatori. Infatti questi ultimi governavano da soli, senza quasi mai domandare al popolo il suo parere. E poi, la popolazione di Roma aumentava così rapidamente che ben presto questo luogo non bastò più per le riunioni del popolo, cosicché si dovette trasferirle fuori della città, in un nuovo Comizio. Fra il Comizio antico e il Foro propriamente detto c'era un altro monumento pubblico assai interessante, che si chiamava 'i Rostri'. Era, fin dai tempi più antichi, una specie di tribuna dalla quale gli oratori parlavano al popolo di Roma. Tale tribuna aveva preso questo nome dopo che, nel trecentotrentotto a. C., vi erano stati posti i rostri delle navi da guerra di Anzio, una città vinta da Roma. E dai Rostri che il famoso oratore Cicerone fece al popolo romano due dei suoi forti discorsi contro Catilina, che aveva voluto prendere il potere con la forza delle armi. E molti altri oratori fecero dai Rostri antichi dei discorsi di grandissima importanza per la storia di Roma. Ricordiamoci che nel mondo antico non esisteva nulla di veramente simile ai moderni giornali, per non parlare naturalmente della radio e della televisione! Perciò gli affari pubblici bisogna farli conoscere al popolo direttamente, se si voleva che il popolo vi partecipasse.

Roma non aveva neppure un governo nel senso moderno della parola, con un capo che si chiama Primo Ministro o Presidente. Nei primi secoli, aveva avuto dei re, ma verso il cinquecentodieci a. C. l'ultimo re, il crudele Tarquinio, fu scacciato dal popolo. Al suo posto furono eletti, pure dal popolo, due consoli, che avevano su per giù gli stessi poteri dei re. Ma c'era, però, una grande differenza: i consoli erano eletti per un anno soltanto. Passato l'anno, il popolo aveva il diritto di chiedere che fosse punito un console che, secondo lui, avesse mal governato. Cosicché, in realtà, il potere era veramente nelle mani del popolo e Roma era diventata una repubblica».

«Ma ciò è davvero moderno!», esclamò Joy, e Bruno dovette di nuovo spiegare: «Sì e no. Perché quando dico 'il popolo', non parlo di quello che oggi, in Europa e in America, noi chiamiamo il popolo di un paese. La maggior parte degli abitanti di Roma rimase per lungo tempo senza alcun potere. Roma fu governata dal Senato ...».

«Il Senato?», esclamò Dorabel interrompendolo, «come negli Stati Uniti?». «Bè, sì, un po' come in America», disse Bruno ridendo, ma credo che la differenza sia stata assai più grande della rassomiglianza! Prima di tutto, i membri del Senato, i senatori, non erano eletti dal popolo: quei senatori, infatti, erano semplicemente i capi dei grandi gruppi di persone che i Romani chiamavano 'famiglie'. All'epoca repubblicana, ce n'erano trecento, poi seicento. Ed ecco appunto l'edificio in cui si riuniva il Senato, la Curia. E uno dei pochi edifici del Foro che non furono distrutti, perché dopo l'antichità fu trasformato in chiesa. Entriamo?». «Certo», esclamarono i Vespucci, ed entrarono nella Curia insieme a Bruno. Quando si ritrovarono sul Comizio, Bruno disse: «Quello lì è l'arco di Settimio Severo. Loro sanno certo a cosa servivano gli archi del Foro Romano». «Ma ...», rispose Dorabel, «a passarci sotto, no? E poi, a Parigi, c'è sotto la tomba del soldato sconosciuto». «Quel soldato», disse Bruno, «si chiama milite ignoto, che vuol dire lo stesso con parole più alte. Un milite è un soldato, e ignoto vuol dire sconosciuto. A Roma, però, non c'erano tombe di militi ignoti sotto gli archi, quella è un'idea moderna, dei nostri tempi. A Roma si innalzavano degli archi per gli imperatori che avevano vinto qualche grande battaglia. Sull'arco si raccontavano in veri e propri disegni di pietra, che si chiamano bassorilievi, le scene più importanti della vita dell'imperatore, delle sue battaglie più grandi, delle sue più importanti vittorie, ecc. Ma gli archi del Foro Romano, cioè quelli di Settimio Severo, di Augusto - oggi sparito - e di Tito, come pure quello di Costantino, che si trova un po' fuori, al lato del Colosseo, servivano appunto a 'passarci sotto', come diceva Lei, signora Dorabel, ma in rari casi soltanto. Come Loro sanno, Roma fu quasi sempre in guerra. Quando dunque un grande generale aveva vinto una battaglia che il Senato considerava molto importante per la nazione, i senatori per ricompensarlo gli concedevano il cosiddetto 'trionfo', ciò che gli dava il diritto di condurre in Roma stessa i suoi eserciti vittoriosi.

Un trionfo era uno spettacolo immenso, un corteo che faceva accorrere lungo il cammino del trionfatore tutto il popolo di Roma. Provino un po' a immaginarsi un trionfo! Il corteo entrava in Roma per la Porta Trionfale, che di solito era chiusa. In testa al corteo venivano tutti i senatori seguiti da soldati che suonavano le trombe trionfali. Poi, trasportati sui carri o portati dagli schiavi, venivano gli oggetti preziosi tolti al nemico. Se il paese vinto era un paese lontano, allora spesso venivano animali nuovi o interessanti per i Romani: leoni, tigri, elefanti, giraffe, o che so io. Poi seguivano, a piedi naturalmente e in catene, i più importanti prigionieri nemici. Talvolta, fra i prigionieri c'era qualche grande generale o un re, ma ciò non rendeva certo molto più leggere le catene! Niente poteva salvarlo dalla morte.

Poi, tirato da quattro cavalli bianchissimi, veniva il carro del trionfatore. La sua toga - che era il vestito proprio dei Romani - era rossa con ricami d'oro. Nella mano e sulla fronte egli portava rami di alloro, che anche ai nostri tempi sono il segno del trionfo, e uno schiavo gli teneva sopra il capo un ramo di alloro fatto di oro puro ... Ma affinché egli non credesse di essere diventato un dio, lo stesso schiavo gli ripeteva all'orecchio: 'Guardati indietro. Ricordati che sei un uomo ...'. Dopo il carro del trionfatore venivano i soldati, che cantavano inni di vittoria. E tutto quell'immenso corteo passava sotto gli archi di trionfo prima di salire al tempio di Giove sul Campidoglio, cioè al principale tempio di Roma».

Seguì un breve silenzio: i Vespucci e Bruno provavano ad immaginarsi il corteo del trionfatore, con le sue trombe, i leoni, le tigri e le altre belve, i prigionieri in catene, con tutta la folla dei Romani che cantava inni di vittoria, gridava, rideva ....

Poi Bruno si rimise a camminare fra i monumenti del Foro, e dopo aver mostrato ai Vespucci la Basilica Giulia e la Basilica Emilia, si fermò sotto le colonne del tempio di Saturno. «Questo qui è uno dei più antichi templi di Roma, costruito nel quattrocentonovantasette, poi bruciato e ricostruito parecchie volte. Era qui, nel tempio di Saturno, che fin dai tempi più remoti si trovava il Tesoro dello Stato, cioè l'oro, l'argento, il denaro e gli oggetti preziosi e di gran valore appartenenti allo Stato, al popolo romano. E qui, davanti alle porte del tempio di Saturno, che troviamo Cesare, cioè Giulio Cesare, tornato a Roma dopo aver varcato coi suoi soldati quel famoso Rubicone, il fiume che segnava la frontiera della provincia da lui governata. Per rimanere al potere, egli aveva bisogno di denaro, e il denaro era lì; ma il tribuno Metello, che stava di guardia, lo fermò, rammentandogli che, secondo le leggi, il Tesoro apparteneva al popolo e non a lui, anche se lo stesso popolo l'aveva fatto dittatore. Cesare, impaziente, gli rispose: 'Non è questo il momento di parlare di leggi! Oggi parlano le armi: apri!'. Ma Metello, invece di lasciarlo passare, coprì col proprio corpo la porta del tempio.

Cesare allora prese una di quelle decisioni che cambiano la storia delle nazioni. Per capirne il senso, dobbiamo rammentarci che la legge puniva in modo severo chi avesse osato alzare la mano contro un tribuno. Ma Cesare non poteva lasciarsi fermare né da un tribuno, né da chiunque altro si trovasse sul suo cammino, e perciò egli disse a Metello: 'Apri, o ti uccido! E sappi che mi sarebbe ancor più facile farlo che dirlo!'. Il tribuno allora si spostò e gli aprì le porte del tesoro pubblico ...».

Poco dopo, arrivati al lato opposto del Foro, davanti al tempio di Cesare, i quattro si fermarono di nuovo e Bruno stava per continuare, quando fu interrotto da Dorabel, che per un paio di minuti non aveva detto niente: «E io che ammiravo tanto Giulio Cesare!», esclamò la brava donna, «e invece, Lei ci racconta che era semplicemente un ladro. Non posso crederci!». «Ma infatti non lo era neppure!», le rispose Bruno, «o in ogni modo, non era un semplice ladro. Fu grande in tutto ciò che fece, nel bene come nel male, e Lei può tranquillamente continuare ad ammirarlo». «Ah? vorrei crederLe, ma ...», disse Dorabel, e soggiunse: «In ogni modo mi ci proverò». «Grazie», disse il giovanotto ridendo, e continuò dal punto in cui era stato interrotto: «Il tempio di Saturno ci ha fatto rivivere una scena della vita di Cesare, il tempio davanti ai cui resti ci troviamo ora ci farà rivivere le sue ultime ore. Facciamo ancora qualche passo ... Ed eccoci all'entrata della Regia, l'edificio dove allora stava Cesare. Riportiamoci con l'immaginazione alla mattina del quindici marzo dell'anno quarantaquattro a. C. Cesare, che poco tempo prima era stato nominato dittatore a vita, e a cui il Senato, secondo certi storici romani, stava per conferire - se non il nome - almeno i poteri di un re, Cesare si preparava ad uscire per recarsi appunto al Senato. I senatori quel giorno si riunivano nella cosiddetta Curia di Pompeo, a circa mezzo chilometro dal luogo dove ora siamo noi, lì dove oggi c'è la chiesa di Sant'Andrea della Valle. Infatti, il Senato non si riuniva sempre nella Curia del Foro. Cesare però non si decideva a muoversi. Quel potente dittatore, quell'uomo che comandava su un immenso impero, credeva ai sogni, come quasi tutti i Romani. E quella notte sua moglie Calpurnia aveva sognato che il tetto della Regia era caduto e che Cesare le era stato ucciso fra le braccia.

Ma uno dei suoi migliori amici - quanto male hanno fatto, nella storia, i cosiddetti migliori amici dei grandi uomini! - Bruto, lo stesso che mezz'ora dopo doveva essere fra i primi a colpirlo, gli domandò che cosa avrebbero detto i suoi nemici se avessero saputo che il padrone di Roma, per occuparsi degli affari dello Stato, aspettava che sua moglie facesse un bel sogno. Cesare si decise allora a lasciare la casa e si avviò con Bruto verso il luogo di riunione del Senato.

Per strada - alcuni storici latini dicono davanti alla Curia di Pompeo, qualche momento prima che Cesare fosse assassinato - un altro amico del dittatore (ma uno vero questa volta), avendo scoperto ciò che si preparava contro di lui, gli diede una lettera, in cui lo avvertiva del pericolo e gli rivelava i nomi delle persone che avrebbero cercato di assassinarlo ....

Ma Cesare, non sapendo quanto fosse importante quella lettera, la mise fra le altre cose che portava con sé e proseguì il suo cammino verso la morte. Appena fu entrato nella Curia di Pompeo, venne circondato dai nemici, che lo colpirono con le armi che avevano nascoste nelle toghe. Cesare provò a difendersi, ma quando vide che anche Bruto alzava il braccio per colpirlo, si lasciò uccidere senza più resistere, esclamando: 'Anche tu, Bruto, figlio mio!'. Così morì il grande Cesare ....

Gli assassini volevano gettare il corpo di Cesare nel Tevere, ma il popolo non lo permise. Anzi, essi dovettero fuggire, e mettersi al riparo dal furore del popolo in un tempio del Campidoglio. Qualche ora dopo che Cesare era uscito di casa, quattro schiavi riportavano il suo corpo alla Regia ....

Grande fu il furore di Roma alla notizia dell'assassinio. Così grande che, il giorno dopo, il popolo fece un immenso rogo, e su quel rogo bruciò il corpo del dittatore ucciso. Da quel giorno Cesare fu considerato come un dio, e poco dopo un tempio, il tempio di Cesare dio, quel tempio che vediamo lì e davanti al quale siamo passati poco fa, fu costruito sul luogo stesso del rogo ... . Per qualche minuto, tutti e quattro rimasero zitti, ripensando a quel giorno così remoto in cui, forse, il destino di Roma (e con lei del mondo) era stato cambiato. Poi, guardando l'orologio, Bruno esclamò: «Ahi! si fa tardi! Abbiamo appena il tempo di vedere il tempio di Vesta e la casa delle Vestali, e poi bisognerà andarsene. Ma potremo continuare un'altra volta».

«Le Vestali? Mi sembra che Lei ce ne abbia già parlato, no?», domandò Dorabel. E poi, senza aspettare la risposta di Bruno, aggiunse: «Non erano quelle donne vestite di bianco che stavano sedute in prima fila al Colosseo?». Bruno e Vespucci sorrisero, ciò che offese la brava Dorabel che, rossa in viso, esclamò: «Eh! caro mio, io non sono mica come Lei che ha letto tanti libri su Roma, posso anche sbagliarmi io! Però questa non mi pare una buona ragione perché Lei si beffi di me come se fossi un'ignorante!». «Mi scusi, cara signora Dorabel!», disse Bruno, «Lei ha detto una cosa giustissima. Era solo il Suo modo di dirlo che ci è sembrato tanto divertente. Ma le Vestali erano ben più di semplici donne vestite di bianco che avevano diritto ai migliori posti nel Colosseo e in altri luoghi.

Le Vestali erano sei vergini, sei giovani donne o piuttosto fanciulle, scelte in età fra i sei e i dieci anni, e che per trent'anni dovevano rimanere al servizio della dea Vesta. Passati questi trent'anni, esse avevano il diritto di sposarsi, se lo volevano, sennò rimanevano fra le altre Vestali per servirle. I doveri delle sei Vestali erano, ci pare oggi, molto pochi e semplicissimi. In primo luogo, esse dovevano badare che il fuoco che giorno e notte ardeva nel tempio di Vesta non si spegnesse mai. Inoltre, esse dovevano custodire diversi oggetti preziosissimi, a cui era legato il destino stesso di Roma, i quali si trovavano in una specie di stanza segreta del tempio, sempre chiusa e in cui nessuno fuorché le Vestali aveva il diritto di entrare. Doveri semplici, ma sfortunata la Vestale che lasciava spegnersi il fuoco della dea o si lasciava vincere dall'amore! Il destino della sciagurata che non manteneva la promessa fatta alla dea era terribile. Un corteo la conduceva fino a un luogo fuori di Roma. Lì, essa scendeva in una piccolissima cella scavata sotto terra e contenente un letto, un po' di pane, del vino, dell'acqua, e una lampada ardente. Appena la sciagurata era entrata nella cella, chiudevano l'entrata e la Vestale era condannata a morire lentamente di fame e di sete ....

«E orribile!», esclamò Joy, «ma come mai quelle fanciulle accettavano di farsi Vestali?». «Eh!», rispose Bruno, «prima di tutto, erano così giovani che veramente non erano loro a decidere, ma decidevano i loro genitori, e di solito le sei Vestali si trovavano facilmente, perché i diritti che avevano erano tanti che pesavano ben di più dei loro doveri.

Pensi un po': avevano, come ha detto la Sua mamma, i migliori posti a ogni spettacolo, a tutti i giochi pubblici; avevano il potere di perdonare un condannato se lo incontravano per caso sul loro cammino; i consoli stessi le lasciavano passare per prime se le incontravano; chiunque faceva loro la minima offesa era severamente punito; se morivano mentre erano al servizio di Vesta erano sepolte dentro le mura di Roma - cosa a cui pochissimi avevano diritto.

Tanti diritti, e una vita che potevano condurre solo le più ricche e potenti donne di Roma, tutto ciò basta a spiegare perché molte fanciulle romane considerassero come una fortuna di essere elette Vestali, e perché d'altra parte, in oltre dieci secoli, diciotto Vestali solamente avessero arrischiato la propria vita per l'amore di un uomo».

«Diciotto solamente ...», mormorò Dorabel, «chissà cosa avrei fatto io, se fossi stata una Vestale?». «Tu, cara?», esclamò suo marito ridendo, «ma probabilmente tu non saresti mai stata scelta!». E Dorabel, offesa, disse: «Oh! perché no? Mi sarebbe proprio piaciuto, sai? Ma tu, come tutti gli uomini, non ne capisci nulla! Bruno! Torniamo a casa, sono stanca di andare in giro fra queste pietre!».

«Come vuole, cara signora», disse il giovanotto, «per oggi basta. Domani, forse, visiteremo il Colosseo e poi ... ma, non so ancora, vedremo».

E i quattro lasciarono il Foro Romano.

Capitolo trentanove (39): IL COLOSSEO

Il giorno dopo la visita al Foro Romano, mentre andavano al Colosseo, Joy disse a Bruno: «Ho scritto una lettera alla mia migliore amica, a Washington, e invece di mettere l'indirizzo del nostro albergo, che lei conosce già, vorrei dirle che le scrivo seduta davanti alla casa in cui abitò il famoso tal dei tali, in via tale, numero tale. Non potrebbe aiutarmi? Lei deve conoscere un paio di indirizzi di questo genere, no?». «Di codesto genere, no, e non ne conosco nessuno, perché non esistevano», rispose Bruno sorridendo. «Come non esistevano?», domandò Joy molto stupita. «Eh, già, cara Joy, non esistevano. Tutto il nostro sistema moderno di indirizzi, con vie, numeri, piani, ecc., era interamente sconosciuto nell'epoca romana».

«Ma allora», esclamò Joy, sempre più stupita, «come si faceva a trovare una persona in una città? E le lettere, come facevano ad arrivare a destinazione?». «Già», disse Dorabel, «come funzionava a Roma la posta, se non c'erano indirizzi?». «Bè», le rispose Bruno, «guardi che la posta, cara signora Dorabel, è un servizio dei giorni nostri. Se non mi sbaglio, il primo francobollo moderno è di un po' prima della metà del secolo scorso, e prima di quella data non si può parlare di un vero sistema postale pubblico. Ma insomma, anche se una specie di servizio postale funzionava assai prima dell'introduzione dei francobolli, ciò che importa è che i Romani non conoscevano altro che un servizio postale dello Stato, che serviva unicamente a portare a destinazione nei più remoti centri dell'immenso Impero romano le lettere del governo. Quel servizio postale funzionava benissimo, ma, lo ripeto, non c'era bisogno di indirizzi, dato che non era un servizio pubblico».

«Va bene, va bene, lasciamo la posta», disse Dorabel, «ma come si faceva a trovare una persona a Roma e nelle altre grandi città? Lei ci ha raccontato che la Roma imperiale aveva quasi un milione di abitanti. Ora dico io, ci deve pure essere stato un modo di ritrovarli, no? Le vie almeno dovevano avere un nome, mi pare».

«Eh, no», rispose Bruno, «molte vie di Roma non avevano affatto nome. Erano semplicemente file di case, di case senza numero. E perciò, nell'antica Roma, trovare una persona non conosciuta era spesso un affare molto complicato. Un Romano stava non nella tal casa della via tale, ma vicino al tale monumento, per esempio, o al tal luogo conosciuto. E nella maggior parte dei casi, il nome di una via, se essa ne aveva uno, indicava solo dove conduceva quella via. Le poche vie che avevano un vero nome, nel senso moderno, come per esempio la 'Via Lata', la 'Via Nova', ecc., erano lunghissime, cosicché, anche lì, trovare una persona era un affare assai complicato. Bisognava dire, per esempio, che un tale stava nella tale via, vicino al tale monumento, o al tale grande e vecchio albero, oppure al principio, alla metà, alla fine della tale via. Possano immaginarsi quanto fosse complicato, spesso, spiegare l'indirizzo di chi stava a Roma! Dunque, se vuole, posso darGlielo uno, ma sarà un indirizzo di quel genere, senza il numero della casa né il nome della via. Lei può dire alla sua amica che le sta scrivendo seduta 'ad Colossum', cioè vicino al Colosso. Era così che i Romani dell'Impero chiamavano il quartiere di Roma vicino alla famosa statua colossale di Nerone, il 'Colosso', che si trovava davanti all'Anfiteatro Flavio. E così forte era l'abitudine di servirsi di 'indirizzi' di quel genere che l'immenso Anfiteatro Flavio, dopo quasi venti secoli, continua a chiamarsi 'il Colosseo', cioè l'anfiteatro che si trova vicino al Colosso». «Veramente!», esclamò Dorabel, «e io che credevo che i Romani fossero così intelligenti!». «Bè», disse Bruno ridendo, «non avevano indirizzi, è vero, ma ci hanno lasciato un sistema di leggi che è rimasto fino ad ora il fondamento stesso del moderno stato europeo. Ciò mi pare più importante di un indirizzo. E ora, per cambiare soggetto, facciamo la visita del Colosseo, giacché parlando ci siamo arrivati».

Dopo aver spiegato ai Vespucci come il Colosseo, cominciato nel settantadue dopo Cristo, fosse stato costruito in meno di tre anni da un vero esercito di prigionieri di guerra condannati ad essere schiavi, Bruno raccontò che quell'edificio - veramente colossale - era stato costruito sul luogo stesso dove l'imperatore Nerone aveva fatto scavare un lago artificiale nell'immenso parco della sua 'Casa d'oro'. Le fondamenta dell'edificio», disse il giovanotto, «devono essere state incredibilmente ben fatte, giacché oggi, dopo venti secoli, sono ancora lì, a provarci il genio dei costruttori romani».

«Quanto pesa il Colosseo?», chiese a un tratto Dorabel. «Eh? Quanto pesa?», disse il giovane, sbalordito da una tale domanda, «mah ... e chi lo sa? Qualche centinaio di migliaia di tonnellate, suppongo». «E quanto è una tonnellata?». «Una tonnellata sono mille chili. Ma Le ripeto che a dire il vero ignoro assolutamente quanto pesi il Colosseo. Ci sarà stato certamente qualcuno che si è divertito a calcolarlo partendo dalla grandezza dell'edificio, ma io non credo di averlo mai letto in nessun libro. In ogni modo è stato un lavoro immenso, e che durò parecchi anni, costruire questo colosso di pietre. E adesso entriamo e vediamo un po' come stava seduto il pubblico nell'Anfiteatro Flavio». «Quanti spettatori ci potevano stare, nel Colosseo?», domandò Joy quando furono entrati. «Circa cinquantamila», rispose Bruno, «secondo gli autori moderni, e più di ottantamila secondo certi autori antichi. Gli spettatori stavano seduti sui gradini di pietra che formavano tre 'piani', ciascuno di parecchie file. Al terzo piano stavano sedute le donne».

«Che cosa? Le donne stavano sedute a parte?», esclamò Dorabel quasi offesa. «Già», disse Bruno, «stavano sedute al disopra di tutti gli altri spettatori fuorché degli schiavi, che non avevano avuto biglietti per i gradini e che perciò stavano in piedi su un terrazzo al disopra del terzo piano». «Ma allora», continuò Dorabel con indignazione, «le donne avevano i peggiori posti? Erano considerate come un pubblico inferiore agli uomini?». «Bè, sì, mi dispiace di dirlo», rispose Bruno, «e capisco benissimo la Sua indignazione; ma Lei deve ricordarsi che le donne sono considerate ... superiori agli uomini - e solo fino a un certo punto! - da pochissimo tempo solamente, da qualche secolo tutt'al più». «E io allora sono felice di appartenere a quest'epoca!», esclamò Dorabel, e Joy, per ritornare al Colosseo, domandò a Bruno: «Ma da chi erano occupati gli altri posti? Quanto costavano i biglietti? Dove si compravano?».

«Eh! come va presto Lei!», fece Bruno ridendo, «non faccio in tempo a risponderLe! Cominciamo dalla Sua prima domanda. Gli altri posti, dunque, cioè i gradini dei due primi piani, erano divisi in due categorie, una per piano. La categoria superiore, cioè i gradini del primo piano, era riservata ai ricchi. La categoria inferiore, che comprendeva i gradini del secondo piano, era riservata agli altri cittadini romani. Al disotto dei tre piani di gradini c'era un terrazzo chiamato il 'podio', col suolo ricoperto di marmo, dove, su sedili ugualmente di marmo, stavano l'imperatore, naturalmente, con le Vestali, i senatori e gli altri alti personaggi dello Stato. Erano ben inteso i posti migliori.

E ora, veniamo alla storia dei biglietti! Anzitutto, è importante ricordarsi che a Roma gli spettacoli erano gratuiti, e venivano offerti al popolo dallo Stato e da alti personaggi che in quel modo volevano rendersi popolari. I biglietti d'ingresso, dunque, non costavano nulla ed erano distribuiti al popolo gratuitamente, servendo unicamente a mettere un po' d'ordine fra il pubblico. Ma per i due piani superiori non ci voleva biglietto, e il pubblico di quei posti lì arrivava all'anfiteatro fino dalla sera precedente, aspettando tutta la notte che cominciasse lo spettacolo, mangiando e dormendo sul posto! Spesso, poi, anche il bere e il mangiare erano offerti al pubblico dallo Stato, e distribuiti gratuitamente.

I biglietti stessi, ben inteso, non erano di carta come oggi - la carta non esisteva - ma di metallo o di legno, e portavano tre numeri: quello - da uno a settantasette - della porta esterna per cui doveva entrare lo spettatore che aveva quella 'tessera', come si chiamavano i biglietti; poi quello della scala e della specie di corridoio per cui si arrivava alle file di gradini, e finalmente il numero della fila stessa. I singoli posti, però, non erano numerati, ma ciò non era necessario. Per arrivare al suo posto, ogni singolo spettatore munito di tessera sapeva esattamente per quale scala e corridoio interni doveva salire, e quel sistema di scale e di corridoi era un'invenzione veramente geniale, che ancor oggi ci lascia pieni di ammirazione.

Lo spettacolo aveva luogo nella cosiddetta arena, che si trovava a quattro metri al disotto del podio. E sotto l'arena c'era poi, come in un teatro moderno, una quantità di roba: c'erano le gabbie in cui si tenevano le bestie che sarebbero state uccise durante lo spettacolo, le macchine che in certi spettacoli servivano a far salire in un attimo nell'arena un mucchio di cose diverse, delle vere 'vie' per le quali le bestie erano mandate su, un sistema di canali che permettevano, in certi spettacoli, di inondare in pochi minuti tutta l'arena, e così via. E intorno all'arena c'erano numerose porte, per una delle quali entravano i gladiatori.

I gladiatori venivano in carri dalla loro scuola, dove vivevano e imparavano il loro mestiere. Essi entravano nell'anfiteatro dall'ingresso a loro riservato. Prima di cominciare i combattimenti, essi facevano, in ordine militare, il giro dell'arena. Quando passavano davanti al posto dell'imperatore, si voltavano verso di lui, alzavano la mano destra e dicevano: 'Ave, Cesare! quelli che stanno per morire ti salutano!'. Poi venivano esaminate le armi, e i combattimenti incominciavano, per durare ore e ore di fila, accompagnati dal suono delle trombe e di altri strumenti ....

Quando un gladiatore era stato gravemente ferito o non si sentiva più la forza di combattere, egli si lasciava cadere sull'arena e alzava verso il pubblico la mano sinistra, pregando che non lo facessero uccidere. Se l'imperatore non era presente, il vincitore, normalmente, decideva lui stesso se doveva uccidere o lasciare vivere l'avversario caduto. Ma se allo spettacolo assisteva l'imperatore, era lui che decideva. Spesso, egli domandava prima il parere del pubblico, soprattutto delle Vestali, e queste allora, se il gladiatore vinto aveva combattuto bene, spesso decidevano di risparmiarlo e alzavano in alto il pollice destro gridando: 'Mandalo via!'. E l'imperatore, di solito, seguiva il pubblico, alzando anche lui il pollice. Se invece il vinto non era piaciuto al pubblico, questo, che non compativa mai i deboli, abbassava il pollice gridando: 'Uccidilo!', e il vincitore gli ficcava l'arma nella gola».

«Brrr!», esclamò Joy, «quei Romani non mi piacciono! Ma il vincitore, almeno, era ricompensato?». «Sì», rispose Bruno, «e come! L'imperatore gli offriva come ricompensa un piatto d'argento pieno di pezzi d'oro e di oggetti preziosi, e spesso, se il gladiatore era un prigioniero di guerra o uno schiavo, gli dava la libertà. Ma bisogna aggiungere, purtroppo, che talvolta quegli uomini erano abituati al sangue, alla morte e all'esistenza che menavano nelle loro scuole. Così che, appena liberati, ritornavano al loro mestiere, vendendosi di nuovo, per essere spesso uccisi in uno degli spettacoli seguenti».

«Basta!», esclamò Dorabel, «usciamo! Non voglio più sentir parlare di questa roba! Ne ho abbastanza degli antichi Romani!». «Va bene», disse Bruno, «lasciamo dunque il Colosseo e andiamo a San Pietro». «Bravo! Che eccellente idea!», dissero i tre Vespucci, e tutti uscirono.

Capitolo quaranta (40): SAN PIETRO E IL VATICANO

Mentre andavano a San Pietro - Vespucci aveva chiesto di andarci a piedi, lungo il Tevere - Bruno raccontò la storia dei primi cristiani.

«Come sanno certamente», disse, «i primi cristiani di Roma non furono perseguitati per la loro fede. La religione di Cristo non era considerata pericolosa per lo Stato. Da principio, i cristiani sembrarono piuttosto ridicoli ai Romani, che non capivano affatto l'immensa forza spirituale della nuova religione.

Ma nel sessantaquattro dopo Cristo, un terribile incendio distrusse una grandissima parte di Roma. Gli incendi erano frequenti a Roma, per tre principali ragioni. In primo luogo, per la costruzione delle case, che erano assai alte - fino a venti metri nel centro della città! - ed erano fatte con molto legno e poca pietra. Poi, per la strettezza delle vie, moltissime delle quali non misuravano più di tre metri! In terzo luogo, per la mancanza d'acqua ai piani superiori delle case, malgrado i fiumi d'acqua che gli acquedotti conducevano a Roma.

L'incendio del sessantaquattro fu uno dei più gravi che i Romani ricordassero, se non addirittura il più grave di tutta la storia di Roma in tempo di pace. Il popolo, esasperato, cominciò, sembra, ad accusare l'imperatore Nerone di aver fatto incendiare la città per il proprio piacere. Allora Nerone, per far dimenticare al popolo quei sospetti, accusò un piccolo gruppo di persone che si chiamavano 'cristiani' e che, non accettando di riconoscere gli dèi dei Romani e la religione dello Stato, si erano messi da loro stessi 'fuori legge'. Erano stati i cristiani, disse Nerone, a incendiare Roma. E così, diede il segnale delle persecuzioni che, con più o meno grande violenza e crudeltà, durarono per quasi tre secoli. Furono appunto tali persecuzioni che, per la loro stessa crudeltà, e per il coraggio dei martiri (come si chiamarono presto i cristiani perseguitati), fecero a poco a poco trionfare il cristianesimo in tutto l'Impero.

Ma torniamo alle terribili giornate che vennero dopo l'incendio del sessantaquattro. Un personaggio ci interessa specialmente: Pietro, cioè l'apostolo Pietro. Si dice che lui, come pure l'apostolo Paolo, stesse allora a Roma. Temendo le persecuzioni che Nerone aveva ordinato, egli era fuggito dalla città e camminava lungo la Via Appia, quando, a un tratto, gli apparve il Maestro che stava andando a Roma. Pietro lo fermò e gli fece in latino la domanda che tutti conosciamo: 'Quo vadis, domine?', cioè, 'Dove vai, Signore?'. E il Maestro gli rispose: 'Vado a Roma, per farmi crocifiggere una seconda volta'. Pietro capì, e tornò a Roma, dove fu uno dei primi martiri che morirono sulla croce. Nel luogo dove Pietro incontrò Gesù, c'è oggi una chiesetta chiamata appunto 'Quo vadis, domine?'.

Nerone aveva deciso di fare le cose in grande. Perciò egli organizzò nel circo chiamato 'di Nerone' un grande spettacolo, durante il quale centinaia di cristiani, uomini e donne, furono gettati alle belve, bruciati vivi, martirizzati in diversi modi. Pietro stesso fu crocifisso ai piedi dell'obelisco che si trovava nel Circo di Nerone, sul monte Vaticano.

Dopo il suo martirio, egli fu sepolto lì vicino, e sul luogo della sua tomba fu eretta più tardi una chiesetta, e nel trecentoventiquattro l'imperatore Costantino - il primo imperatore cristiano - vi fece costruire una basilica a forma di croce, servendosi per tale edificio di uno dei muri del Circo».

«Era la basilica di San Pietro!», esclamò Joy, e Dorabel, stupita: «E così antica! Non l'avrei mai creduto». «No, no!», disse Bruno, «la basilica che fece erigere Costantino in memoria dell'apostolo martirizzato in quel luogo non è la stessa che conosciamo oggi. Quella lì - ci saremo fra un momento - fu incominciata nel quindicesimo secolo dal papa Niccolò V, il quale fece distruggere l'antica chiesa, temendo che crollasse. Ma oggi si crede che la tomba di Pietro sia veramente sotto l'altare principale dell'attuale basilica di San Pietro. Molti architetti lavorarono per fare della nuova basilica la più grande chiesa del mondo cristiano. Ma i lavori procedettero lentamente, fino a che il papa Giulio II non ebbe chiamato in Vaticano il grande architetto Bramante, che nel millecinquecentosei si mise all'opera. E sua l'idea di 'alzare in aria la cupola del Pantheon'. Dopo la morte del Bramante, altri architetti, fra i quali Raffaello Sanzio e Michelangelo, continuarono la sua opera. Fu Michelangelo che terminò la cupola, e la basilica stessa fu compiuta nel milleseicentoventisei, dopo più di ottant'anni di lavoro compiuto sotto più di venticinque papi! Ma eccoci arrivati: da qui si vede appunto la cupola di San Pietro, in fondo a via della Conciliazione. Fra un momento, saremo in Piazza San Pietro». Quando furono arrivati ed ebbero ammirato in silenzio per qualche tempo il portico del Bramante, la basilica e le sue statue, Bruno disse: «Guardino bene quell'obelisco! Oggi è qui, in mezzo a Piazza San Pietro, ma una volta era in Egitto e da lì venne trasportato a Roma e fu messo nel Circo di Nerone». «Ma allora ...», cominciò Joy. «Appunto», finì per lei Bruno, «si dice che l'apostolo Pietro sia stato crocifisso ai piedi di questo obelisco. Fino al tempo di papa Sisto V, l'obelisco giaceva, sepolto a metà dalla terra, al lato ovest della basilica. Il posto è segnato oggi da una pietra posta nel suolo. Un altro papa aveva domandato a Michelangelo se fosse possibile trasportare l'obelisco in mezzo alla piazza e mettervelo dritto, ma Michelangelo, malgrado tutto il suo genio, aveva detto di no: era, secondo lui, un'impresa completamente impossibile.

Ora Sisto V fece venire un suo giovane amico, Domenico Fontana, e gli diede tutto il denaro necessario per vincere le difficoltà dell'impresa. Sembrava infatti impossibile che il capo della Chiesa cristiana non dovesse riuscire a ripetere ciò che quindici secoli prima avevano fatto i Romani. Quelli, anzi, avevano fatto anche di più, giacché avevano trasportato l'obelisco dall'Africa fino a Roma prima di poterlo drizzare nel luogo dove allora giaceva. Ma bisogna ricordarsi che i secoli che erano trascorsi dalla fine dell'Impero romano all'epoca del Rinascimento, quell'epoca che vide Raffaello, Leonardo da Vinci, Michelangelo e tanti altri geni, erano stati secoli di grande ignoranza.

Sisto V dunque cominciò a riunire i mezzi necessari: immense travi, grossi pezzi di ferro, migliaia di metri delle più grosse funi. Tutta Roma ne parlava, e non parlava d'altro, e perfino negli altri paesi d'Europa cresceva l'interesse per l'impresa del Fontana. Così trascorsero parecchie settimane, e finalmente venne il giorno tanto atteso.

Fontana si gettò ai piedi del papa e gli chiese la benedizione. Sisto V gli diede la benedizione, ma aggiunse ugualmente che se il suo tentativo non riusciva, Fontana avrebbe pagato molto, molto caro il suo errore. Dopo quelle parole gravi, Fontana non volle correre nessun rischio, e quando i suoi numerosi cavalli, le travi, le funi e i novecento operai che dovevano ripetere l'impresa degli schiavi romani furono riuniti in Piazza San Pietro, si racconta che egli diede a tutti gli spettatori presenti l'ordine assoluto di non fare il minimo rumore, affinché ogni suo ordine fosse subito sentito da tutti gli operai. Chi avesse detto una sola parola sarebbe stato impiccato sul luogo stesso dai soldati del papa. Il lavoro incominciò. In una delle sale dei Musei Vaticani si vede come Fontana trionfò di tutte le difficoltà.

A metà strada, però, ci fu un momento in cui sembrò che l'obelisco, fermatosi in aria, dovesse ricadere giù ....

Allora un marinaio di Sanremo, vedendo che le funi stavano per prendere fuoco per causa del calore, gridò in mezzo al silenzio generale: 'Acqua! dà acqua alle funi!'. Il povero marinaio fu subito afferrato dai soldati della polizia papale, che si prepararono ad impiccarlo. Ma Fontana diede ordine di buttare acqua sulle funi, che si accorciarono rapidamente, tirando su l'obelisco. Poco dopo esso si trovò drizzato in mezzo alla piazza, trionfante. E il marinaio, invece della morte attesa, ricevette la benedizione di Sisto V, il quale decise che Sanremo, la città del marinaio, sarebbe stata ricompensata anche lei. Così, ancor oggi, è Sanremo che manda alla basilica di San Pietro tutti i rami di palma con cui essa è ornata la Domenica delle Palme». Bruno si soffermò, poi invitò gli altri a entrare nella basilica.

Appena entrata, Joy si fermò, senza poter dir nulla. «È fantastico ...», mormorò quando poté parlare. E Dorabel aggiunse: «Quanto dev'essere ricco, il papa!». «Ricco?», disse Bruno sorridendo, «no, cara signora Dorabel. Certo, la Chiesa cattolica è ricca, è vero, ma la potenza del papa è tutta spirituale, almeno ai nostri tempi. Ci fu un tempo, sì, in cui i papi regnarono come imperatori su vaste terre, e in cui le famiglie dei papi - i Farnese, i Medici, i Borgia, per prendere solo le più conosciute - erano ricche e potenti. Ma bisogna ricordarsi che in quei tempi difficili la forza spirituale della Chiesa non sempre impediva ai grandi - re, generali, imperatori - di voler imporre la loro volontà al papa, e quello perciò doveva lottare con tutti i mezzi di cui disponeva - anche con le armi - per difendere la propria indipendenza spirituale. Oggi, invece, il Vaticano stesso non è più altro che un minuscolo stato che potremo vedere tutto intero dalla cima della cupola di San Pietro. E uno stato molto recente: nel 1929 lo Stato italiano ha firmato con la Chiesa un accordo secondo il quale veniva fondato e riconosciuto lo Stato della Città del Vaticano. Il papa, oggi, è assolutamente indipendente da ogni altro Stato ed è allo stesso tempo capo della Città del Vaticano e della Chiesa cattolica».

Bruno aveva detto tutto ciò sottovoce, e quando ebbe finito, i quattro proseguirono la visita di San Pietro. Quando l'ebbero terminata, passarono di nuovo davanti alla meravigliosa 'Pietà' di Michelangelo, e poi presero una carrozzella. Mentre tornavano verso il centro, Bruno raccontò ai suoi amici la vita del più grande genio del Rinascimento: Michelangelo.

Capitolo quarantuno (41): VITA DI MICHELANGELO

«Michelangelo», cominciò Bruno, «nacque nel 1475 a Caprese, una cittadina presso Firenze, dove suo padre, Lodovico di Lionardo Buonarroti Simoni, era podestà. A sei anni, Michelangelo perse la madre, e forse, chissà, ciò fu una delle cause della solitudine spirituale nella quale egli trascorse tutta la vita.

Quando fu messo a scuola, il ragazzo non s'interessò ad altro che al disegno, attirandosi i rimproveri del padre e degli zii, che spesso lo picchiavano duramente per quella sua passione. Ma era appunto una passione, e il padre finalmente dovette cedere. Così a tredici anni Michelangelo fu mandato dal grande pittore Domenico Ghirlandaio, perché vi imparasse l'arte del disegno e della pittura. La pittura però non interessava veramente Michelangelo, che lasciò il Ghirlandaio ed entrò nella scuola di scultura che Bertoldo, allievo del grande scultore Donatello, teneva nei giardini di Lorenzo de' Medici, signore di Firenze e grande protettore delle arti. Una delle prime opere del giovanissimo artista, una testa di fauno, piacque tanto a Lorenzo che egli volle tenere Michelangelo nel suo palazzo. Così, di colpo, Michelangelo diventava un artista riconosciuto nel cuore stesso del Rinascimento, nel centro artistico dell'Italia, fra uomini per cui la cultura dell'antica Grecia era il più alto prodotto dell'intelligenza umana. In quel primo periodo della sua vita di artista, Michelangelo fu uno scultore greco, cioè di spirito greco.

Intanto a Firenze, nel 1490, un frate domenicano di trentasette anni, il famoso Girolamo Savonarola, cominciò a tuonare contro quei servitori della Chiesa che dimenticavano i loro doveri di capi spirituali. Savonarola sollevò con le sue parole forti passioni, facendo tremare di terrore tutta Firenze. Come molti altri, il fratello maggiore di Michelangelo, Lionardo, si fece frate domenicano. Fu quello un periodo assai difficile nella vita dell'artista. Le idee sul Cristo e sulla repubblica cristiana che Savonarola, da Firenze, voleva estendere a tutto il mondo, attrassero il giovane e nello stesso tempo lo facevano tremare. Perché infatti quel genio, certo uno dei più grandi che abbia conosciuto la nostra cultura, fu straziato tutta la vita da una continua lotta interna fra la sua volontà artistica e morale e una dolorosa incapacità di prendere una decisione, di andare incontro ai pericoli. Molto spesso, poco dopo aver commesso un atto vile o che gli pareva tale, egli ritrovava la forza morale di tornare sui propri passi e di far dimenticare, per il coraggio di cui allora faceva mostra, la debolezza della quale egli stesso aveva la più dolorosa vergogna.

Uno di quegli atti di debolezza e di viltà, egli lo commise nel 1494, fuggendo da Firenze, pieno di terrore. Fuggì prima a Venezia, che era già allora, da parecchi secoli, una repubblica indipendente.

Arrivato a Venezia, Michelangelo ritrovò però la calma dello spirito, e da lì passa a Bologna, dove trascorre l'inverno leggendo le opere dei grandi poeti e scrittori del Trecento: Dante, Petrarca, Boccaccio. Nella primavera del 1495, passa qualche mese a Firenze, ma non si lascia riprendere dalle lotte e dalle passioni dei fiorentini. Anzi, prosegue per Roma, e lì, fino alla morte del Savonarola (che viene impiccato e bruciato nel maggio del 1498), egli è più che mai soltanto uno scultore appassionato di bellezza. L'anno stesso in cui il terribile frate fa bruciare libri, gioielli e opere d'arte nella sua disperata ricerca di una assoluta purezza dello spirito, Michelangelo esegue tre sculture, che rappresentano tutte e tre degli antichi dèi greci.

Quando Savonarola è finalmente vinto dai suoi nemici e condannato al rogo, Michelangelo non fa un gesto, non pronuncia una parola per difenderlo. Ma la profonda tristezza che egli deve aver sentito allo spettacolo di tanta crudeltà, di tanta debolezza e viltà davanti al male, si ritrovava tutta nella 'Pietà', la prima grande opera della sua gioventù, che egli scolpì alla fine di quel periodo. Essa fu terminata infatti nel 1501.

Povero Michelangelo! Povero spirito tormentato dalla passione e da un genio di una potenza sovrumana! Eccolo lanciato nel mezzo del torrente che non gli lascerà più un istante di riposo e di pace. Egli è il prigioniero, lo schiavo del proprio genio. Il lavoro è per lui una passione che lo rende già vecchio a quarant'anni. Michelangelo dimentica di mangiare, di dormire, cade gravemente ammalato una quindicina di volte. E allora che scolpisce il suo meraviglioso 'David', che Loro certo conoscono». «Sì, sì», disse Joy, «lo conosco, pur senza averlo mai visto. E quello che si trova a Firenze, no?». «Giusto», rispose Bruno, «ed ecco la storia del 'David':

C'era allora a Firenze, dietro la chiesa di Santa Maria del Fiore, un immenso blocco di marmo. Quarant'anni prima, uno scultore sconosciuto aveva provato a scolpirci dentro una statua per il Duomo; ma, appena incominciata l'opera, aveva dovuto riconoscere la sua incapacità di eseguirla, e nessuno aveva avuto il coraggio né la volontà di continuare l'impresa. Michelangelo vide subito le meravigliose possibilità che offriva al suo genio quel blocco, che sembrava caduto lì dal cielo, e si mise al lavoro. Tre anni dopo, il 'David' era finito. Come sempre, ci furono delle persone che pensarono di dover criticare l'opera. Fra quelle era Piero Soderini, il capo della Signoria, cioè del governo di Firenze. «Il naso», disse Soderini a Michelangelo, «non vi sembra che il naso sia un po' troppo grosso?». Michelangelo non rispose, salì sulla scala con in mano un po' di polvere di marmo, e fece finta di lavorare per qualche tempo a cambiare la forma del naso del 'David', lasciando cadere giù la polvere di marmo. Quando il mucchio della polvere che era caduta giù gli sembrò sufficiente, egli domandò a Soderini che gliene pareva.

«Adesso sì che mi piace!», rispose il gonfaloniere, «gli avete dato vita!». Michelangelo scese giù, sorridendo in silenzio.

Nel maggio del 1504, secondo il desiderio di Michelangelo, il colosso di marmo fu trasportato dal Duomo al Palazzo della Signoria. Il trasporto durò quattro giorni, se non mi sbaglio. E così cieche erano le passioni che agitavano i fiorentini a quel tempo che di notte bisognò mettere delle guardie per impedire che la statua fosse distrutta a colpi di pietra. Eppure una notte, essa fu colpita da parecchi sassi. Tale era quel popolo tormentato.

E lì, a Firenze, che Michelangelo e Leonardo da Vinci diventarono per qualche tempo, se non proprio nemici, per lo meno rivali. Il gonfaloniere aveva ordinato all'uno e all'altro di fare un affresco per la Sala del Consiglio, nel Palazzo della Signoria. Firenze, spettatrice come sempre appassionata, fu divisa in due campi, uno per Leonardo, l'altro per Michelangelo. Ma dei due geni rivali non vinse né l'uno né l'altro. Leonardo, che cercava sempre mezzi artistici nuovi, volle provare una nuova tecnica dell'affresco, e riuscì soltanto a rovinare la propria opera, che nel 1550 già non esisteva più. Michelangelo, l'eterno indeciso, straziato dalla propria incapacità di seguire con fermezza la via scelta, non cominciò neppure l'affresco che gli erano stato ordinato. Non arrivò mai a fare altro che i disegni. Questa terribile indecisione, questa debolezza di uno spirito inquieto che si voleva forte, che odiava la viltà, fu l'eterno martirio dello scultore, che dovette abbandonare tutte le sue più grandiose imprese di pietra e solo poté finire le opere, da gigante pure, che i papi vollero da lui nel campo della pittura e dell'architettura. No, non fu felice Michelangelo, e siccome fu anche poeta ci ha lasciato dei versi di grande bellezza, ma anche di una profonda, disperata tristezza .....

«Perché era così infelice?», domandò Joy, «aveva dunque tanti nemici?». «No», rispose Bruno, «o piuttosto sì, ne aveva come ne hanno quasi tutti i geni, ma il suo più grande nemico era lui stesso. Quel gigante aveva nel cuore un torrente di fuoco che non lo lasciava sostare nella ricerca della bellezza assoluta, ed aveva anche in sé, purtroppo, un vero e proprio bisogno di attirarsi difficoltà che rovinavano le sue imprese. Non aveva fiducia in nessuno, voleva sempre far tutto da sé, e non potendo far tutto, finiva spesso col non far niente. L'esempio più doloroso è forse il monumento che gli ordinò papa Giulio II e per cui Michelangelo, subito pieno di ardore, fece dei disegni che accesero la passione artistica del papa. Era un'impresa sovrumana, un'opera gigantesca, una montagna di marmo, con più di quaranta statue di dimensioni colossali. Il papa lo mandò a Carrara, da dove veniva allora quasi tutto il più bel marmo d'Italia, e Michelangelo vi rimase per mesi, pieno di fiducia nelle proprie forze, a scegliere i blocchi di marmo, tutti i blocchi di cui avrebbe avuto bisogno! Il suo ardore era sovrumano, appassionato, cieco. Un giorno vide una montagna in riva al mare, e gli venne di colpo la voglia di scolpirla tutta intera, di farne un colosso che i marinai avrebbero visto da lontano ....

Tornato a Roma, si mise al lavoro con entusiasmo, ma la sua abitudine di criticare duramente quelli che non erano d'accordo con lui gli aveva già attirato dei potenti nemici, fra i quali l'architetto del papa, Bramante, amico di Raffaello. Giulio II, spirito inquieto, agitato da mille progetti, abbandonò quello del monumento che Michelangelo doveva fare, e decise invece di ricostruire la basilica di San Pietro, per farne una chiesa di dimensioni mai viste. Michelangelo, che aveva speso tutto il denaro che possedeva per far venire a Roma i blocchi di marmo di Carrara e gli operai che dovevano aiutarlo, rimase solo, senza denaro. Scrisse al papa una lettera piena di rimproveri, provò a parlargli, ma il papa rifiutò di vederlo, anzi lo fece scacciare dal Vaticano.

Allora Michelangelo parte, o piuttosto fugge da Roma, e lascia il suo rivale padrone della situazione. Il papa gli dà l'ordine di tornare, ma Michelangelo rifiuta e pensa per un momento di varcare i confini del paese e di andarsene in Turchia, dal sultano. Poi, alla fine, obbedisce. Ma, tornato a Roma, deve andarsene subito dopo a Bologna, dove è obbligato a fare una statua di bronzo di Giulio II. Povero Michelangelo! Ignorava tutto della tecnica del bronzo, e dopo un anno speso ad impararla, a provare e riprovare senza successo, riuscì finalmente a eseguire la statua che gli era stata ordinata ... per vederla distrutta quattro anni più tardi, dai nemici di Giulio II!

Dopo Bologna, di nuovo Roma, e una nuova idea gigantesca di Giulio II: coprire con un affresco tutta la volta della Cappella Sistina! E Michelangelo, che ignora tutto della tecnica dell'affresco, si accinge ad eseguire l'opera sovrumana, proprio nel momento in cui il giovane Raffaello cominciava, col più grande successo, a dipingere gli splendidi affreschi delle Stanze del Vaticano.

Di nuovo, il carattere di Michelangelo crea mille difficoltà. Bramante, il suo rivale, gli fa fare un'impalcatura: Michelangelo dichiara di non potersene servire e ne fa costruire un'altra. Il papa fa venire da Firenze due pittori, specialisti dell'affresco, per aiutarlo: un bel giorno, Michelangelo, irritato dal modo di lavorare dei due artisti, fa buttare giù tutto ciò che essi hanno dipinto, si rinchiude nella Cappella, non lascia più entrare nessuno e non si fa nemmeno vedere a casa. I due pittori tornano a Firenze, pieni di rabbia e di vergogna, e lanciano i più duri rimproveri contro Michelangelo. E la solitudine, quella sua eterna nemica - o forse bisognerebbe dire amica? perché egli non fa nulla per combatterla, anzi fa di tutto per attirarsela - lo separa di nuovo dal mondo.

E un lavoro non più sovrumano, ma veramente inumano: per quattro anni, egli dipinge da mattina a sera, lottando con mille difficoltà. Appena ha finito la scena del 'Diluvio', ecco che l'umidità comincia a rovinarla ... Michelangelo vuole abbandonare tutto, ma il papa glielo vieta. Quando, finalmente, l'opera è terminata, o più esattamente quando il papa, minacciando di far buttare giù dall'impalcatura l'artista, lo costringe a dichiarare finito il lavoro, Michelangelo è ormai mezzo cieco, e il suo corpo porterà per sempre l'impronta dello sforzo inumano da lui compiuto per dipingere la volta della Sistina ...».

«Povero Michelangelo ...», disse Joy con un sospiro di tristezza. «Sì, povero, povero grande artista ...», disse Dorabel con un sospiro ancora più profondo, ed aggiunse: «Ma perché aveva un carattere così difficile?». «Eh, chi lo sa?», rispose Bruno, «sarà nato così, no? Uno nasce col carattere di un vile, un altro col carattere di un eroe, un terzo con quello di un santo». «No, no», esclamò Dorabel, «ci deve essere una spiegazione più giusta, più completa! Ognuno di noi porta in sé l'impronta dei primi anni della sua vita. L'infanzia è come l'impalcatura su cui si costruisce l'uomo adulto». «Può darsi», disse Bruno, «l'infanzia di Michelangelo, infatti, non fu felice, l'abbiamo visto. Oggi, purtroppo, rimane ben poco dei versi che scrisse nella sua gioventù lo scultore poeta, perché egli stesso li bruciò quasi tutti. Essi forse ci avrebbero aiutato a trovare il perché del carattere di Michelangelo». «Ma dica, Bruno», proseguì Dorabel, «non ha mai amato una donna, quel poveretto? E così duro, vivere senza la tenerezza di una donna!». «La tenerezza di una donna ... Lei non sa quanto Michelangelo soffrì di non essere amato! Ma questa è un'altra storia. Ora siamo arrivati all'albergo, bisogna pranzare. Però dopo pranzo, se vogliono, potremo continuare a parlare di Michelangelo». «Certo!», esclamarono tutti e tre i Vespucci, e andarono a mangiare.

Capitolo quarantadue (42): VITA DI MICHELANGELO (FINE)

Dopo pranzo, i quattro amici decisero di andare alla chiesa di San Pietro in Vincoli, per vedere il 'Mosè' di Michelangelo. E mentre ci si recavano, Bruno finì di raccontare la vita dell'artista.

«Lei, cara signora Dorabel, mi ha domandato se Michelangelo avesse mai conosciuto la tenerezza di una donna. Sì, una sola volta, a un'età più che matura (giacché a quell'epoca aveva sessant'anni), il suo povero cuore conobbe una certa pace. Nel 1535, fece la conoscenza di una delle donne più intelligenti e più colte di quel tempo, Vittoria Colonna. Essa aveva allora quarantatré anni. Suo marito era morto dieci anni prima; la vedova, che lo aveva molto amato, si era ritirata prima a Roma, poi nell'isola d'Ischia, e lì aveva cantato il suo amore in bellissimi versi, che erano letti e ammirati in tutta l'Italia. Essa conobbe tutti i grandi poeti, i grandi artisti e i grandi scrittori italiani del tempo. L'anno prima di conoscere Michelangelo, essa era stata presa dall'ondata di rinnovamento religioso che passava per l'Italia. Ben presto, fece parte di un piccolo gruppo di persone di grande altezza morale, le quali speravano che la Chiesa ritrovasse tutta la purezza di spirito dei primi tempi per impedire la divisione del mondo in due o più chiese cristiane.

L'amicizia fra Vittoria Colonna e Michelangelo fu un sentimento tenero, profondo, direi quasi un sentimento religioso fra due spiriti tormentati, e durò fino alla morte di Vittoria, nel 1547. Essi si riunivano ogni domenica nella piccola chiesa di San Silvestro, dove discutevano soggetti religiosi.

Vittoria Colonna lasciò Roma nel 1541 per rinchiudersi in un convento di monache a Viterbo, presa da mille dubbi sulla giustezza dei suoi sogni di rinnovamento religioso. Ma spesso faceva il viaggio da Viterbo a Roma, unicamente per trattenersi col suo caro amico. Tre anni prima di morire, essa tornò a Roma, al convento di Sant'Anna, dove Michelangelo andava a vederla. La sua morte fu per l'artista un colpo terribile. Eppure fu durante gli anni della sua amicizia per Vittoria Colonna che Michelangelo amò con la passione più ardente una donna di cui non conosciamo il nome, che lo faceva soffrire crudelmente e che mai non l'amò. Sappiamo tutto ciò dalle poesie di Michelangelo. Tale era dunque l'anima appassionata di quell'uomo che non poteva vivere, si direbbe, se non col cuore straziato.

A quel periodo appartengono molte delle sue opere più belle: l'affresco del 'Giudizio Universale' nella Cappella Sistina, gli affreschi della Cappella Paolina, la tomba di Giulio II.

Michelangelo dipinse il 'Giudizio Universale' fra il 1536 e il 1541, appunto durante i primi anni della sua amicizia con Vittoria Colonna. È un'opera gigantesca, unica al mondo, di cui si potrebbe parlare per ore e ore, ma che faremo meglio ad andare a vedere domani mattina. La Cappella Sistina fa parte dei Musei Vaticani e perciò è chiusa nel pomeriggio.

Mentre dipingeva il 'Giudizio', il vecchio pittore cadde dall'impalcatura e si fece una grave ferita alla gamba. Gran nemico dei medici, egli si rinchiuse nella propria casa per soffrire da solo. Ma, per sua fortuna, venne a vederlo un amico suo fiorentino, medico di valore e uomo molto colto, il quale, trovandolo completamente solo, rifiutò di andarsene e non lo lasciò se non dopo averlo guarito.

Un'altra volta, il papa si recò come al solito nella Cappella Sistina a vedere come procedevano i lavori, accompagnato da un alto personaggio del Vaticano, Biagio da Cesena. Dopo aver ammirato l'affresco, Paolo III domandò a Biagio che cosa ne pensava. E Biagio, le cui idee morali erano molto severe, dichiarò che, secondo lui, il rappresentare tanti corpi nudi in un luogo sacro era una cosa immorale e altamente riprensibile!». «Che cosa?», esclamò Dorabel, «dire immorale e riprensibile una delle più belle opere d'arte dell'umanità? Ma è uno scandalo!». «Lo sarebbe oggi, certo», disse Bruno ridendo divertito, «ma in quel periodo della storia d'Italia cominciava già a disegnarsi quella corrente di grande severità morale che segnò la fine del Rinascimento. Perché il Rinascimento, appunto, era un'epoca di libertà spirituale, pur non essendo per niente immorale nel nostro senso della parola. Però, già al tempo di Michelangelo, per molti spiriti severi, l'arte sacra, cioè l'arte religiosa, era spesso motivo di scandalo, per la nudità più greca che cristiana dei soggetti rappresentati».

«E il papa, che ne disse di quel Biagio?», domandò Dorabel. «Il papa», rispose Bruno, «era un uomo troppo intelligente e troppo colto per essere d'accordo con Biagio, e gliene diede la prova poco dopo. Infatti Michelangelo, che aveva sentito le dure parole di Biagio, fece il suo ritratto nel 'Giudizio Universale' e lo mise nell'Inferno, con un gran serpente intorno alle gambe, nel mezzo di un monte di diavoli!

Biagio, appena ebbe visto il suo ritratto in un tal luogo, corse dal papa a lagnarsi di Michelangelo. Ma il papa si mise a ridere e gli rispose: 'Perché vieni a lagnarti da me? Volevi che ti mettesse in Paradiso? Capisco, ma che cosa vuoi che ci faccia? Se ancora ti avesse messo in Purgatorio, avresti potuto fare qualcosa per salvare la tua anima, ma all'Inferno io non ho nessun potere: da lì, lo sai bene, nessuno è mai uscito'. Immaginarsi la rabbia di Biagio! Ma il papa proteggeva Michelangelo e non permetteva che lo si offendesse. Certo, lo faceva spesso lui stesso, ma questa è un'altra storia».

Mentre Bruno raccontava, erano arrivati a San Pietro in Vincoli, ed entrarono nella chiesa per vedere il 'Mosè', che è tutto quanto rimane del monumento a Giulio II dopo anni di lavoro più volte interrotto e mai terminato. Della montagna di marmo, delle quaranta statue, dell'idea gigantesca di Michelangelo rimasero alla sua morte il solo 'Mosè' e un paio di statue eseguite da altri scultori, che egli stesso aveva pagati.

Quando furono usciti dalla chiesa, Bruno disse: «Già, l'infelice scultore ebbe la possibilità di terminare soltanto poche opere! I suoi più vasti lavori sono opere di pittura e di architettura: gli affreschi della Sistina e la stupenda cupola di San Pietro».

«Già, è vero», disse Joy, «ha fatto anche quella, Michelangelo. Sapevano veramente far tutto, quegli artisti del Rinascimento?». «Tutto forse no, se si esclude Leonardo, che fu veramente un genio universale. Ma è vero che mai, né prima né dopo, l'umanità ha conosciuto una tale profusione di artisti che, in tutti i campi dell'arte, crearono un così gran numero di capolavori, di opere immortali. Se Lei si ricorda, anche Raffaello, per fare solo un esempio dei più conosciuti, aveva preso parte alla costruzione di San Pietro, e possiamo essere sicuri che, se non fosse morto così giovane, ci avrebbe dato anche lui capolavori in altri campi dell'arte.

Ma dicevo dunque che Michelangelo ricevette dal papa l'incarico di terminare la costruzione della basilica di San Pietro, e specialmente di edificare la cupola. Michelangelo accettò l'incarico come un dovere sacro impostogli da Dio e non volle mai accettare nessun pagamento per quel lavoro. Mille difficoltà sorsero sul suo cammino, difficoltà dovute all'impresa stessa e difficoltà che facevano sorgere dappertutto i suoi nemici e rivali.

Ma i papi, anzitutto Paolo III e poi Paolo IV, lo protessero sempre, pur imponendogli spesso l'esecuzione di opere gigantesche.

Ma questa volta, almeno, la morale più severa non poteva lagnarsi: lì non c'era soggetto impuro, non ci poteva essere nulla che facesse gridare allo scandalo. La più dura severità non poteva trovare nulla di riprensibile nell'ultima opera di Michelangelo. Quel capolavoro fu, per l'artista ormai vecchio, una preghiera più ancora che un'opera d'arte ...».

«Fu la sua ultima opera?», domandò Joy. «Sì e no», rispose Bruno, «ebbe pure il tempo, prima di morire, di fare i disegni per la piazza del Campidoglio con i tre palazzi; però non poté terminare altro che la piazza stessa e la scala. I palazzi furono compiuti nel diciassettesimo secolo. Fece anche la chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Firenze, ma di essa non ci rimane niente perché fu interamente rifatta nel '700. Michelangelo eseguì pure i disegni e un modello in pietra di una gigantesca Chiesa dei Fiorentini a Roma, un'opera stupenda secondo gli artisti del tempo che videro i disegni e il modello. Ma nemmeno di questa sua opera Michelangelo vide l'esecuzione. I soldi vennero a mancare fin dai primi lavori, e oggi non ce ne rimane niente, nemmeno i disegni.

E finalmente, un giorno di febbraio del 1564, la morte, a novant'anni, venne a liberare quell'anima tormentata da un corpo che sempre più le pesava. Quell'uomo, a cui i re, i papi, i grandi della terra parlavano col cappello in mano e col più gran rispetto, quell'uomo con cui amavano trattenersi a lungo i più colti personaggi del suo tempo, e che dappertutto fu ricevuto come un principe, l'ultimo dei grandi geni del Rinascimento, morì solo come aveva vissuto. La sua ultima preghiera fu di poter tornare, morto, nella sua amata Firenze. E lì riposa oggi, nella basilica di Santa Croce ...».

Capitolo quarantatré (43): FIRENZE

Una mattina, qualche giorno dopo la visita a San Pietro e al Vaticano, Vespucci dichiarò: «Domani proseguiamo per il nord! Lei, Bruno, accompagnerà Dora e Joy a Firenze e da lì a Venezia, mentre io giro un po' per conto mio per l'Italia centrale, dove devo fare delle indagini sul passaggio di Annibale. Siamo d'accordo?». «Va bene», rispose Bruno, «per quanto mi riguarda, sono d'accordo». «Anche noi», dissero Joy e sua madre. Così fu deciso che sarebbero partiti il giorno dopo, col primo rapido per Firenze. Da Firenze, Vespucci sarebbe tornato indietro fino al lago Trasimeno, prima di proseguire verso nord, andando, come aveva detto, alla ricerca di nuove tracce del passaggio del suo caro Annibale. Infatti, anche se gli esperti non avevano potuto convincere definitivamente Vespucci che il famoso anello era recente, tuttavia esso non si poteva più considerare come una traccia sicura.

Partirono dunque alle dieci e cinquanta, e in tre ore esatte il rapido percorse i trecentosessanta chilometri da Roma a Firenze e li portò nella bella capitale della Toscana.

Usciti dalla Stazione Centrale, presero un tassì e si fecero condurre all'albergo. «Per favore, vada piano!», disse Bruno all'autista, che rispose: «Come vogliono, signori», e aggiunse: «Passiamo per Piazza del Duomo e Piazza della Signoria?». «Sì, per favore», rispose Bruno, e la macchina lasciò la piazza della stazione.

Una delle ultime vie prima dell'albergo era via de' Neri, e Joy domandò a Bruno: «Chi sono quei 'Neri'? Un partito politico?». «Bè, guardi», rispose Bruno, «i Neri o Nori erano una famiglia fiorentina, ma c'era pure, a Firenze, un partito chiamato 'i Neri', come ce n'era uno chiamato 'i Bianchi'. Tutti e due, poi, facevano parte del partito dei Guelfi, come pure di quello dei Ghibellini». «Fermo! fermo!», esclamò Joy, «non ci capisco un'acca! Chi erano quei partiti di cui parla? Quando? In che periodo?». «Ahi! Ahi! Non l'avessi mai detto!», fece Bruno, con una smorfia di disperazione che fece scoppiare tutti dal ridere. «Già», disse Joy, «ma intanto Lei l'ha detto, e ormai non c'è nulla da fare: Lei deve spiegarci chi erano quei ... Garibaldini e ... quegli altri». «Non Garibaldini, ma Ghibellini: Guelfi e Ghibellini». «Come si scrive Ghibellini?». «Si scrive come si pronuncia: 'gi', 'acca', 'i', 'bi', 'e', 'doppia elle', 'i', 'enne', 'i'. E semplice, no?». «Già, mi scusi. A proposito, si chiama 'vi' o 'vu', la lettera che viene dopo la 'u'? Mi sembra di aver sentito tutt'e due le forme». «E infatti, c'è chi dice 'vi' e c'è chi dice 'vu'. Io personalmente preferisco la forma 'vu'». «Grazie, e ... giacché ci siamo, mi fa un favore?». «Certo!». «È una domanda un po' stupida, lo so, ma ...». «Andiamo! Non si vergognerà mica di farmi una domanda a me, no?». «Ecco, volevo chiederLe di dirmi tutto l'alfabeto italiano. Vorrei essere proprio sicura di non sbagliarmi. Non Le dispiace?». «Ma s'immagini, cara Joy! È veramente una richiesta modestissima. Eccolo dunque, l'alfabeto italiano: 'a', 'bi', 'ci', 'di', 'e', 'effe', 'gi', 'acca', 'i'. Qui viene una lettera che oggi non si adopera quasi più, ma che si è adoperata fino al principio di questo secolo: la 'i lunga'. Poi viene la 'cappa', una lettera che non si adopera quasi mai nemmeno in italiano. Poi vengono 'elle', 'emme', 'enne', 'o', 'pi', 'cu', 'erre', 'esse', 'ti', 'u', 'vu'. Poi vengono tre lettere adoperate molto raramente in italiano (e quasi sempre in parole straniere) che si chiamano 'vu doppia', 'ics' e 'ipsilon'. L'ultima lettera finalmente si chiama 'zeta'. E ora siamo arrivati, ecco l'Arno ed ecco il nostro albergo». «E i Ghibellini?», domandò Joy. «Non li ho dimenticati», rispose Bruno.

Dopo che si furono sistemati nelle loro stanze, i quattro scesero al ristorante dell'albergo per pranzare. Dopo pranzo andarono a passeggio per le vie di Firenze. Prima di tutto salirono al Piazzale Michelangelo passando per Porta San Miniato, e lì, mentre godevano uno dei più bei panorami d'Italia, Bruno cominciò:

«Raccontare la storia dei Guelfi e dei Ghibellini in Italia è lo stesso che raccontare più di tre secoli di lotte crudeli, atroci. L'origine è questa: i Guelfi e i Ghibellini erano due grandi famiglie tedesche che dettero nome a due potenti partiti nemici, uno partigiano dei papi, l'altro invece partigiano degli imperatori di Germania.

In Italia, la guerra interna, vera guerra civile con tutte le violenze e le atrocità delle lotte fratricide, cominciò alla fine dell'undicesimo secolo.

Per Firenze, l'inizio delle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini si può riportare al 1077. In quell'anno Firenze, nella lotta fra papa Gregorio VII e l'imperatore di Germania Enrico IV, prese partito per il papa, chiudendo le sue porte all'imperatore. Come si ricordano, quella lotta fra papa Gregorio VII ed Enrico IV finì al castello di Canossa, dove, nel freddo dell'inverno, a piedi nudi e a capo scoperto, Enrico IV dovette, per ottenere il perdono, aspettare nel cortile di essere ricevuto dal papa. Firenze si chiamava dunque guelfa, ma i suoi nobili erano rimasti partigiani dell'impero, ciò che preparava le prossime lotte interne. Queste scoppiarono, secondo la tradizione, nel 1215, per uno di quegli assassinii di cui è così tristemente ricca la storia d'Italia. Un nobile fiorentino, Buondelmonte de' Buondelmonti, aveva promesso di sposare una fanciulla della famiglia degli Amidei. Poi, invece, ne perse la voglia e dimenticò la sua promessa. Gli Amidei, considerando ciò come un'offesa al loro onore, uccisero Buondelmonte vicino al Ponte Vecchio, nel momento in cui scendeva da cavallo. Una delle famiglie essendo guelfa e l'altra ghibellina, la lotta che seguì tra le due famiglie diventò una vera guerra civile, che ben presto, però, perse il suo carattere di lotta fra 'papali' e 'imperiali', e diventò piuttosto un'atroce guerra fratricida fra gruppi di famiglie rivali.

Per mezzo secolo, questa lotta insanguinò Firenze, disonorando ai nostri occhi di moderni quel periodo della sua storia. Finalmente, quando, dopo avere sparso fiumi di sangue, i Guelfi e i Ghibellini fecero una specie di pace armata, le parole 'guelfo' e 'ghibellino' avevano perduto il loro senso primitivo. I Guelfi erano definitivamente padroni del governo, e sembrava che Firenze dovesse rimanere una repubblica.

Arrivati a questo punto, intendiamoci: è vero, sì, che anche nei periodi in cui si trovò sotto la dominazione del partito imperiale, cioè ghibellino, o di qualche 'signore', Firenze non abbandonò mai completamente i propri ideali repubblicani. La tradizione dello stato governato dal popolo stesso rimase viva per secoli, e perfino i Medici, che pure a un certo momento diventarono i veri signori e padroni di Firenze, rispettarono fino a un certo punto, nelle forme se non nei fatti, la tradizione repubblicana. Ma se tutto ciò è vero, è pure vero che il senso che avevano allora le parole 'repubblica', 'ideale repubblicano', 'governo del popolo', ecc., non corrisponde affatto al senso che le stesse parole hanno oggi. Esse avevano a quell'epoca tutt'altro valore. Quello infatti che noi, oggi, nelle democrazie moderne, chiamiamo il popolo è l'insieme dei cittadini di un paese, è l'intera nazione, o almeno dovrebbe esserlo. All'epoca del Rinascimento, invece, o per essere più esatti fino all'inizio dell'epoca dei Medici, quando il potere reale passò nelle mani del signore della città (il duca, come allora si chiamò), i fiorentini che avevano il diritto di partecipare all'elezione dei membri del governo o di essere eletti alle diverse funzioni dello stato, cioè i veri cittadini di Firenze, non furono mai più di tremila».

«Che cosa dice?», esclamarono Joy e Dorabel, e questa volta anche Vespucci mostrò il suo stupore: «Tremila? Tremila cittadini soltanto? Ma ... e gli altri, che cosa facevano?». «Gli altri?», rispose Bruno, «gli altri spargevano il loro sangue perché quelli che li governavano potessero godere i propri diritti. Talvolta il popolo spargeva il suo sangue anche per mandar via un padrone o un gruppo di padroni e darsene un altro. Comunque, l'origine della particolare forma di democrazia di cui godeva Firenze è la seguente:

Il primo governo veramente repubblicano, la prima costituzione popolare di Firenze, è del principio del dodicesimo secolo, quando nei quattro quartieri della città, fra i capi delle famiglie nobili e delle maggiori famiglie di mercanti, furono eletti dodici magistrati, i cosiddetti consoli. Furono esclusi dall'elezione i più potenti fra i nobili, troppo fedeli all'imperatore e perciò poco sicuri repubblicani. Il resto dei cittadini - sempre esclusi i nobili più potenti e le persone che solo da poco vivevano in Firenze - formarono il parlamento (l'arengo, come si chiamava a quel tempo) che si riuniva nei casi piuttosto rari in cui il governo, per una ragione o per l'altra, voleva conoscere il loro parere.

Questa prima costituzione fu presto cambiata, e nel 1250 si ebbe una costituzione che fu detta 'del primo popolo'. Rimaneva il parlamento, consultato solo in casi eccezionali, e rimaneva il podestà, con cui si erano sostituiti i consoli. Ma il popolo, cioè questa volta i mercanti (perché già era cominciata la lotta fra nobili e mercanti), non fidandosi del podestà, nominò un 'capitano del popolo' per governare insieme a lui, e sorvegliarlo, per così dire.

La 'costituzione del primo popolo' venne cambiata molte volte, e ogni volta il popolo, e principalmente i mercanti, divenne un po' più potente. Alla fine del tredicesimo secolo, Guelfi e Ghibellini sono, come abbiamo visto, nomi quasi vuoti di senso; la lotta è ormai fra i Grandi, cioè i nobili, e i mercanti con gli artigiani. Gli artigiani sono oggi, per esempio, coloro che lavorano il legno, la lana, la seta, la pietra, e a quel tempo erano anche i medici, i giudici, ecc.

Così, nel 1293, cioè all'epoca di Dante, il governo della città è nelle mani dei mercanti e degli artigiani. C'è sempre un podestà, che è ancora un nobile, c'è il capitano del popolo, ma il vero potere è in mano del gonfaloniere e dei sei capi delle arti. Dante stesso fu il rappresentante di quella dei medici, che comprendeva pure gli scrittori.

Fu allora che cominciarono a formarsi due nuovi partiti: i Neri, guelfissimi, rappresentanti della nobiltà di antica tradizione, e i Bianchi, che rappresentavano piuttosto i cittadini 'nuovi'. Un tempo padroni dello stato, i Bianchi nel 1302 sono vinti dai Neri, e i loro capi, fra cui Dante, vengono scacciati da Firenze. Così, da un lato, le costituzioni fiorentine cercano di creare un governo sempre più democratico e controllato dal popolo. D'altra parte, però, le lotte sempre più violente fra i diversi gruppi di cittadini - prima fra nobili e mercanti, poi fra Grandi e artigiani, e finalmente fra popolo ricco e popolo povero - fanno dell'ideale repubblicano di giustizia di uomini come Dante un sogno sempre più difficile da raggiungere. Siamo lontani, molto lontani, dagli ideali democratici che cercano di realizzare oggi certi stati moderni.

Quando dunque la potente e ricchissima famiglia dei Medici, mercanti fiorentini, inizia la propria carriera politica, il popolo di Firenze non solo ne accetta la dominazione, ma quasi la implora di prendere in mano il governo della città. Se il popolo, sotto Lorenzo de' Medici, è ancora consultato, ciò si fa solo per la forma, perché esso in realtà non ha più nessun potere; esso stesso infatti aveva sostituito il proprio governo democratico con un principe di cui, non fidandosi più di nessun partito politico, ha fatto il padrone assoluto della città».

«I Medici ...», interruppe Joy, «quel nome lì, sì che lo conosco!». «Già», riprese Bruno, «infatti, l'epoca dei primi Medici fu veramente importante. Cosimo e Lorenzo, chiamato Lorenzo il Magnifico, sono i più grandi uomini politici che ha avuto l'Italia del Rinascimento.

Ma dopo la morte di Lorenzo, nel 1492, l'anno in cui Cristoforo Colombo scopre l'America, Firenze comincia a perdere a poco a poco la sua potenza. Potente rimarrà sempre, sì, ma solo per la grandezza dei suoi artisti, dei suoi scrittori. Di quelli certo non ha da vergognarsi, e a loro deve, in gran parte, se è scelta come capitale del giovane stato italiano che si unisce sotto la Casa di Savoia. Sarà capitale infatti dal 1865 al 1871, cioè fino a quando Roma, libera finalmente anche lei, riprenderà il suo posto naturale di capitale d'Italia.

E adesso, scendiamo di nuovo in città, e andiamo a vedere da vicino Santa Maria del Fiore, cioè il Duomo».

Capitolo quarantaquattro (44): ARRIVO A VENEZIA

Dopo che Annibale fu partito da Firenze con mille raccomandazioni della moglie e della figlia, che non avevano dimenticato il terribile ritorno da Barletta a Napoli, Bruno e le due donne decisero di andare direttamente a Venezia. E così, come disse ridendo Bruno, un bel pomeriggio essi fecero la loro entrata trionfale in quella meravigliosa città, che non per nulla si chiama tuttora 'la Regina dell'Adriatico'.

Appena usciti dalla stazione, Bruno diede le valige all'impiegato del loro albergo, che aspettava lì fuori. «La maggior parte degli alberghi», spiegò Bruno a Joy e Dorabel, «hanno le loro gondole speciali per trasportare i bagagli dei clienti. Così possiamo fare ciò che ci piace, invece di recarci subito all'albergo. Vengano con me un momentino». E Bruno le condusse sul ponte degli Scalzi, di faccia alla stazione.

«Loro hanno senza dubbio indovinato», disse Bruno, «che questo è il Canal Grande. Come vedono ...» - il giovanotto cavò dalla tasca una pianta di Venezia «il Canal Grande attraversa tutta la città, disegnando come due mani che si stringono. Largo una cinquantina di metri, lungo più di tre chilometri e mezzo, esso è traversato da quattro ponti». «Soltanto quattro?», esclamarono le due donne. «Sì», rispose Bruno, «ma oltre ai ponti c'è una dozzina di traghetti, cioè di servizi di gondola che non fanno altro che trasportare la gente da una riva all'altra del Canale. Ma è solo sul Canal Grande che ci sono così pochi ponti. Il resto delle cento e più isolette che compongono la città sono collegate da quasi quattrocento ponti, che un tempo - cioè fino alla fine del Quattrocento - erano di legno ed oggi sono quasi tutti di pietra».

«E dunque vero», domandò Joy, «che Venezia è costruita su cento isolette?». «Sì, è vero», rispose Bruno, «ma naturalmente non furono popolate tutte quante fin dal principio». «Quando è stata fondata Venezia?», domandò Dorabel, «lo si sa?». «Bè», fece Bruno, «ci si è messi d'accordo per fissare la fondazione all'anno 451, ma è una data puramente tradizionale. In realtà, Venezia non fu mai fondata, bensì popolata a poco a poco durante la seconda metà del quinto secolo, e non si sa neppure con precisione quando essa ebbe il suo primo governo». «Ma in fondo», continuò Dorabel, che sembrava avere una di quelle giornate in cui nessuna spiegazione, per quanto fosse precisa, la lasciava contenta, «in fondo, come mai quella gente ha avuto l'idea di popolare un posto così ... insomma, voglio dire: non era più semplice scegliere qualche grande isola dove non si dovessero fare tutti questi ponti, questi canali e che so io?».

«Certo, certo», rispose Bruno ridendo di gran cuore, e un altro riso ugualmente schietto, ma sconosciuto, li fece voltare. «Mi scusino!», disse colui che aveva riso, «non avevo l'intenzione di disturbare la Loro discussione. Mi ero soffermato per ammirare la veduta che si ha dal ponte, e così ho sentito la Sua domanda, signora. Mi è sembrata così ... così giusta e comprensibile, ma nello stesso tempo così divertente - almeno per noi veneziani, si capisce - che non ho potuto trattenermi dal ridere. Le chiedo scusa!». «Ma s'immagini!», rispose Joy per sé e per la madre, «siamo felicissime che questo incidente ci abbia dato l'occasione di far conoscenza con un abitante di questa meravigliosa città proprio subito dopo il nostro arrivo». «Lei è troppo gentile, signorina», disse l'uomo, «ma allora, giacché indovino che i Loro bagagli sono già spediti all'albergo, mi permetta di accompagnarLe e di far Loro da cicerone. A meno che Lei ...», aggiunse, volgendosi verso Bruno con un sorriso interrogativo. «No, no, La prego!», rispose il giovane, «è vero che mi preparavo a fare da cicerone alle signore, ma preferisco mille volte cederLe il posto, giacché in fondo, a Venezia, sono un turista anch'io. Ho letto qualche libro sulla Sua città e ci sono stato un paio di volte, ma non avevo né l'intenzione né la possibilità di raccontare altro che ciò che conoscono tutti». «Allora, se Lei permette ...», fece l'uomo, terminando la frase con un sorriso, e soggiunse con un inchino: «È meglio che mi presenti: Giovanni Manin, direttore di uno dei musei di Venezia, e per oggi Loro cicerone». Le due donne e Bruno si presentarono anche loro, e dopo tutti quei discorsi il loro nuovo conoscente disse:

«Risponderò dunque io alla domanda della signora. Lei si stupiva che i primi abitanti di Venezia avessero scelto appunto questo gruppo di isolette, povere, minuscole, isolate dal resto del mondo. Ebbene, senza dubbio furono appunto tutte queste qualità che decisero i primi abitanti di Venezia a trasportarci le loro case. Se le isolette della Laguna Veneta fossero state collegate con la terraferma, noi probabilmente oggi non ci troveremmo qui ad ammirare questo panorama unico al mondo.

Infatti, Loro devono ricordarsi che, appunto nella seconda metà del quinto secolo, l'Italia fu invasa parecchie volte da genti incolte e feroci, da popoli di guerrieri che tutto bruciavano, distruggevano, uccidevano sul loro cammino. Quei barbari - così furono chiamati - invasero più di una volta quasi tutto il nord della penisola, costringendo le popolazioni a cercare un rifugio sicuro. E quale rifugio poteva essere migliore di queste isolette qui, in mezzo alla laguna, isolate dalla terraferma da chilometri di acqua che quei guerrieri avrebbero potuto varcare solo trasformandosi in marinai?

Nei primi tempi, dopo ogni invasione dei barbari, gli abitanti delle città liberate tornavano alle loro case. Ma più tardi, facendosi le invasioni sempre più frequenti, essi si videro costretti ad abbandonare definitivamente le loro antiche città, i loro paesi, e a stabilirsi per sempre nella Laguna Veneta, che già conoscevano e le cui qualità la facevano preferire a territori più ricchi, ma meno sicuri. Venezia diventò la loro patria comune.

Ecco le probabili origini di Venezia. Aggiungerò soltanto, perché è un fatto interessante sconosciuto a molti, che la capitale della nuova repubblica fu in principio non a Rialto, ma nell'isola di Grado, e più tardi in una città oggi scomparsa, Malamocco. La città che oggi si chiama Malamocco non ha che il nome in comune con la vecchia città, distrutta e sommersa dal mare nel dodicesimo secolo. Fu solo al principio dell'undicesimo secolo che la capitale venne trasportata nel sito attuale. E adesso, prendiamo una gondola, o magari un vaporetto, e andiamo ... già, dov'è il Loro albergo?». «È in Riva degli Schiavoni», rispose Bruno. «Benissimo, allora faremo in vaporetto tutto il Canal Grande! Andiamo!».

Mentre compravano i biglietti allo sportello, Joy domandò al signor Manin: «Come mai le gondole ci sono solo a Venezia? Sono un'invenzione dei veneziani?». «Probabilmente, sì. Ma non si sa se la gondola fu un'invenzione degli abitanti, per lo più pescatori, che già popolavano una parte delle isole della laguna al tempo delle invasioni barbariche, o se è veramente una creazione dei nuovi arrivati. Secondo uno dei primi storici di Venezia, la gondola esisteva già al tempo dell'elezione del primo doge, Paoluccio Anafesto, alla fine del settimo secolo. Ciò non è sicuro, ma in ogni modo è certo che ne esistevano alla fine dell'undicesimo secolo. Con l'andar del tempo, furono decorate con fasto sempre maggiore, con oro, con seta ed altre stoffe preziose, e ogni grande famiglia veneziana aveva i suoi colori. Il fasto però diventò tanto esagerato che nel 1562 il Senato decise che, da allora in poi, tutte le gondole fossero dipinte di nero, e basta! Fu pure in quell'epoca che esse presero la forma attuale. Tutte le gondole, infatti, e Loro se ne renderanno conto ben presto, sono costruite in modo uguale: lunghe undici metri, larghe un metro e venti, col fondo piatto e con posto per sei persone, oltre al gondoliere, che sta a poppa. La figura di prua, che prima fu di cento forme diverse, oggi è la stessa in tutte le gondole, e il suo peso impedisce che la poppa vada giù per il peso del gondoliere. Un'altra cosa che sfugge generalmente ai turisti è che la gondola non è diritta, ma leggermente curva, per meglio permettere di manovrare col remo unico».

«C'è una cosa che non comprendo», disse a questo punto Dorabel, che da qualche minuto sembrava ascoltare un po' distratta le spiegazioni di Manin. «Dica, cara signora», le rispose quegli col suo bel sorriso schietto. «Non capisco come han fatto, gli architetti veneziani, a costruire le loro case nell'acqua! Oggi, certo, si può far tutto, ma tanti secoli fa ...». «Infatti», rispose Manin, «deve essere stato un grave problema per i primi abitanti dell'arcipelago veneto. Io Le posso solo dire che da parecchi secoli, a Venezia, quando si vuol costruire una casa, si ficca prima nel suolo troppo umido per sopportare direttamente il peso di un edificio - un'immensa quantità di pali lunghi da un metro e mezzo a due metri, uno accanto all'altro, di modo che le case non riposano sul suolo, bensì su questa specie di pavimento fatto di pali. Solo in una parte dell'isola centrale di Rialto, il terreno è abbastanza fermo da non obbligare a rafforzarlo mediante pali o altri mezzi. Ciò che però non si può impedire, e che è veramente grave per l'esistenza futura della città, è che tutto quanto il terreno di Venezia si abbassa di circa nove centimetri ogni cento anni. Poco, diranno Loro, ma ciò basta a spiegare come mai le colonne del Palazzo Ducale - cioè del palazzo dei dogi, che furono i capi della Repubblica - come mai quelle colonne, dico, ci sembrano oggi così corte. Alcuni secoli dopo la costruzione del palazzo, il suolo si era abbassato di parecchie decine di centimetri, e fu necessario rialzarlo, come sarà necessario rialzarlo ancora una volta fra qualche altro secolo».

Così parlando, o piuttosto ascoltando il loro cicerone, i tre amici erano arrivati alla meta del loro primo viaggio in vaporetto: la Riva degli Schiavoni, continuazione del Molo San Marco. Scesero dunque, trovarono il loro albergo, e, dopo aver fatto portare in camera i bagagli, andarono tutti insieme in Piazza San Marco, dove si sedettero a un tavolino, in uno dei numerosi caffè, e ordinarono quattro espressi. Dopo aver chiacchierato per un'oretta sul loro viaggio, su quello che Joy e sua madre pensavano dell'Italia, sulla vita in America, ecc., Manin accese una sigaretta e disse:

«Sanno cosa disse Napoleone vedendo questa piazza? Disse che era il più bel salotto d'Europa. Ed aveva ragione. Se tornano qui stasera lo vedranno ancora più chiaramente. Piazza San Marco è stata per secoli ed è tuttora il cuore stesso di Venezia. Tutti i principali eventi della storia della Repubblica hanno avuto luogo qui, anche se non sempre fra questi edifici, giacché parecchi sono di data più o meno recente. E per cominciare dal principio - che come tutti i principi nelle storie delle nostre vecchie città italiane è pieno di leggende - facciamo due passi per la piazza e andiamo a vedere da vicino la facciata della basilica di San Marco».

I quattro si alzarono e fecero come aveva proposto Manin.

Capitolo quarantacinque (45): LEGGENDE E TRADIZIONI VENEZIANE

«Una delle più antiche leggende che raccontavano i primi abitanti dell'arcipelago, e specialmente di Rialto», cominciò Manin, «narrava come San Marco arrivò in Italia. Il Santo, che veniva da Alessandria d'Egitto, fu sorpreso da una violentissima tempesta che lo costrinse ad approdare nell'isola dove oggi si trova la chiesa di San Francesco della Vigna. Esausto, si lasciò cadere sulla riva privo di forze, e mentre dormiva ebbe un sogno. Sognò un angelo che lo salutava dicendogli: 'Pace a te, Marco, evangelista mio', e che lo riconfortava annunciandogli che un giorno il suo corpo avrebbe trovato nelle isole di Rialto una degna sepoltura e la venerazione della gente cristiana. Passarono i secoli. Un bel giorno, Rustico di Torcello e Buono di Malamocco, due mercanti arrivati ad Alessandria con un veliero veneziano, appresero che il corpo di San Marco si trovava in quella città. Allora ai due mercanti venne la coraggiosa idea di portare la salma del Santo a Venezia. Compito assai difficile, poiché il sepolcro era custodito giorno e notte dagli egiziani, che avevano anche loro una grande venerazione per il Santo, benché per ragioni diverse da quelle dei cristiani.

Ma i due veneziani non si lasciarono sgomentare dalla difficoltà dell'impresa. Fecero in modo di conoscere il custode del sepolcro, e quando furono sicuri della sua amicizia, gli dissero: 'Messere Teodoro, se volete venire con noi a Venezia e volete aiutarci a portar via la salma del nostro buon messere Marco, voi diventerete uomo ricco e rispettato'. Sulle prime, il custode, pieno di sgomento, rispose: 'Per carità, messeri, per carità! Non ne parliamo nemmeno! Sapete bene che i pagani hanno per messere Marco la più profonda venerazione. Se ci sorprendessero, ci taglierebbero sicuramente la testa!'. 'Allora', gli dissero i due, 'aspetteremo che messere Marco ve lo comandi lui stesso'.

E infatti, dice la leggenda, nel cuore di Teodoro non tardò a nascere un gran desiderio di rapire ai pagani la salma del Santo evangelista e di portarla a Venezia.

'Ma come riuscire in un'impresa così difficile?', egli domandò spaurito ai due mercanti. Quelli, però, avevano già un piano bell'e pronto. In una notte senza luna essi penetrarono col custode nel sepolcro di San Marco, aprirono la tomba e, messo il corpo dell'evangelista in una grande cesta di vimini, posero al suo posto la salma di un altro morto, e richiusero la tomba. Poi, dopo aver ricoperto il corpo di San Marco con grossi pezzi di carne di maiale, andarono in gran fretta al loro veliero e si prepararono a lasciare Alessandria. Ma intanto, continua la leggenda, la salma di San Marco aveva sparso per tutta la città un così soave profumo che gli abitanti, presi dal sospetto, corsero al sepolcro. Avendo trovato l'altro corpo che i due mercanti vi avevano posto, i più tornarono alle loro case, ma ci fu però chi propose di investigare anche a bordo del veliero veneziano. Grande fu lo sgomento di Rustico e di Buono quando li videro arrivare, ma per fortuna il piano che essi avevano concepito funzionò a meraviglia: appena gli egiziani videro la cesta di vimini con la carne di maiale che sembrava riempirla, abbandonarono in tutta fretta la nave. Infatti il maiale, nella loro religione, è un animale impuro, che non si deve mangiare.

Così i due mercanti poterono rapire la salma senza essere più molestati, e spinti da un vento favorevole tornarono a Venezia. Al loro arrivo, furono ricevuti dal doge e da tutto il popolo che aveva già appreso la stupenda notizia. Il doge salutò il Santo con le medesime parole con cui l'aveva salutato l'angelo: 'Pace a te, Marco, evangelista mio!'. Da quel giorno San Marco diventò il Santo patrono, cioè il Santo protettore, della Repubblica, invece di San Teodoro.

Qui finisce la leggenda e comincia la storia. Per custodire la veneratissima salma, il doge Giovanni Partecipazio diede ordine di costruire un tempio grandioso, e si decise di farlo sorgere qui, accanto alla chiesa di San Teodoro, l'antico patrono della città.

La basilica che vediamo oggi, però, non è la chiesa primitiva. Quella, in capo a un paio di secoli, diventò troppo modesta per la già potente e splendida Repubblica, e fu demolita insieme alla chiesa di San Teodoro. Al posto delle due chiese fu innalzata l'attuale basilica, secondo i piani di un architetto greco che, come tanti artisti di quel tempo, è rimasto anonimo. E naturalmente neanche l'aspetto della piazza era lo stesso di oggi. Su per giù dove ci troviamo in questo momento, cioè un po' ad ovest del Campanile, scorreva, attraverso un prato verde, un rio - così si chiamano i canali di Venezia - che segnava il limite della città e si gettava nel Canal Grande, nel medesimo punto dove oggi ci sono i Giardinetti che Loro hanno visto passandoci davanti in vaporetto.

Dove ora sorge la Torre dell'Orologio, al tempo della chiesa primitiva c'era un bellissimo albero, al cui tronco legava le mule chi veniva dalla città; di fronte, sull'altra riva del rio, c'era la vecchia chiesa di San Geminiano». «Che chiesa? dov'è?», domandò Dorabel, e Manin le rispose sorridendo: «Non c'è più. Una prima volta, quando la piazza diventò troppo modesta per la sempre più potente Repubblica, il doge Ziani fece riempire di terra il rio che traversava la piazza e fece demolire la chiesa di San Geminiano, ricostruendola però all'estremità occidentale della nuova piazza. Molti secoli dopo, Napoleone, volendo ingrandire il Palazzo Reale, la fece demolire di nuovo. E così oggi non esiste più.

Ma torniamo al nostro patrono, San Marco. Come abbiamo visto, il suo corpo era stato sepolto nella primitiva basilica, e lì rimase fino alla metà dell'undicesimo secolo, quando si decise di innalzare la basilica attuale. Fu allora che i veneziani ebbero una sgradevole sorpresa: ci si accorse che, durante i secoli trascorsi dall'arrivo della salma a Venezia, e in particolare dopo il grande incendio del 976, ogni traccia della reliquia era scomparsa. Nessuno sapeva più dove esattamente fosse stato sepolto il Santo! Si cercò, si cercò; ma invano: la reliquia di San Marco rimase introvabile.

Si decise allora, dice la tradizione, che il doge e tutto il popolo sarebbero andati in processione alla basilica, per implorare il Cielo di rivelare ai veneziani il luogo dove era nascosta la preziosa reliquia. E il venticinque giugno 1094, mentre la processione avanzava lentamente, solennemente per la basilica, una luce abbagliante scaturì da una colonna vicina all'altare di San Giovanni e per il foro aperto dalla luce si mostrò una mano che portava al dito un anello d'oro. Un profumo soave si sparse per tutta la chiesa, recando gran sollievo ai veneziani, che l'otto ottobre, con la massima solennità, nascosero di nuovo la reliquia sotto l'altar maggiore. Erano presenti solo il doge e altri tre personaggi ufficiali. Tutti e quattro giurarono di mantenere segreto il luogo della sepoltura. E questo segreto lo custodirono così bene che il luogo fu dimenticato una seconda volta!».

«Povero San Marco!», esclamò ridendo Joy, «e non l'hanno più ritrovato?». «Sì, sì», disse Manin, «fu ritrovato nel 1811 in una tomba sotto l'altar maggiore, con qualche moneta d'oro, un anello d'oro puro e una lastra che portava la data dell'otto ottobre 1094».

«Meno male, Lei mi ha veramente riconfortata!», disse Joy, «la basilica di San Marco priva della sua reliquia mi sarebbe sembrata vuota». «A me sembra anzitutto che San Marco abbia dato un sacco di fastidi ai poveri veneziani!», esclamò Dorabel, e aggiunse: «Sarebbe stato più semplice se fosse rimasto ad Alessandria».

«Già», le rispose Manin, «ma Lei dimentica i grandi servizi che, secondo la tradizione popolare, ha reso alla Repubblica e alla città il suo patrono». «No, non li dimentico, per la semplice ragione che non ne so nulla», disse Dorabel, e Manin con un inchino: «Cara signora, Lei ha perfettamente ragione, e la colpa è mia: avrei dovuto raccontarLe, per esempio, come San Marco salvò la città da una terribile tempesta, o come impedì che la facciata della sua basilica fosse demolita o per lo meno grandemente danneggiata quando crollò il vecchio campanile. Prima, dunque, Le racconterò la leggenda della visita di San Marco.

Si era nel 1340, il venticinque di febbraio. Da tre giorni e tre notti, un uragano di una violenza quasi inconcepibile soffiava sulle acque della laguna. Quella sera, un povero pescatore, esausto, stava legando la barca al Molo di San Marco quando fu accostato da uno sconosciuto che gli chiese di portarlo all'isola di San Giorgio Maggiore, quella che vedono lì, in fondo alla Piazzetta. Il pescatore, già mezzo morto di fatica, impallidì all'idea di dover affrontare di nuovo la tempesta implacabile, e per di più in una notte così buia, e rifiutò.

Ma lo sconosciuto lo riconfortò e gli disse di non lasciarsi sgomentare dal pericolo, ché egli l'avrebbe protetto. E c'era nelle sue parole, nel tono della sua voce qualche cosa di solenne, una forza insolita che convinse il pescatore. Arrivati a San Giorgio Maggiore, vi trovarono un altro sconosciuto che salì nella barca anche lui, e comandò al pescatore di condurli tutti e due in alto mare. Ormai il pescatore aveva smesso di protestare: senza proferire parola, volse la prua della sua fragile navicella verso l'alto mare, come gli aveva chiesto il venerabile vecchio, affrontando per la terza volta gli elementi scatenati.

Dopo ore di impari, eroica lotta, la navicella uscì dalla laguna. Quando furono in alto mare, si videro venire incontro un veliero tutto nero, pieno di diavoli che navigavano a gonfie vele verso Venezia per distruggerla. Appena scorsero il veliero della morte, i tre sconosciuti fecero nell'aria un gran segno di croce: in quel medesimo momento il veliero e il suo carico di diavoli scomparvero nell'acqua, mentre un immenso grido squarciava la notte. Il mare si placò immediatamente, il vento smise di soffiare: Venezia era salva.

Sempre senza proferire parola, i tre si fecero ricondurre al punto dove si erano imbarcati, e solo allora rivelarono la propria identità, lasciando tutto sorpreso il pescatore: i tre sconosciuti erano San Marco, San Giorgio e San Niccolò ....

Quando San Marco scese a terra sul molo, il pescatore lo fermò e gli domandò in pagamento di tutta quella fatica l'onore di aver partecipato al miracolo. 'Hai ragione', gli disse il Santo, 'è giusto che si sappia che senza di te Venezia sarebbe stata distrutta. Va pure dal doge, raccontagli quanto hai visto e chiedigli una ricompensa. E digli che tutto ciò è accaduto per colpa di un maestro della scuola di San Felice che aveva venduto la propria anima al diavolo e si era impiccato'. 'Ti ringrazio, messere Marco', disse il pescatore, 'ma se io racconto questa storia al doge, lui non mi crederà mai!'. Allora San Marco si tolse dal dito un anello d'oro e lo porse all'uomo dicendogli: 'Dallo al doge, e digli di custodirlo bene nel mio santuario'. E scomparve nel buio.

Al mattino, il pescatore si recò dal doge e, porgendogli l'anello che gli aveva dato il Santo, gli raccontò la sua storia. Si mandò a vedere nel santuario, e si scoprì che infatti l'anello d'oro di San Marco mancava. Il pescatore, dunque, aveva detto la verità. Fu solennemente ringraziato e gli fu data una ricca ricompensa».

«Ci sarebbe mancato altro!», esclamò Dorabel, «dopo che il pover'uomo aveva rischiato chissà quante volte di affogare! Però, è un brav'uomo, quel messere Marco. E Lei dice che per di più ha salvato dalla distruzione la basilica?».

«Bè», disse Manin, «sì, però in modo molto meno drammatico. Andò così. Il vecchio campanile era stato incominciato nei primi anni del decimo secolo e compiuto verso la fine del dodicesimo. Con l'andar del tempo, la torre di quasi cento metri era stata logorata dall'umidità dell'aria e dell'acqua della laguna che a volte inondava la piazza, era stata danneggiata da fulmini e incendi, scossa da terremoti e dal lento abbassarsi del suolo della piazza. Cosicché la mattina del quattordici luglio 1902, l'immensa torre, che sembrava così solidamente costruita da dover durare eterna, si accasciò lentamente su sé stessa, come un ammalato che è incapace di reggersi in piedi più a lungo. Nella sua caduta essa travolse le botteghine che si trovavano alla sua base, seppellendo la Loggetta e danneggiando un angolo della Libreria Vecchia. Non ci fu una sola vittima, e il danno fatto alla basilica si limitò alla Pietra del Bando, quella che vedono a destra, che fu travolta e leggermente danneggiata.

Quando i veneziani videro quanto erano lievi i danni circostanti, esclamarono: 'San Marco è stato galantuomo!', esprimendo con quelle parole la loro fede nel patrono della città».

«Bravo San Marco!», gridò allegramente Joy, e poi domandò: «Ma ... e il campanile? Fu ricostruito tale e quale come prima, oppure no?». «Il campanile fu ricostruito secondo il piano primitivo, tale e quale, dove era e come era, con gran parte delle vecchie pietre. I veneziani ci lavorarono giorno e notte, con qualunque stagione, per nove anni, e nel 1913 il nuovo campanile, più solido e più leggero del vecchio e sostenuto da oltre tremila pali nuovi, salutava San Marco col suono delle sue campane».

«Meno male che la basilica è più solida e non rischia di accasciarsi anche lei, un bel giorno!», esclamò Joy. Ma Manin interruppe il suo riso allegro dicendo: «Eh! ma sa che quasi quasi ...». «Che cosa dice?», esclamò Dorabel, «non mi verrà mica a dire che la basilica che abbiamo davanti agli occhi è stata rifatta interamente come il campanile!». «No, no, cara signora, o piuttosto sì e no, perché, in realtà, ciò che si è fatto e che si sta facendo nella basilica è un lavoro infinitamente più difficile e più delicato di una vera e propria ricostruzione o di un rifacimento. Quando entreremo nella basilica, Loro vedranno qua e là delle impalcature e degli operai al lavoro. E San Marco che si sta ricostruendo per così dire dall'interno».

«Dall'interno? Cosa vuol dire?». «Voglio dire che si è scoperto, una cinquantina d'anni fa, che molte mura e colonne della basilica erano così gravemente logorate sotto l'azione del tempo e del clima che si reggevano dritte ... per così dire, solo per abitudine, perché erano sostenute dal resto dell'edificio. Fu allora deciso il restauro sistematico di tutte le parti poco sicure dell'edificio. Un'impresa veramente grandiosa. Pensino a tutte le decorazioni che prima bisogna togliere senza danneggiarle! I mosaici, per esempio, quelle opere d'arte fatte di decine di migliaia di minuscoli pezzi di vetro colorato, e che fanno la bellezza unica di San Marco. Per non parlare degli affreschi propriamente detti, così delicati! Lì, le mura vanno veramente demolite e ricostruite dall'interno, da dietro l'affresco, mentre l'opera d'arte è mantenuta a posto da strumenti speciali».

«Ma quello non è un restauro, è un'opera d'arte in sé stessa!», esclamò Joy con ammirazione, e Dorabel domandò stupita: «Come fanno a rimettere tutte al loro posto le dieci mila parti di un mosaico? È un compito da diventare pazzi!». «Si calmi, cara signora!», disse Manin ridendo, «i mosaici non si staccano mica in disordine! Prima di levarli, si prende un'impronta che permette di rimetterli esattamente al posto primitivo. Ma ora, basta coi restauri. Adesso entriamo nella chiesa, ché sennò non faremo in tempo a visitarla prima del tramonto. E al tramonto, purtroppo, San Marco si chiude». E tutti e quattro entrarono nella basilica. Quando ebbero terminato la visita, Manin disse: «Temo che sia venuto il momento di separarci, per oggi; mi aspettano a casa. Ma prima, vorrei raccontar Loro la storia dei quattro cavalli di bronzo, quelli che vedono lassù, sopra l'arcata maggiore della basilica. Sono opera di uno scultore greco del quarto secolo a. C., secondo alcuni dello stesso Lisippo, uno dei più grandi artisti dell'antica Grecia. Quando i veneziani e i loro alleati conquistarono Costantinopoli nel 1204, i quattro cavalli furono da loro trasportati a Venezia, con un grandissimo numero di altre opere d'arte. Nel 1250 vennero collocati nel luogo attuale, dove rimasero fino al 1798. In quell'anno il 'gran ladrone', come fu chiamato dai veneziani Napoleone Bonaparte, li trovò così belli che dopo aver vinto Venezia se li portò con sé a Parigi, e lì, a sua volta, li fece collocare sull'arco di trionfo che si trova nel cortile del Louvre. I cavalli rimasero a Parigi fino al 1815, quando l'imperatore d'Austria Francesco I decise di restituirli a Venezia, che gli era stata concessa dopo la vittoria definitiva degli alleati su Napoleone. Forse, nei piani dell'imperatore, quel gesto doveva rendergli amici i veneziani; ma si sbagliava: dopo più di mille anni di indipendenza, come avrebbero potuto amare uno straniero che si diceva loro padrone? Fu organizzata una splendida festa, alla quale dovevano assistere Francesco I, la sua famiglia, il suo seguito e tutti i nobili veneziani. Ma i cannoni salutarono invano, invano suonò l'orchestra militare, invano suonarono le campane: i quattro cavalli di bronzo furono rimessi a posto davanti a una piazza vuota. L'imperatore e il suo seguito assistettero soli allo spettacolo ...».

«Già», concluse Dorabel, e nessuno seppe mai cosa aveva voluto dire con quella parola, perché Manin, dopo un breve silenzio, vedendo che Dorabel non continuava, disse: «Bè, e adesso, diciamoci arrivederci e buona notte!». «Buona notte! e mille grazie!», risposero Joy e Dorabel, e Bruno domandò: «Ci vediamo domani?». «Con piacere, se ne hanno voglia», disse Manin, e dopo essersi messi d'accordo sull'ora i quattro si separarono.

Capitolo quarantasei (46): LA SERENISSIMA

La mattina seguente, dopo i soliti saluti, Manin e i tre amici lasciarono l'albergo e si avviarono lungo la Riva degli Schiavoni verso la Piazzetta.

«Guardino quelle due colonne!», disse Manin, soffermandosi all'angolo del Palazzo Ducale, «al tempo della Serenissima i condannati a morte venivano, generalmente, impiccati lì, fra le colonne della Piazzetta». «Brrr!», fece Joy, «ma che cos'è la Serenissima?». «Era il nome che si dava alla Repubblica Veneta, o più esattamente alla Signoria, cioè al Consiglio di Stato formato dal doge e dai più alti personaggi della Repubblica. La Serenissima Signoria esistette fin dai primi del Duecento e rimase per parecchi secoli il simbolo della più alta saggezza nel governare una nazione. Bè, per tornare alle nostre colonne, ce ne sono altre due di triste fama nella storia di Venezia. Sono le due colonne rosse della Loggia del Palazzo Ducale, sul lato volto verso la Piazzetta. Era di lassù, dall'arcata fra le due colonne, che, al tempo della Serenissima, si leggevano le condanne a morte che venivano poi eseguite fra le due colonne della Piazzetta. E adesso, entriamo nel cortile del Palazzo».

«Non so se Loro hanno notato», disse Manin dopo aver trovato un posto dove il flusso dei turisti non impedisse di conversare tranquillamente, «non so se hanno notato la differenza non solo di forma, ma anche di spirito, che esiste fra il Palazzo Ducale di Venezia e quelli di città come Firenze, Siena, Milano, Genova. So che non hanno ancora visitato Milano e Genova, ma avranno certo visto qualche fotografia dei grandi palazzi o castelli di quelle città». «Sì ...», disse Joy, mentre si sforzava di trovare la differenza di spirito di cui parlava Manin.

«Provi un po'», aggiunse allora Manin, «a paragonare, per esempio, il Palazzo della Signoria di Firenze al Palazzo Ducale. Quello di Firenze è chiuso verso l'esterno, insomma è una specie di fortezza atta a proteggere quelli che vi governavano la città, a difenderli contro gli assalti sempre possibili dei loro cittadini o di partiti nemici. Nulla di simile nella facciata del Palazzo Ducale! Qui tutto è simbolo di forza serena, di sicura potenza: la loggia esterna, le grandi finestre, la leggerezza della costruzione che non ha nulla di rassomigliante a una fortezza. Solo nei primissimi tempi della sua storia, infatti, Venezia conobbe quelle tragiche lotte interne tra fazioni nemiche che insanguinarono la vita delle altre repubbliche d'Italia. Guelfi e Ghibellini, per i veneziani, non furono mai altro che nomi. Solo una volta, nel 976, il popolo insorse contro la tirannia di un doge, e pochi anni dopo, sotto il doge Memmo, per la prima e unica volta nella storia di Venezia, una di due fazioni rivali si rivolse ai nemici della Repubblica per invitarli a conquistarla.

Si può dire che, dal 1032, data della prima costituzione di Venezia, la Repubblica conobbe solo quelle discordie che sempre, in ogni stato, esistono fra partiti o gruppi rivali, opposti per le loro idee sul modo di governare il paese. Questo millennio di continuità politica fece della Serenissima un caso unico nella storia dei rapporti umani in generale e della civiltà europea in particolare. Nel Rinascimento, la fama di saggezza che essa godeva era tale da attirare a Venezia un flusso continuo di ambasciatori, che venivano da tutti i paesi dell'Europa esclusivamente per conversare col doge e chiedergli consiglio ed aiuto. Per quasi un millennio, Venezia fu, in mezzo alla tirannia generale, il solo rifugio della giustizia, il simbolo luminoso delle altezze a cui poteva giungere un popolo ben guidato.

Ma per raggiungere una tale stabilità, per difendere la continuità della Serenissima, i veneziani realizzarono veri e propri prodigi di arte politica. Fra un momento visiteremo le sale del Palazzo, e racconterò Loro con più particolari come era organizzato il governo di Venezia. Ma prima, mi proverò a spiegare Loro con quali artifici i veneziani riuscirono a impedire che l'elezione dei nuovi dogi fosse dominata e diretta da interessi particolari. Il sistema che finalmente inventarono nel 1268 i nobili veneziani, a cui apparteneva il potere, durò per sette secoli, fino alla caduta della Repubblica. Alla morte del vecchio doge, il cosiddetto Maggior Consiglio, che riuniva tutti i nobili, si radunava nella gran sala. Dopo aver fatto uscire tutti quelli che avevano meno di trent'anni, si contavano i membri rimasti presenti e si preparava un certo numero di palle vuote d'argento e trenta palle d'oro, anch'esse vuote. Tutte insieme, le palle erano tante quanti erano i membri del Maggior Consiglio presenti nella sala. Nelle palle d'oro si inseriva un foglietto che portava l'iscrizione: 'elettore'. Intanto, il più giovane consigliere era uscito sulla piazza, aveva fermato il primo ragazzo che gli era passato davanti, e l'aveva condotto nella gran sala.

Le palle venivano allora messe in un cappello o in un'urna, e ogni membro riceveva dal ragazzo una delle palle. I trenta che in quel modo erano nominati 'elettori' rimanevano nella sala, mentre gli altri uscivano. Nello stesso modo di prima, i trenta erano ridotti a nove. Quei nove rimanevano soli, rinchiusi nella sala, fino a che non avessero scelto quarantuno nuovi 'elettori', ciascuno dei quali doveva ottenere almeno sette voti, ossia essere nominato da almeno sette dei nove membri presenti. I quarantuno a loro volta erano ridotti a dodici nuovi 'elettori' dalla sorte, cioè col sistema delle palle d'oro e d'argento. Quei dodici ne sceglievano venticinque che la sorte riduceva a nove. E gli undici, finalmente, sceglievano un consiglio elettorale di quarantuno membri, che dovevano eleggere il nuovo doge».

«Mamma mia!», esclamarono i tre ascoltatori, «come facevano a non sbagliarsi con un sistema così fantasticamente complicato?». «Per quello c'erano le regole scritte», rispose Manin, «ma Loro mi daranno ragione se dico che con un sistema elettorale così complicato era umanamente impossibile mettersi d'accordo sull'elezione di un doge. Per di più, sempre per maggior sicurezza, era stato deciso che il Consiglio Elettorale avrebbe scelto il nuovo doge nel modo seguente: dopo aver assistito alla Messa dello Spirito Santo, i quarantuno si riunivano e sceglievano tre presidenti e due segretari. Ogni elettore scriveva il nome del suo candidato al dogado su un pezzetto di carta, poi questi quarantuno foglietti venivano piegati e deposti nell'urna. Allora i due segretari li tiravano fuori ad uno ad uno, prima leggevano ad alta voce i nomi dei candidati proposti e poi ripiegavano i fogli e li rimettevano nell'urna. Finalmente, ne tiravano fuori uno solo, quello del primo candidato al dogado.

Se questi si trovava fra i presenti, usciva dalla sala, e gli elettori erano invitati a esprimere la propria opinione. Gli uni lo accusavano, gli altri lo difendevano. Finalmente, il candidato era chiamato nella sala e invitato a sua volta a rispondere alle diverse accuse, dopo di che si procedeva all'elezione propriamente detta. Se il candidato proposto otteneva venticinque voti era considerato eletto e lo si presentava al popolo riunito in Piazza San Marco. Nei primi tempi la presentazione era accompagnata dalla frase: 'Questo è il vostro doge, se vi piacerà'. Più tardi, lo si presentò senza più domandare il parere del popolo. E ora, basta con le elezioni e la politica, andiamo a visitare le stanze e le sale del Palazzo».

Dopo esser saliti su per la cosiddetta Scala dei Giganti, i quattro entrarono nella prima delle sale. Joy scorse subito, sotto un bellissimo orologio, un'iscrizione latina che si volle provare a leggere. Non riuscendo a capirne il senso, domandò a Manin: «Che cosa vuol dire questa iscrizione? Qualcosa in onore di un doge?». «No», rispose Manin, «non in onore di un doge, ma della giustizia. Questa iscrizione è forse la più importante di tutta Venezia. Ora Gliela traduco. Si rivolge ai giudici della Repubblica e dice: 'Prima di tutto, fate un'inchiesta esatta e attenta, per poter dare il vostro giudizio con giustizia e carità. Non condannate nessuno senza prove vere e giuste. Non giudicate nessuno sulla base di soli sospetti, ma prima dimostrate la sua colpa, poi proferite la vostra sentenza con carità, e non fate ad altri ciò che non volete sia fatto a voi'. Come vede, questa iscrizione, diretta ai giudici della Serenissima perché ricordassero il proprio dovere ogni volta che entravano in questa sala, potrebbe stare tuttora in lettere d'oro sulla facciata di tutti i tribunali del mondo». «Strano ...», disse Dorabel dopo un breve silenzio, «mi sembra che quest'ideale di giustizia con carità non vada d'accordo con ciò che ho letto sulle terribili prigioni di Venezia, sulla crudeltà inumana con cui vi erano trattati i prigionieri». «Ah! cara signora», esclamò Manin, «come sono contento che Lei mi dia l'occasione di riparare un po' del male che hanno fatto alla fama della Serenissima certi autori del secolo scorso! È vero che la giustizia della Repubblica era severa, ma non era crudele se la paragoniamo ad altre, ed era giusta per quanto lo poteva essere la giustizia di quel tempo. Per esempio, era dovere del doge tenersi sempre informato del numero di prigionieri rinchiusi nelle prigioni del Palazzo e di badare che ognuno di loro fosse condotto davanti a un giudice entro un mese dal giorno in cui era stato arrestato. Lei dirà che un mese è molto, ma deve anche pensare a chissà quanti innocenti venivano arrestati altrove ogni giorno a quel tempo, e gettati in prigione senza mai comparire davanti a un tribunale!

Perfino il Consiglio dei Dieci, che si è attirato l'odio di tanta gente, era in realtà un prodigio di giustizia, a paragone di altri tribunali di allora. Non parliamo poi della terribile Inquisizione, che fece condannare e uccidere in modo crudele migliaia di innocenti, senza inchiesta, su semplice accusa anonima, dopo un giudizio che di giudizio non aveva altro che il nome. Il Consiglio dei Dieci - vedremo fra poco la sala dove si riuniva - fu istituito nel 1310 per occuparsi di un gravissimo affare: un gran numero di veneziani avevano deciso di insorgere contro il governo, di uccidere il doge e di mettere al suo posto uno dei loro. La cospirazione fu svelata da uno dei membri, e il governo prese tutte le misure necessarie per impedire che riuscisse. Dopo l'arresto dei principali colpevoli fu istituito un consiglio di dieci membri, scelti con la massima cura dal Maggior Consiglio fra i più venerabili cittadini. Nei primi tempi il Consiglio dei Dieci fu sciolto, ogni volta, dopo che aveva compiuto il suo dovere, essendo stato istituito unicamente 'per difendere la libertà e la pace dei cittadini della Repubblica e proteggerli contro l'ingiustizia'. Ma nel 1335, essendosi rivelato un utilissimo strumento di giustizia, fu reso permanente. Ecco come funzionava.

Abbiamo visto che i consiglieri erano scelti fra i più venerabili cittadini. Nessuna famiglia poteva dare più di un consigliere, affinché nessuna fazione potesse dominare il Consiglio, e i membri venivano scelti per un anno solamente, né potevano essere rieletti. Non ricevevano alcun pagamento, e dovevano lasciare la sala del Consiglio se l'accusato era loro parente. Alla fine dell'anno, il consigliere rientrava nella vita privata. Era un gravissimo delitto da parte di un consigliere accettare un qualsiasi regalo.

I Dieci sceglievano fra di loro tre Capi che servivano per un mese, durante il quale era loro vietato andare in giro per la città e frequentare negozi o altri locali pubblici in cui si recasse l'aristocrazia. Il primo giorno del loro mese di servizio, i tre Capi dovevano presentare alla Signoria una lista dei prigionieri detenuti nelle prigioni dello Stato su ordine dei Dieci; essi dovevano pure consigliare quei miglioramenti che sembravano loro necessari nell'organizzazione delle prigioni, e per di più dovevano dare gli ordini necessari per affrettare i processi in corso. Essi dovevano comunicare ai Dieci gli arresti eseguiti dai precedenti Capi, e indicar loro i processi che non fossero terminati nel mese precedente.

Le denunce, spesso, venivano poste nelle cosiddette 'bocche del leone', una delle quali si trova ancora nella parete della sala dove si riunivano i Dieci. Ma ogni denuncia, e soprattutto le denunce anonime, era esaminata con la massima cura, e si prendevano tutte le misure per non arrestare innocenti denunciati per odio da un nemico. Le denunce false erano considerate come delitti e il loro autore veniva punito.

Durante il processo, che generalmente si svolgeva al buio, gli accusati avevano il diritto di far chiamare qualsiasi persona che fosse necessaria alla loro difesa. Quando poi era proferita una condanna, essa veniva messa ai voti, e se otteneva solo cinque voti o meno, l'accusato era rimesso in libertà. Ma anche se la sentenza otteneva più della metà dei voti, i giudici dovevano votare quattro volte prima che la condanna fosse considerata definitiva. Come vedono, tutte le misure pensabili a quel tempo erano prese perché solo i colpevoli fossero condannati.

E le prigioni! Quanto male si è scritto sulle prigioni del Palazzo Ducale! Anche qui, la realtà era ben diversa dall'immaginazione degli autori. Ché in realtà a quel tempo la Serenissima era ammirata da tutte le nazioni, da tutti gli uomini colti, per la giustizia umana con cui trattava i suoi prigionieri. Pensino per esempio che fin dal 1443, cioè in piena Inquisizione, il Maggior Consiglio decise di mettere gratuitamente al servizio degli accusati poveri un avvocato, al quale un secolo più tardi fu aggiunto un secondo avvocato.

È vero che Venezia, come tutto il resto dell'Europa del tempo, adoperava la tortura per ottenere la confessione degli accusati, ma in quale altro paese, in quale altra nazione di quell'epoca il tribunale aveva al proprio servizio un medico incaricato di esaminare i detenuti e di far sapere al Consiglio se erano in grado di sopportare la tortura? E in quante altre città c'era, fin dalla metà del sedicesimo secolo, un ospedale per i prigionieri ammalati? Aggiungano a ciò che la pulizia delle celle e la quantità di vino e di altri viveri fornita ai prigionieri erano controllate con cura.

No, non si venga a dirmi che la Serenissima era particolarmente crudele!

In altre cose pure, la Repubblica Veneta fu in anticipo di parecchi secoli sul resto dell'Europa. Prendiamo per esempio la flotta mercantile: ogni anno, sei vaste flotte, ciascuna di cinquecento velieri, salpavano verso il Mar Nero, Costantinopoli e la Grecia, i porti della Siria, l'Egitto e l'Africa del Nord, l'Olanda e l'Inghilterra. Tutti quei velieri erano proprietà dello Stato. Ogni primavera, si comunicava il numero delle navi pronte a partire, dopo di che esse venivano noleggiate da mercanti e capitani, che dovevano provare di essere atti a comandare una nave mercantile e di possedere un capitale sufficiente. Su ogni nave ci doveva essere posto per sei giovani nobili, che in quel modo imparavano l'arte di navigare e studiavano il commercio internazionale.

Tutte le navi mercantili di Venezia erano costruite secondo modelli fissi e si potevano trasformare in navi da guerra. A bordo ogni uomo, marinaio o passeggero, era armato e doveva difendere la nave se veniva assalita. Quando la nave salpava per qualche porto lontano, il capitano sapeva inoltre che in ogni parte del mondo c'erano stazioni marittime della Repubblica in cui egli avrebbe potuto riparare rapidamente eventuali danni arrecati alla sua nave, dato che tutte le parti delle navi veneziane erano fatte su piani identici.

Le condizioni di vita a bordo erano controllate con cura, ed era severamente proibito caricare sulla nave più di un certo peso massimo. Ogni nave aveva la sua orchestra. Nel 1476 fu fondata un'organizzazione, che portò il nome di San Niccolò, patrono dei marinai, destinata a soccorrere i marinai della marina mercantile. Essa fu il modello secondo cui vennero organizzate, in tempi moderni, tutte le istituzioni dello stesso genere».

Manin si fermò ridendo. Aveva parlato senza interruzione per un quarto d'ora, e si era accorto a un tratto che Bruno e le due donne lo guardavano divertiti, come se assistessero a uno spettacolo.

«Ora basta!», esclamò il veneziano, «si direbbe che sono l'avvocato di un innocente accusato di un delitto che non ha mai commesso, mentre invece sto parlando di una città amata e ammirata nel mondo intero! Avanti! Il resto del Palazzo ci aspetta».

Quando ebbero finito la visita e furono di nuovo usciti sulla Piazza, Joy ebbe l'idea di farsi fotografare mentre dava del granturco ai piccioni di San Marco.

Mentre Bruno e Dorabel la fotografavano, uno con la macchina fotografica, l'altra con la cinepresa, Manin disse: «Sanno che questi piccioni sono per così dire un'istituzione pubblica? Già la Repubblica li manteneva a spese del governo, e dopo un breve periodo in cui furono mantenuti da persone private, oggi vivono di nuovo a spese del Comune. Ogni giorno, alle nove di mattina e alle due del pomeriggio, il Comune fa spargere una certa quantità di granturco per i piccioni di Piazza San Marco». «Bella cosa per il commercio del granturco!», disse Bruno ridendo. «Senza dubbio», disse Manin, e soggiunse: «E sa cosa dicono i veneziani? Dicono che quando i piccioni di San Marco sentono avvicinarsi la fine, volano via e vanno a morire in un luogo lontano conosciuto solo da loro». «Che gentile tradizione!», esclamò Joy, dando gli ultimi chicchi ai piccioni che le stavano sulle spalle. Poi tutti e quattro tornarono all'albergo, prima di andare a pranzare in qualche ristorante della città vecchia.

«Mi dica, per favore», domandò Dorabel mentre camminavano lungo la Riva degli Schiavoni, «come fanno i veneziani a trovare un indirizzo, coi numeri fantasticamente alti che hanno le loro case?». «Ah! l'ha notato?», rispose Manin, «infatti è un sistema differente da quello che si usa in altre città. Fatto sta che Venezia è divisa in sei cosiddetti 'sestieri'. San Marco è nel primo, la Riva degli Schiavoni nel secondo. E siccome in ogni sestiere la numerazione è continua, invece di ricominciare da capo ad ogni calle, si hanno degli indirizzi come, per esempio, 'San Marco 4360' o 'Santa Croce 2113'. Tre dei sestieri hanno più di cinquemila numeri! Solo nell'isola di Sant'Elena, che vedono laggiù, in fondo al Canale di San Marco, la numerazione segue il sistema in uso nelle città di terraferma, coi numeri pari a destra e i numeri dispari a sinistra, ricominciando da capo ad ogni via e calle. Bè, èccoci arrivati; ora, a questo punto, io dico Loro arrivederci e ...». «No! come? perché?», lo interruppero Joy e Dorabel.

«Ma scusino, non vorrei mica imporre Loro la mia presenza tutto il santo giorno! Finirebbero col mandarmi al diavolo!». «Ma s'immagini!», esclamò Joy col suo più gentile sorriso, «Lei è una persona preziosissima! Dove troveremmo un cicerone simile? No, caro signor Manin, Lei adesso aspetta un momentino quaggiù assieme a Bruno, mentre io e la mamma andiamo su a lavarci un po', e poi andiamo tutti quanti in un ristorante, come ci eravamo messi d'accordo». «Va bene, ma solo a condizione che Loro siano ospiti miei!». «Ma ...», cominciò Dorabel. «È una condizione assoluta!», la interruppe Manin, «o Loro accettano di essere invitati da me, o io me ne vado!». «Che tiranno!», disse Joy ridendo, e Dorabel decise: «Va bene, per questa volta ci arrendiamo. Vieni, Joy! Torniamo fra cinque minuti». «Non abbiamo mica fretta, signora! Faccia con comodo! Noi intanto fumiamo una sigaretta e facciamo quattro passi davanti all'albergo». Le due donne salirono in camera, e un quarto d'ora più tardi tutti e quattro se ne andarono a pranzare.

Capitolo quarantasette (47): ADDIO, VENEZIA!

Bruno, Dorabel e Joy si trattennero a Venezia per più di una settimana. Il penultimo giorno arrivò anche Annibale, e così tutti e quattro lasciarono - a malincuore - la Regina dell'Adriatico per recarsi a Milano, da dove dovevano proseguire verso le Alpi.

L'ultima serata del loro soggiorno veneziano era stata incantevole: in un cielo d'un azzurro cupo cosparso di stelle, la luna piena splendeva sulla laguna appena accarezzata da un vento leggero. I palazzi, i ponti e le case del Canal Grande parevano ricoperti da un manto d'argento. Tutta Venezia sembrava un sogno, una meravigliosa visione di fiaba piuttosto che una città vera, di pietra e di mattoni.

Manin, quella sera, aveva proposto a tutti quanti di fare una gita in gondola per i canali, con una di quelle serenate il cui ricordo ha sempre fatto sognare i turisti.

E anche Bruno, adesso, seduto nello scompartimento del treno che li portava verso Milano, sognava la serenata di quella sera indimenticabile.

La gondola era venuta a prenderli all'albergo verso le nove, e li aveva condotti per rii e canali fino a un punto al di là del ponte di Rialto dove una diecina di altre gondole erano già riunite intorno a una zattera. Su quella zattera si trovava un'orchestra di cinque musicisti e due cantanti. Si aspettavano ancora le gondole di due alberghi.

Finalmente erano arrivate anche quelle, e alle dieci meno un quarto il capo dei musicisti aveva fatto segno di cominciare. L'orchestra si era messa a suonare una nota canzone veneziana, mentre due rematori avevano cominciato a sospingere la zattera sulle acque scintillanti di luci, trascinando nella sua scia le gondole cariche di turisti. I lampioncini che illuminavano la zattera si riflettevano nello specchio tranquillo del canale. L'acqua scorreva lungo i fianchi delle imbarcazioni con un lieve fruscio che sembrava accompagnare la musica dell'orchestra.

E quando il cantante, poco dopo, aveva intonato un'altra nota canzone italiana, una giovane voce di donna, calda, carezzevole, lo aveva accompagnato. Non era la voce della cantante che gli stava accanto sulla zattera. No, era Joy che, come quel pomeriggio a Santa Lucia, si era messa a cantare improvvisamente, perché la musica, lo scintillio delle stelle, il chiaro di luna, tutta quella visione quasi irreale, avevano suscitato in lei un bisogno irresistibile di esprimere in qualche modo la felicità di cui era pieno il suo cuore.

Quando aveva finito, da tutte le gondole che seguivano nella scia della zattera, i turisti che ascoltavano la serenata avevano rivolto a Joy un bell'applauso. Anche Bruno aveva cominciato ad applaudire, ma si era fermato subito: si era accorto che il sentimento di ammirazione che aveva per Joy si era mutato in qualche cosa di molto più profondo. E gli era quasi sembrato che il suo applauso avrebbe rivelato a tutta quella gente il suo nuovo sentimento. Bruno, dunque, aveva tentato di nascondere fino a che punto lo avesse turbato il canto della giovane americana, e perciò aveva chinato il capo, come se stesse pensando, senza proferire parola. Quando aveva rialzato lo sguardo, si era accorto che Dorabel l'osservava con un sorriso quasi impercettibile, come se avesse indovinato la causa di quel turbamento.

Bruno, allora, aveva di nuovo chinato la testa arrossendo, ed aveva fatto finta di essere assorbito in qualche grave pensiero, ben lieto che la luce fosse troppo pallida per poter distinguere nettamente i volti delle persone.

Egli non si rammentava più come fosse trascorso il resto della serenata. Quando, finiti il canto e la musica, le imbarcazioni erano tornate ai rispettivi alberghi, Bruno era stato il primo a saltare sulla riva. Mentre il gondoliere tratteneva la gondola col suo gancio, Bruno aveva aiutato Vespucci a saltare a riva anche lui. Poi aveva teso la mano a Joy per aiutarla, mentre Vespucci, dal canto suo, tendeva il braccio alla moglie.

Bruno aveva un piano: mentre aiutava Joy a saltare a terra, le aveva fatto cenno di volerle dire qualcosa. Appena essa aveva lasciato la gondola, lui l'aveva tirata in disparte e le aveva mormorato rapidamente: «Joy, non posso più aspettare un momento! Devo assolutamente dirLe ...». La ragazza aveva gettato un rapido sguardo sul volto turbato del giovanotto, e il sentimento che vi aveva letto le aveva fatto chinare il capo, profondamente turbata a sua volta. Con un filo di voce essa aveva mormorato: «Dirmi ... che cosa?». «DirLe che...», aveva incominciato Bruno, ma proprio in quell'istante era stato interrotto da un alto grido di aiuto seguito da un tonfo, come se qualcuno fosse caduto nel canale!

Era Dorabel che, fidandosi delle forze del marito, aveva voluto fare un salto leggero e giovanile ... ed era caduta nel canale, fra la gondola e la riva. Era stato quello il tonfo che Joy e Bruno avevano sentito.

Bisogna dire, purtroppo, che la prima reazione di Bruno era stato un sentimento di rammarico: chissà quando sarebbe tornata un'occasione come quella per parlare un momento da solo a solo con Joy! Ma il rammarico era durato solo un istante, e la seconda reazione di Bruno era stata quella di correre in aiuto a Dorabel. Per fortuna non ce n'era bisogno: il gondoliere aveva teso il suo gancio a Dora, che l'aveva già afferrato, e il gondoliere, sdraiato a terra, le aveva porso la mano. Un momento dopo, Dorabel era sulla riva, grondante d'acqua, pallida e tremante per la paura, incapace di proferire parola. Vespucci invece, dal canto suo, sembrava incapace di stare zitto. Salterellava intorno alla moglie come un cagnolino spaurito, con piccoli gesti di premura, ripetendo continuamente la medesima frase: «È stata colpa mia! È stata colpa mia!».

Finalmente, il gondoliere, a cui il pover'uomo faceva proprio compassione, gli aveva detto: «Andiamo, non è tutta colpa Sua, anche la signora ha avuto il torto di non stare più attenta saltando sulla riva». Queste parole avevano fatto a Dorabel l'effetto di uno schiaffo. Scattando come una molla verso il povero gondoliere, essa gli aveva gridato in faccia: «Lei farebbe meglio a badare ai fatti suoi! Chi Le ha dato il permesso di giudicare le mie azioni? Mio marito non ha bisogno di essere difeso! Bella figura che mi fa fare!».

Il ganciere, tutto spaurito, aveva teso le braccia in avanti facendo un gesto di difesa e indietreggiava davanti all'impeto dell'americana, balbettando tutto confuso: «Ma signora, Lei mi ha inteso male, io non volevo mica giudicare le Sue azioni, volevo solo riconfortare il signore, mi faceva compassione, poveretto, aveva tanta premura per Lei, si rammaricava tanto ...». Ma nulla avrebbe potuto calmare Dorabel, che aveva bisogno di far dimenticare la ridicola figura che sentiva di aver fatto. Con rinnovata foga, essa si era slanciata di nuovo contro il gondoliere, che invano tentava di calmarla: «Sa che cos'è Lei? Glielo dico io, Lei è un insolente! Lei è uno stupido! Lei è un ... un ...». Dora si era fermata, per mancanza di termini sufficientemente forti, e, scrollando il capo con un gesto da imperatrice, si era avviata verso l'albergo, senza nemmeno voltarsi per vedere cosa facevano la figlia e il marito, persuasa che l'avrebbero seguita.

Effettivamente, Joy, che era stata la prima a reagire alla sorpresa, aveva raggiunto di corsa la madre e aveva esclamato: «Brava mamma! Dove hai imparato tante parole italiane? Sono piena di ammirazione, sai? Io, dopo sei mesi di studio, non sarei capace di fare un discorso come quello che hai fatto tu al gondoliere. Sei veramente fantastica!». Erano proprio quelle le parole che ci volevano per calmare Dorabel. Essa non aveva risposto, ma il suo sorriso, benché non fosse certo sereno, aveva già annunciato il ritorno del bel tempo. E le due donne avevano cominciato a parlare degli abiti grondanti di Dorabel e della necessità di cambiarsi presto, per non prendere un raffreddore, o, peggio ancora, una polmonite.

Bruno, dal canto suo, avendo perduto ogni speranza di parlare da solo a solo con Joy quella sera, era rimasto ad aspettare Vespucci. Questi, infatti, aveva giudicato che sarebbe stato insolente di andarsene senza fare delle scuse al gondoliere maltrattato da Dorabel. Non era certo una cosa gradevole, ma anche i doveri meno piacevoli bisogna pur compierli. Vespucci perciò, purtroppo senza consultare Bruno, aveva fatto un passo verso il vecchio e tirando fuori cinque biglietti da mille glieli aveva voluti dare, balbettando confuso: «Mi scusi, creda, non capisco com'è successo, mia moglie non sapeva proprio cosa diceva, La prego di ...». Ma il vecchio era indietreggiato di un passo, come se quelle parole lo avessero colpito. Vespucci, attonito, si era fermato e aveva ritirato la mano che teneva i fogli da mille, stupefatto di vedere quel povero e umile marinaio mutarsi improvvisamente in un fiero suddito della Serenissima.

«No, signore!», aveva esclamato il ganciere, «l'onore di un veneziano non si compra! Si tenga il Suo denaro. Noi non siamo ricchi, tuttavia certe cose non le vendiamo». Poi aveva aggiunto con un sorriso amaro: «Dica piuttosto alla Sua signora che un'altra volta ci pensi bene prima di insultare un pover'uomo. Fa male qui», e aveva accennato il proprio cuore. Poi, dopo aver salutato Vespucci con un inchino fiero, ma nonostante ciò pieno di cortesia, era tornato al suo lavoro, mentre Annibale, mortificato, col capo chino per la vergogna, si era incamminato verso l'albergo, in compagnia di Bruno.

«Animo, signor Annibale!», aveva esclamato Bruno mentre salivano le scale, volendo rinfrancare il pover'uomo assorbito nei suoi tristi pensieri, «animo! sono cose che capitano, non si rattristi a codesto modo. Quel uomo era veramente troppo fiero e ostinato! Si può serbare intatto il proprio onore senza addirittura insultare la gente. Avrebbe potuto esprimersi in modo più cortese, non Le pare?». «Caro Bruno, La ringrazio», disse Vespucci, «Lei sì che è molto cortese. Ma vede, ciò che mi mortifica non è la risposta di quel pover'uomo - che, lo ammetto, mancava di cortesia - ma la condotta di Dorabel. Il gondoliere, in fondo, aveva perfettamente ragione, perché Dora non aveva nessuna necessità di accanirsi in quel modo contro di lui. Mia moglie ha reagito in modo insolente, ed è appunto questo ciò che mi rattrista». «Ebbene», rispose Bruno, «ammettiamo pure che Lei abbia ragione - guardi che io non condivido il Suo parere - ma in ogni modo Lei ci ha pensato abbastanza, e ora, piuttosto, occorre pensare a ciò che faremo domani. Andiamo direttamente a Torino, fermandoci a Milano solo un paio d'ore, o restiamo a Milano un po' più a lungo, per vedere il Duomo, la 'Cena' di Leonardo da Vinci e i musei?».

Vespucci non aveva risposto, assorbito di nuovo nei suoi pensieri, e Bruno aveva dovuto rinnovare la domanda. Annibale l'aveva guardato un momento, come se nemmeno allora avesse inteso bene, poi si era scosso e, facendo uno sforzo, gli aveva risposto con tono normale: «Che ne pensa Lei? Che cosa propone?». «Io direi di rimanere a Milano tre o quattro giorni, perché ci sono veramente molte belle cose da vedere, specie nei musei». «Va bene, allora - se Dorabel è d'accordo ...», aveva detto Vespucci, aggiungendo, come per scusarsi: «Capirà, specie dopo quanto è accaduto, proprio non mi sento l'animo di discutere con mia moglie». «No, certo, La capisco perfettamente». «Bene, allora, se permette, io passo un momentino da Dorabel prima di tornare in camera», aveva concluso Vespucci.

A tutto questo pensava Bruno mentre il treno li portava tutti e quattro verso Milano. Dopo quella serata, egli non aveva ancora avuto l'occasione di parlare da solo a solo con Joy. Aveva cercato di non pensarci, aveva chiuso gli occhi per provare a dormire, ma l'immagine della fanciulla gli era entrata troppo profondamente nell'animo per uscirne così presto. «E va bene!», concluse infine il giovanotto, «giacché l'amo, giacché sono innamorato senza alcuna speranza di guarigione, ciò che conviene fare innanzi tutto, la sola cosa che preme è di dirglielo. Tutto il resto ...», e Bruno fece con la mano un gran gesto nell'aria. I Vespucci scoppiarono a ridere. Bruno rise anche lui, e il resto del viaggio fu tutto una conversazione su Milano, sull'arte moderna e sulle ultime tappe del loro giro d'Italia.

Rimasero a Milano una settimana intera, perché proprio in quel momento c'era un'interessantissima mostra d'arte moderna italiana che Joy e Dorabel vollero assolutamente vedere. Inoltre, c'era un'esposizione di architettura che interessò molto Vespucci. Andarono dunque più volte a tutte e due le esposizioni, ma la presenza di Dorabel, che sembrava trovare un vero piacere ad essere sempre con Joy, impedì a Bruno di avere con la fanciulla la conversazione che desiderava. Invano egli suscitava ogni giorno cento occasioni di parlarle, moltiplicando gli sforzi per far andare Dorabel con Vespucci. Quel 'diavolo di donna' - come spesso, ridendo, la chiamava il marito - intuiva ogni volta in un baleno i piani del giovanotto. Infatti Dorabel aveva un'intelligenza assolutamente normale, ma era dotata di un'intuizione poco comune: dove altri avanzavano alla cieca per mancanza di segni chiari, essa, cogliendo a volo cenni appena percettibili, indovinava subito la strada giusta con una sicurezza che sbalordiva suo marito. Volendo, come la maggior parte degli uomini, trovare a tutte le cose una spiegazione, Vespucci faceva ogni volta la medesima osservazione: «È nella natura delle donne di servirsi dell'intuizione dove noi altri uomini ci serviamo della ragione. E siccome la ragione ha bisogno di tempo per compiere il proprio lavoro, mentre l'intuizione coglie a volo senza distinguere il vero dal falso, ciò spiega come talvolta ci accada di essere - per qualche momento soltanto! - sorpassati dalle donne». E Annibale finiva sempre il discorso con la stessa frase: «Ma bisogna ammettere che appunto l'assenza della ragione nel cosiddetto ragionamento delle donne lo rende generalmente assai incerto, per cui la vittoria finale appartiene sempre a noi. Anche questo è nella natura delle cose».

Però quando Dorabel, una sera, aveva preso Annibale in disparte e gli aveva detto che non si poteva più ignorare il fatto che Bruno era perdutamente innamorato di Joy e che essa, dal canto suo, sembrava ripagare i sentimenti del giovane, Annibale, attonito, aveva dovuto ammettere che, per una volta, l'intuizione di Dorabel aveva lavorato meglio del suo proprio intelletto. E dopo aver fatto a malincuore quella concessione, Annibale aveva esclamato, come se scorgesse a un tratto mille pericoli nascosti: «Ciò è molto grave! Con queste cose non si scherza! Occorre assolutamente prendere al più presto le misure necessarie! Che brutto affare per noi vecchi! Vediamo, vediamo ..., c'è Bruno, c'è Joy ..., èh ...». «Di che stai parlando, si può sapere?», domandò Dorabel, «che misure intendi prendere? e contro chi? e contro che cosa? Vuoi impedire che si vogliano bene? e mi potresti dire come ci riusciresti?». «Sto appunto pensandoci, no?», rispose Vespucci. Dorabel replicò: «Pensa, pensa. Ma intanto, mi permetterai di fare un ragionamento molto semplice. Joy compirà fra poco diciannove anni, è in età di decidere del proprio destino. La nostra parte in questo piccolo dramma si limita a consigliarla se essa ce lo domanda, e ad aiutarla appena ne avrà bisogno. Per conto mio, sarei pronta ad accettare Bruno come genero se fosse un po' meno giovane, ma ...». «Bene inteso, non dico altro, figurati se io non desidero che Joy ...», balbettò Annibale, con quell'aria spaurita che aveva già fatto compassione al vecchio gondoliere. «Allora ti raccomando di stare zitto e di non ficcarti d'ora innanzi in quest'affare. Lascia fare a me, e io ti farò cenno quando avremo bisogno di te!», concluse Dorabel. E Vespucci, che non si sentiva l'animo di continuare la discussione, si era affrettato a dar retta alla moglie.

La vera ragione per cui Dorabel aveva tagliato corto era che, un momento prima, le era sembrato di udire nel corridoio i passi di Joy, ed essa non voleva assolutamente che la ragazza sentisse la conversazione fra lei e il marito. Infatti, qualche secondo dopo, Joy entrò nella camera. Vespucci, confuso e ancora un po' stordito dal flusso delle parole di Dorabel, si affrettò a ritirarsi, borbottando una scusa qualunque che non udirono né la figlia né la moglie.

Poco dopo appariva anche Bruno. Come sempre, cercava un'occasione di parlare a Joy in disparte. Continuando a non riuscirci, affrettò il più possibile la partenza per Torino, sperando che lì, almeno, l'occasione si sarebbe infine presentata.

Capitolo quarantotto (48): LE ALPI

Erano arrivati a Torino nella tarda mattinata ed erano subito usciti per fare, rapidamente, una visita iniziale della città. Poi, dopo pranzo, si erano riuniti nel salone dell'albergo perché Vespucci voleva preparare l'ultima e decisiva tappa del suo giro d'Italia.

Il salone era grande e gli ospiti dell'albergo poco numerosi, cosicché i quattro avevano facilmente trovato un angolino quieto, in disparte dall'andirivieni dei camerieri che servivano caffè, liquori e altre bevande ad alcuni clienti. Vespucci aveva aperto sul tavolo una carta della Valle di Susa alla scala di uno a cinquantamila, e stava ora spiegando il suo piano.

«Partiremo da Torino fra qualche giorno. Compreremo la roba necessaria per me e per Bruno (dovremo salire a piedi a più di duemila metri), e faremo provvista di ...». «Un momentino, papà!», lo interruppe Joy, «per te e per Bruno, dici? E di me, che ne fate?». «Di te? Ma ... tu rimani con la mamma, no?». «Ma neanche per sogno! Scusami, sai, mamma, non lo dico mica per offenderti!». «No, cara, mi rendo perfettamente conto dei tuoi motivi ...». «Ah, sì?», e Joy guardò la madre domandandosi fino a che punto questa avesse indovinato, se davvero alludeva ai suoi sentimenti per Bruno, oppure se l'allusione non esisteva che nella sua immaginazione. «In ogni modo, bisognerà che le parli sul serio un'altra volta», pensò la ragazza, e proseguì ad alta voce: «Dunque, caro papà, io vengo con voi due, e le provviste le compri per tutti e tre!». «Mi pare un ordine», disse Vespucci, accompagnando le proprie parole con un gesto comicissimo, che li fece ridere tutti quanti, turbando la quiete del salone.

«Va bene», soggiunse Annibale quando poté parlare, «se tu pensi di potercela fare, io, per essere sincero, sarei felicissimo di averti con me. Anche perché per Bruno sarebbe certo noioso stare parecchi giorni tutto solo, in compagnia di un vecchio come me. No, no! non cerchi di protestare, caro Bruno, so bene quel che dico. E poi, Lei non deve mica credere che io mi stia commuovendo sulla sorte delle persone sole! Anzi, per parte mia, Le confesso che certe volte preferisco andare a passeggio da solo. Glielo dirà anche mia moglie: in America, faccio spesso delle lunghe passeggiate solitarie». «È vero», confermò Dorabel, «quando Annibale è stanco di vedersi attorno tutta quella gente che c'è a Washington, prende il treno, scende a una stazione in aperta campagna, e fa chilometri e chilometri a piedi. Da principio, quando Joy era piccina ed io non potevo lasciarla sola in casa, mi faceva pena immaginare Annibale che andava in giro tutto solo senza nessuno a cui parlare. Perché, vede, noi allora eravamo proprio due giovani sposi sempre insieme. Poi, invece, mi sono resa conto che quelle passeggiate solitarie gli facevano piacere. Io sarei morta di noia, ma lui ...».

«Vede?», disse Vespucci, «e adesso proseguiamo. Joy viene con noi, siamo intesi. Ora si tratta dunque di passare al punto seguente: le tappe successive della nostra escursione. Guardate un po' la carta. Ecco Torino, ed ecco qui il Monginevro, il punto più alto sul cammino seguito da Annibale. Noi risaliremo prima la cosiddetta Valle di Susa, che in realtà è la valle della Dora Riparia, e passeremo la prima notte a Susa. Sono solo cinquantatré chilometri in linea retta, ma io dovrò fermarmi parecchie volte e fare mille giri e rigiri, cosicché una giornata intera mi basterà appena per fare le mie indagini.

Da Susa risaliremo la vallata fino a Cesana, dove lasceremo la macchina. Mi pare di avervi già detto che prenderemo una macchina a nole, no? Da Cesana proseguiremo a piedi fino al colle del Monginevro. Passeremo forse il confine francese. Dunque sarà bene portare un po' di denaro francese e i nostri passaporti o altri documenti. Non si sa mai. A proposito, Bruno, Lei ce l'ha il passaporto?». «Sì, me lo son messo in tasca all'ultimo momento insieme alla patente, senza sapere nemmeno a che cosa mi poteva servire». «Meno male. Noto che se Lei non l'avesse avuto ci saremmo ingegnati di non varcare il confine. Comunque, meglio così. Sono lieto che questo lato della nostra spedizione sia in ordine. E ora, usciamo a comprare le provviste necessarie e a fare gli ultimi preparativi. Già, prima di tutto dobbiamo andare in banca a riscuotere un assegno. Credo che ci sia una succursale della Banca Commerciale proprio qui vicino». «Lei ha un conto corrente alla Banca Commerciale?», domandò Bruno. «No», rispose Vespucci, «in America ho conti correnti in diverse banche perché è un sistema pratico, specie per fare pagamenti. Ma per l'Italia, invece di aprire un conto corrente, ho trovato più pratico di farmi fare degli assegni turistici prima di partire dall'America. E anche più sicuro, se uno li smarrisce».

Dorabel preferì rimanere in albergo, perché aveva delle lettere da scrivere ed era anche piuttosto stanca. Quando Vespucci e i due giovani tornarono, carichi di pacchi, Dorabel mandò Joy in camera sua a prenderle uno scialle che essa aveva cercato invano, dopo di che disse a Bruno di aspettare un momento nel salone. Poi prese Annibale per un braccio, ciò che era sempre segno che voleva tirarlo in disparte per discorrere di cose confidenziali, e lo portò nella sala di scrittura, dove in quel momento non c'era nessuno. «Qui staremo in pace», disse, «per discorrere di certe cose che ho da dirti». E proseguì, sempre stringendo l'avambraccio del marito: «Come ti dicevo stamattina, ho pensato molto, in questi ultimi tempi, al sentimento che sta nascendo fra Joy e Bruno. Per essere sincera - anche questo te l'ho detto - non vedo nessun ostacolo particolare ... insomma non vedo nessun motivo perché Bruno non debba entrare nella nostra famiglia; però ...», e Dorabel alzò le sopracciglia per sottolineare l'importanza di ciò che si accingeva a dire: «Ti ripeto che non vedo nessun particolare ostacolo. Anzi, il giovane Rossi dovrebbe essere un buon partito per la nostra figliola: è di buona famiglia, mi pare pieno di salute, intelligente, e per di più è un bel ragazzo. Ma tutte queste belle qualità non bastano per fare un buon marito, e ti confesso che mi preoccupa il fatto che Bruno non abbia ancora deciso definitivamente ciò che vuol fare nella vita. Non mi pare un buon segno, ecco. So che lo interessano varie cose, ma è appunto questo che mi piace poco. Un mio parente - il figlio di mio cugino, per essere precisi - era anche lui un ragazzo intelligente, con molti interessi e con doti eccezionali, però incapace di risolversi a scegliere fra le varie strade che gli si offrivano. E tu sai bene com'è andato a finire ...». «Sì, me l'hai detto parecchie volte», rispose Annibale fingendo di ricordarsi, ma in realtà facendo inutilmente sforzi disperati per rammentare la triste sorte del parente di Dorabel. «Già», disse Dorabel, che non era facile ingannare, «tu non ti ricordi mai di niente. E poi tu non ti sei mai curato della mia famiglia. Però questa volta spero che sarai meno indifferente a ciò che ti sto dicendo, giacché si tratta di tua figlia». «Ma figurati, cara Dorina, ti ascolto con estrema attenzione!», protestò Annibale, disperando ormai di ricordare il nome di quel parente, e fingendo più che mai di ascoltare con attenzione la moglie. Questa scrollò le spalle, poi riprese: «Quel povero giovanotto è ora ridotto a uno stato di estrema povertà, e il suo orgoglio gli impedisce di accettare soldi dalla famiglia. Preferirebbe chiedere l'elemosina... Non dico, ben inteso, che Bruno debba finire così anche lui, ma ... vorrei che Joy aspettasse fino a quando Bruno si sarà fatto una posizione. Allora, solo allora, sono disposta a dare la mia benedizione al loro matrimonio. Spero che tu condivida il mio punto di vista». «Io? Eh ... sì, certo, certo, sono interamente d'accordo con te, mia cara!», si affrettò ad affermare Vespucci, temendo di irritare la moglie se si mostrava di parere contrario.

Dorabel, pur non lasciandosi convincere dalla finta adesione del marito, si mostrò soddisfatta e disse a mo' di conclusione, lasciando finalmente il braccio di Annibale: «Va bene, allora parlerò con Joy stasera stessa e le dirò quanto abbiamo deciso». Invece, quel pomeriggio avvenne una cosa che rovinò il suo piano, costringendola a rimandare a più tardi il discorsetto che intendeva fare a Joy.

Avvenne che la radio trasmise un bollettino meteorologico che annunciava per la fine della settimana grandine, pioggia e nebbia. Quel bollettino fece molto dispiacere a Joy, che sospirò con l'aria di una bambina delusa: «Che noia, allora non si parte più!». Ma Annibale, invece, sembrava che non aspettasse altro. Appena ebbe sentito la parola 'nebbia', saltò su esclamando: «Non c'è un minuto da perdere, partiamo domani stesso, alle prime luci dell'alba! Così, prima che vengano le nebbie di cui ha parlato la radio, noi saremo già tornati». Tutti gli sforzi di Dorabel per dissuaderlo furono vani, e dopo aver provato a convincerlo in tutti i modi, essa dichiarò: «Sei più cocciuto di un mulo! Comunque, giacché è inutile parlare con chi non è ragionevole, mi permetterai almeno di aiutare Joy a fare il suo sacco da montagna!». «Fate quello che volete! Io e Bruno abbiamo un sacco di roba da sistemare prima di coricarci. Vieni, Bruno!». Salirono dunque tutti e quattro, e, fermandosi un momento sulla soglia della camera, Annibale disse a Joy: «Mi raccomando, non andare a letto troppo tardi. Domattina ci dobbiamo svegliare alle cinque! E alle sei si parte. Buona notte!».

La mattina seguente, alle sette, l'auto che Vespucci aveva noleggiato era già uscita di città e stava filando verso le montagne, risalendo il corso della Dora Riparia. Vespucci aveva aperto il finestrino e respirava felice l'aria mattutina. Bruno sorrideva in silenzio. Lo riempiva di gioia il pensiero di passare tre o quattro giorni con Joy e con Annibale, il quale, distratto come sempre, non gli avrebbe impedito di avere finalmente con la fanciulla quella conversazione che rimandava da tanto tempo.

Faceva un tempo meraviglioso. I tre fecero colazione in riva al fiume, in un posto da cui si contemplava una bellissima vista. Poi continuarono a salire lentamente, fermandosi spesso, traversando il fiume, ritraversandolo, lasciando ad ogni momento la nazionale 25 - che va da Torino a Susa - per fare, come aveva detto Vespucci, mille giri e rigiri per quella campagna che aveva visto passare, più di duemila anni prima, gli eserciti di Annibale.

Vespucci era felice come un ragazzo. Camminava svelto per viottoli e sentieri, trascinandosi dietro Bruno e la figlia, che, malgrado fosse abituata a lunghe gite in montagna, lo seguiva a stento, ma sembrava voler evitare ad ogni costo di rimanere sola con Bruno. E il giovanotto, che se ne rendeva conto, perdette presto il buon umore della mattina e fu preso da una malinconia che finì col comunicarsi anche a Joy. Cosicché a un certo punto l'unico che continuò a parlare fu Vespucci, che seguitava a discorrere dei suoi progetti, dei risultati già ottenuti, di tutto ciò che gli passava per la mente. L'imminenza della meta, la speranza di raggiungere finalmente la prova definitiva delle sue teorie, lo rendevano felice, gli mettevano le ali ai piedi.

E così egli arrivò già la sera del giorno seguente a Cesana, sulla nazionale 24, a meno di dieci chilometri dal colle del Monginevro e dalla frontiera francese. Lì, lasciarono l'automobile in un garage e la mattina dopo si destarono all'alba e si misero in cammino, abbandonando subito la strada nazionale, per seguire mulattiere e sentieri sempre più ripidi.

Verso le undici, Joy si gettò per terra, esausta, e giurò che non si sarebbe mossa prima di aver fatto colazione e di essersi riposata almeno un'ora: «Sono sfinita! Ho male alle caviglie. Non mi muovo!», esclamò. Vespucci la guardò con stupore, poi si volse verso Bruno, e siccome il giovanotto confermò che era necessario fermarsi per riprendere fiato, egli ripose nella tasca della giacca a vento la carta che consultava a ogni momento, notando man mano su un taccuino le sue osservazioni.

Poi richiuse la bussola e disse: «Va bene, mangiamo», e i tre tirarono fuori dai sacchi i viveri che avevano portato.

L'aria era limpida e pura, una gran quiete regnava in tutto il paesaggio alpestre, ogni cosa sembrava promettere una splendida giornata. Si vedevano di già, al di là del Monginevro e del Monte La Plane, le foreste delle Alpi francesi e le vette che salivano a picco. Le più alte erano coperte di neve e di ghiaccio e scintillavano al sole. La luce era così intensa che i tre dovettero mettere gli occhiali neri per proteggere gli occhi. Dopo colazione, Vespucci si concesse un breve riposo, e fece ai due giovani delle confidenze molto interessanti sui suoi studi. La malinconia di Bruno era svanita, egli si godeva la vista di quello splendido panorama e divertì molto Joy scoprendo un'eco straordinaria, che ripeteva esattamente nella valle tutte le sue parole. La fanciulla era gentile e affettuosa, provavano entrambi una sensazione di intensa felicità, una sensazione di leggerezza ineffabile.

Alle dodici si rimisero in spalla i sacchi da montagna, e ripresero il loro cammino. Finalmente, tre ore dopo, Vespucci ripose definitivamente in tasca carta e taccuino, e dichiarò non senza un certo orgoglio: «Basta così. Ho finito, ho qui tutte le prove necessarie. Non c'è più nessun dubbio: le mie teorie sono esatte. Possiamo tornare».

Fu solo allora che si accorsero che l'aria non aveva più la limpidezza di prima e che foschi nuvoloni si accumulavano all'orizzonte. «Ahi!», esclamò Bruno, «ecco il cambiamento di tempo che annunciava il bollettino meteorologico. Affrettiamoci a scendere, in montagna un temporale può essere pericoloso». «Su via, affrettiamoci», gli fece eco Vespucci, e con un brivido per il vento freddo che a un tratto aveva cominciato a soffiare nella valle, i tre si accinsero a discendere verso Cesana.

Ma dopo mezz'ora appena di discesa, sentirono un cupo rumore che venendo dalle Alpi francesi saliva verso le vette, svegliando gli echi delle vallate. I tre alpinisti si fermarono. Bruno trattenne il respiro, poi disse con voce sommessa: «Capperi! Purché il tempo non si guasti sul serio. Allora sì che sarebbe un bel guaio!». Nessuno gli rispose, e i tre iniziarono la parte più ripida della discesa. Vespucci non osava guardare gli altri due: il pover'uomo aveva la coscienza piena di rimorsi, e andava ripetendosi che se ora accadeva qualcosa sarebbe stata colpa sua e di nessun altro, ché se lui non fosse stato tanto cocciuto e tanto poco prudente non si sarebbero trovati in quella situazione, e così via. La sola persona che aveva conservato la sua calma abituale era Joy. Essa aveva completa fiducia in Bruno, e finché egli era vicino a lei, non temeva nulla.

Capitolo quarantanove (49): LA DICHIARAZIONE MANCATA

Aspettarono per una mezz'ora che la nebbia si dileguasse, ma questa, invece di dileguarsi, diventò ancora più fitta e densa. I tre adesso stentavano a vedersi se non si tenevano quasi a portata di mano l'uno dell'altro. Vespucci cominciò a lamentarsi: «Ahi! poveri noi! E ora come facciamo a cavarci da questo pasticcio? Se la nebbia ci costringe a passare la notte quassù in montagna, stiamo freschi!».

«Se dobbiamo passare la notte all'aperto, certo che stiamo freschi!», disse Bruno ridendo, e poi soggiunse per riconfortare il pover'uomo che continuava a lamentarsi: «Animo, signor Annibale, non siamo mica perduti in mezzo all'oceano! Ci troviamo a un paio di chilometri appena dalla casa più vicina, no? Anche se questo nebbione non se ne va prima di sera, ce la caveremo senza difficoltà. Abbiamo una bussola e una carta, dunque siamo sicuri di poter tornare a Cesana. Ci metteremo il tempo che ci vorrà, d'accordo, ma ce la caveremo senz'altro. Come vede, la nostra situazione è poco piacevole, ma non è affatto tragica. Adesso, prima di tutto, io propongo di metterci in cordata». «In che cosa?», domandò Joy. «In cordata, cioè legarci l'uno all'altro con una lunga corda. Ce n'è una nel mio sacco. Così, se uno cade o scivola, gli altri due lo trattengono. Normalmente, ciò sarebbe superfluo su un terreno così facile, ma questa nebbia cambia tutto, e la cordata diventa una precauzione ragionevole. Proporrei che Lei, signor Vespucci, camminasse in testa, io per ultimo, e Joy fra noi due». La proposta fu accettata. Bruno cavò dal sacco la corda e la fissò con un nodo da alpinista intorno alla vita di ognuno. Cinque minuti dopo, i tre riprendevano la discesa. Joy, che aveva le dita irrigidite dal freddo, si era messa un paio di guanti che Bruno le aveva prestato.

Avevano fatto un po' più di trecento metri, quando Joy con un grido di orrore fece un salto indietro, scivolò e cadde, travolgendo nella caduta anche suo padre. Bruno solo rimase in piedi. Il giovanotto, che come abbiamo detto camminava in coda, sentendo tendersi la corda e vedendo Joy scivolare si era fermato ed aveva puntato i piedi in terra, e così era anche riuscito a trattenere gli altri due, che altrimenti sarebbero ruzzolati giù per il pendio. «Cos'è successo, Joy?», esclamò appena sentì la corda diventare più lenta, «ha bisogno di aiuto?». «No, no, grazie, non è niente», rispose la ragazza, che si era rimessa subito in piedi, «avevo creduto di scorgere un serpente proprio dove stavo per mettere il piede, ho avuto paura, e...». Joy si interruppe: «E papà? Ti sei fatto male, papà?». «No, ma ... cadendo ho strappato la cordicella della bussola e ora non la ritrovo più». «Che cosa, la cordicella?». «No, la bussola».

«Ahi!», esclamò Bruno, «questo sì che è un pasticcio!». «E colpa mia», disse Joy, «sono proprio una stupida. E ora cosa facciamo?». «No, non è colpa Sua, Joy», le disse il giovane con premura, «quella cordicella era troppo sottile, era poco più grossa di un filo. Se fosse stata più grossa questo guaio non sarebbe capitato. Evidentemente, siamo in una situazione spiacevole, ma non è una tragedia: se scendiamo con precauzione lungo il pendio, facendo attenzione a non ruzzolare giù, incontreremo immancabilmente la strada nazionale. Dunque, animo! Sarebbe stato utile avere dei bastoni, ma giacché non ne abbiamo puntiamo bene i piedi in terra, e avanti!».

Joy e il padre obbedirono. Vespucci era deciso a non contrariare Bruno e a non opporsi a nessuna delle sue decisioni. In fondo, Vespucci si sentiva sempre la coscienza poco tranquilla, ed era ansioso di farsi perdonare. Qualche metro più giù, egli si fermò annunciando: «Sapete che abbiamo avuto una fortuna fantastica a cadere lassù invece che in questo punto?». «Perché?», domandò Bruno, «c'è un burrone? Non mi rammento di averne visto uno, salendo». «Bè, un vero burrone, un abisso, proprio no», rispose Vespucci, «ma è un tratto ripidissimo, quasi verticale. Se fossimo caduti qua, avremmo immancabilmente tirato giù anche Bruno, e allora ...». «Già», disse il giovane, «allora sì che rischiavamo di non cavarcela più!». «Brrr!», fece Joy con un brivido di orrore, «comincio a credere ai miracoli!». «Non esageriamo», disse Bruno, «non è proprio un miracolo, ma senza dubbio è stata una vera fortuna. Una caduta in questo punto qui era un affare molto più grave, e probabilmente non ce la saremmo cavata solo con delle macchie sui vestiti».

«Che noia però che non abbiamo più la bussola!», esclamò Joy. Annibale si accusò di nuovo: «Sono un idiota! Vi ho messi in un bel pasticcio!». Poi domandò: «Cosa facciamo?». Da un pezzo aveva rinunciato a prendere qualsiasi decisione, e aspettava soltanto gli ordini di Bruno. «Non ci resta che seguire con cautela l'orlo di questa specie di burrone, camminando adagio adagio, e continuare la discesa diretta appena sarà possibile, non Le pare?», rispose il giovane. Non ci furono proteste. Vespucci dichiarò anzi, volendo fare un complimento a Bruno, che era la sola cosa ragionevole che si poteva fare in una situazione simile.

A un tratto, Joy si fermò di colpo un'altra volta, di nuovo rischiando di travolgere il povero Annibale, ed esclamò, puntando il dito verso il basso: «Guardate laggiù, la strada!». Attraverso uno squarcio delle nubi basse che pesavano sulla vallata, proprio sotto il punto dove si trovavano, a trecento metri appena, i tre videro la strada che era la loro salvezza! Impossibile descrivere la gioia dei tre alpinisti. Era come se si fossero liberati di un grosso peso che fino a pochi istanti prima impediva loro di respirare liberamente. Essi si sorrisero attraverso il velo opaco che ancora li separava e si soffermarono per meglio godere la meravigliosa sorpresa. Un minuto prima, avevano ben poca speranza di trovare la strada prima che calasse la notte. Adesso, invece, si trattava soltanto di scendere sempre in linea retta fino al punto in cui, ai piedi del pendio, era apparsa loro la strada. Insomma, erano salvi. Quella notte avrebbero dormito nei loro letti, non all'aria aperta, in alta montagna!

Arrivarono a Cesana un po' prima di sera. O almeno ... credettero di essere arrivati a Cesana. Perché quando si misero a cercare il loro albergo, scoprirono con stupore che la cittadina in cui si trovavano non era affatto Cesana, e che non era nemmeno una cittadina, ma solo un piccolo paese di montagna! Dove erano dunque? Lo domandarono a un montanaro incontrato sulla strada, e quegli spiegò che si trovavano a Bousson, a un'ora di cammino a sud-est di Cesana.

I tre si guardarono stupefatti, e Bruno disse: «Sarei curioso di sapere come mai abbiamo fatto a finire a Bousson invece di tornare a Cesana!». «Curiosità molto naturale!», disse Vespucci, «ma devo confessare che per me quest'affare rimane un mistero». «Già ...», mormorò Bruno, poi aggiunse, parlando più per sé che per gli altri: «però, forse non è poi tanto misterioso. Ho trovato!», esclamò a un tratto, scoppiando a ridere, e battendosi la mano sulla fronte.

«Che cosa ha trovato?», domandò Vespucci. «Diavolo, ho trovato la spiegazione del mistero!», rispose Bruno, e spiegò, dopo aver chiesto la carta a Vespucci: «Ecco, guardino un po'. Noi eravamo probabilmente qua, a sud-ovest di Cesana, quando ci ha raggiunti la nebbia. Credendo che Cesana fosse più distante, ho proposto di scendere in linea retta, come appunto abbiamo fatto. Ma siccome eravamo già arrivati qua», e Bruno puntò di nuovo col dito sulla carta, «scendendo giù, non è la strada nazionale che abbiamo intravista attraverso lo squarcio della nuvola, ma la strada che va da Cesana a Bousson. E siccome scende anche quella, non ci siamo resi conto del nostro sbaglio prima di ... non essere arrivati a casa. Non c'è dunque nulla di misterioso in tutto quest'affare, c'è solo una passeggiatina di altri cinque chilometri». «E ciò non Le basta?», esclamò Vespucci, «io trovo che ci siamo messi in un bel pasticcio! Meno male che Dora è rimasta a Torino, perché sarebbe stata terribilmente ansiosa non vedendoci tornare. E ci avrebbe certamente detto che eravamo degli stupidi. E non avrebbe avuto torto, dopo tutto!», concluse Annibale. E Bruno soggiunse, mentre risalivano verso nord, dopo essersi riposati un po' sul margine della strada: «A dire il vero, adesso che conosciamo la spiegazione, non riesco a capire come mai abbiamo fatto a confondere le due strade: questa qui non rassomiglia affatto alla nazionale! È molto più stretta, meno ben rinforzata ai lati e molto più polverosa». «Come vede», concluse Annibale, «saremmo stati veramente degni del nome che ci avrebbe dato mia moglie». «Bè, non esageriamo», disse Bruno, «degni tutt'al più di essere chiamati distratti». Così discorrendo, arrivarono finalmente a Cesana, trovarono il loro albergo e salirono in camera, estenuati ma contenti. Dopo essersi ristorati con un bel bagno ed essersi cambiati di vestito, i tre scesero nel ristorante dell'albergo, per mangiare qualcosa dopo la faticosa escursione. Erano ormai le dieci e non c'era più nessuno; si accomodarono in un angolo tranquillo e per ingannare l'appetito, mentre aspettavano la cena, ordinarono tre vermut. Dopo un po', Vespucci disse: «Ah, già, ho dimenticato in camera le sigarette. Torno subito». E si alzò per uscire.

Bruno e Joy si scambiarono un rapido sguardo. «Finalmente!», diceva quello di Bruno. «Comincia tu ...», diceva quello della ragazza. Ma in quel momento un cameriera annunciò: «Il signor Vespucci al telefono. Chiamata urgente da Torino!». «Da Torino?», domandò Vespucci, «che sia accaduto qualcosa?». E uscì precipitosamente. Presi da un presentimento angoscioso, Bruno e Joy tacquero, osando appena guardarsi, mentre Vespucci telefonava.

Annibale tornò nel salone tutto sconvolto, livido in faccia. Sembrava che in quei minuti fosse invecchiato di dieci anni: «Partiamo immediatamente per Torino. Fate i vostri sacchi, io pago il conto dell'albergo e vado a prendere la macchina». «Ma papà, cos'è accaduto?», balbettò Joy, che l'aspetto sconvolto del padre aveva fatto impallidire. «Presto, non fare domande superflue!», disse Vespucci invece di rispondere. Ma Joy, alzandosi con un gemito, afferrò il padre per il braccio, e lo supplicò di dirle che cosa era accaduto: «E ... la ... la mamma?», domandò la povera fanciulla con un filo di voce, evitando di formulare una domanda precisa. «Eh? la mamma? che c'entra la mamma!», rispose Vespucci provando a svincolarsi, poi esclamò, con un tono aspro e nervoso al quale Joy non era abituata: «Macché mamma! Lei sta benone, come sempre!». «Ma allora ...?», domandò Joy, respirando con sollievo, ma più stupefatta che mai. «Allora ti ripeto di mollare il mio braccio e di sbrigarti, non abbiamo un istante da perdere! Fila!», e Vespucci, riuscendo finalmente a svincolarsi, uscì quasi di corsa dal salone.

Joy rimase immobile, incapace di dire una parola. I suoi nervi, già molto tesi, sembravano sul punto di spezzarsi. Se avesse provato a parlare, sarebbe scoppiata a singhiozzare. Anche Bruno lo sentì, e perciò esclamò ridendo: «Giacché non è accaduto nulla alla signora Dorabel, possiamo, mi sembra, aspettare con una certa calma che Suo padre ci dica di che si tratta, e intanto dobbiamo rassegnarci a eseguire i suoi ordini. Mostriamogli che quando si tratta di sbrigarsi, non ci batte nessuno! Avanti!». E i due giovani, dimenticando un momento il tono aspro di Vespucci, la misteriosa chiamata telefonica, il loro nervosismo, corsero su nelle proprie camere. Dieci minuti dopo, fatti i sacchi e pagato il conto, i tre partirono. Fuori la nebbia si stava dileguando, ma anche tenendo accesi i fari antinebbia non ci si vedeva a più di cento metri. Nonostante ciò, Vespucci partì a velocità folle, prendendo le pericolose curve di montagna a più di quaranta chilometri all'ora. Era mille volte peggio che quella notte fra Barletta e Napoli: Vespucci sembrava pazzo, guidava con le mascelle strette, lo sguardo fisso, ogni nervo teso al massimo, ansante, coperto di sudore, livido da far paura.

Bruno, coi nervi tesi al pari di quelli di Vespucci, seduto alla destra dell'insensato guidatore, si teneva pronto ad afferrare il volante o la leva del freno se si fosse presentato un ostacolo inatteso.

Passò in quel modo una lunga, lunghissima ora piena di ansia. I due giovani avevano già un paio di volte trattenuto il respiro, mentre Vespucci lanciava la macchina in qualche curva particolarmente pericolosa. E Vespucci non aveva ancora spiegato perché si fossero lanciati in quella corsa folle. A un tratto, sbarrando gli occhi, con un riso che - per il contrasto col suo aspetto di un momento prima - sembrò ancora più folle e fece trasalire i due giovani, Vespucci si raddrizzò tutto, premette sul pedale del freno e su quello della frizione, e dandosi dei pugni in testa con la mano che non teneva il volante, esclamò: «Imbecille! Idiota!».

Bruno e Joy si guardarono stupefatti e un po' ansiosi, poi guardarono Vespucci. Questi, fermata la macchina, spento il motore e tirata la leva del freno, si voltò verso di loro, e si mise a ridere più di prima. I due giovani continuavano a guardarlo con certi occhi che sembravano punti interrogativi.

Capitolo cinquanta (50): NON TUTTO È BÈNE QUEL CHE FINISCE BÈNE

«Lo ripeto», disse Vespucci quando si fu calmato, «sono un idiota! Figuratevi che quella chiamata era di Dorabel, che mi telefonava per confessarmi di non essere riuscita a trovare la mia preziosa valigetta nera. Diceva di averla cercata come una matta per tutto il giorno, ma senza successo. Devo dirvi che, non osando portarmela dietro quassù in montagna, prima di partire - e non senza esitazione - l'avevo affidata a Dorabel. Perciò quando essa mi ha telefonato per dirmi che la valigetta era scomparsa, è stato come se qualcuno mi avesse dato un pugno sulla testa. Ho visto rosso, o più esattamente non ho visto più nulla, perché è stato come se avessi perso la ragione. Quando sono ritornato in me, ho deciso di agire in modo fulmineo, di precipitarmi a Torino e di lanciarmi sulle tracce dei ladri. Ecco il motivo della nostra partenza precipitosa da Cesana e del tono un po' aspro in cui ti ho parlato, povera Joy. Ma credi, ero proprio fuori di me!». «Va bene, ma ...», disse Bruno sempre senza comprendere. «Perché mi sono fermato ridendo e mi sono dato dell'imbecille? Eh! perché tutt'a un tratto mi sono rammentato che, all'ultimo momento, avevo messo la valigetta in fondo al mio sacco da montagna. Quando mi aveva telefonato Dora, io me ne ero completamente dimenticato. Adesso però, scusatemi tanto, voglio verificare se non sbaglio di nuovo. Esco un momento ...».

Pochi istanti dopo, Vespucci tornò, interamente rasserenato: «Sì, è sempre nel sacco. Possiamo andare avanti con calma». «Uff! meno male», sospirò Joy e si accasciò sul sedile della macchina, «spero che non ci farai più di queste sorprese!». «No, no, puoi stare sicura», rispose ridendo Vespucci, e ripartì.

Arrivati a Torino, la prima e unica cosa che fecero fu di prendere un bel bagno caldo, di andare a letto e di dormire dodici ore di fila. La mattina seguente, mentre stavano facendo colazione, Vespucci ricevette due lettere. Una, confidenziale, da un genovese che egli aveva già conosciuto a Washington e che, come lui, si interessava di Annibale. L'altra da un amico della famiglia.

Il genovese era la sola persona di cui Vespucci avesse la più completa fiducia, e arrivando in Italia gli aveva scritto confidenzialmente per sapere se poteva mostrargli il suo lavoro su Annibale. Quel signore scriveva ora che l'avrebbe letto col più grande interesse: le campagne di Annibale in Italia erano una questione che lo aveva sempre appassionato. Perciò avrebbe esaminato l'opera di Vespucci con la massima discrezione: Vespucci poteva stare tranquillo, ché nessuno all'infuori di lui ne avrebbe avuto conoscenza.

La lettera dell'amico dei Vespucci non era altrettanto piacevole, era anzi assai triste. Egli scriveva che il fratello di Dorabel, Ted - già ammalato, benché non gravemente, prima della loro partenza dall'America era peggiorato tutt'a un tratto nel corso delle ultime settimane e i medici temevano seriamente per la sua salute. «Mi dispiace, caro Annibale», scriveva l'amico, «di guastare le vostre vacanze, ma son sicuro che mi capirai. Preferisco rivolgermi a te piuttosto che scrivere direttamente a Dora. Vedi di prepararla con cautela alla notizia. In ogni modo, visto lo stato di debolezza estrema in cui si trova ora Ted, fareste bene a tornare a Washington al più presto possibile. So che mi rimproverereste sempre di non essere arrivati a tempo. E la fine di Ted non è più, purtroppo, una possibilità, ma una triste probabilità ...».

Reprimendo ogni segno della sua dolorosa sorpresa, Vespucci si slanciò subito in un lungo discorso sul genovese che gli aveva scritto e sull'onore che gli faceva accettando di leggere la sua opera. Parlava di mille argomenti con una tale volubilità che Dorabel non tardò a insospettirsi e gli domandò a bruciapelo: «Che cosa stai cercando di nascondermi? Di chi era l'altra lettera che ti ha dato il portiere?». «L'altra lettera?», domandò Vespucci allo scopo di guadagnar tempo, fingendo di non poter cambiare argomento così a un tratto, «ah, già! l'altra lettera, già, già! Sì, hai ragione tu, il portiere mi ha dato anche un'altra lettera». «Non fare lo stupido, Annibale», gli disse la moglie in tono reciso, «voglio sapere di chi è quella lettera e qual è la notizia che provi a nascondermi».

«Ma, cara Dora», rispose il povero Vespucci, cercando le parole adatte alla situazione, «non tento di nasconderti nulla, ti assicuro. Questa lettera è di Fred, che dà notizie di tuo fratello Ted. Ecco tutto». «Annibale», esclamò Dorabel afferrandolo per il braccio, «tu mi nascondi qualcosa! È accaduta una disgrazia? Ted ...». «No, no, calmati, Ted non è ... voglio dire ... insomma ...». Il brav'uomo sudava freddo. In fondo, la lettera era stata scritta più di una settimana prima, e nel frattempo poteva benissimo essere accaduta una disgrazia. Finalmente, davanti all'insistenza di Dorabel, tirò fuori la lettera di Fred e gliela porse: «Ecco qui, leggi tu stessa, tanto non serve a nulla cercare di dirti le cose in modo discreto». E, seccato di aver ceduto come sempre alla moglie, andò a piantarsi davanti alla finestra, facendo finta di interessarsi a qualcosa nella strada. In realtà, aspettava nervosamente la reazione della moglie.

L'attesa non fu lunga: Dora si mise a singhiozzare. Essa voleva molto bene al fratello. Joy l'abbracciò commossa, provando, con carezze e buone parole, a placare i suoi singhiozzi. Più che le carezze della figlia fu però la passività del marito che fece cessare il pianto di Dorabel. Svincolandosi dal tenero abbraccio di Joy, essa si voltò verso Annibale e gli disse, piena di indignazione: «Ma fa dunque qualche cosa! Hai perso la parola? Scrivi, telegrafa, telefona, fa quello che vuoi, ma non star lì a guardarmi come ... come un ... come uno stupido, ecco! Insomma, bisogna che torniamo, o almeno che io torni in America immediatamente, capisci? im-me-dia-ta-men-te!». «Sì, sì, Dora, certo, ti capisco benissimo. Torniamo tutti insieme, naturalmente, soltanto ...». «Che cosa? C'è forse qualcosa di più importante della vita e della morte di mio fratello? Già, tu non hai mai visto di buon occhio la mia famiglia». «No, non si tratta di cose più o meno importanti», disse Vespucci un po' seccato, «pensavo soltanto che forse ...». Ma Dorabel non lo lasciò finire. Con una foga di cui non la si sarebbe creduta capace, afferrò il telefono, chiamò il portiere e gli domandò in italiano, senza esitare una sola volta, e senza nemmeno una parola d'inglese, qual era il modo più rapido per raggiungere Nuova York. Qualche istante più tardi, il portiere la chiamava per farle sapere che il modo più pratico era il rapido fino a Milano, e da lì l'aereo per Nuova York. «Va bene, ci procuri subito quattro posti sul primo rapido per Milano e tre posti nel primo aereo in partenza per Nuova York», gli disse Dorabel. Poi, rivolgendosi al marito: «Sfido che non ci avresti pensato, tu! Tocca sempre a me agire nei momenti critici!», esclamò. «E adesso, non perdiamo tempo, facciamo subito le valige, per essere pronti». «Va bene», disse Vespucci, e si dispose ad andarsene in camera per eseguire l'ordine della moglie. Ma non aveva ancora girato la maniglia della porta che il telefono squillava di nuovo. Era il portiere, il quale annunciava che tutti i posti negli aerei di quel giorno e dell'indomani erano già prenotati. Se voleva, si potevano prenotare tre posti sull'aereo di giovedì sera, via Madrid. «È sicuro di aver fatto tutto il possibile per trovare dei posti sugli aerei che partono stasera o domani?», domandò Dorabel al portiere. «Sissignora», rispose costui, «ho provato in tutti i modi, ma non c'era nulla da fare. Un posto per una persona sola si potrebbe sempre avere se qualcuno disdice la prenotazione all'ultimo momento, ma tre posti sul medesimo aereo è praticamente impossibile». «Va bene, se non c'è altro da fare, ci prenoti tre posti per dopodomani». «Farò il necessario. E quando desiderano lasciare Torino, i signori?». «Al più presto possibile». «Bene, se Loro partono giovedì sera basta che prendano un treno nella giornata di dopodomani. Penserò io a fissare Loro quattro posti sul rapido delle 14.00 che arriva a Milano alle 15.40. Per fortuna, l'aerostazione è proprio all'uscita della stazione ferroviaria». «Bene, faccia come vuole, purché partiamo per l'America quanto prima possibile».

Quando sentì che Dorabel aveva deciso di partire al più presto possibile, Vespucci dapprima esitò qualche istante sulla soglia della camera, poi si decise e disse: «Faccio un salto in città, torno fra poco!», e uscì in fretta e furia, come se avesse avuto il diavolo alle calcagna. Quando tornò, non si poté cavargli una parola sulla ragione di quella sua fretta così improvvisa. Andò in giro per tutto il resto della giornata con un sorrisetto ambiguo, che in qualsiasi altra occasione avrebbe reso Dorabel furibonda. Lo stesso Vespucci - bisogna confessarlo - era un po' stupito e della propria condotta e, più ancora, della inattesa passività della moglie. Ma fatto sta che Dorabel era molto legata al fratello, e la notizia della fine che lo minacciava era stata per lei un colpo terribile. Non aveva altri fratelli, e la morte tragica e prematura dei genitori in un incidente automobilistico li aveva lasciati soli al mondo, loro due, con una zia già anziana per unica parente. Perciò il fratello era diventato per Dora una specie di padre, così come lei aveva sempre avuto per il suo caro Ted quasi l'affetto di una vera mamma.

Fu solo il giorno della partenza, al momento in cui scesero nel vestibolo per recarsi alla stazione, che i tre ebbero la spiegazione della bizzarra condotta tenuta da Vespucci. Appena Vespucci entrò nel vestibolo, un signore alto, grasso, piuttosto anziano, ma con folti capelli nerissimi, con un paio d'occhi che sembravano gettare fulmini e con una voce stentorea si alzò di colpo e gli si slanciò contro con un'agilità che non si sarebbe sospettata. «Caro amico!», esclamò il bizzarro personaggio, facendo vibrare i vetri delle finestre del vestibolo e destando echi insospettati, «carissimo amico! Mi permetta di abbracciarLa!». E, sotto lo sguardo attonito degli altri tre e del personale dell'albergo, afferrò Vespucci per le spalle, se lo tirò sul petto e gli diede un forte abbraccio.

«Care signore!», disse il personaggio quando Vespucci si fu liberato dal suo abbraccio, «care signore, io sono Leone Rinaldini, di Genova. Ho conosciuto Suo marito alcuni anni fa a Washington, signora, e da allora sono stato sempre in relazione con lui ... perché anch'io, modestamente, mi occupo di Annibale il Cartaginese ... Suo marito, signora, mi ha fatto l'onore di chiamarmi a Torino e di affidarmi il suo manoscritto. Appena è uscito da me l'altro ieri, io mi sono immerso nella lettura di quel meraviglioso testo e non mi sono nemmeno accorto delle ore che passavano! Ci ho passato tutta la giornata e la notte, e anche tutta la giornata di ieri, studiandolo fino a tardi, ed ora eccomi qui. Sapendo che Loro partivano stamani, dovevo dire a Suo marito, dovevo dire anche a Lei, signora, che questo è il più grande giorno della mia vita, il giorno in cui mi è stato dato di scoprire un genio di primissimo ordine! Congratulazioni, signora! E anche con Lei, signorina, mi congratulo! Lei può essere fiera di Suo padre!». E Leone Rinaldini continuava a discorrere con volubilità, scuotendo i folti capelli neri, buttandosi avanti e indietro, di qua, di là, con una leggerezza che sembrava sfidare le leggi della natura. Seguì i Vespucci e Bruno fuori dell'albergo, sempre parlando con entusiasmo del manoscritto, li seguì nella stazione fino al treno, e si fermò solamente per esclamare con voce stentorea: «Diavolo! Vengo a Milano con Loro! Faccio un salto a comprare il biglietto e torno subito!», e sparì in un baleno.

«Chi è quel personaggio così discreto?», domandò Dorabel con un tono pieno di ironia, mentre salivano sul treno. «Eh ... discreto? Cosa vuoi dire?», domandò Vespucci con una certa esitazione. «Voglio dire che non ho mai visto nessuno fare mostra di una così ammirabile discrezione. Se è tanto colto quanto è grasso mi congratulo anch'io con te: con un tale protettore, farai strada, ne sono certa!». Si era intanto sentito il fischio del capostazione, e il treno si era messo in moto lungo il marciapiede. «Il signor Rinaldini!», esclamò Vespucci, «bisogna fermare il treno! Il mio manoscritto! La mia opera!», e si accasciò sul sedile con un singhiozzo in gola. Ma la sua subita paura era stata prematura: egli non sapeva di cosa fosse capace l'agilità di Rinaldini. Questi aveva raggiunto di corsa l'ultima vettura del rapido prima che lasciasse la stazione, con un gesto fulmineo aveva aperto lo sportello, ed era saltato sul treno.

«Eccomi!», esclamò il singolare personaggio spalancando la porta dello scompartimento occupato dai Vespucci e da Bruno, «ancora un po' e quasi non ce la facevo. Meno male che da giovane sono stato campione d'Italia nel salto in alto e nei quattrocento a ostacoli. E ancor oggi, faccio un po' di tennis tutte le mattine per non perdere l'agilità». E Rinaldini riprese il filo del suo discorso, senza accorgersi dei sorrisetti ironici di Dorabel. Annibale intanto, ebbro di felicità, ascoltava muto e pieno di ammirazione. Ben presto però, Dorabel, cullata dal flusso delle parole di Rinaldini, appoggiò la testa contro lo schienale del sedile e si appisolò. Bruno non volle lasciarsi sfuggire quell'ultima occasione di parlare a solo a solo con Joy, e si alzò facendole segno di seguirlo nel corridoio.

Erano ormai nel corridoio da più di un quarto d'ora quando Dorabel si svegliò di soprassalto. Non vedendo più né la figlia né Bruno, uscì dallo scompartimento per cercarli. Quando vide la fanciulla sorridente a fianco di Bruno, capì che il giovanotto ormai le aveva fatto la sua brava dichiarazione col risultato che si aspettava. Dorabel esitò un istante, e poi si avvicinò ai due giovani dicendo loro in tono leggermente ironico: «Vedo che non avete perso tempo mentre dormivo! Dato che protestare non servirebbe a nulla, parliamo un po' seriamente. Lei, Bruno, vuol bene a mia figlia, e tu, Joy, vuoi bene a Bruno. Benissimo. E poi?». «Come poi?», domandò Joy confusa, «che cosa vuoi dire?». «Lo sai benissimo, e la mia domanda era piuttosto per Bruno che per te. Suppongo, caro Bruno, che Lei abbia detto a mia figlia che vuole sposarla». «Sì, naturalmente», rispose il giovane un po' confuso anche lui, perché non si aspettava una tale domanda a bruciapelo.

«Dunque, Lei vuole sposare mia figlia. Congratulazioni! E adesso», continuò Dorabel in tono molto serio, «vorrei sapere di che cosa vivranno Lei e mia figlia. Lei, se non sbaglio, per ora non fa nulla, e non mi pare nemmeno che stia per mettersi a fare qualche cosa ...». «Già ... ecco ... vede», cominciò il giovanotto, «è vero che io ancora non faccio nulla, però non tutti hanno già un lavoro a vent'anni. Ma ci sono due cose che Lei non sa. La prima è che Joy ed io ci siamo soltanto promessi di sposarci, cioè ci sposeremo appunto quando io avrò un lavoro che ci permetta di vivere tutti e due. Fino ad allora, saremo solo due fidanzati come ce ne sono dappertutto. La seconda cosa che Lei non sa è che io sono studente e che sto appunto studiando legge all'università di Roma. Appena avrò terminato gli studi, cioè fra quattro anni, con le relazioni che ha mio padre nel mondo degli affari spero di trovare un buon posto. Se dunque Joy vuole aspettare quattro o cinque anni ...».

«Aspetterò quanto sarà necessario, sai, mamma!», esclamò la fanciulla, e il giovane le sorrise felice. «Bene, in tal caso», concluse Dorabel, «per il momento io non ho più nulla da dire. Lei sa bene di non essermi affatto antipatico, e mio marito ... bè, mi congratulo di nuovo, questa volta senza ironia. Permette che L'abbracci?». Fu Bruno invece che abbracciò la sua futura suocera.

Arrivati a Milano, si avviarono all'aerostazione, che era proprio all'uscita della Stazione Centrale. Volevano andare subito all'aeroporto, dove c'era un albergo diurno in cui avrebbero potuto lavarsi e riposarsi, e dove c'era un ristorante in cui potevano cenare prima di salire sull'aereo.

Dorabel sperava che ora, finalmente, Rinaldini li avrebbe lasciati in pace. Macché! Rinaldini, con gran gioia di Vespucci, decise di accompagnarli fino all'aeroporto. Dorabel era ormai troppo stanca per protestare, e capì che comunque sarebbe stato inutile.

All'aeroporto, mentre Joy e Dorabel andavano all'albergo diurno, Vespucci e Rinaldini continuarono la loro conversazione. Non la interruppero nemmeno durante la cena, né dopo cena, fino al momento della partenza. Vespucci, ebbro dei complimenti che l'altro non si stancava di versargli insieme col vino, non si controllava più, parlava e parlava senza sosta, tanto che Bruno pensò: «Scommetto che questo qui fra poco crede di essere lui Annibale il Cartaginese!».

Mancava un quarto d'ora alla partenza, e già molti viaggiatori si preparavano ad uscire, perché l'altoparlante li avrebbe chiamati fra un momento. Rinaldini si batté la mano sulla fronte ed esclamò: «Ma guardi un po' che distrazione la mia! Stavo per dimenticarmi la cosa più importante per Lei! Mentre leggevo la Sua geniale opera, caro Vespucci, io mi sono detto che bisogna pubblicare subito almeno i risultati principali delle Sue ricerche, non solo per preparare il pubblico al grande avvenimento della pubblicazione completa della Sua opera, ma anche per evitare che altri, non si sa mai, pubblichino come cosa propria qualcuna delle Sue scoperte! Le confesso che per non perdere tempo io ho preparato una trentina di pagine che raccolgono il meglio delle Sue ricerche e che si potrebbero pubblicare presto, anche subito, se Lei è d'accordo!». Vespucci non era capace di parlare per l'emozione. Riuscì solo a dire di sì con un cenno del capo, e Rinaldini proseguì dopo un attimo di esitazione: «C'è solo un problema, vede, anche se fortunatamente è solo un problema economico. Pensavo dunque che se Lei poteva ... non dico regalarmi, per carità! ma solo prestarmi (sia ben chiaro, prestarmi) ... mille dollari, o seicentocinquantamila lire se Le fa più comodo, io avrei potuto far pubblicare subito queste pagine, e poi, beninteso, Le avrei reso immediatamente tutta la somma». E Rinaldini fissò su Vespucci il suo sguardo di fuoco. Annibale tirò Rinaldini in disparte, mentre Bruno abbracciava Dorabel e Joy, tirò fuori in silenzio il libretto degli assegni, ne riempì uno, lo staccò e lo diede commosso a Rinaldini senza dire una parola. Rinaldini lo prese senza guardarlo, se lo mise in tasca con un gesto da gran signore, e abbracciò commosso Annibale. Poi strinse la mano a Joy facendole tanti auguri, baciò la mano a Dorabel e restò in silenzio a fianco di Bruno, il quale guardava commosso i Vespucci che si incamminavano verso l'aereo. Pochi minuti dopo, questo si staccava da terra e si alzava verso il cielo.

Bruno sentì nel cuore un dolore sconosciuto. Chissà quando avrebbe rivisto Joy? Sarebbe forse trascorso qualche anno, e allora ... Era assolutamente sicuro di sé, e anche dei sentimenti di Joy, ma nel suo animo c'era l'ombra di un dubbio.

Assorto in questi tristi pensieri, Bruno aveva interamente dimenticato la presenza di Rinaldini, che era rimasto accanto a lui. Fu come risvegliato da un sogno quando sentì alle sue spalle una voce sconosciuta che diceva: «Leone Rinaldini, questa volta vieni con noi. E senza fare storie!». Bruno, attonito, si voltò, e vide due signori vestiti di scuro che si accingevano a portare via un Rinaldini pallido e a capo chino, il quale sembrava aver perduto interamente la parola.

«Ma Loro, scusino, che cosa vogliono?», esclamò il giovanotto facendo un passo verso il gruppo. «Vorremmo allontanarci dall'aeroporto senza destare attenzione», disse uno dei due poliziotti, e spiegò, accennando a Rinaldini: «È più di un mese che gli corriamo dietro attraverso mezza Italia cercando di prenderlo! Stasera questo qui dorme in prigione». «Un momento!», esclamò Bruno, «allora, se Loro sono della polizia, guardino un po' che questo signore si è anche fatto dare un assegno di seicentocinquantamila lire dal mio futuro suocero. Lo deve avere ancora in tasca». «Ma guarda un po'», disse il poliziotto e, mettendo la mano nella tasca di Rinaldini, ne tirò fuori proprio l'assegno di Annibale Vespucci. Vi diede uno sguardo, rise, e poi disse: «Scusi, sa, ma io un nome simile non l'avevo mai sentito». Il giovanotto guardò l'assegno anche lui, poi guardò Rinaldini e scoppiò in una risata: «Tanta fatica per un pezzo di carta!».

Infatti, l'assegno era firmato: 'Annibale il Cartaginese'.