Leggiamo 102

A simplified version of the useful Leggiamo 102 for intermediate Italian learners for easy reading on the web or an ereader. Original edition, audio, and other fun stuff here: https://leggiamoitaliano.weebly.com/italian-102.html

Capitolo 1

1.1 Don Abbondio

La nostra storia inizia in un paese sul lago di Como. Il lago di Como si trova in montagna nella regione della Lombardia, nell’Italia del Nord. In questo piccolo paese c’era una fortezza di soldati spagnoli che in quel tempo comandavano sul territorio lombardo.

Il paesaggio naturale del lago di Como è bellissimo. Il lago, i monti, i piccoli paesi, i campi, i vigneti, le stradine sono molto belli.

La nostra storia inizia la sera del 7 novembre 1628 quando il prete (=priest) di quelle terre, che si chiama Don Abbondio, tornava a casa per una di queste piccole strade. Don Abbondio camminava lento. Non camminava veloce. Mentre camminava recitava (=recited) i salmi. Ogni tanto metteva un dito della mano destra nel breviario (=breviary) per tenere il segno (=bookmark) e lo chiudeva. Metteva la mano con il libro dietro la schiena (=back) e continuava a camminare.

Avanzava piano piano. Poi apriva di nuovo il breviario e leggeva ancora un po’. A un certo punto, appena girata una curva (=turn), il prete ha alzato gli occhi e ha visto che la strada continuava dritta e poi si divideva a ipsilon (Y). La strada di destra saliva verso il monte e portava alla casa del prete. La strada di sinistra scendeva a un fiume.

Dopo aver guardato avanti la strada, Don Abbondio vede che ci sono due persone, una da una parte della strada e una dall’altra. Questi due signori avevano in testa una rete (=net) verde che arrivava fino al braccio sinistro. Avevano i capelli lunghi e due lunghi baffi. Portavano un gran cappello e una cintura di cuoio. Avevano i pantaloni molto larghi. Erano armati: avevano due pistole, un coltello e una grande spada (=sword). Insomma, erano persone della specie dei bravi. Non c’erano altre persone vicino e quindi non c’era dubbio: i due bravi stavano aspettando Don Abbondio.

I bravi erano criminali al servizio dei potenti e nel 1600 erano molto diffusi (=widespread). Nonostante le molte leggi contro i bravi, questa categoria di persone continuava a essere molto diffusa.

1.2 L’incontro con i bravi

Quando vede i bravi Don Abbondio non si sente a suo agio. Pensa che probabilmente i due bravi vogliono parlare con lui ma non sa perché. Ha paura. Ha molta paura.

Don Abbondio non è una persona molto forte e sicura di sé. È una persona debole che ha paura di tutto nella vita. E nel milleseicento ci sono molte cose che fanno paura. Proprio perché è una persona debole e paurosa ha scelto di fare il prete. Pensava che l’abito religioso lo potesse difendere dalle persone cattive che ci sono nel mondo. Come faceva sempre, Don Abbondio cerca di evitare (=avoid) di guardare il pericolo (=danger): i bravi, in questa situazione. Ma quando smette per un attimo di leggere il breviario e guarda i bravi, sente che uno dice all’altro: “È lui!”. Allora capisce che aspettano proprio lui. Che paura!

Per istinto, Don Abbondio guarda in giro per vedere se c’è una possibilità di fuggire (=escape) da quella brutta situazione. Guarda la strada che va al monte e quella che porta al fiume, ma capisce che non c’è via d’uscita. Ha sempre più paura.

Don Abbondio non sa perché i bravi lo stanno aspettando. Cerca di pensare velocemente se ha fatto qualche affronto a un personaggio potente, ma non ricorda niente. Questo pensiero però non lo aiuta e continua ad avere paura. Mentre Don Abbondio pensava queste cose i bravi gli si avvicinano e lo guardano. Senza farsi vedere, Don Abbondio cerca di guardare da tutte le parti per vedere se sta arrivando qualcuno. Ma non vede nessuno. Che fare? Tornare indietro? Era troppo tardi. Scappare (=Run away)? I bravi erano molto più veloci di lui. Non aveva nessuna possibilità di scappare. Allora decide di continuare a camminare e a recitare i salmi, facendo finta di niente (=pretending nothing is going on). Arrivato vicino ai bravi cerca di andare più veloce e di mostrarsi calmo. Cerca di fare un sorriso (=smile) ma ha sempre più paura.

“Signor curato (=priest),” gli dice uno dei due guardandolo dritto negli occhi.

“Cosa comanda?” risponde subito Don Abbondio. E il bravo continua con un tono di voce molto aggressivo: “Lei ha intenzione di celebrare domani il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella?”

Don Abbondio non sa cosa dire. Allora il bravo si avvicina a Don Abbondio e gli dice all’orecchio con tono di comando: “Questo matrimonio non si deve fare, nè domani, nè mai.”

Don Abbondio è terrorizzato: “Ma, signori miei… la cosa non dipende da me. Sono un semplice prete.”

Allora i bravi sono ancora più espliciti: “Il matrimonio non si farà! Altrimenti chi lo celebra morirà!” Don Abbondio non ha nessun dubbio: deve fare quello che dicono i bravi. Altrimenti lo uccidono (=they kill him). Però si rende subito conto di un problema: cosa può dire a Renzo e Lucia? Aveva promesso loro di celebrare il matrimonio il giorno dopo. Come fare? Ha bisogno di una scusa (=excuse). Don Abbondio prova a chiedere ai bravi un consiglio. Ma i bravi non hanno intenzione di aiutare Don Abbondio. Anzi, minacciano Don Abbondio di dire il suo nome al loro signore, l’illustrissimo Don Rodrigo. Subito dopo i bravi salutano Don Abbondio e se ne vanno via. “Buona notte, signor curato.”

Don Abbondio cerca di continuare a parlare con loro ma i due vanno via per la strada da dove era venuto Don Abbondio.

1.3 Don Abbondio torna a casa

Abbiamo visto che Don Abbondio non era una persona ricca. E non era neanche una persona nobile. Inoltre, non era certo coraggioso. Anzi, era un tipo molto pauroso. Insomma, sapeva di essere debole in una società dura (=hard) e difficile. Quindi, quando i suoi genitori gli avevano proposto di diventare prete, Don Abbondio aveva accettato senza protestare. Gli sembrava una soluzione per vivere bene e in pace. Senza problemi economici e senza troppi pericoli.

Quindi, l’incontro con i bravi lo aveva messo molto a disagio. Anzi, di più, gli aveva messo molta paura. I bravi lo avevano minacciato di morte! Don Abbondio tornava a casa con le gambe che gli tremavano (=trembled). Pensava e ripensava all’incontro e alle parole dei bravi. Soprattutto, pensava a Renzo e a Lucia e al matrimonio che aveva promesso di celebrare. Pensava a un modo per evitare (=avoid) di celebrare il matrimonio. Però, anche se pensava molto, non riusciva a trovare una scusa, niente da dire a Renzo per convincerlo che non poteva celebrare il matrimonio. Inoltre, Don Abbondio non voleva dire a Renzo che le pressioni (=pressures) venivano da Don Rodrigo. I bravi, infatti, gli avevano detto di non fare il nome di Don Rodrigo a nessuno.

Pensava: “Non posso solo dire a Renzo che non celebro il matrimonio. Vorrà delle ragioni, dei motivi. Vorrà sapere perché. E io, cosa gli dico?”

Un passo dopo l’altro, sempre più pensoso e preoccupato, Don Abbondio era quasi arrivato a casa. Casa sua era alla fine del paese, quindi doveva passare tutte le case del paese per arrivarci. Alla fine ci arriva. Mette le chiavi (=keys) nella toppa (=keyhole) e appena entrato chiama: “Perpetua! Perpetua!”.

1.4 Don Abbondio e Perpetua

Perpetua lavorava per Don Abbondio (era la sua serva) e lo conosceva benissimo. Quindi Don Abbondio era felice di essere di nuovo a casa con una persona di fiducia.

Perpetua era celibe (non era sposata) e aveva passato i quarant’anni. Parlava molto ma aveva anche una buona relazione con Don Abbondio.

“Perpetua! Perpetua!” aveva chiamato Don Abbondio. “Vengo!” aveva risposto Perpetua che aveva messo il vino sul tavolo per andare da Don Abbondio che era in salotto. Una volta entrata in salotto vede Don Abbondio e capisce subito che è successo qualcosa. “Cos’ha, signor padrone?”

“Niente, niente” risponde Don Abbondio, cercando di nascondere la sua preoccupazione.

“Come niente? Qualcosa dev’essere successo” dice Perpetua.

“Per favore, fai silenzio! E portami un bicchiere di vino.” dice Don Abbondio. Ma Perpetua insiste e dice a Don Abbondio che andrà a chiedere a tutti in giro per sapere cos’era successo. Allora Don Abbondio, per fermarla le dice: “Per amor del cielo! Non fate pettegolezzi (=gossip)! Sto rischiando (=I am risking) la vita!”

“La vita?” esclama Perpetua.

Don Abbondio non voleva raccontare a Perpetua quello che era successo, ma allo stesso tempo aveva anche bisogno di confidarsi con (=confide to) qualcuno.

E quindi alla fine racconta tutto a Perpetua.

Le racconta che tornando a casa ha incontrato due bravi e che questi due lo hanno fermato mentre stava leggendo il breviario. Con poche parole, i due bravi gli hanno detto di non celebrare il matrimonio tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella che è in programma per domani. Ma Don Abbondio non voleva dire il nome del signore che aveva mandato i bravi. Allora Perpetua giurò (=swore) un’altra volta che non avrebbe detto niente a nessuno. E Don Abbondio confessò che il nome del signore era Don Rodrigo.

Allora Perpetua dà un suggerimento (=suggestion) a Don Abbondio. Gli dice di andare a parlare con l’arcivescovo Federigo Borromeo che era sicuramente molto potente. Ma Don Abbondio non è tanto coraggioso da andare a parlare con l’arcivescovo. Ha paura di Don Rodrigo.

Don Abbondio non riesce a mangiare niente quella sera. Va a dormire senza cena.

1.5 Renzo Tramaglino

Il suo nome era Lorenzo, ma tutti lo chiamavano Renzo. Renzo era molto emozionato quel giorno. Era il giorno del suo matrimonio e doveva sposare la donna che amava: Lucia Mondella.

Renzo non aveva più i genitori. Erano morti quando lui era piccolo. Lavorava come filatore di seta (=silk spinner), una lavoro che molti della sua famiglia facevano. Non guadagnava molto, ma abbastanza per vivere. Renzo aveva anche un piccolo terreno (=plot of land) che lavorava o che faceva lavorare ad altre persone.

Arrivato il giorno del suo matrimonio, Renzo si presenta da Don Abbondio di mattina presto, come gli aveva detto di fare il prete. Ma subito Renzo vede che Don Abbondio è molto preoccupato. Allora Renzo dice: “Sono venuto per sapere a che ora ci troviamo in chiesa.”

Ma Don Abbondio risponde: “Di che giorno parlate?”

“Come di che giorno?” dice Renzo, “Non ricorda che abbiamo fissato il matrimonio per oggi?”

“Oggi, oggi… abbiate pazienza ma oggi non posso.” risponde Don Abbondio.

“Oggi non si può? Cos’è successo?” dice allarmato Renzo.

“Non mi sento bene.” dice Don Abbondio, inventando di essere malato, “E poi, e poi, c’è un problema.”

“Un problema? Che problema ci può essere?” chiede Renzo.

Allora Don Abbondio inizia a parlare in latino: “Error, conditio, votum, cognatio, crimen,...” Ma Renzo si arrabbia e dice: “Don Abbondio, perché mi parlate in latino? Io non capisco il latino. Non so cosa state dicendo!”

“Renzo, se non capite, allora fidatevi di me (=trust me). Devo ancora fare delle cose. Le carte (=paperwork) per il matrimonio non sono ancora pronte. Mi dispiace.” dice Don Abbondio.

“Ma come? E perché non le ha fatte in tempo? Aveva tanto tempo per farle!” dice Renzo arrabbiatissimo “E adesso cosa dico a Lucia?”

“Che è stato un mio errore.” dice Don Abbondio. “Dite a tutti che ho sbagliato io. Ma non manca molto. Ho bisogno di una settimana. Poi sarà tutto a posto.”

“Va bene. Avrò pazienza per una settimana.” dice Renzo. “La saluto.” E va via.

1.6 Renzo incontra Perpetua

Uscito dalla casa di Don Abbondio Renzo va verso casa sua. Mentre camminava, Renzo pensava alla conversazione che aveva appena (=just) avuto con Don Abbondio. Più pensava alla conversazione più gli sembrava strana (=strange). Don Abbondio era freddo e non si sentiva a suo agio durante la conversazione. Evitava di guardare Renzo negli occhi. Inoltre, tutti questi problemi sul matrimonio non gli sembravano reali. Sembrava tutto inventato. Tutto molto strano.

Per un momento Renzo si ferma e pensa di tornare indietro per parlare di nuovo con Don Abbondio e fargli altre domande. Ma in quel momento vede Perpetua che cammina ed entra in una casa vicino. Renzo la segue (=follows her) e la raggiunge (=reaches her).

“Buongiorno, Perpetua.” saluta Renzo. “Oggi io e Lucia dovevamo sposarci ma Don Abbondio mi ha detto che non si può. Non so perché motivo. Lei sa qualcosa?”

“Ma come pensa lei che io possa conoscere i segreti (=secrets) del mio padrone?” risponde Perpetua.

“Ecco! Lo sapevo io che c’erano dei segreti!” dice Renzo.

“È brutto nascere poveri, Renzo” dice Perpetua. E Renzo risponde: “Sì, ma i preti non devono trattare (=treat) male i poveri!”

Perpetua cerca allora di difendere Don Abbondio: “Don Abbondio non ha colpa (=it is not his fault)”, dice. “E allora di chi è la colpa?” Chiede Renzo.

“Non posso parlare, Renzo…” dice Perpetua. “Prepotenti, la colpa è di persone prepotenti!”

“Chi è quel prepotente (=bully)?” chiede Renzo furioso. “Chi è quel prepotente che non vuole che io mi sposi con Lucia?” ma Perpetua non parla. Non può dire niente perché ha promesso a Don Abbondio di non dire il nome di quel prepotente.

Allora Renzo decide di tornare da Don Abbondio per sapere il nome del prepotente.

Entra in casa di Don Abbondio. Don Abbondio si prende paura e cerca di scappare andando verso la porta. Ma Renzo è più veloce. Chiude la porta a chiave e se la mette in tasca (=pocket).

“Signor curato, voglio sapere! Chi è quel prepotente che non vuole che sposi Lucia? Chi è? Voglio il nome!” dice Renzo aggredendo Don Abbondio.

“Renzo, Renzo, piano. Pensi e quel che fa.” dice Don Abbondio. “Mi vuole morto?”

“Voglio sapere quello che ho diritto di sapere.” dice Renzo.

“Ma se parlo sono morto.” dice Don Abbondio.

“Parli, Don Abbondio!” dice Renzo.

“Va bene, ma mi deve promettere di non parlarne mai con nessuno….” prova a chiedere Don Abbondio. Però Renzo non promette niente, anzi, promette di fare uno sproposito (=an error of judgement) se Don Abbondio non gli dice il nome.

“Don Rodrigo.” Dice finalmente Don Abbondio.

A quel punto, soddisfatto di aver saputo il nome del prepotente, Renzo apre la porta e saluta Don Abbondio.

1.7 Lucia Mondella

Quando Renzo arriva a casa incontra Bettina, un’amica di Lucia. Bettina è molto felice di vedere Renzo e gli corre incontro gridando: “Lo sposo! Lo sposo!”.

Anche Lucia in quel giorno era emozionatissima. Era il giorno del suo matrimonio. O almeno, doveva esserlo. Lucia era vestita molto elegante. C’erano molte amiche con lei. Anche sua mamma era con lei. Lucia ha i capelli neri con la riga in mezzo e molte trecce (=braids). Nelle trecce c’erano lunghi spilli d’argento (=silver pins) che formavano quasi un’aureola (=halo).

Bettina ritorna da Lucia e la trova in mezzo a tutte le altre amiche che la festeggiavano. Si avvicina a lei e le dice di uscire un momento a parlare con Renzo. Lucia esce dicendo: “Vado un momento fuori e torno subito.”

Quando vede il viso di Renzo, Lucia si rende subito conto che c’è qualcosa che non va. Gli chiede: “Cosa c’è?” e Renzo subito le dice: “Lucia, oggi non ci possiamo sposare. E chi lo sa (=who knows) quando potremo farlo”.

“Cosa?” Lucia non riesce a credere alle parole di Renzo. Allora Renzo si spiega meglio e racconta tutto quello che gli ha detto Don Abbondio. Renzo racconta del fatto che Don Rodrigo ha messo paura a Don Abbondio per non fargli celebrare il matrimonio. A quel punto Lucia dice: “Ah! Fino a questo punto!”. E dicendo queste parole Lucia arrossisce (=blushes).

“Quindi tu sapevi?” Renzo è sorpreso. “Purtroppo” dice Lucia.

“Cosa sapevi? Non mi hai mai detto niente!” dice Renzo.

“Ah Renzo!” sospira Lucia.

Intanto, Agnese, la mamma di Lucia, era scesa per vedere dov’era andata la figlia. Agnese aveva sentito la conversazione tra Renzo e Lucia e poi era risalita dalle amiche. È Agnese a dare la notizia alle amiche: “Il signor curato è ammalato. Oggi non si celebra il matrimonio.

Ma alcune amiche non credono ad Agnese e vanno alla casa del prete per controllare.

Perpetua però conferma la versione di Agnese dicendo dalla finestra che Don Abbondio ha una febbre altissima. Così tutte ritornano alla loro casa.

Capitolo 2

2.1 L’incontro tra Lucia e Don Rodrigo

Quando tutte le amiche se ne sono andate, Renzo racconta tutto ad Agnese. Sono nella stanza al pianterreno e arriva anche Lucia. Quando entra Lucia, sia Renzo che Agnese la guardano. Vogliono sapere di più. Cosa è successo? Perché Lucia non aveva detto niente nè a Renzo nè a sua mamma?

“Adesso vi dico tutto,” inizia Lucia che stava piangendo (=crying).

“Parla, parla” le dicono sia Renzo che la mamma Agnese.

Mentre continuava a piangere, Lucia raccontava che l’episodio era successo pochi giorni prima. Lei tornava dalla filanda (=spinning mill) con le sue compagne di lavoro. Era rimasta indietro e a un certo punto le era passato davanti Don Rodrigo che camminava insieme a un altro signore. Questo altro signore era il Conte Attilio, cugino di Don Rodrigo. Don Rodrigo aveva cercato di parlare con lei ma lei non le aveva risposto. Aveva accelerato il passo (=pace) per raggiungere le compagne e non aveva risposto a Don Rodrigo. Però, aveva sentito Don Rodrigo e il Conte Attilio ridere insieme e poi Don Rodrigo dire: “Scommettiamo?”

Il giorno dopo, allo stesso punto del percorso, Lucia era insieme alle compagne e faceva in modo di non guardare Don Rodrigo. Vedeva però il Conte Attilio ridere forte e Don Rodrigo dire: “Vedremo, vedremo.” Quello era l’ultimo giorno della filanda. Non ci sono stati più incontri dopo quel giorno.

“Ho raccontato tutto…” dice Lucia. “A chi hai raccontato tutto?” chiede Agnese. “Al padre Cristoforo, in confessione, mamma” dice Lucia. Agnese, sentendo il nome del padre Cristoforo è più tranquilla. “Hai fatto bene!” dice alla figlia “Ma perché non hai raccontato tutto anche a me?” ma Lucia non risponde alla mamma.

“E cosa ti ha detto il padre?” chiede allora Agnese.

“Mi ha detto di affrettare (=rush) il più possibile le nozze. E di rimanere in casa.” E finito il racconto Lucia scoppia di nuovo a piangere.

“Ah assassino! Prepotente!” dice Renzo, “Questa è l’ultima che fa quell’assassino!” dice Renzo in tono minaccioso. Allora Lucia si allarma e gli dice di calmarsi: “No, no, per favore. Non fare pazzie!”

Nel frattempo Agnese ha un’idea: “Renzo, vai a Lecco e cerca il dottor Azzecca-garbugli. È un avvocato. Lui ci può aiutare. Ma non chiamatelo Azzecca-garbugli. Non è il suo vero nome. Adesso non ricordo il suo vero nome.

Renzo accetta questo suggerimento e decide di andare a trovare questo dottor Azzecca-garbugli.

2.2 L’Azzecca-garbugli

Erano tutti d’accordo. Lucia, Renzo ed Agnese. L’idea era buona. Il dottor Azzecca-garbugli sicuramente sarà in grado di aiutarli. Come regalo da portare al dottore, Agnese prende quattro galline (=chicken) e le lega (=ties) per le gambe. Poi le dà a Renzo.

Così, Renzo parte per la casa del dottor Azzecca-garbugli. Va a piedi. L’ufficio del dottore era a Lecco, una città vicina. Durante il cammino Renzo pensa a cosa dire al dottore.

Arrivato a Lecco, Renzo domanda dell’abitazione del dottore. Gli abitanti gli indicano dove si trova l’abitazione e lui la trova senza problemi. Entra in casa. Subito, quando entra, prova un senso di inferiorità. Questo spesso accade (=happens) alle persone che non hanno studiato quando si trovano vicino a un signore che ha studiato. Immediatamente, Renzo si dimentica tutti i discorsi che aveva preparato.

Renzo entra in cucina e trova la serva (=servant). Le chiede se può parlare con il dottore. La serva vede le galline e si avvicina per prenderle, ma Renzo non gliele dà. Vuole prima far vedere al dottore cosa gli ha portato in regalo. Ma il dottore entra in cucina proprio in quel momento e invita Renzo a entrare nel suo studio: “Entri, prego.”

Lo studio era una stanza molto grande. Su tre pareti c’erano i ritratti dei dodici Cesari, i primi imperatori romani da Cesare a Domiziano. Sulla quarta parete c’erano molti scaffali pieni di libri vecchi e polverosi (=dusty). In mezzo alla stanza c’era un tavolo. Sul tavolo c’erano tantissime pratiche (=paperwork). Attorno al tavolo c’erano tre o quattro sedie di legno. Il dottore aveva addosso una vecchia toga, che aveva usato negli anni passati per lavorare. Il dottore, infatti, aveva lavorato a Milano.

“Mi dica” dice il dottore a Renzo. E Renzo, timido, comincia. “Mi scusi se non so parlare molto bene” inizia Renzo. Ma il dottore lo interrompe: “Mi dica il fatto come sta. Non si preoccupi.”

Allora Renzo prende coraggio e dice: “Vorrei sapere se è legale minacciare (=threaten) un prete perché non celebri un matrimonio.” E subito il dottore dice: “Ho capito.” Anche se non aveva capito. Il dottore cerca una grida e la legge con Renzo. Ma il dottore non ha capito bene. Pensa che l’autore della minaccia sia Renzo. Quando Renzo si rende conto dell’errore, chiarisce la situazione con il dottore: “Oggi, io dovevo sposare una giovane che si chiama Lucia. Ma il signor curato che doveva celebrare il matrimonio, ha tirato fuori delle scuse e non vuole celebrarlo. Allora ho parlato con lui e mi ha detto che un signore prepotente lo ha minacciato. Il prepotente si chiama Don Rodrigo.”

A quel punto, sentito il nome di Don Rodrigo, il dottore interrompe Renzo. Cambia completamente. Il dottore dice a Renzo di andare via: “Vada via, vada via. Io non c’entro. Me ne lavo le mani. Imparate a parlare, non si sorprende così un galantuomo (=gentleman).”

“Ma senta, ma senta” prova a dire Renzo, mentre il dottore lo spinge (=push) via. E quando arrivano in cucina il dottore dice alla serva di restituire a Renzo il regalo che aveva portato: “Non voglio niente. Non voglio niente.” La serva era sorpresa perché era la prima volta che aveva visto il dottore rifiutare un regalo.

Renzo quindi deve andarsene. Riprende la strada di casa con le galline pensando a come raccontare a Lucia ed Agnese la sua conversazione con l’Azzecca-garbugli.

2.3 Renzo torna a casa

Renzo torna a casa per raccontare tutto ad Agnese e Lucia. L’idea di Agnese di andare a parlare con il dottor Azzecca-garbugli era buona, in teoria. Purtroppo però, Renzo aveva visto che il dottore non voleva proprio aiutarli. Lucia pensava che in ogni caso bisognava cercare anche altro aiuto. Lei non pensava che il dottor Azzecca-garbugli li avrebbe aiutati. Secondo Lucia bisognava chiedere aiuto al padre Cristoforo. Lui sicuramente poteva aiutarli.

E infatti, quando Renzo torna a casa e racconta della conversazione con il dottore, tutti capiscono che da lui non sarebbe arrivato nessun aiuto. “Quel dottore non è affatto un galantuomo! Anzi, è uno che non aiuta per niente i poveri. Protegge i potenti! (=He protects powerful people!)” dice Renzo. “All’inizio pensava che il delinquente fossi io! Pensava che io fossi il bravo che aveva detto a Don Abbondio di non celebrare il matrimonio!” racconta Renzo. “Ma appena ho fatto il nome di Don Rodrigo mi ha mandato via! Non ha voluto nemmeno i capponi! Mi ha restituito tutto e mi ha spinto (=pushed) fuori dalla porta!”

Agnese è sorpresa e pensa che sia colpa di Renzo per come gli aveva parlato. Ma Lucia dice subito che aveva pensato a un’altra persona che poteva aiutarli: Fra Cristoforo. Lucia aveva già parlato con Fra Galdino che avrebbe chiamato Fra Cristoforo. Poi, appena possibile, Fra Cristoforo sarebbe venuto a farle visita.

Renzo è arrabbiatissimo e promette di fare giustizia da solo. Lucia ed Agnese sono preoccupate perché vedono che Renzo è molto aggressivo e non vogliono che faccia uno sproposito. Decidono tutti di aspettare Fra Cristoforo e di vedere che soluzione propone lui. Hanno molta fiducia nel frate.

2.4 Fra Cristoforo

Padre Cristoforo è un frate cappuccino. Il convento dove sta Fra Cristoforo si trova a Pescarenico, un rione di Lecco. A Pescarenico vivono soprattutto pescatori che pescano nel lago di Como o nel fiume Adda.

Ma la situazione economica di questi paesi non è certamente buona. Molte persone sono senza lavoro e sono costrette (=forced) a chiedere l’elemosina (=beg). La povertà è diffusa. Le persone non hanno da mangiare e gli animali neanche. Il frate era molto triste quando vedeva le persone in difficoltà.

Al tempo della storia, Fra Cristoforo aveva quasi sessant’anni. Aveva i baffi e una barba lunga e bianca che gli copriva le guance (=cheeks) e il mento. Ma Fra Cristoforo non era sempre stato frate. E anche il suo nome non era sempre stato Cristoforo. In realtà il suo nome di battesimo (=baptism) era Ludovico. Ludovico era figlio di un mercante che era molto ricco. Ma aveva vergogna di tutte quelle ricchezze perché vedeva che molte persone nella vita non avevano i mezzi (=means) sufficienti per vivere.

Un giorno Ludovico camminava per una strada con due bravi e con un signore che si chiamava Cristoforo. Cristoforo era il maggiordomo (=butler) di Ludovico. Aveva circa cinquant’anni ed era molto affezionato a Ludovico perché lo aveva visto nascere. Improvvisamente, a questo gruppo di persone viene davanti un signore arrogante e prepotente. Questo signore è seguito da quattro bravi. Il signore cattivo e Ludovico si fermano uno davanti all’altro perché nessuno dei due vuole far passare prima l’altro. Presto vengono alle mani (=come to blows) e poi alle armi (=weapons). Ma il signore arrogante ha quattro bravi mentre Ludovico ne ha solamente due. Nella lotta (=fight), il signore arrogante uccide con la spada il maggiordomo Cristoforo. E allora Ludovico, che era stato sulla difensiva, si arrabbia e con la sua spada uccide il signore.

A questo punto i bravi, sia quelli del signore che quelli che accompagnavano Ludovico, se ne vanno via. Ludovico resta da solo con i corpi del signore e di Cristoforo ai suoi piedi. Entrambi erano morti.

Ludovico non aveva mai ucciso nessuno prima di allora ed era molto scioccato (=shocked). Era anche molto triste per la morte del suo maggiordomo. La gente che aveva visto quello che era successo, gli dice di andare via al più presto per non essere arrestato. Ludovico scappa (=runs away) e trova rifugio in un convento di Cappuccini. Qui, decide di rimanere e di farsi frate. Era un pensiero che aveva già avuto in passato. Adesso gli sembrava un momento perfetto per diventare frate. E nel diventare frate prende il nome del maggiordomo. Quindi Ludovico prende il nome di Fra Cristoforo.

2.5 Fra Cristoforo da Lucia

Come abbiamo visto, il convento dei frati Cappuccini era a Pescarenico. Si trova in quella che adesso è la chiesa dei Santi Materno e Lucia.

Fra Cristoforo aveva ricevuto il messaggio da Fra Galdino ed era andato verso la casa di Lucia.

Arrivato a casa di Lucia si rende subito conto della tristezza della stessa Lucia. Quando arriva, infatti, trova Lucia che sta piangendo.

Subito cerca di dare forza e coraggio a Lucia dicendo che l’avrebbe aiutata.

Poi, Fra Cristoforo pensa a quello che può fare. Non crede che sia una buona idea attaccare Don Abbondio perché non pensa che sia facile fargli cambiare idea. Alla fine, decide di andare a parlare direttamente con Don Rodrigo.

In quel momento entra anche Renzo. Anche Renzo chiede a Fra Cristoforo se li aiuterà oppure no. Capisce che Fra Cristoforo è dalla loro parte e non dalla parte di Don Rodrigo. È più contento. Soprattutto è contento di sentire che andrà a parlare con Don Rodrigo, altrimenti ci andrebbe lui. Ma Agnese e Lucia non vogliono che Renzo vada da Don Rodrigo. Hanno paura di quello che può fare.

“Sentite,” dice Fra Cristoforo “vado oggi a parlare con Don Rodrigo”. Detto questo, saluta tutti e va verso il convento dove doveva arrivare prima di mezzogiorno. Mangia e subito parte per il palazzotto di Don Rodrigo.

2.6 Il palazzo Don Rodrigo

Il palazzo (=palace) di Don Rodrigo si trovava in cima (=at the peak) a una collina (=hill). Si trovava a tre miglia (=miles) dalla casa di Lucia e a quattro miglia dal convento di Pescarenico dove viveva Fra Cristoforo. A sud del palazzo, verso il lago, c’erano alcune case. In queste case vivevano i contadini (=farmers) di Don Rodrigo.

Fra Cristoforo sale la strada che porta al palazzo e passa attraverso (=through) il villaggio con le case dei contadini. Arriva davanti al portone del palazzo.

Trova la porta chiusa. Questo voleva dire che il padrone stava mangiando. C’era molto silenzio e vicino al portone c’erano due bravi, seduti sulle panche (=benches) che si trovavano ai lati del portone. Fra Cristoforo si ferma per far vedere che poteva aspettare ma un bravo gli dice: “Padre, padre, venga pure avanti. Non facciamo aspettare i cappuccini. Noi siamo amici del convento.” Dopo aver detto questo il bravo picchia sul portone e dopo un po’ un vecchio servitore viene ad aprire il portone.

Il servitore fa entrare Fra Cristoforo e lo accompagna in un salotto. Poi chiede: “Ma non è lei padre Cristoforo di Pescarenico?”

“Sì, sono io.” Risponde Fra Cristoforo.

“Cosa fa lei qui?” chiede il servitore. Ma Fra Cristoforo preferisce non dare troppe spiegazioni al servitore. I due passano attraverso due o tre altri salotti e poi arrivano alla porta della sala da pranzo. Fra Cristoforo non vuole entrare durante il pranzo per non disturbare e rischiare di mettere di cattivo umore Don Rodrigo.

Ma non ha nemmeno il tempo di parlare che la porta si apre.

2.7 A pranzo da Don Rodrigo

Come si apre la porta, Fra Cristoforo vede la tavola e le persone che sono sedute. Per primo vede il conte Attilio, il cugino di Don Rodrigo. Ricordiamo che Don Rodrigo era con il conte Attilio quando aveva incontrato Lucia per strada.

Fra Cristoforo cerca ancora di evitare di entrare a disturbare, ma il conte lo invita a passare. “Avanti, avanti” gli dice. “Venga, venga, padre”. Allora Fra Cristoforo avanza e fa un inchino (=bow) al padrone di casa, Don Rodrigo. Tutti lo salutano e lui ricambia i saluti.

Oltre a Don Rodrigo e al conte Attilio, a tavola c’era anche il signor Podestà (=historical Italian title for chief magistrate or city authority). Il podestà sarebbe proprio la persona che avrebbe dovuto fare giustizia per Renzo e Lucia. Poi, a tavola c’era anche il dottor Azzecca-garbugli, con un mantello nero e il naso rosso. Era ubriaco (=drunk).

Don Rodrigo ordina subito a un servitore di portare una sedia per il padre.

Fra Cristoforo si siede chiedendo scusa a Don Rodrigo per essere arrivato durante il pranzo. Dice anche che ha bisogno di parlare con lui in privato. “Parleremo, parleremo” risponde Don Rodrigo. E ordina di dare da bere del vino al padre. Fra Cristoforo cerca di evitare di bere. Non vuole. Ma Don Rodrigo insiste.

Il conte Attilio, il Podestà, l’Azzecca-garbugli, Don Rodrigo e le altre due persone che erano a tavola continuavano a discutere di problemi legali e politici. Però tutti avevano bevuto un po’ troppo e quindi erano molto rumorosi. I quattro personaggi cercano di coinvolgere (=involve) anche Fra Cristoforo nella discussione, ma il padre evita di parlare.

Don Rodrigo ogni tanto guarda il padre che stava sempre zitto. Non aveva voglia di parlare con lui, ma sapeva di non poter evitare. Alla fine del pranzo è finalmente ora del colloquio.

Capitolo 3

3.1 Fra Cristoforo e Don Rodrigo

“Come posso servirla?” dice Don Rodrigo a Fra Cristoforo quando sono rimasti da soli nella sala da pranzo. Fra Cristoforo aveva un po’ di paura e sapeva che non era facile parlare ai prepotenti come Don Rodrigo. Però si fa coraggio e inizia: “Vengo a proporle un atto (=act) di giustizia. Alcuni uomini hanno detto che lei ha fatto paura a un prete perché non celebri un matrimonio. Ma lei può, con una sola sua parola, fare giustizia e difendere quei due innocenti.”

Don Rodrigo si sente subito attaccato e dice a Fra Cristoforo che non può venire a casa sua a fargli la predica (=homily). Fra Cristoforo cerca di spiegarsi (=explain himself) in modo diverso ma Don Rodrigo è molto duro: “Capisco che c’è una ragazza che vi interessa molto, padre”. Fra Cristoforo dice che l’anima (=soul) di Lucia gli interessa quanto quella di Don Rodrigo, ma sa che Don Rodrigo può fare qualcosa per aiutare Lucia. Ovviamente, Don Rodrigo non vuole assolutamente aiutare Lucia e allora propone: “Ebbene, se lei crede che io possa fare qualcosa per questa persona allora le consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più niente e nessuno le darà fastidio.”

Al sentire questa proposta Fra Cristoforo non riesce più a nascondere la sua rabbia (=anger) e la sua indignazione. “La vostra protezione? Ha passato ogni limite, Don Rodrigo. Adesso non ho più paura di lei!”

Don Rodrigo è sorpreso della reazione del padre. I frati infatti non parlavano mai in modo così aggressivo. “Come parla, frate?” chiede Don Rodrigo.

“Parlo come si parla a chi è senza Dio.” dice Fra Cristoforo. “Come? In questa casa?” Dice Don Rodrigo. “Ho compassione di questa casa. Questa casa è maledetta!”

Don Rodrigo era sorpreso, arrabbiato e anche un po’ spaventato dalle parole di Fra Cristoforo.

“Esca da questa casa, frate!” grida (=shouts) Don Rodrigo. E Fra Cristoforo se ne va, lasciando Don Rodrigo solo nella stanza.

3.2 Il vecchio servitore

Appena uscito dalla sala da pranzo di Don Rodrigo, Fra Cristoforo intravede una persona. Una persona che si nasconde per non essere vista dalla sala da pranzo. Fra Cristoforo guarda meglio e vede che è il vecchio servitore che era venuto ad aprire la porta.

Questo vecchio servitore lavorava in quella casa da più di quarant’anni. Da prima della nascita (=birth) di Don Rodrigo. Il servitore non approvava quello che faceva Don Rodrigo, ma non poteva dire niente. Però, sapeva molte cose perché sentiva tutti i discorsi di Don Rodrigo.

Vuole parlare con il padre. Fra Cristoforo lo vede e lo saluta passando. Ma il vecchio gli si avvicina misteriosamente e dice: “Padre, ho sentito tutto e ho bisogno di parlarle.”

“Dica, buon uomo.” dice Fra Cristoforo.

“Qui no. Se il padrone ci vede è un problema. Ma io so molte cose. Domani vengo al convento per parlare con lei.” Dice il servitore.

“Don Rodrigo ha un piano?” chiede Fra Cristoforo.

“Sicuramente qualcosa c’è. Ma non posso parlare adesso. È troppo pericoloso. Verrò domani a trovarla in convento. Ma adesso vada via. E non faccia il mio nome a nessuno, mi raccomando!” chiede il vecchio servitore.

“Certo. Non si preoccupi.” lo rassicura Fra Cristoforo. E se ne va. Passa per il corridoio, passa per un salotto e poi esce. Uscito fuori respira (=breathes) e scende per la strada velocemente. Era ancora scioccato per la conversazione con Don Rodrigo, ma l’incontro con il vecchio servitore gli aveva dato speranza (=hope) e si sentiva molto meglio. Era un filo (=thread) che forse avrebbe potuto aiutare Lucia e Renzo e risolvere questa brutta situazione.

3.3 Agnese ha un’idea

Mentre Fra Cristoforo era da Don Rodrigo, Lucia, Agnese e Renzo erano rimasti a casa. Erano preoccupati e pensavano a come si poteva risolvere quella difficile situazione.

Lucia stava preparando la cena e Agnese stava pensando. A un certo punto dice: “Ragazzi, ascoltate! Ho un’idea.”

“Se potessimo celebrare il matrimonio tutto questo sarebbe risolto, vero?” dice Agnese.

“Beh, sì. Ovviamente.” dice Renzo. “Potremmo andare a vivere con mio cugino Bortolo che mi ha proposto tante volte di andare da lui.”

“Bene!” riprende Agnese “Per fare un matrimonio c’è bisogno del prete ma non c’è bisogno che voglia celebrarlo. Basta avere due testimoni. Andiamo dal curato e lo prendiamo all’improvviso, in modo che non abbia tempo di scappare (=escape). L’uomo dice: signor curato, questa è mia moglie. La donna dice: signor curato, questo è mio marito. C’è bisogno che il curato senta, che i testimoni sentano, e il matrimonio è fatto.”

“È possibile?” chiede Lucia.

“Come, non mi credi?” dice mamma Agnese. “È proprio così.”

“Sono imbrogli (=frauds).” dice Lucia, che non vuole fare cose illegali. “Fino ad adesso abbiamo fatto tutto secondo le leggi. Andiamo avanti così. Aspettiamo Fra Cristoforo e parliamo con lui. Vediamo cosa dice. Sentiamo il suo parere.”

Ma Renzo è già d’accordo con Agnese e vuole agire (=act). Pensa già a chi può fare da testimone. Il primo che gli viene in mente è Tonio. Anzi, va subito a casa di Tonio per chiedere il suo aiuto.

Quando Renzo arriva a casa di Tonio lo trova in cucina. Sta cucinando una polenta di grano saraceno (=buckwheat). A tavola, c’erano la mamma di Tonio, la moglie di Tonio e un fratello. Altri tre ragazzini erano vicino al papà e aspettavano che arrivasse la polenta nel piatto. Non erano molto felici perché avevano poco grano e quindi si poteva fare poca polenta.

Renzo parla velocemente con Tonio e gli spiega il piano d’azione. Renzo gli darà venticinque lire in cambio. Tonio accetta di aiutare l’amico.

Ma hanno bisogno di un altro testimone e allora Tonio propone suo fratello Gervaso. Dice a Renzo che basterà pagargli da bere e anche lui li aiuterà.

Bene! Sono tutti d’accordo per agire il giorno dopo verso sera.

3.4 Fra Cristoforo da Lucia

Padre Cristoforo arriva a casa di Lucia dove ci sono anche Renzo e Agnese. Dice subito che non c’è niente da sperare in Don Rodrigo. La dichiarazione di Fra Cristoforo rende molto tristi Lucia e Agnese. Anche se nessuna di loro sperava che Don Rodrigo cambiasse il suo atteggiamento (=attitude), avere la certezza da Fra Cristoforo è triste.

Renzo invece è arrabbiato. Vuole sapere perché Don Rodrigo si sta comportando in questo modo. Però Fra Cristoforo non può dirgli il motivo (=reason) perché Don Rodrigo non ha detto niente. Non ha fatto nomi, né quello di Lucia né quello di Renzo.

“Bisogna avere pazienza, Renzo.” dice Fra Cristoforo. “Coraggio. Addio” e se ne va.

Ma Renzo è troppo arrabbiato. Quando Fra Cristoforo è uscito da casa dice: “La finirò io! La finirò io!” con tono di minaccia (=threat).

“Oh, Renzo” dice Lucia “No, no. Per l’amor del cielo!” e comincia a piangere.

“Hai sentito che Fra Cristoforo ha parlato di un filo, di qualcosa che può aiutarci. Aspettiamo. Vediamo cosa può fare lui.

Ma Renzo continua: “La farò io, la giustizia, io! Ormai è tempo!” - “Deve morire!”

“No, Renzo, no!” prega Lucia “cosa vuoi che faccia?”

E Renzo: “Ti ho già pregata mille volte. Andiamo dal curato?” - “Va bene” dice Lucia, che finalmente accetta l’avventurosa proposta della mamma.

Adesso sono tutti d’accordo. Il piano può essere messo in moto (=motion).

3.5 I preparativi per l’agguato

Il giorno dopo Renzo si sveglia presto per preparare la grande operazione della sera. Sono lui ed Agnese a preparare il piano per l’agguato (=ambush). Lucia no. Lucia ascolta e promette di fare del suo meglio, ma non partecipa alla programmazione.

Agnese domanda a Renzo se aveva ancora intenzione di andare da Fra Cristoforo ma lui dice subito di no. Agnese allora decide di mandare Menico da Fra Cristoforo. Menico è un ragazzetto di circa dodici anni, molto intelligente e furbo, che era anche un nipote di Agnese. Agnese lo chiede quasi in prestito (=loan) per tutto quel giorno. Gli dice cosa deve fare. Deve andare da Fra Cristoforo. E descrive Fra Cristoforo a Menico: “Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la barba bianca…”

“Ho capito” dice Menico. “Non c’è problema. Non sono mica un ragazzetto.”

Un po’ più tardi, sempre durante quella lunga mattina, arrivano alla casa di Lucia alcuni personaggi un po’ strani. Il primo è un mendicante (=begger) che bussa (=knocks) alla porta ed entra in casa. Prende un po’ di pane offerto e lo mette nella borsa in modo strano. Non sembra un vero mendicante. Non è vestito male come i veri mendicanti. E quando è in casa approfitta (=takes advantage) per guardare nelle stanze. Un comportamento (=behavior) molto strano. Cerca anche di entrare in una stanza facendo finta di sbagliare l’uscita. Così Agnese deve chiamarlo: “Ehi, ehi, dove va signore?”

Dopo questo personaggio arrivano altri signori strani dal comportamento sospetto (=suspicious). Alcuni entravano con la scusa di farsi insegnare la strada. Altri passavano davanti alla porta e guardavano dentro.

Finalmente, verso mezzogiorno, quella strana e fastidiosa processione finisce.

3.6 Il Griso

Mentre accadeva tutto questo, Don Rodrigo era rimasto in casa a pensare. Poi, era andato a fare una passeggiata. Il giorno dopo si era svegliato e aveva parlato con il conte Attilio.

Ricordiamo che Don Rodrigo aveva scommesso (=bet) con il conte Attilio che avrebbe preso Lucia prima del giorno di San Martino. Non era ancora San Martino però il conte Attilio approfittava per prendere in giro (=make fun of) Don Rodrigo. Allora Don Rodrigo decide di passare all’azione e chiama il Griso, il capo dei bravi.

“Griso” dice Don Rodrigo, “prima di domani Lucia deve essere in questo palazzo!” ordina Don Rodrigo. “E che non le sia fatto del male!”. “Puoi prendere tutti gli uomini di cui hai bisogno”.

“Lasci fare a me” risponde il Griso, inchinandosi, e se ne va.

Il Griso allora organizza dei giri per conoscere il paese e la casa di Lucia. Gli strani mendicanti che erano andati a casa di Lucia quel giorno in realtà erano i bravi del Griso. Al ritorno al palazzo, il Griso fa il piano dell’impresa dando tutte le istruzioni necessarie ai bravi. Ma il vecchio servitore, che stava sempre a occhi aperti e orecchie tese, si accorge (=notices) che stanno preparando qualcosa di grosso.

Appena capisce quello che sta succedendo, il vecchio servitore parte per il convento per comunicare tutto a padre Cristoforo.

3.7 Verso la casa di Don Abbondio

Nel frattempo, mentre i bravi vanno a prendere posizione e il vecchio servitore corre verso il convento, Renzo va all’osteria per incontrare Tonio e Gervaso che dovevano fare i testimoni. Vuole anche mangiare qualcosa con loro.

All’osteria però vede che ci sono dei forestieri (=foreigner). Prova a chiedere all’oste (=innkeeper) chi sono ma l’oste risponde che non li conosce. Anche i forestieri però, che erano i bravi mandati dal Griso, chiedono all’oste chi fossero quei ragazzi. E l’oste risponde dicendo che uno si chiama Renzo e fa il filatore di seta, uno si chiama Tonio, è buono ma è povero.

La cena non è molto allegra perché Renzo continua a preoccuparsi per i forestieri che sono all’osteria. Sembrano dei tipi pericolosi.

A un certo punto Gervaso, che non si era reso conto del pericolo, comincia a parlare a voce alta: “Che bello che Renzo abbia deciso di sposarsi e che abbia bisogno…” ma Renzo lo blocca subito. “Vuoi stare zitto?” gli disse Tonio dandogli una gomitata (=with the elbow).

Durante il pasto, Renzo mangia poco. Versa del vino a Tonio e Gervaso ma non molto. Non vuole che diventino ubriachi.

Alla fine, Renzo paga il conto e tutti escono per strada. Dopo aver fatto alcuni passi (=steps) si gira (=turns back) per vedere se i due forestieri li seguivano e infatti vede che anche loro erano usciti dall’osteria. Però, quando vedono che Renzo si gira e li vede, se ne vanno via subito.

I tre proseguono sulla strada di casa. C’è molta gente fuori in quel momento. Stava per fare buio ed era quindi un’ora nella quale molti tornavano a casa. Le donne venivano dai campi portando i bambini al collo. Tenevano la mano ai ragazzi più grandi. Anche gli uomini tornavano a casa, con le vanghe e le zappe sulle spalle. Nelle case si vedevano i fuochi che servivano per cucinare le povere cene degli abitanti del villaggio. Le campane della chiesa suonavano. Renzo, Tonio e Gervaso arrivano a casa di Lucia quando è già notte.

A casa, trovano Lucia che è terrorizzata per l’impresa che deve compiere. Ma lo aveva promesso e quindi adesso deve seguire gli altri. Ecco quindi che la brigata esce di casa. Ci sono Renzo e Lucia, Agnese, Tonio e Gervaso. Zitti, zitti camminano nel buio (=dark). Prendono una strada un po’ più lunga ma più nascosta per non essere visti.

Il gruppo arriva alla porta della casa di Don Abbondio e batte la porta per richiamare l’attenzione di Perpetua. Infatti, Perpetua chiede: “Chi è a quest’ora?”

“Sono io con mio fratello” dice Tonio. “Abbiamo bisogno di parlare con il curato.”

“Ma proprio adesso?” chiede Perpetua.

“Ho dei soldi che devo restituire (=return) a Don Abbondio. Se preferisce torno un altro giorno ma non so se avrò più i soldi.”

“No, no, aspettate un momento: torno subito con la risposta.” e chiude la finestra.

A questo punto Agnese si unisce a Tonio e Gervaso facendo finta di averli appena incontrati. Agnese doveva bloccare Perpetua.

Capitolo 4

4.1 Agnese inganna Perpetua

Don Abbondio era a casa sua. Si era dato malato e leggeva un libro che gli aveva dato un suo amico prete. A Don Abbondio piaceva leggere tanto e il suo amico gli prestava dei libri.

Ma la calma della sera è presto interrotta (=interrupted) da Perpetua che chiama Don Abbondio per annunciare l’arrivo di Tonio.

“A quest’ora?” dice Don Abbondio. “Cosa vuole? Vabbè, lo faccia venire.”

“Dove è andato a finire?” dice Perpetua. Tonio si fa vedere e subito appare anche Agnese che fa finta di passare di là per caso. Agnese saluta Perpetua per nome.

“Buona sera, Agnese,” dice Perpetua “dove va a quest’ora?”

“Vengo da un paese qua vicino e passavo proprio per parlare con lei. Ho appena incontrato una donna che dice che lei non ha sposato Beppe Suolavecchia né Anselmo Lunghina perché loro non hanno voluto. Io invece dicevo che è stata lei a rifiutare tutti e due.” spiega Agnese.

“Ma guarda se la gente può inventare cose così da dire in giro!” si lamentava Perpetua.

Nel frattempo (=Meanwhile) dice a Tonio di salire per incontrare Don Abbondio.

Di fronte alla porta della casa di Don Abbondio partiva una stradina che poi girava e portava in un campo (=field). Per Agnese era il posto perfetto dove portare Perpetua. Così Renzo e Lucia avrebbero potuto avere campo libero. E infatti Agnese fa proprio così: continua a parlare con Perpetua che la segue interessatissima fino alla curva (=curve). A quel punto, Agnese dà un colpo di tosse (=cough). Quello è il segnale per Renzo e Lucia. Possono entrare e salire da Don Abbondio senza essere visti da Perpetua.

4.2 Il matrimonio a sorpresa

Tonio, Gervaso, Renzo e Lucia salgono le scale in silenzio. Non fanno nessun rumore, così Don Abbondio non capisce che Tonio viene accompagnato. Tonio bussa (=knocks) alla porta. “Tonio?” chiede Don Abbondio, “entri pure”. Tonio entra con Gervaso. Renzo e Lucia aspettano fuori dalla porta al buio e in silenzio ascoltando quello che succede dentro la stanza.

Don Abbondio era seduto su una vecchia sedia. “Ah, ah” dice come saluto per Tonio.

E Tonio, per scusarsi dice: “Lei penserà che sono venuto tardi.”

“Certo che è tardi! Lo sa che sono malato?” dice Don Abbondio. “Oh, mi dispiace. Non lo sapevo.” risponde Tonio.

“Perché è venuto con quel ragazzo? Chiede curioso Don Abbondio. “Così, per compagnia,” dice Tonio “è mio fratello Gervaso”.

“Sono venticinque berlinghe nuove” dice Tonio. “Vediamo” dice Don Abbondio. “Va bene.”

Ma Tonio ha un’altra richiesta: “Adesso, per favore, può scrivere che ha ricevuto i soldi?”

“Va bene, va bene” dice Don Abbondio e comincia a cercare un foglio di carta. A quel punto, Tonio e Gervaso si mettono davanti alla porta così che Don Abbondio non poteva vederla. È arrivato il momento: Renzo e Lucia entrano e si mettono dietro a Tonio e Gervaso.

Tutto a un tratto (=All of a sudden) Renzo e Lucia appaiono (=appear). Don Abbondio è sorpreso e lascia cadere a terra la carta che teneva in mano. Subito Renzo inizia: “Signor curato, in presenza di questi testimoni, questa è mia moglie.” Don Abbondio si avvicina a Lucia che è terrorizzata. Però cerca ugualmente di fare la sua parte e dice: “E questo…” Ma Don Abbondio le butta (=throws) addosso il tappeto (=rug) e le impedisce di pronunciare la fine della formula.

“Perpetua, Perpetua! Tradimento (=betrayal)! Aiuto!” chiama Don Abbondio. E in quel momento la poca luce che c’era si spegne. Rimangono tutti al buio. Ma Don Abbondio riesce a trovare la porta e a uscire. Va in una stanza vicina mentre continua a chiamare Perpetua.

In tutto questo caos, dobbiamo fare una riflessione. Renzo, che si trova in casa d’altri di nascosto per costringere (=force) Don Abbondio a celebrare il matrimonio sembra l’oppressore. Don Abbondio invece sembra la vittima. Invece, in realtà, era Don Abbondio che era il vero oppressore e Renzo la vittima. Così va spesso il mondo. O almeno così andava nel diciassettesimo secolo (=century).

4.3 Le campane

Don Abbondio vede che Renzo non voleva andarsene e non sente nessuno che sta arrivando ad aiutarlo. Tuttavia, continua a gridare “Aiuto! Aiuto!”.

Noi sappiamo che Perpetua si trovava lontano con Agnese, quindi lei non poteva aiutarlo. Ma chi sente le richieste di aiuto di Don Abbondio è il sagrestano. Il sagrestano si chiama Ambrogio. Ambrogio dice: “Vengo subito!”. Però anche lui aveva paura degli aggressori e quindi non va da Don Abbondio. Invece, decide di fare qualcosa di diverso. Prende i suoi pantaloni (Ambrogio infatti stava dormendo quando ha sentito le grida di Don Abbondio) e corre al campanile (=bell tower) per suonare le campane (=bells) e svegliare così tutto il paese e chiamare anche lui aiuto.

Ton, ton, ton: tutti i contadini si svegliano immediatamente.

Durante tutto questo tempo, i bravi guidati dal Griso erano andati a casa di Lucia con l’obiettivo di rapirla (=kidnap her). Ma quando sono arrivati alla casa hanno visto che non c’era nessuno perché tutte le luci erano spente. Il Griso ha bussato alla porta facendo finta di essere un pellegrino che ha perso la strada ma nessuno ha aperto. Allora, il Griso è andato a chiamare un altro bravo e gli ha detto di entrare. Poi sono entrati altri bravi e alla fine anche il Griso. Ma niente. Non c’è nessuno. Incredibile! “Cosa diavolo succede” si chiede il Griso “Qualcuno ha fatto la spia (=spy)?”

Ma tutto a un tratto sentono rumore di passi. I passi si avvicinano alla porta. I bravi aspettano in silenzio. Sono ormai tutti dentro la casa di Lucia. È Menico che arrivava di corsa mandato da padre Cristoforo per avvisare le donne del pericolo. Menico nota (=notices) che la porta è aperta e la spinge piano. Capisce che c’è qualcosa di strano. Ma entra ugualmente. Due bravi lo prendono per le braccia e gli dicono: “Zitto o sei morto!”

Menico ha una grandissima paura e invece di stare zitto grida fortissimo. Allora uno dei bravi tira fuori un coltello. Menico è terrorizzato. Ma proprio in quel momento si sente il primo tocco di campana. Questa volta sono i bravi a prendere paura e scappano via.

Menico approfitta per correre in strada anche lui. Va verso il campanile.

Il Griso intanto riprende controllo dei bravi e li riunisce.

4.4 L’incontro con Menico

Le grida di Don Abbondio e le campane richiamano anche Perpetua che era rimasta in strada a parlare con Agnese. Allarmata, Perpetua torna velocemente a casa e quando apre la porta vede Tonio, Gervaso, Renzo e Lucia che escono di fretta.

“Cosa c’è? Cosa c’è?” domanda Perpetua. “Cosa fate voi qua?” chiede quando vede Renzo e Lucia. Ma non chiede altro e entra a cercare Don Abbondio.

Renzo invece dice agli altri di andare verso casa: “A casa, a casa,” dice Renzo “prima che venga gente.” Ma proprio in quel momento arriva Menico di corsa. Lui li riconosce (=recognizes them) e si ferma per parlare con loro. “Dove andate?” dice “Indietro, indietro! Per di qua, al convento!”

“C’è il diavolo in casa,” dice Menico. “Mi volevano ammazzare. Lo ha detto il padre Cristoforo. Al convento. Anche lei Renzo. Ha detto di andare subito. Poi vi racconterò. Adesso andiamo.”

Renzo sa che è importante andare via da lì e dice alle donne di seguire Menico: “Andiamo con lui.” Quindi cambiano direzione e vanno velocemente verso la chiesa, attraversano la piazza, dove non c’era ancora nessuno, entrano in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di Don Abbondio e poi vanno per i campi.

Quando non avevano fatto neanche cinquanta passi la gente già iniziava a riempire (=fill) la piazza. Ma loro continuavano a camminare per i campi. Camminavano in silenzio e ogni tanto uno di loro si girava per controllare che non venissero seguiti.

Erano stanchi. Erano stanchi per la fatica della fuga, per la tensione in cui erano stati e per il dolore della cattiva riuscita (=bad outcome) dell’impresa.

Finalmente, si trovano in un campo isolato e possono rallentare (=slow down) il passo. Allora è Agnese a parlare domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa di cui aveva parlato. Anche Renzo racconta la storia dei forestieri all’osteria e tutti capiscono che in casa c’erano stati i bravi mandati da Don Rodrigo. Era chiaro.

Renzo, Lucia e Agnese ringraziano moltissimo Menico che era stato tanto coraggioso ad andare da padre Cristoforo. Poi, si dirigono verso il convento di Pescarenico.

4.5 La fuga

Renzo, Lucia ed Agnese sono quasi arrivati al convento. Agnese è preoccupata per la casa ma purtroppo non c’è tempo di pensarci.

Quando arrivano al convento, Renzo spinge la porta d’entrata e subito appaiono la faccia pallida (=pale) e la barba bianca di padre Cristoforo che li stava aspettando.

Renzo, Lucia ed Agnese entrano e Fra Cristoforo chiude la porta adagio adagio (=slowly).

Il sagrestano è preoccupatissimo perché padre Cristoforo ha chiuso la porta e ci sono due donne nel convento. La loro presenza è contro le regole. Ma padre Cristoforo non se ne preoccupa e spiega a Fra Fazio, questo era il nome del sagrestano, che Lucia si trovava in grande pericolo. A questo punto, Fra Fazio non oppone più resistenza: “Lei ne sa più di me” dice a Fra Cristoforo.

Poi, Fra Cristoforo continua a parlare con Renzo, Agnese e Lucia: “ Questo paese non è sicuro per voi. E`il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno. Ma purtroppo siete in pericolo. Abbiate pazienza.”

Poi, padre Cristoforo spiega ai tre il piano che aveva sviluppato: “Voi,” dice rivolgendosi (=addressing) alle due donne “potrete fermarvi in un convento qui vicino. Non sarete troppo lontane da casa.”

E poi continua: “Renzo, anche tu devi nasconderti. Porta questa lettera al padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale a Milano. Lui ti farà da padre e ti guiderà. Ti troverà del lavoro fino a quando sarà possibile per te tornare qua. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco (=outlet) del fiume Bione. È vicino a Pescarenico. Lì vedrete un battello (=small ferry) fermo. Dovete dire la parola “barca”. Qualcuno vi chiederà “Per chi?” e voi risponderete “San Francesco”. La barca vi porterà dalla parte opposta del lago dove troverete un carro che vi porterà direttamente al convento.” E conclude: “Via figlioli, non c’è tempo da perdere.”

Fra Cristoforo poi va verso la sagrestia. Renzo, Lucia ed Agnese escono dalla chiesa e Fra Fazio chiude la porta salutandoli.

I tre seguono le indicazioni di Fra Cristoforo. Camminano verso la riva del lago dove trovano il battello. Dicono la parola d’ordine e salgono a bordo.

Una volta a bordo, i passeggeri guardano indietro. Guardano i monti. Guardano il paese rischiarato (=lighten) dalla luna. Vedono i villaggi, le case, le capanne (=huts), il palazzo di don Rodrigo con la sua torre piatta. Lucia vede il palazzo e sente un brivido (=chill). Poi vede anche la sua casetta. Allora, si mette seduta nel fondo della barca e piange in segreto.

Così, pieni di tristezza, i passeggeri passano dalla parte opposta del lago e si avvicinano alla riva destra dell’Adda.

4.6 A Monza

Renzo, Lucia e Agnese continuano a viaggiare per la Lombardia. Arrivano a Monza all’alba (=dawn) e si fermano a mangiare in un’osteria. Il conduttore del carro conosceva il padrone dell’osteria. Gli chiede anche una stanza per i viaggiatori.

I tre entrano in stanza, ma Renzo non ha intenzione di restare. Come aveva detto Fra Cristoforo, la cosa più intelligente da fare per lui è quella di andare a Milano prima possibile.

Il conduttore del carro aiuta le donne e le porta al convento che si trovava un po’ fuori Monza.

Arrivati alla porta, il conduttore tira il campanello (=door bell). Chiama il padre guardiano che viene subito e gli dà la lettera di padre Cristoforo.

“Ah, padre Cristoforo” dice immediatamente il padre guardiano, riconoscendo la scrittura. E legge con attenzione tutta la lettera. Alla fine pensa un po’ e dice: “Non c’è che la signora. Se lei vuole prendersi questo impegno…(=commitment)”.

Il frate promette alle donne di trovare un posto sicuro per loro. Dice loro di seguirlo.

Agnese intanto non aveva coraggio di chiedere al frate chi fosse la signora che aveva nominato. Però si sente di chiederlo al conduttore. Lui allora le spiega che la signora è una monaca (=nun), ma non una monaca come le altre. Non è la badessa (=abbess) ma è una persona molto importante. I suoi parenti sono molto potenti e di origine spagnola. Sono tra le persone più importanti di Milano e anche di Monza. Sono nobili. In quel monastero non c’era nessun’altra monaca che venisse da una famiglia tanto importante.

Dopo aver camminato un po’, arrivano alla porta e il frate guardiano dice al conduttore di tornare dopo due ore per conoscere la risposta. Così, Lucia ed Agnese salutano il loro fedele conduttore, lo ringraziano e gli dicono di portare i loro ringraziamenti a Fra Cristoforo.

4.7 La monaca di Monza

Attraversando un secondo cortile (=courtyard) il frate guardiano dà a Lucia e Agnese alcuni consigli su come parlare alla signora. “Siate umili (=humble) e rispettose (=respectful). Rispondete con sincerità alle sue domande e vedrete che vi aiuterà.”

I tre entrano in una stanza al piano terra. Lucia si guarda attorno perché non era mai stata in un monastero. È quasi incantata (=enchanted) quando vede il padre e Agnese che vanno verso un angolo (=corner). Guarda verso l’angolo e vede una finestra con delle grosse grate (=gratings) di ferro (=iron). Solo dopo un attimo vede che dietro le grate c’è una monaca.

Sembrava avesse venticinque anni. Era bella. Aveva un velo (=veil) nero sulla testa. La sua pelle era bianca. Aveva due sopracciglia nere e due occhi neri. Le guance erano molto pallide e anche le labbra erano di un rosa molto pallido. Ma vestiva in un modo un po’ singolare. Diverso dalle altre monache. Sembrava vestita più come una donna che come una monaca. Dalla benda (=sash) che aveva sulla fronte usciva una ciocca (=lock) di capelli neri. Questo voleva dire che la monaca non seguiva con attenzione la regola. Infatti, tutte le monache dovevano portare i capelli corti. Inoltre, i capelli non dovevano uscire dalla benda. Questa monaca sembra non seguire le regole con attenzione. Ma Lucia e Agnese non notano questi dettagli (=details). Loro non erano abituate a vedere molte monache.

Il frate guardiano quindi presenta Lucia e Agnese alla monaca dicendo: “Reverenda madre, questa è quella povera giovane che cerca protezione. E questa è la madre.”

Agnese e Lucia fanno dei grandi inchini (=bows). La monaca allora dice che è un piacere per lei aiutare i padri cappuccini. Chiede a Lucia di spiegare meglio il tipo di problema nel quale si trovano. Ma Lucia arrossisce (=blushes), non parla e abbassa la testa. Allora Agnese parla al posto suo e inizia: “Deve sapere, reverenda madre…” ma subito il padre guardiano la interrompe e dice: “Questa giovane mi viene raccomandata da un mio confratello (=brother). Ha dovuto partire di nascosto dalla sua casa durante la notte a causa di gravi pericoli.”

“Quali pericoli?” chiede la monaca.

“Sono pericoli,” risponde il guardiano “che non si possono dire alle orecchie della reverenda madre. Si devono solo accennare…(=hint).”

“Oh, certamente” dice la signora arrossendo.

“Basterà dire” riprende il guardiano, “che un cavaliere prepotente la perseguita (=persecutes) tanto che ha dovuto fuggire da casa.”

“Venga vicino” dice la monaca a Lucia, “So che il padre guardiano dice la verità ma nessuno può sapere cos’è successo meglio di lei.” Lucia si avvicina alla finestra, ma non riesce a parlare. Allora Agnese parla al posto suo: “Illustrissima signora, io posso testimoniare che mia figlia odia quel cavaliere. Mia figlia era promessa in sposa a un giovane quando questo signore prepotente ha iniziato a importunarla (=bothering her). È grazie all’aiuto del padre Cristoforo che siamo qui.”

“Lei parla senza essere interrogata” dice la monaca ad Agnese. “Stia zitta. I genitori parlano sempre al posto dei loro figli!” Agnese allora, mortificata, guarda Lucia per invitarla a parlare.

“Reverenda signora,” dice allora Lucia “mia madre le ha detto la verità.” e ripete la storia già raccontata da Agnese.

“A lei credo” dice la signora in tono più dolce. “Ma parleremo da sole di tutto ciò.”

E poi, parlando al frate guardiano dice: “So abbastanza per poter decidere di aiutare queste donne. La figlia della fattoressa del monastero si è sposata da poco tempo. Ha lasciato una stanza libera. Le donne possono stare nella camera che è stata lasciata libera.”

Il padre guardiano ringrazia la signora e va a scrivere la lettera per Fra Cristoforo. È felice di poter scrivere che ha già trovato una sistemazione per le due donne che gli aveva mandato.

Capitolo 5

5.1 La storia di Gertrude

Il nome della monaca era Gertrude. Gertrude era figlia di un principe molto potente. Era un principe milanese ed era molto ricco. Però, anche se aveva molti soldi, al principe sembrava sempre di non averne abbastanza. Quindi, aveva deciso che tutti i suoi figli dovevano entrare in convento. Tutti meno il primogenito (=oldest). Il primogenito infatti doveva conservare la famiglia, fare dei figli e conservare le ricchezze.

Quindi, il destino di Gertrude era già deciso prima che nascesse. Doveva diventare una monaca. Infatti il padre aveva scelto per lei un nome che ricordasse la religione e il convento. Per questo aveva scelto Gertrude.

Da piccola, Gertrude riceveva solo regali che ricordavano la vita religiosa. Le bambole (=dolls) che riceveva, per esempio, erano vestite da suore. Poi le davano santini (=holy cards) che avevano sempre rappresentate delle suore.

E quando volevano farle un complimento perché faceva qualcosa di buono, le dicevano: “Che madre badessa!”. Nessuno però le aveva mai detto esplicitamente che sarebbe dovuta diventare una monaca. Era un’idea sottintesa (=implied).

Già a sei anni Gertrude era entrata nel monastero dove l’hanno trovata Agnese e Lucia. Però Gertrude non era sempre sicura di voler fare la monaca. Doveva farlo perché suo padre lo aveva deciso. Lei però non ne era così sicura.

In certi momenti pensava di voler diventare monaca, ma in altri momenti no. Ma dire di no significava andare contro il volere di suo padre. Non era molto facile.

5.2 Una lettera

C’era una legge che diceva che una ragazza non poteva diventare monaca se non era stata esaminata da un ecclesiastico, il vicario delle monache. Questo vicario delle monache doveva essere sicuro che la ragazza entrasse in convento di sua volontà e non per volere di qualcun altro. Questo esame veniva fatto un anno dopo che la giovane aveva scritto la domanda.

Il primo passo per Gertrude quindi era scrivere questa domanda. Dopo molti ripensamenti (=reconsiderations) Gertrude consegna la domanda al vicario delle monache. Ma appena consegnata la domanda, Gertrude subito si pente (=regrets) di averla scritta. Poi si pente di essersi pentita. È molto confusa.

Passa quasi un anno e si avvicina l’incontro con il vicario delle monache. Un giorno, Gertrude trova il coraggio di parlare con una sua compagna dei suoi dubbi (=doubts). Lei le consiglia di scrivere una lettera a suo padre nella quale spiega che non voleva diventare monaca. Però il padre fa capire subito a Gertrude che era arrabbiatissimo.

Poco prima del colloquio con il vicario delle monache, Gertrude aveva la possibilità di passare un po’ di tempo fuori dal convento. Va a casa e trova che tutti i parenti sono arrabbiati con lei. Nessuno parlava con lei.

Questo periodo a casa è molto difficile per Gertrude ma c’è anche un momento positivo. Gertrude, infatti, vede che c’è un ragazzo che la guarda in un modo nuovo. Gertrude comincia a scambiare molti sguardi con questo ragazzo. Un giorno, una cameriera trova una lettera, scritta da Gertrude. Gertrude prova a prenderla, ma la cameriera la porta al principe.

Il principe si arrabbia moltissimo e manda subito via il ragazzo da palazzo. Gli dà anche due schiaffi (=slaps).

Gertrude invece viene messa in una stanza dalla quale non può uscire. Praticamente in prigione (=prison). Ma dopo cinque lunghi giorni di prigionia, una mattina Gertrude si mette in un angolo della stanza con la faccia tra le mani e piange per un bel po’ (=a while).

Alla fine, Gertrude sente il bisogno di vedere altra gente. Pensa al padre e alla famiglia. Pensa che dipende da lei ritrovare un rapporto (=relationship) con loro. E allora trova la calma. Si siede a un tavolino, prende carta e penna e scrive al padre. Scrive una lettera piena di entusiasmo, di tristezza e di speranza. Gertrude alla fine della lettera chiede perdono al padre e si dice pronta a fare tutto quello che vuole lui.

5.3 Dalla madre badessa

Il principe accetta la richiesta di perdono di Gertrude. La perdona e le dice anche che presto lei diventerà una monaca molto importante. In convento, verrà trattata come una principessa e sarà la rappresentante della famiglia. Presto, diventerà sicuramente madre badessa. Sarà una monaca molto importante.

Il principe allora chiede a Gertrude in quale convento volesse entrare. Gertrude dice che quello di Monza è il suo preferito. Aveva già passato molti anni lì perché era lì che aveva studiato.

Il prossimo passo da fare quindi era andare dalla madre badessa del convento di Monza per fare la domanda. Tutta la famiglia accompagna Gertrude a Monza. Il principe, la principessa e il principino accompagnano Gertrude. Vanno a Monza in carrozza (=carriage). All’entrare a Monza, Gertrude ha un momento di difficoltà.

Ma subito la sua attenzione va su alcuni signori che, guardandola, le fanno dei complimenti. Molta gente accorre per vedere l’arrivo di quella carrozza e tutti quegli sguardi mettono in imbarazzo (=embarrassment) Gertrude. Tuttavia, gli occhi che Gertrude temeva (=feared) più di tutti erano quelli di suo padre.

Gertrude entra in convento per parlare con la madre badessa. La madre badessa è felice di vederla. Le chiede il motivo di quella visita e Gertrude risponde: “Sono qui per chiedere di essere ammessa (=admitted) a vestire l’abito religioso. In questo monastero dove sono stata cresciuta (=raised) così amorevolmente.”

La madre badessa è ancora più felice. Gertrude è ancora più confusa e durante il viaggio di ritorno in carrozza pensa a come può ancora uscire dalla promessa fatta di farsi monaca.

C’era un’altro passo da fare e ancora una volta il principe prende il controllo della situazione. Bisognava scegliere una madrina (=godmother). Anche qui, il principe dà a Gertrude la possibilità di scelta. Non è una scelta molto importante, ma fa sentire a Gertrude di avere qualche potere di scelta. “Bisogna pensare a una madrina perché domani verrà il vicario delle monache, per la formalità dell’esame” dice il principe.

Gertrude sceglie la dama (=lady) che era stata più dolce con lei. “Ottima scelta!” dice il principe.

5.4 Il vicario delle monache

Finalmente è arrivato il giorno dell’esame più importante per diventare monaca. Gertrude incontra il vicario delle monache. Il lavoro del vicario è essere certo che Gertrude entri in convento di sua volontà e non per pressioni di altri, dei genitori, per esempio.

Ma il vicario arriva all’incontro con un’opinione già fatta sulla vocazione di Gertrude. Era stato il principe ad invitarlo al colloquio e in quella occasione gli aveva detto che Gertrude aveva una grande vocazione.

“Signorina” dice il vicario all’inizio della conversazione, “io sono qui per fare la parte del diavolo. Vengo a mettere in dubbio quello che lei ha scritto nella domanda. Devo accertarmi (=ascertain) che lei abbia considerato tutte le difficoltà di questa scelta.”

“Dica” risponde Gertrude.

“Sente in lei una vera vocazione o è stata spinta (=pushed) da qualcuno a farsi monaca?” chiede il vicario.

Gertrude pensa subito che la vera risposta dovrebbe essere “no”. Ma, ancora una volta, non ha il coraggio e dice: “Mi faccio monaca di scelta mia. Liberamente.”

“Da quanto tempo ha avuto questo pensiero?” continua il vicario.

“L’ho sempre avuto” dice Gertrude.

Mentre rispondeva a queste domande Gertrude pensava che quella era forse l’ultima occasione di uscire da questa situazione. Pensava però anche che dire la verità al vicario non avrebbe risolto molto. Il vicario poteva impedire che si facesse monaca ma lì finiva la sua autorità e la protezione su di lei. Poi, lei sarebbe stata di nuovo in pericolo e senza nessuna protezione da suo padre.

Alla fine del colloquio, Gertrude esce dalla sala e incontra il principe che l’abbraccia, la bacia, la accarezza e la riempie di dolcezza. Il principe, in questo momento dimostra (=shows) una tenerezza sincera.

Intanto il vicario scrive la sua relazione e chiede la riunione per l’approvazione finale. La riunione si svolge e Gertrude è accettata.

La monaca di Monza (Gertrude) - Nicola Consoni

5.5 Egidio

Durante il suo primo periodo come monaca, due cose molto particolari succedono a Gertrude.

Per prima cosa dobbiamo sapere che Gertrude viveva in un quartiere isolato. Un po’ lontano dal centro del monastero. E vicino a quel lato del monastero c’era una casa dove viveva un giovane. Un giovane che non seguiva le leggi. Questo giovane si chiamava Egidio.

Un giorno, Egidio da una finestra della casa vede Gertrude che passeggia e le rivolge la parola (=speak to). Gertrude non avrebbe dovuto rispondergli, ma lo fa. E subito il comportamento di Gertrude cambia. È più regolare e tranquilla. Ma questo dura poco. Dopo un po’ di tempo Gertrude ritorna a comportarsi come sempre, molto burbera (=grumpy) e inflessibile con le altre monache.

Un giorno, durante una conversazione con un’altra suora, Gertrude alza la voce, si arrabbia e maltratta (=mistreats) la suora con male parole.

Durante l’animata (=lively) discussione, la suora dice che sa qualcosa su suor Gertrude e che un giorno avrebbe parlato, lo avrebbe detto a tutti. Si riferiva agli incontri tra suor Gertrude ed Egidio? Non lo sappiamo di sicuro. Ma pochi giorni dopo questa suora sparì (=disappeared).

Lucia arriva al convento di Monza circa un anno dopo questo episodio.

L’umore (=mood) quasi sempre cattivo e la severità di suor Gertrude non fanno una buona impressione su Lucia. Lucia era felice perché si trovava in un posto sicuro ma era un po’ confusa e spaventata dalla personalità di suor Gertrude.

5.6 I bravi tornano da Don Rodrigo

Ma torniamo ad occuparci di Don Rodrigo. Durante tutto il tempo della spedizione, Don Rodrigo andava avanti e indietro aspettando notizie dal Griso. Camminava avanti e indietro al buio in una stanza che non usava e che era all’ultimo piano del suo palazzo. Era lì perché questa stanza aveva una finestra che si affacciava sulla spianata davanti al palazzo e gli permetteva di vedere se arrivava qualcuno. Ogni tanto si fermava e ascoltava per sentire se arrivava qualcuno. Era impaziente e inquieto. Era preoccupato, non solo per la scommessa fatta con il conte Attilio, ma soprattutto perché gli atti che stava compiendo (=accomplishing) erano illegali. Lo sapeva bene. E nonostante (=despite) la sua ricchezza e il suo potere, non poteva stare completamente tranquillo.

A un certo punto, Don Rodrigo sente dei passi. Si avvicina alla finestra e vede il Griso che sta tornando con i bravi: “Sono loro!” dice tirando un sospiro di sollievo.

Dopo essere entrato, il Griso mette il cappello e il mantello in una stanza al pian terreno. Poi, sale per parlare con Don Rodrigo.

“Ebbene?” dice Don Rodrigo aggressivo quando lo vede.

“È dura ricevere dei rimproveri (=reproach) dopo aver lavorato bene e aver cercato di fare il proprio dovere.” risponde il Griso.

“Com’è andata?” chiede di nuovo Don Rodrigo mentre i due vanno verso il salone.

Il Griso gli racconta tutto e Don Rodrigo capisce che il Griso non ha colpa. E nemmeno gli altri uomini della spedizione. Infatti dice: “Tu non hai colpa. Ti sei comportato bene. Hai fatto quello che potevi, ma… che ci fosse una spia?”

“È quello che ho pensato anche io, signore. Ho anch’io quel sospetto (=doubt). Però, da altri avvenimenti (=events) mi è sembrato di capire che ci sono altri intrighi (=tricks) che che adesso non capisco.”

“Non siete stati riconosciuti, almeno (=at least)?”

“No, credo di no.” Lo rassicura il Griso.

Don Rodrigo dà un altro paio di ordini al Griso per il giorno dopo. Lo ringrazia più volte e poi va a dormire. Anche il Griso va a dormire, stanco della dura giornata.

5.7 Il giorno di San Martino

Il giorno dopo Don Rodrigo si alza. Il Griso era già uscito per fare le sue commissioni. Don Rodrigo cerca subito il conte Attilio. Questo lo vede e immediatamente lo prende in giro (=makes fun of him). Gli grida: “San Martino!”

“Non so cosa dirti” risponde Don Rodrigo, “pagherò la scommessa (=bet). Ma sono sicuro che è tutta colpa di quel frate. Fra Cristoforo. Lui sicuramente ha detto qualcosa a Renzo e Lucia.”

Allora il conte Attilio provoca Don Rodrigo: “E tu non hai avuto il coraggio di agire?”

“Non potevo mica mettermi contro tutti i cappuccini d’Italia!” risponde Don Rodrigo.

Dopo una lunga discussione con Don Rodrigo, il conte Attilio esce e va a caccia (=hunting).

Don Rodrigo non va a caccia. Lui aspetta il Griso. È ansioso. E il Griso arriva appena all’ora di cena. Allora, Don Rodrigo può finalmente sentire la relazione del suo bravo.

Il Griso racconta a Don Rodrigo quello che era riuscito a sapere. Aveva fatto un ottimo lavoro di investigatore. Ma non era difficile, perché nel piccolo paese la gente parlava molto. Inoltre, eventi come quello del giorno prima non accadevano (=happened) spesso. E quindi tutti erano curiosi e cercavano informazioni. Allo stesso tempo, condividevano quello che sapevano. Quindi le notizie si diffondevano molto velocemente.

La gente infatti chiedeva a tutti quelli che erano coinvolti (=involved) nell’avvenimento. Molte persone andavano da Perpetua che però non voleva parlare con nessuno. Era imbarazzata per come Agnese l’aveva ingannata (=tricked).

Gervaso, Tonio e Menico erano anche bombardati da domande. E conversazione dopo conversazione, qualche particolare comincia a uscire. Per esempio, il fatto che i tre (Renzo, Agnese e Lucia) si erano rifugiati a Pescarenico entra nei discorsi e diventa cosa sicura. È ormai sulla bocca di tutti.

Anche il nome di Don Rodrigo comincia a passare di bocca in bocca e diventa quasi notizia sicura.

Il Griso, dopo aver parlato con alcune persone, ritorna al palazzo pronto per fare il suo rapporto a Don Rodrigo. Don Rodrigo è felice di sapere tutte queste informazioni. Vede che il Griso ha lavorato bene ed è contento di sapere che nessuno lo aveva tradito. Ma non è soddisfatto di sapere che i tre sono a Pescarenico. Vuole sapere di più. Vuole trovarli. E allora ordina al Griso di andare e di trovare informazioni più precise su dove si nascondono.

Il Griso parte nuovamente e riesce a rintracciare la persona che aveva traghettato Renzo, Lucia e Agnese attraverso il lago. Da lui sa che Lucia e Agnese erano dirette a un convento di Monza mentre Renzo doveva andare a Milano.

Don Rodrigo era felicissimo di sapere tutto ciò. Immediatamente, ordina al Griso di andare a Monza. Il Griso, insieme ad altri due bravi, lo Sfregiato e il Tiradritto, parte per Monza.

Ma Don Rodrigo voleva anche fare in modo che Renzo non potesse tornare indietro. Don Rodrigo voleva che lui non potesse più sposarsi con Lucia. Cercava un modo per mandarlo via dallo stato. Un modo legale. E quindi decide di parlare con il dottor Azzecca-garbugli per trovare qualche legge che gli permettesse di bloccare Renzo fuori da Lecco.

Capitolo 6

6.1 Renzo verso Milano

Renzo, dopo aver lasciato Agnese e Lucia a Monza, aveva cominciato il suo viaggio in direzione di Milano. Renzo non era felice. Era molto triste. Non era per niente facile abbandonare Lucia, la casa, il lavoro e scappare in una nuova città. E il suo futuro era molto incerto. Non sapeva cosa avrebbe fatto.

Dopo aver fatto un lungo tratto di strada in mezzo ai campi, Renzo finalmente sale per un piccolo sentiero (=path) e vede da lontano il Duomo di Milano. Renzo è meravigliato per la grandezza della costruzione. È enorme. Tutte le altre case sembrano piccolissime in confronto. Sembra che nemmeno esistano. Il Duomo sembra costruito in un deserto.

Ma è bellissimo. Ne aveva sentito parlare fin da bambino, ma non lo aveva mai visto.

Subito però, Renzo si volta (=turns) e si guarda indietro. In lontananza vede il suo monte Resegone.

Allora si sente triste. Purtroppo però deve procedere verso Milano e non può tornare verso casa sua.

Ma Renzo non sapeva bene dove doveva andare. Allora si ferma e chiede a una persona di passaggio se poteva aiutarlo: “Mi scusi”. Quella persona risponde: “Mi dica.”

“Mi saprebbe dire qual è la strada per arrivare al convento dei cappuccini dove vive padre Bonaventura?” chiede Renzo.

“Mi dispiace ma ci sono molti conventi a Milano. Avrei bisogno di informazioni più precise.” risponde l’uomo.

Renzo allora tira fuori la lettera di Fra Cristoforo e la fa vedere all’uomo. Lui la legge e dice: “Lei è molto fortunato! Il convento che cerca è proprio qui vicino. Prenda questa strada a sinistra, in pochi minuti arriva a una costruzione lunga e bassa, è il lazzaretto. Subito dopo arriva a Porta Orientale. Dopo tre o quattrocento passi c’è una piazzetta con dei begli olmi (=elm). Là è il convento. Non può sbagliare.”

“Grazie tante” dice Renzo a quella brava persona. E procede verso la strada sulla sinistra che gli aveva indicato.

6.2 La rivolta del pane

Renzo entra a Milano e vede che la città è deserta. Non c’è nessuno in giro. Però Renzo sente un rumore in lontananza. Ma a parte quello, la città sembrava disabitata (=uninhabited).

Renzo continua a camminare e nota per terra alcune strisce (=stripes) bianche e soffici (=soft). Sembrava neve, ma non ci poteva essere neve. Non era inverno. La cosa era molto interessante. Allora Renzo si piega e raccoglie un po’ di quella sostanza bianca: “Farina (=flour)!” dice sorpreso. “Ci deve essere molta abbondanza (=abundance) di farina qui a Milano se la buttano via in questo modo. A noi, povera gente di campagna, dicono che c’è la carestia (=famine)!”

Ma dopo pochi passi vede altre cose per terra che a prima vista sembrano sassi (=rocks). Ma a guardarli più da vicino Renzo vede che in realtà si tratta di pani. Renzo non crede ai suoi occhi. Ne prende uno e lo assaggia (=tastes). È uno di quei pani che Renzo mangiava solo in occasioni speciali, alle feste, per esempio. Sono tondi (=round), bianchissimi e buonissimi! “È pane davvero!” dice Renzo che ancora non riesce a credere a quello che vede. “Lo prendo?” Ma il dubbio rimane solo per un attimo. Renzo prende due pani e se li mette in tasca. Poi continua a camminare mangiandone un altro.

Appena ripartito vede tre persone che stanno venendo verso di lui. Sono le prime persone che Renzo vede a Milano. Sono un uomo, una donna e un ragazzo. I tre venivano dalla città. Avevano tutti i visi infarinati. E avevano farina su tutti i vestiti. L’uomo aveva sulle spalle un sacco di farina. La donna aveva il vestito tirato su per portare quanta più farina potesse. Il ragazzo aveva in testa una paniera per portare i pani. Ma ne aveva troppi e alcuni pani gli stavano cadendo. La donna era arrabbiata perché il ragazzo stava perdendo i pani.

Intanto arrivava altra gente dalla porta. Allora alcune persone chiedono alla donna: “Dove si può trovare il pane?”

“Più avanti” risponde la donna. Ma poi commenta al marito: “Questi contadini (=farmers) ci porteranno via tutta la farina! Non resterà niente per noi!” Il marito però risponde: “Ce n’è per tutti. Abbondanza, abbondanza. Non ti preoccupare.”

Sentendo e vedendo quelle cose, Renzo inizia a rendersi conto che a Milano c’era una rivolta (=uprising). Quel giorno, come ricordiamo, era San Martino. Quella era la rivolta del pane anche conosciuta come la rivolta di San Martino.

Renzo aveva già raccolto i suoi pani e decide di andare avanti per la sua strada. Va al convento. Tira il campanello e il frate portinaio gli domanda chi fosse. “Uno di campagna che porta al padre Bonaventura una lettera di padre Cristoforo.” dichiara Renzo.

“Mi dia la lettera, per favore” chiede il frate portinaio.

“Mi dispiace ma devo consegnargliela a mano. Posso entrare?” chiede Renzo.

“Il padre Bonaventura non è in convento. Mi dispiace ma dovrà aspettare in chiesa.” E chiude la porta. Renzo allora guarda la porta della chiesa e pensa di entrarci. Poi però decide di dare un’ultima occhiata alla rivolta.

6.3 Le ragioni della rivolta

Il raccolto (=harvest) del 1627 era stato scarso. Ma grazie alle riserve degli anni prima, la popolazione non aveva sofferto la fame. Purtroppo però, il raccolto del 1628 era stato peggiore di quello dell’anno precedente. Inoltre, molti soldi erano stati sprecati (=wasted) nella guerra per la successione del ducato di Mantova. Inoltre, le tasse (=taxes) imposte dal governo spagnolo erano altissime.

Anche se molti avevano anticipato la possibilità di una crisi, la gente non ricorda. E quindi dà la colpa a tutti quelli che hanno una parte nel processo: i governanti, i possessori delle terre, i contadini che raccoglievano il grano, i fornai (=breadmakers).

I magistrati avevano provato a fissare un prezzo massimo per il grano e altri ingredienti di base. Purtroppo però il cibo non si può creare con una legge. Anche il gran cancelliere Antonio Ferrer, spagnolo, fa una legge che fissa il prezzo del pane. Ma anche questa legge non funziona. Non funziona perché i fornai si trovano in mezzo. La gente vuole il pane e adesso c’è una legge che dice che ci deve essere pane a prezzo basso. Ma per i fornai è impossibile fare tutto quel pane e venderlo a un prezzo bassissimo.

Il gran cancelliere Ferrer dice che i fornai avevano guadagnato molto in passato e guadagneranno molto in futuro. Quando ritorneranno periodi di abbondanza. Quindi, dovevano solo lavorare in perdita (=work at a loss). Ma loro non erano contenti e minacciavano di scioperare (=strike).

Allora, il governatore di Milano, Don Gonzalo Fernandez de Cordova, anche lui spagnolo, pensa che deve fare qualcosa di meglio. Lui però era impegnato nella guerra e non aveva tempo. Decide allora di creare una giunta con alcune persone. La giunta decide che il prezzo del pane andava aumentato. I fornai respirano ma il popolo si arrabbia ancora di più.

Già la sera prima dell’arrivo di Renzo a Milano le strade erano piene di gente. Tutta la gente pensava la stessa cosa. E parlava molto. La gente voleva agire. Non ne poteva più. Il nervosismo cresceva. La passione cresceva. La tensione cresceva. Bastava un piccolo episodio per far scoppiare tutto e per convertire le parole in fatti.

6.4 Al forno! Al forno!

La mattina presto uscivano dalle botteghe dei fornai i ragazzi che portavano il pane alle famiglie. Questi ragazzi avevano un cesto sulla testa che si chiama “gerla”. Ogni gerla era piena di pane. Ma tutto a un tratto, la gente vede uno di quei ragazzi e grida: “Ecco il pane! Ecco il pane!”. Ma un altro uomo risponde: “Sì, ma è il pane per i tiranni che nuotano nell’abbondanza. Ci vogliono far morir di fame! Non è per noi questo pane!”.

Si unisce un altro uomo che dice: “Ah sì? Adesso vedremo!”. A quel punto il ragazzo che portava il pane prende paura. La gente continua ad aggredirlo: “Giù quella gerla! Anche noi dobbiamo mangiare! Dacci il pane!”. Il ragazzo finisce per terra e la gente prende velocemente tutto il pane. Ma alcuni restano senza e sono arrabbiatissimi. Allora gridano: “Al forno! Al forno!”.

Ecco che la gente si dirige verso il forno che si trova nella Corsia dei Servi (questo era il nome della strada). Il forno invece si chiamava forno delle grucce. La gente andava velocemente verso questo forno mentre il ragazzo, ritornato in bottega, era interrogato dai fornai. I fornai volevano sapere cosa era successo.

“Chiudi, chiudi, presto, presto! Uno che corra a chiedere aiuto al capitano della polizia!” Gli altri chiudono in fretta la bottega. La gente si affolla fuori dalla bottega: “Pane! Pane! Aprite! Aprite!”

Poco dopo arriva il capitano della polizia che cerca di convincere la gente ad andare a casa: “A casa. A casa. Cosa fate qui? Non vogliamo farvi del male, ma andate a casa.”

Ma la gente non voleva assolutamente andare via. Il capitano della polizia comandava gli alabardieri (=halberd bearers) e diceva loro di non fare del male alla gente. Ma dovevano cercare di ristabilire l’ordine. “Indietro! Indietro!” gridavano gli alabardieri. “Andate a casa!” ripeteva il capitano. Ma niente cambiava.

“Pane! Pane! Aprite! Aprite!” ripeteva la folla. “Andate a casa” ripeteva il capitano. Ma all’improvviso gli arriva un sasso in fronte. Allora il capitano si arrabbia da morire!

“Canaglia! Canaglia!” continuava a gridare.

La stessa scena succedeva in tutti i forni della città. La città intera era in tumulto (=tumult).

6.5 Renzo e la rivolta

In quel momento Renzo stava entrando per la porta orientale. Stava mangiando il suo pane. Ascoltava il rumore della rivolta ed era molto curioso. Sentiva voci che dicevano: “Viva l’abbondanza!”, altre che dicevano: “Dicevano che non c’era pane e invece, eccolo qua!”, altre ancora che dicevano: “Tutto questo non serve a niente. Il pane costerà poco ma ci metteranno il veleno (=poison) per uccidere tutta la povera gente. Già dicono che siamo in troppi.”

E la gente continuava a protestare mentre portava via il pane dai forni.

Ma a un tratto qualcuno dice: “Quello che protegge i fornai è il vicario di provvisione”. Un vicino gli risponde: “Sono tutti dei ladri (=thieves).” Allora il primo dice: “Sì, ma il capo è lui”.

Il vicario di provvisione era eletto ogni anno dal governatore tra sei nobili ed era il presidente del tribunale (=courthouse) di provvisione. Questo tribunale prendeva decisioni sulle tasse che venivano pagate dai cittadini. In un periodo di fame come quello che stava passando in quell’anno, la gente incolpava (=blamed) immediatamente il vicario di provvisione.

Renzo sentiva tutti questi discorsi ed era dalla parte del popolo. Secondo lui, avevano ragione a protestare. Però, quando vede i danni (=damages) che stanno facendo ai forni non è d’accordo. “Se conciano (=thrash) così i forni, come pensano di fare il pane? Senza i forni non è possibile fare il pane. Protestare va bene, ma distruggere i forni non è una buona idea”.

Renzo vede che le persone prendono i mobili che si trovavano all’interno delle botteghe e li portano tutti in un posto. Allora decide di seguire queste persone. Arrivato nella piazza davanti al Duomo, vede che le persone buttano tutte queste cose su un mucchio (=pile). Poi, danno fuoco al mucchio. Una fiamma (=flame) alta brucia tutti i mobili e le altre cose delle botteghe. La gente grida forte: “Viva l’abbondanza! A morte gli affamatori (=who starve people)! A morte la carestia (=famine)! A morte la provvisione! Viva il pane!”

6.6 L’assalto alla casa del vicario

Quando la fiamma finisce le persone cominciano ad annoiarsi e presto si diffonde una voce che dice che al Cordusio (una piazzetta non molto distante da lì) c’era un altro forno che era assediato (=sieged).

Renzo si ferma un attimo e pensa se è meglio andare al convento per vedere se padre Bonaventura era tornato oppure se continuare a seguire la rivolta. Prevale la curiosità e, mangiando il suo secondo pane, va verso la strada della Pescheria Vecchia. Passa vicino alla statua di Filippo II.

Dalla piazza dei Mercanti la gente va per via dei Fustagnai. E da lì al Cordusio. Arrivano al forno. Tutti dicono: “Avanti! Avanti!”. Ma c’era anche chi si voleva fermare e tornare indietro. La gente non era più tanto unita. Non tutti volevano continuare a distruggere i forni.

Ma a un tratto una voce, più alta di tutte le altre, dice: “Qui vicino c’è la casa del vicario di provvisione: andiamo a fare giustizia!” E altri subito rispondono: “Dal vicario! Dal vicario!”.

Ecco che la folla si dirige con forza verso la casa del vicario.

Il vicario in quel momento stava facendo un pisolino (=nap). Si sveglia per il rumore della folla ed è preoccupato. La gente si era avvicinata alla casa. Il vicario guarda fuori dalla finestra e prende paura. Immediatamente dà ordine di chiudere le finestre e di sprangare (=bar) le porte. Poi, il vicario sale in soffitta per nascondersi meglio. Da qui, da una piccola finestrina, guarda giù per vedere cosa fa la gente. Sente le voci che chiedono la sua morte e ha ancora più paura. Allora, cerca un altro nascondiglio (=hiding spot) più sicuro.

Nel frattempo, Renzo era nel mezzo del tumulto. Però non era per niente d’accordo con l’idea di uccidere il vicario. Pensava che si dovesse fare giustizia, ma che il prezzo della morte di una persona fosse troppo alto. Uccidere è una cosa orribile, pensa Renzo.

Intanto, i magistrati che avevano visto quello che stava succedendo, decidono di chiedere aiuto al comandante del Castello Sforzesco. Il comandante manda alcuni soldati però loro non sanno bene come fermare la gente. L’idea di sparare (=shoot) sulla gente non sembra intelligente. Il comandante, infatti, pensa che sia un’idea sia crudele che inefficace.

In questo momento un vecchio prende un martello (=hammer) una corda (=rope) e quattro grandi chiodi (=nails). Dice di voler appendere (=hang) il vicario alla porta dopo averlo ammazzato (=killed). Renzo allora reagisce e dice: “Che vergogna! Assassinare una persona? Come volete che Dio ci dia il pane?”

Ma subito il vecchio risponde: “Ah, cane! Traditore della patria (=homeland)! Aspetta, aspetta! È un servitore del vicario, travestito da contadino: è una spia! Dagli, dagli!” E subito altre persone rispondono: “Cosa? Dove? Chi è? Una spia. Il vicario travestito da contadino che scappa!”

Renzo non parla più e cerca di nascondersi. Ha paura. Gli vogliono fare del male. Deve scappare al più presto! Ma per fortuna, arrriva qualcuno che era andato a prendere una scala per salire alla finestra del piano superiore della casa del vicario. Renzo è salvo (=safe) perché l’attenzione della folla si sposta (=moved) sulla scala e sulla nuova azione. Approfitta (=He takes advantage) della situazione e si allontana da quel posto.

6.7 L’arrivo di Ferrer

Tutto a un tratto la gente da una parte della piazza comincia a gridare: “Ferrer! Ferrer!” e altri “È qui Ferrer!” altri però “Non è vero, non è vero” e altri ancora “Sì, sì, è qui Ferrer. Viva Ferrer che ha messo il pane a basso prezzo!”

Era vero, Antonio Ferrer, il gran cancelliere, stava arrivando in carrozza.

La folla lo salutava: “Viva Ferrer, l’amico della povera gente!” e ancora “Venga Ferrer! In prigione il vicario!”.

Tutti amavano Ferrer perché aveva messo un limite basso al prezzo del pane. I fornai non erano d’accordo ma alla gente comune era piaciuta quella decisione.

Renzo ricorda di aver sentito il nome di Ferrer quando era nell’ufficio del dottor Azzecca-garbugli e chiede a un vicino: “È quel Ferrer che fa le leggi?”

“Già: il gran cancelliere” risponde il suo vicino. “È quello che ha messo il pane a buon mercato. Gli altri non volevano ma lui lo ha fatto. Adesso viene a portare in prigione il vicario. Il vicario non ha fatto le cose giuste.”

Renzo sente subito di essere dalla parte di Ferrer, come la maggior parte della folla.

Ferrer passava con la sua carrozza e sorrideva a tutti. Parlava anche, ma con il rumore che faceva la folla non si sentiva quello che diceva. Faceva dei gesti e mandava baci con la mano. Solo le persone più vicine potevano sentire le sue parole e le ripetevano: “Pane, abbondanza. Vengo a far giustizia”.

“Viva Ferrer” continuavano a salutarlo le persone in piazza.

“Sì, pane, pane” diceva Ferrer “prometto abbondanza. Vengo per portarlo in prigione… si es culpable” aggiungeva in spagnolo.

La carrozza avanza piano piano a causa della grande quantità di gente ma alla fine arriva vicino alla casa del vicario. Ferrer scende dalla carrozza.

“Dov’è quest’uomo?” dice Ferrer cercando il vicario. I servitori accompagnano il vicario giù per le scale. È bianco in viso. Ha una gran paura. Quando vede Ferrer, il vicario fa un gran respiro di sollievo (=relief). Il gran cancelliere gli dice che lo porterà via in carrozza. Poi, lo accompagna verso la porta. Velocemente, i due entrano nella carrozza. Il vicario si nasconde in un angolo (=corner). Piano piano, la carrozza parte. La gente continua a gridare e Ferrer dice a tutti che porterà il vicario in prigione. Al vicario, però, dice in spagnolo di non preoccuparsi. La carrozza poi procede verso il Castello Sforzesco.

Capitolo 7

7.1 Renzo parla alla folla

A poco a poco la folla se ne va. Le persone ritornano alle loro case. Alcuni, i più violenti, vogliono continuare a distruggere e fare danni, ma altri preferiscono tornare a casa. Alcuni sono soddisfatti dell’arrivo di Ferrer e delle sue promesse. Altri invece non credono a Ferrer e dicono che Ferrer salverà il vicario. Alla fine, dicono: “Non lo ammazzeranno: il lupo (=wolf) non mangia il lupo.”

Renzo intanto aveva perso troppo tempo. Era troppo tardi per andare al convento. Allora, decide di cercare un’osteria dove mangiare qualcosa e dormire. Ma per strada c’erano ancora molte persone che parlavano degli avvenimenti di quel giorno. Condividevano le proprie esperienze e le idee su quello che, secondo loro, si doveva fare. Dopo aver ascoltato quello che diceva un gruppo di persone, Renzo decide di parlare: “Signori miei, devo dire anch’io il mio parere? Secondo me, non è solo nell’affare del pane che i ricchi rubano. Secondo me, c’è un gruppo di potenti che fanno quello che vogliono e non si preoccupano delle leggi.”

“Purtroppo è vero” gli risponde una voce.

“Lo dicevo io” riprende Renzo. “E ditemi, signori, avete mai visto un potente in prigione? Eppure ci sono le leggi.” E continua “Bisogna andare domani mattina da Ferrer e dirgli le cose come stanno. E io posso raccontargli le cose che sono successe a me.”

La gente seguiva il discorso di Renzo con attenzione ed era d’accordo con quello che diceva.

Aveva anche attirato altra gente. E questo gli dà coraggio. Una persona gli dice: “Bravo! Sicuro, ha ragione! È vero, purtroppo.” Ma altri non lo ascoltavano perché era un montanaro e i cittadini non pensavano che i montanari fossero intelligenti.

Ma altre persone andavano a casa perché era ormai tardi. “Arrivederci a domani” dicevano. “Dove? Sulla piazza del Duomo. Va bene, va bene. E qualcosa si farà. E qualcosa si farà.”

7.2 Renzo all’osteria della Luna Piena

Prima di andare, Renzo chiede agli altri se conoscevano un’osteria dove potesse mangiare e dormire: “Chi di voi sa dirmi dove posso trovare un’osteria per mangiare un boccone e dormire?”

“Io conosco il padrone di un’osteria. Posso accompagnarla.” dice un signore. “È qui vicino?” Chiede Renzo. “Poco distante” risponde l’uomo. Ed ecco che allora Renzo va verso quest’osteria accompagnato dall’uomo.

Il signore, mentre camminano, fa conversazione e chiede a Renzo di dov’è: “Di dov’è lei?” chiede.

Renzo risponde: “Sono di Lecco.”

“Ecco un’osteria” dice Renzo sotto un’insegna con una luna piena. Il signore cerca di convincere Renzo a non entrare in quell’osteria, ma Renzo non vuole più camminare. Entra nell’osteria.

“Bene, entriamo qui.” dice il signore che voleva andare a casa. Renzo però insiste perché si fermi a bere un bicchiere di vino con lui. Dentro, i due trovano molta gente seduta su due lunghe panche (=benches) a una tavola stretta e lunga.

Alcuni mangiavano ed avevano davanti tovaglie e piatti, altri bevevano, ed avevano bottiglie e bicchieri. Però c’erano anche persone che giocavano ai dadi. Li buttavano e li raccoglievano continuamente.

C’era molto chiasso (=loud noise). C’era un ragazzo che faceva da cameriere che lavorava molto per servire tutti i commensali (=dining companions).

L’oste (=innkeeper) viene subito a portare del vino a Renzo e al suo amico. E poi chiede cosa vogliono da mangiare. “Cosa c’è da mangiare?” chiede Renzo. “Ho dello stufato (=stew)” risponde l’oste. “Perfetto! Dello stufato!” dice Renzo. “Benissimo. Ma pane non ne ho. Purtroppo” dice l’oste. “Al pane ci ha pensato la provvidenza” dice Renzo tirando fuori il terzo e ultimo dei suoi pani. “Non l’ho rubato. L’ho trovato per terra.” dice Renzo anche se gli altri non gli credono. “È proprio così” cerca di dire Renzo. Intanto ordina dell’altro vino e chiede all’oste una camera per dormire.

“Vuole dormire qui?” dice l’oste. “Sicuro” risponde Renzo: “un letto alla buona, basta che abbia le lenzuola pulite.”

L’oste però gli porta un foglio e una penna perché, secondo una legge recente, doveva registrare tutti i clienti che si fermavano a dormire. Ma Renzo non vuole scrivere il suo nome per paura che Don Rodrigo lo trovi.

“Cosa c’entrano queste storie con il letto?” dice Renzo arrabbiato. L’oste però gli spiega che le leggi dicono che deve sapere il nome, il cognome, il lavoro, la provenienza della persona. Inoltre, deve scrivere se ha delle armi (=weapons) e quanti giorni pensa di stare.

Renzo non vuole dare all’oste tutti questi dettagli ma purtroppo aveva bevuto troppo vino e alla fine, senza volere, dice il suo nome: Renzo Tramaglino.

“Un altro goccio (=drop), un altro goccio” gridava Renzo che ormai era molto ubriaco.

Renzo non beveva quasi mai ma questa sera ha bevuto moltissimo. Comincia a dire frasi senza senso e gli altri clienti cominciano a prenderlo in giro (=make fun of him). Per fortuna, anche se ubriaco, non dice mai i nomi delle persone che conosce. Racconta, in modo confuso, tutto quello che gli era successo, ma non fa mai il nome di Lucia, non fa mai il nome di Fra Cristoforo, e non fa mai il nome di Don Rodrigo. Tuttavia, tutti i clienti continuano a prenderlo in giro.

7.3 L’oste accompagna Renzo a dormire

L’oste vede che Renzo è ubriaco e che gli altri lo prendono in giro. Cerca di convincere gli altri clienti a smetterla (=stop) di prenderlo in giro. Ma gli altri non la vogliono smettere. Allora, va ad aiutare Renzo per portarlo nella sua camera. Renzo non riesce ad alzarsi ma poi, con l’aiuto dell’oste, si mette in piedi.

“Andiamo a letto” gli dice l’oste trascinandolo (=dragging him). Insieme, salgono la scala e l’oste lo trascina nella camera che aveva riservato per lui. Quando vede il letto, Renzo è felice e guarda l’oste con un sorriso.

Poi, però, l’oste torna a dire che ha chiesto il suo nome solo perché la legge dice che deve farlo. Allora, Renzo si arrabbia di nuovo. L’oste allora dice che gli ha chiesto il nome solo per scherzo (=prank) e finalmente convince Renzo ad andare a dormire.

Ma quando si addormenta, l’oste esce dalla camera e chiude la porta a chiave. Pensa che Renzo si era comportato in modo molto stupido e che la pagherà (=he will pay) per questo.

Poi, l’oste scende a parlare con l’ostessa per dirle come si deve comportare con i clienti. Lui, infatti, uscirà. Dice all’ostessa: “Mi raccomando, stai attenta che tutti paghino. Non contraddire nessuno, perché la gente è un po’ agitata in questo periodo. Non parlare di politica e non mostrare interesse nelle conversazioni di politica dei clienti.” Dopo aver detto questo ed esser sceso in cucina con la moglie, l’oste indossa il mantello (=cape) e prende un bastone. Esce dall’osteria guardando quello che stavano facendo i clienti che si trovavano lì in quel momento.

7.4 L’oste va dalla polizia

Uscito in strada, l’oste continua a pensare a Renzo e alla sua stupidità. Lo accusa di essere un ingenuo (=naive) montanaro. Renzo, infatti, non lo sapeva ma era stato portato all’osteria da un poliziotto. Questo aveva rischiato di mettere nei guai (=troubles) l’oste, soprattutto in quella giornata tanto particolare.

Per strada, l’oste vede un gruppo di soldati. L’oste pensa anche che Renzo sia molto ingenuo perché pensa che tutti i tumulti di quel giorno possano cambiare le cose. Invece, con il suo comportamento, sarà Renzo a mettersi nei guai.

L’oste pensa anche che a lui non interessava niente sapere il nome e cognome di Renzo. Se glieli aveva chiesti era solo perché le leggi lo imponevano (=imposed).

Intanto l’oste arriva al palazzo di giustizia. Qui si decideva cosa fare per controllare la rivolta. Si decide, per esempio, di mandare più soldati a difendere la casa del vicario. Si dice ai fornai di continuare a produrre il pane e si mandano persone ai paesi vicini perché comprino altro grano per fare il pane.

Ma quando l’oste parla con un poliziotto per dargli tutte le informazioni che ha su Renzo, è sorpreso. Il poliziotto, infatti, sa già tutto su Renzo Tramaglino. La persona che aveva accompagnato Renzo all’osteria della Luna Piena era infatti il poliziotto Ambrogio Fusella. Il vero obiettivo di Fusella era di portare Renzo direttamente in prigione. Ma Renzo aveva deciso di entrare nell’osteria della Luna Piena. Quindi, Fusella lo aveva accompagnato e aveva sentito il suo nome.

La polizia quindi sa già tutto e chiede all’oste solamente se Renzo si trova ancora all’osteria. L’oste risponde con la verità: Renzo si trovava infatti ancora all’osteria. Stava dormendo.

“Cosa devo fare?” chiede allora l’oste al poliziotto. “Vada a casa.” dice il poliziotto “Non si preoccupi che verrà fatta giustizia.”

7.5 I poliziotti vanno ad arrestare Renzo

La mattina dopo i poliziotti vanno all’osteria della Luna Piena per arrestare Renzo. Renzo stava dormendo. Aveva già dormito circa sette ore quella notte quando viene svegliato da una voce che grida: “Lorenzo Tramaglino!”.

Renzo si sveglia ma non capisce bene quello che sta succedendo. Allora il poliziotto grida una seconda volta: “Lorenzo Tramaglino!”. A quel punto Lorenzo risponde: “Lorenzo Tramaglino sono io. Chi vi ha detto il mio nome? Cosa volete da me? Cosa vuol dire questo?”.

“Potrà fare queste domande al capitano di giustizia”.

“Io? Io sono un gentiluomo. Non ho fatto niente!” dice Renzo. “Lasciatemi stare. Io non ho niente da spiegare alla giustizia.”

“Lorenzo Tramaglino!” grida un’altra volta il poliziotto. “Come sa il mio nome?” risponde curioso Renzo.

Il poliziotto però non ha intenzione di aspettare e vuole portare via Renzo. “Si vesta o la portiamo via così.” Poco a poco, Renzo si veste e i poliziotti lo possono accompagnare alla prigione. Il poliziotto vede che Renzo ha una lettera (la lettera di Fra Cristoforo) e vuole prenderla, ma Renzo non è d’accordo. “No, no, questo non va bene. Rivoglio la mia lettera.” E il poliziotto accontenta Renzo. Gli restituisce la lettera che aveva.

Subito dopo i poliziotti mettono le manette (=handcuffs) a Renzo. Renzo cerca di ribellarsi anche a questo. I poliziotti dicono che è loro dovere mettere le manette ai polsi (=wrists) delle persone. Devono farlo. E dicono a Renzo di avere pazienza.

Una volta fuori, Renzo cerca aiuto ma senza farsi vedere dai poliziotti. All’inizio non vede nessuno che possa venire a liberarlo, ma presto vede tre persone che stanno camminando. Per attirare la loro attenzione, Renzo tossisce (=coughs). I poliziotti capiscono che Renzo sta provando a cercare aiuto e stringono (=tighten) le manette. Renzo però reagisce gridando: “Ahi, ahi, che male!”. La gente allora si avvicina. Non sono più solo tre persone, ma molte di più. Il poliziotto cerca di convincere la folla che Renzo è un criminale, un ladro. Ma Renzo è veloce a parlare: “Non ho fatto nulla. Mi stanno portando in prigione perché ieri ho gridato pane e giustizia. Aiutatemi, non mi abbandonate!”

È chiaro che la folla è dalla parte di Renzo. I poliziotti che all’inizio erano molto decisi, vista la grande folla sono sempre meno coraggiosi e alla fine hanno paura e lasciano andare le manette. Alla fine se ne vanno.

7.6 La fuga di Renzo

“Di qua, di qua. C’è una convento per di qua. C’è una chiesa per di qua.” Questi erano solo alcuni dei consigli (=suggestions) che le persone davano a Renzo. “Scappa, scappa.”

Cosa fare? Renzo pensava che i poliziotti avevano il suo nome. Quindi, anche se si nascondeva in un convento, potevano facilmente venire a prenderlo e portarlo in prigione.

Decide allora di andare da suo cugino Bortolo che viveva vicino a Bergamo. L’unico problema era che non era mai stato a Bergamo e quindi non sapeva che strada prendere per arrivarci. Non voleva però nemmeno parlare con nessuno, perché, dopo l’esperienza dell’osteria della Luna Piena, aveva paura di finire di nuovo in mano ai poliziotti.

Renzo ringrazia velocemente le persone che lo avevano aiutato a liberarsi e poi corre via. All’inizio non sa bene dove va. L’unico obiettivo che ha è quello di allontanarsi il più possibile dall’osteria.

Dopo essersi allontanato abbastanza. Vede una persona. Gli sembra di potersi fidare di questa persona e le chiede quale sia la strada per Bergamo. La persona gli dice che deve uscire da Milano passando per Porta Orientale. Quando però comincia a spiegare come arrivare a Porta Orientale, Renzo la ferma dicendo che sa già come farlo. Infatti, Renzo era passato per Porta Orientale il giorno prima.

Allora, si mette in cammino. Passa davanti alla piazza del Duomo, dove vede i resti del falò. Passa per Porta Orientale e parte in direzione di Bergamo. Passa per i campi e continua a camminare. Non sa se sta andando nella direzione giusta ma continua a camminare.

Aveva sempre molta paura di dire la parola “Bergamo” e quindi, come aveva fatto a Milano, studia bene le persone prima di scegliere quella a cui chiedere la strada per Bergamo. Quando lo fa, la persona gli risponde che è sulla strada sbagliata. Gli indica il giro che deve fare per rimettersi sulla strada per Bergamo. Renzo segue i consigli della persona e cammina ancora per alcune ore.

Mentre cammina, Renzo pensa a come chiedere la strada per Bergamo ad altre persone senza dire la parola “Bergamo”. Gli viene un’idea molto intelligente: chiedere la strada per un paese vicino a Bergamo. Questo non desterebbe (=raised) sospetti. L’unico problema era che lui non conosceva nessun paese vicino a Bergamo.

Nel frattempo gli era venuta fame. Fuori da una casa vede una frasca (=small tree branch) che era usata per indicare un’osteria. Entra nell’osteria con il doppio obiettivo di mangiare e di chiedere informazioni. Dentro trova una vecchia che gli fa mille domande su Milano. Renzo però non risponde. Ha imparato che è meglio non parlare con gli sconosciuti (=unknown persons). Ha anche imparato che è meglio non bere troppo vino perché porta a parlare troppo. Infatti, in quest’osteria, Renzo mangia solo dello stracchino (un formaggio morbido) e non beve vino.

Quando la vecchia gli porta lo stracchino, Renzo le chiede: “Devo andare in molti luoghi. Voglio anche passare un momento da quel paese che si trova vicino a Bergamo ma è nello stato di Milano. Come si chiama?”

“Gorgonzola, vuole dire?” Risponde la vecchia. “Sì, Gorgonzola, certo.” Dice soddisfatto Renzo. “Ed è molto lontano?” chiede. “Saranno dieci o dodici miglia” dice la vecchia. Renzo ringrazia e si mette in cammino.

7.7 Gorgonzola

Renzo arriva a Gorgonzola un’ora prima di sera. Appena entrato in città vede un’osteria. Entra e chiede all’oste un po’ di vino e qualcosa da mangiare. Ma dice all’oste che voleva fare presto. Renzo, infatti, voleva evitare che l’oste pensasse che voleva fermarsi a dormire. Se lo avesse fatto, infatti, gli avrebbe chiesto nome, cognome e da dove veniva. Renzo voleva evitare tutto questo.

Poi, Renzo si siede da solo per evitare di parlare con l’altra gente presente in osteria. Purtroppo però, le altre persone si avvicinano e gli fanno mille domande. Renzo però riesce ad evitare di rispondere. Dice di non venire da Milano ma di venire da Liscate, un paese dal quale era effettivamente passato. E dice di non sapere niente di quello che era successo a Milano.

Invece, approfitta (=takes advantage) della situazione per chiedere informazioni su quanto distante è l’Adda e su dove si possa attraversarlo. “Si può passare l’Adda in un paio di punti. O per il ponte di Cassano o sulla chiatta di Canonica.” gli risponde l’oste.

“E quanto lontano sono questi posti?” chiede Renzo.

L’oste risponde: “Circa sei miglia.”

“Così tanto?” Dice Renzo. “E non ci sono scorciatoie (=shortcuts)?”

“Sì, ce ne sono, certo.” risponde l’oste, ma con un tono di voce e un’espressione così curiose che Renzo pensa sia meglio evitare di fare altre domande.

Mentre Renzo faceva queste domande all’oste, un gruppo di uomini parlava animatamente dei fatti di Milano. Nel vederli, Renzo è incuriosito e cerca di sentire quello che dicono senza farsi notare. Poi, a un certo punto è arrivato un mercante che tutti conoscevano. Era un mercante di Milano che andava spesso a Bergamo per i suoi affari. Spesso passava la notte in quell’osteria e quindi molti lo conoscevano.

Poi, il mercante è entrato nella stanza e tutti hanno cominciato a fargli domande su Milano. Lui ha cominciato a descrivere la giornata parlando in modo molto negativo dei rivoltosi: “Sono andati tutti al Cordusio dove c’è un forno che volevano prendere il giorno prima. Anche se c’erano molti soldati a cavallo per mantenere la calma, loro sono entrati e hanno rubato tutto: pane, pasta, sacchi, farina, tutto!”

“E i soldati?” chiedono gli ascoltatori.

“I soldati erano andati a fare la guardia alla casa del vicario.” risponde il mercante. “Hanno preso tutto e volevano dar fuoco.”

“Ma almeno si è saputo che questi mascalzoni verranno impiccati (=hanged). E addirittura, molti non erano di Milano. Erano forestieri!” continua il mercante. Renzo continuava ad ascoltare attentissimo.

“I poliziotti avevano preso uno dei rivoltosi in un’osteria e lo stavano portando in prigione. Uno che aveva con lui moltissime carte. Ma i suoi compagni lo hanno liberato prima che la polizia potesse portarlo in prigione. Adesso sarà scappato a nascondersi in qualche convento. È gente delinquente che non ha casa né famiglia. Ma li impiccheranno (=will hang) tutti.”

Renzo, che aveva ascoltato tutto il racconto del mercante, non ha più voglia di mangiare niente. Chiede il conto all’oste. Paga il conto e riprende la strada verso Bergamo.

Capitolo 8

8.1 Verso l’Adda

Renzo allora riprende la strada. Sono le sei del pomeriggio e poco a poco si sta facendo buio. Questo era un vantaggio per Renzo perché era più difficile vederlo. Lui, infatti, voleva stare nascosto e non farsi vedere. Aveva paura di essere riconosciuto da qualche poliziotto e di finire in prigione.

Evitava anche di parlare con la gente e di chiedere conferma sulla strada che aveva preso. Pensava di andare verso Bergamo ma non era sicuro. Era sicuro di non andare verso Milano, quindi pensava di andare verso l’Adda. Ogni tanto, si fermava e cercava di sentire il rumore del fiume Adda. Ma ancora non lo sentiva. Era ancora troppo lontano.

A un certo punto, Renzo prende una strada sulla sinistra. Non c’era nessuno. Mentre cammina, Renzo pensa a tutto quello che gli era successo. Pensa al mercante e a quello che avrebbe voluto dirgli. Avrebbe voluto dirgli: “Io non ho ammazzato nessuno! Non portavo un fascio di lettere. Ho solo una lettera scritta da Fra Cristoforo! E i miei compagni non stavano a farmi la guardia! Erano lì per caso! Invece, quello che io ho fatto è stato aiutare Ferrer, come se fosse un mio fratello. Ho anche rischiato la vita per aiutare Ferrer! Non lo farò mai più.”

Intanto si faceva sempre più buio e Renzo era sempre più stanco. C’era un leggero vento. Renzo camminava.

Cammina, cammina, Renzo arriva in una campagna dove coltivavano saggine, la pianta usata per fare le scope (=brooms). Si ferma ad ascoltare, per vedere se sentiva il fiume, ma ancora niente.

Nel suo cammino, Renzo passa vicino a qualche cascina (=farmstead) e sente i cani che abbaiano, ma non sente ancora il fiume Adda.

8.2 La capanna nel bosco

A poco a poco, Renzo entra in un bosco. All’inizio meno denso di alberi poi sempre più fitto. Comincia a sentire la stanchezza. Anche se sente di essere in pericolo e vuole cercare di raggiungere il più velocemente possibile l’Adda, è sempre più debole. E il bosco, così fitto di alberi e senza una strada ben segnata (=marked), gli fa ancora più paura. Infatti, non è più sicuro di andare nella direzione giusta.

Ad un certo punto del cammino, Renzo si ferma perché non è sicuro che andare avanti sia l’idea migliore. Per un attimo pensa che forse sia meglio tornare indietro e ritornare in direzione Gorgonzola. Almeno per uscire da quel bosco. Ma quando si ferma, Renzo sente un mormorio (=babble) in lontananza: “È l’Adda!” esclama con grande felicità. Per lui era come aver ritrovato un fratello, un salvatore (=savior).

Improvvisamente non si sente più stanco e comincia ad andare verso il rumore con passo deciso. Presto, arriva vicino alla riva e dall’altra parte vede alcune luci. Doveva essere una città. Bergamo sicuramente.

All’inizio, Renzo pensa alla possibilità di passare il fiume a nuoto. Ma subito si ricorda che l’Adda è un fiume grande e con una forte corrente. Non era una buona idea. È tardi e forse è meglio trovare un posto dove dormire. Allora, Renzo si ricorda di una capanna che aveva visto poco prima. Torna lì e dorme alcune ore, fino al mattino dopo.

Il sonno però non è tranquillo. Renzo pensa a tutto quello che gli è accaduto. Pensa a tutti i personaggi che ha incontrato in questi ultimi giorni. Pensa a Don Abbondio che non ha voluto celebrare il suo matrimonio con Lucia, pensa a Don Rodrigo e alla sua prepotenza, pensa a

Ferrer e a come lo aveva aiutato, pensa al mercante e a quello che ha detto nell’osteria, pensa al poliziotto che lo ha portato in prigione. Ma pensa anche ad Agnese, a Fra Cristoforo e ovviamente a Lucia. E questi sono pensieri piacevoli. Anche se Renzo si sente in colpa per non aver seguito le indicazioni di Fra Cristoforo.

Alla fine, Renzo si addormenta.

8.3 Nel Bergamasco

Renzo si sveglia alle cinque del mattino. Il campanile della chiesa di un paese vicino batte le cinque e Renzo si alza. Va verso il fiume. Sulla riva dell’Adda vede un pescatore che si avvicina alla sponda (=bank). Renzo chiede al pescatore se lo può traghettare sulla riva opposta e gli chiede se la città che si vede è Bergamo.

“È Bergamo quel paese?” chiede Renzo. “La città di Bergamo” risponde il pescatore.

“E quella lì è la riva bergamasca?” chiede ancora Renzo. “Terra di San Marco” dice il pescatore. “Viva San Marco!” esclama Renzo.

Quando arrivano sulla sponda bergamasca dell’Adda, Renzo paga il pescatore che gli dice: “Buon viaggio”. Poi il pescatore se ne va.

Passato dall’altra parte, Renzo riprende subito il cammino e chiede quanto manca per Bergamo. La persona che incontra gli dice che mancano ancora nove miglia da fare. Renzo continua e per strada incontra moltissimi poveri. Non erano mendicanti (=panhandler) ma erano persone molto povere. Erano contadini, montanari, artigiani, intere famiglie. Al vedere tutta questa povera gente Renzo è triste.

Entra in un’osteria per mangiare qualcosa. Dopo aver mangiato gli sono rimasti solo pochi soldi. All’uscita, vicino alla porta, vede due donne, una un po’ anziana e una più giovane. Quella giovane ha un bambino che piange e piange. Renzo si impietosisce (=is moved by this) e dà i suoi ultimi soldi alle due donne.

8.4 Dal cugino Bortolo

Renzo arriva finalmente nel paese dove vive il cugino Bortolo. Lì vede un edificio alto che è un filatoio (=spinning wheel). Entra e chiede: “Si trova qui Bortolo Castagneri?”

“Il signor Bortolo, eccolo lì” dice un lavoratore. Renzo è felice di sentire che è chiamato “signore”. Renzo e Bortolo si salutano e si abbracciano.

Bortolo lo aveva invitato molte volte e quindi è felice di vederlo. Renzo però gli spiega che gli eventi che lo hanno spinto fino a Bergamo non sono felici. Anzi! Ma Bortolo rassicura immediatamente Renzo dicendogli che lo aiuterà.

“Hai fame?” chiede subito Bortolo a Renzo. “No, grazie. Ho mangiato in viaggio” risponde Renzo. “Hai soldi?” chiede Bortolo. E qui Renzo deve dire che li ha finiti. Bortolo lo rassicura. Gli dice che gliene darà lui.

Poi Bortolo chiede a Renzo notizie della rivolta di Milano. Bortolo racconta anche a Renzo che nel Bergamasco le cose vanno un po’ diversamente perché la città ha acquistato da un mercante di Venezia del grano proveniente dalla Turchia. Le città di Verona e Brescia hanno cercato di tassare (=tax) il grano ma un avvocato (=lawyer), che si chiama Lorenzo Torre, ha convinto il doge di Venezia ad eliminare queste tasse. E Venezia ha anche mandato molto miglio (=mile) per aiutare le popolazioni della campagna.

Bortolo poi cerca anche di trovare un lavoro a Renzo. Infatti, parla con il padrone del filatoio dove lavora e lui gli trova un lavoro. Però, Bortolo avverte (=warns) Renzo che i bergamaschi chiamano i milanesi “baggiani”. È un insulto. E se Renzo vuole lavorare lì deve abituarsi a venir chiamato “baggiano”.

8.5 Il podestà di Lecco a caccia di Renzo

È il 13 novembre. Il podestà di Lecco riceve un ordine da Milano di catturare Renzo o di raccogliere tutte le informazioni possibili su di lui e darle al capitano della polizia. Il podestà ordina che la casa di Renzo sia perquisita (=searched).

La gente vede quella perquisizione nella casa di una persona che tutti considerano molto buona. Nessuno pensa che Renzo possa essere un criminale e non credono alle accuse del podestà. Non credono che Renzo abbia potuto commettere un delitto, o almeno qualcosa di grosso. Tutti sono sicuri che la colpa sia di Don Rodrigo e che sia stato lui ad aver architettato (=plot) tutto questo. Ma noi sappiamo che non è vero. Almeno Don Rodrigo non è direttamente responsabile per i fatti di Milano e per come Renzo si sia trovato nei guai durante la rivolta del pane.

La notizia della perquisizione a casa di Renzo arriva anche alle orecchie di Fra Cristoforo che è preoccupato per la vita di Renzo. Sa che Don Rodrigo e il podestà sono molto potenti e che è difficile lottare contro di loro. Sa anche che Don Rodrigo è una persona senza scrupoli (=scruple). E anche se Don Rodrigo non ha materialmente organizzato il complotto, possiamo dire che è felice che Renzo si trovi in difficoltà e che sia braccato (=chased) dalla polizia. Infatti, Don Rodrigo se ne vanta (=brags) con il Conte Attilio.

Intanto, mentre il Conte Attilio parte per Milano, il Griso ritorna da Monza e racconta a Don Rodrigo tutto quello che ha saputo. Gli dice che Lucia è nascosta nel monastero e che si trova sotto la protezione della monaca di Monza. Lucia non esce mai dal monastero e questo ha dato origine a molte voci. Questa notizia fa arrabbiare Don Rodrigo perché non riusciva a pensare a un modo per entrare in un monastero. Era infatti un luogo dove lui non poteva entrare e questo rendeva Lucia difficile da raggiungere.

Per un attimo Don Rodrigo pensa di lasciar perdere (=give up). Però, anche se la situazione si presentava difficile, a Don Rodrigo dava molto fastidio lasciare che Renzo e un frate (Fra Cristoforo) potessero vincere questa partita. Pensava che il suo potere potesse essere messo in discussione se non sapeva come ottenere quello che voleva, cioè (=so) Lucia. Il suo obiettivo era rapirla (=kidnap) ma nemmeno il Griso poteva prenderla in un monastero.

Inoltre, non voleva assolutamente perdere la scommessa fatta con il cugino, il Conte Attilio.

8.6 L’innominato

Don Rodrigo pensa che il Griso non poteva riuscire in un’impresa tanto rischiosa (=risky) come quella di rapire Lucia in un convento. Ma forse c’era qualcun altro che poteva riuscirci. Don Rodrigo conosceva persone cattive e tra quelle ce n’era una in particolare: un criminale potente e famoso che poteva riuscire in quest’impresa. Ma anche se Don Rodrigo non era certamente un santo, decidere di servirsi di un bandito come l’innominato era un passo molto difficile da fare.

Un giorno però arriva la buona notizia (buona per Don Rodrigo) che Fra Cristoforo andava via dal convento di Pescarenico. Inoltre, un’altra buona notizia (buona sempre per Don Rodrigo) era che Agnese era tornata a casa. Questo voleva dire che non era più con Lucia. Quindi Lucia era sola.

La situazione era quindi molto positiva per Don Rodrigo perché Lucia si trovava isolata. Bisognava approfittare. Don Rodrigo decide di chiamare l’innominato.

Agnese era tornata a casa dopo aver saputo cosa era successo a Renzo. La notizia era arrivata a lei e a Lucia mentre era ancora al convento. Una fattoressa che aveva la casa vicino al monastero era la persona che spesso comunicava notizie alle monache. Lei aveva detto ad Agnese e Lucia che alcune persone erano state arrestate: “Due, sei, otto, quattro, sette ne hanno messi in prigione. Li impiccheranno (=They will hang them).” aveva detto.

E aveva aggiunto: “e uno è scappato. Quello che è scappato è proprio del vostro paese. Si chiama Tramaglino. Lo conoscete?”. Sentendo quelle parole Lucia aveva lasciato cadere quello che aveva in mano. Era impallidita (=turned pale). Aveva cercato di non far capire alla fattoressa che lei conosceva Renzo. “Non si sa dove è scappato. Può essere che lo prendano presto o può essere che sia in salvo. Non si sa.” aveva appena concluso la fattoressa.

8.7 Agnese torna al paese

Un giovedì arriva a Monza un pescivendolo di Pescarenico che va abitualmente a Milano a vendere la sua merce. L’uomo passa al convento di Monza a cercare Agnese per conto di padre Cristoforo. Il pescivendolo dice ad Agnese e Lucia che Renzo è scappato ed è ricercato ma che è vivo ed è salvo nel Bergamasco. Il frate dice alle donne di avere fede.

Lucia è felice di sapere che Renzo è vivo e libero. Lucia parla molto con Gertrude, la monaca di Monza. Le due donne sono sempre più vicine e Gertrude inizia ad affezionarsi a Lucia.

Gertrude comincia infatti anche ad aprirsi con Lucia e le racconta molto della sua vita. Lucia allora inizia a capire i motivi delle stranezze di Gertrude.

Lucia però non si apre completamente con Gertrude. Non le dice quello che sa di Renzo e di dove si trovi in quel momento. Non vuole nemmeno parlare del suo rapporto con Renzo. E Gertrude è un po’ indispettita (=annoyed) da tanto riserbo (=discretion). Ma capisce anche il comportamento di Lucia.

Il secondo giovedì del mese Agnese e Lucia ricevono un’altra visita del pescivendolo. Il pescivendolo conferma che Renzo è scappato e che è salvo ma non ha notizie più precise. Padre Cristoforo infatti non ha saputo niente da padre Bonaventura e quindi sanno solo che Renzo non si è presentato al convento a Milano.

Ma il terzo giovedì il pescivendolo non passa al convento. Questo fatto preoccupa molto Agnese e Lucia ed Agnese decide di tornare al paese per cercare di avere più notizie e parlare direttamente con padre Cristoforo. Lucia non è contenta della partenza di Agnese, ma è anche molto in pensiero per Renzo e alla fine deve accettare la scelta. Inoltre, Lucia si sente sicura nel convento. Sa che è un luogo dove Don Rodrigo non può raggiungerla.

Il pescivendolo poi accompagna Agnese verso casa. Agnese saluta Lucia e Gertrude con la promessa di tornare al più presto con notizie fresche su Renzo.

Capitolo 9

9.1 Agnese a Pescarenico

Durante il viaggio non accade niente di particolare. Agnese e il pescivendolo riposano qualche ora in un’osteria ma ripartono presto. Il giorno dopo Agnese arriva a Pescarenico insieme al pescivendolo. I due arrivano di mattina presto. Il primo obiettivo di Agnese è di recarsi al convento per parlare con padre Cristoforo. Quando arriva al convento dei cappuccini, suona il campanello. Fra Galdino viene ad aprire la porta e saluta Agnese: “Oh, mia signora, come mai è venuta da noi?” chiede Fra Galdino.

“Vengo a cercare il padre Cristoforo.” risponde Agnese.

“Il padre Cristoforo non c’è” dice Fra Galdino.

“Torna presto?” chiede allora Agnese che non sospettava che Fra Cristoforo se ne fosse andato. “Ma… padre Cristoforo è andato via.” dice Fra Galdino.

“Dov’è andato?” chiede Agnese.

“A Rimini.” dice Fra Galdino.

“Dov’è questo paese?” chiede Agnese. Fra Galdino fa un gesto per mostrare ad Agnese che Rimini è molto lontano da Pescarenico. Agnese è triste e preoccupata. È anche rammaricata (=sadden) perché lei voleva venire qualche giorno prima a Pescarenico. Se lo avesse fatto avrebbe potuto ancora vedere Fra Cristoforo prima della sua partenza.

Fra Galdino vede che Agnese è molto scioccata dalla notizia e offre la disponibilità di altri frati. “Senta, il padre Cristoforo è veramente un buon uomo, ma noi abbiamo molti altri frati che possono aiutarla. Per esempio c’è padre Anastasio, c’è padre Girolamo, c’è padre Zaccaria.”

“Oh, per carità!” esclama Agnese che sapeva di non poter rivolgersi a nessun altro che a padre Cristoforo. La faccenda (=events) era troppo complicata e rischiosa, Non poteva parlarne con nessuno.

“Beh, se cambia idea, il convento è sempre qui e saremo felici di aiutarla.” conclude Fra Galdino.

Agnese lo ringrazia della cortesia e se ne va sempre più preoccupata.

9.2 Il conte zio

Ma perché padre Cristoforo era stato trasferito a Rimini?

Ecco come sono andate le cose.

Quando la rivolta del pane si è calmata, il conte Attilio è andato a Milano. A Milano, il conte Attilio ha parlato con un suo zio che era anche zio di Don Rodrigo. Il conte zio era membro del Consiglio Segreto dello Stato di Milano. Era uno politico molto importante e influente dello Stato di Milano.

Il conte zio era stato recentemente a Madrid in visita alla corte spagnola dove aveva ricevuto molti complimenti. Il conte-duca aveva infatti detto che, secondo lui, il duomo di Milano è la chiesa più imponente (=majestic) di tutti i territori dell’impero spagnolo di Filippo IV.

All’inizio del colloquio, il conte Attilio allora ha fatto i suoi complimenti al conte zio. Gli ha fatto anche i complimenti da parte del cugino Don Rodrigo. Poi, ha iniziato a parlargli di un frate che stava dando molto fastidio a Don Rodrigo. Ha detto che Don Rodrigo non ha nessuna colpa e che lui non ha fatto assolutamente niente di male. Ha raccontato che il frate stava difendendo una contadina. Ha raccontato anche che questo religioso è famoso per andare contro i nobili e che bisognava fermarlo.

Il conte zio allora ha detto che il conte Attilio e Don Rodrigo sarebbero dovuti venire anche prima a parlare con lui. Il conte Attilio allora ha spiegato che Don Rodrigo non sa nulla del fatto che lui è venuto a parlare con il conte zio. Infatti, Don Rodrigo non voleva aggiungere altre preoccupazioni alle molte che il conte zio già ha.

Il conte zio allora ha chiesto il nome di questo frate. Allora, il conte Attilio ha rivelato (=unveils) che il frate si chiama Fra Cristoforo.

Attilio ha aggiunto che padre Cristoforo è molto arrabbiato con Don Rodrigo. Ha detto anche che padre Cristoforo difende un criminale che era stato coinvolto nei tumulti di San Martino ed è ricercato dalla polizia: Renzo Tramaglino. Alla fine, il conte Attilio ha consigliato il conte zio di fare pressioni sul padre provinciale per far trasferire padre Cristoforo lontano da Pescarenico. Il conte zio si è indispettito per questo suggerimento e ha detto che queste sono cose che deve decidere lui. Ma alla fine è dello stesso avviso di Attilio e dice che contatterà al più presto il padre provinciale per far trasferire Fra Cristoforo.

Alla fine i due si salutano.

9.3 Il conte zio a pranzo con il padre provinciale

Il conte zio e il padre provinciale si conoscono ma solo in modo superficiale. Si rispettano perché tutti e due sono persone di potere che hanno molti individui sotto di loro. È quindi facile per loro conversare come persone alla pari, allo stesso livello.

Un giorno il conte zio invita a pranzo il padre provinciale. Gli altri invitati sono persone molto potenti, aristocratiche che ricordano la grandezza del padrone di casa, ma anche clienti che hanno legami di servilismo con il conte zio. Questi durante il pranzo dicono sempre di sì a tutto quello che dice il conte zio.

Durante il pranzo, il conte zio e il padre provinciale sono seduti uno vicino all’altro. Il conte zio parla molto delle sue visite a Madrid mentre il padre provinciale parla del cardinal Barberini che è fratello di papa Urbano VIII. Il cardinal Barberini è un cappuccino.

Dopo il pranzo, il conte zio invita il padre provinciale a parlare in privato. Lo fa sedere e inizia subito a parlare di padre Cristoforo. Chiede, infatti, se nel convento di Pescarenico ci sia un tal padre Cristoforo. Il padre provinciale dice di sì. Allora il conte zio inizia a descrivere padre Cristoforo come un soggetto pericoloso e turbolento, un frate degenere. Il padre provinciale capisce subito che sarebbe bene spostare padre Cristoforo e forse che avrebbe fatto bene a farlo prima. In questo modo avrebbe limitato le possibilità per padre Cristoforo di scontrarsi con i potenti. Comunque, il padre provinciale cerca di difendere padre Cristoforo. Anche quando il conte zio gli dice che padre Cristoforo sta difendendo uno dei responsabili della rivolta di San Martino a Milano, Renzo Tramaglino, il padre provinciale dice che una delle missioni dei cappuccini è proprio quella di prendersi cura dei traviati (=who lost their way).

E il conte zio conclude dicendo che recentemente Fra Cristoforo aveva attaccato un potente, Don Rodrigo. Secondo lui, qualcosa doveva essere fatto.

9.4 Il padre provinciale decide di trasferire Fra Cristoforo

Il conte zio e il padre provinciale continuano a parlare. Il conte zio dice che secondo lui è meglio che siano loro a prendere una decisione che possa risolvere la situazione senza troppo rumore. Allora, il padre provinciale pensa che, dal momento che padre Cristoforo è precettore (=tutor), forse c’è bisogno di qualcuno come lui in un’altra città.

Il conte zio dice che sarebbe sicuramente la soluzione migliore. Allora, il padre provinciale chiede che Don Rodrigo faccia qualche gesto di amicizia nei confronti dell’ordine dei cappuccini. Il conte zio dice che sicuramente sarà fatto anche se dice che gliene parlerà in modo discreto. Il conte zio conclude dicendo che spera che il trasferimento avvenga in tempi molto brevi.

Alla fine del colloquio i due ritornano al pranzo e si riuniscono al resto degli invitati.

Quindi, come sappiamo, il padre provinciale trasferirà Fra Cristoforo a Rimini. Qualche sera dopo infatti, un cappuccino di Milano arriva al convento di Pescarenico e consegna dei documenti al padre guardiano. È l’ordine per padre Cristoforo di andare a Rimini dove predicherà (=will preach) la Quaresima. Il padre guardiano non dice niente a Fra Cristoforo sul momento ma lo chiama la mattina dopo. Gli spiega tutto e gli mostra la lettera. Per padre Cristoforo è difficile andarsene e abbandonare Renzo, Lucia ed Agnese, ma spera che tutto si risolverà per il meglio. Il suo ruolo è obbedire ai suoi superiori e così fa. Prende le sue cose e lascia il convento dopo aver salutato i confratelli.

9.5 L’Innominato

Abbiamo detto che Don Rodrigo ha deciso di chiedere l’aiuto dell’Innominato. Ma chi è l’Innominato? L’Innominato è il più pericoloso criminale della zona di Milano. Non sappiamo il nome dell’Innominato (“Innominato” infatti significa “non nominato”) perché l’autore ha paura di una vendetta da parte di quell’uomo. L’Innominato è un uomo forte e coraggioso ma anche pericoloso. È un potente bandito che ha eseguito e fatto eseguire moltissimi spietati (=cruel) delitti. Secondo alcuni storici (=historians) l’Innominato è anche collegato in qualche modo al cardinal Borromeo. Fin dall’adolescenza l’Innominato ha sfidato (=challenged) i tiranni della città vincendoli e facendoli diventare suoi amici subordinati. Lui infatti era molto più coraggioso e temerario di loro e compiva azioni che altri non avevano il coraggio di fare. Poco a poco tutti gli altri signori si rivolgevano a lui per avere aiuto nei loro affari illegali. Lui li aiutava commettendo una serie spaventosa di delitti. Alla fine, nemmeno tutti i suoi potenti amici hanno potuto proteggerlo ed è dovuto uscire dallo Stato a causa di un bando contro di lui.

Ma anche nel momento in cui ha lasciato la città l’Innominato lo ha fatto in modo spettacolare. Infatti è passato davanti al palazzo del governatore con un seguito di cani e con il suono delle trombe (=trumpets). Passando di fronte al palazzo, l’Innominato ha gridato insulti al governatore. Anche durante il periodo al bando l’Innominato continua le sue attività criminali. Compie nuovi omicidi anche per conto di principi stranieri.

Dopo un po’ di tempo l’Innominato torna nello Stato. Vive ora in un castello che si trova al confine dello Stato di Milano con quello Bergamasco. In quel periodo, il Bergamasco apparteneva alla Repubblica di Venezia. Anche nel periodo in cui vive in questo palazzo, l’Innominato commette delitti e assassini con l’aiuto di bravi senza scrupoli.

Tutti i signori dello Stato devono scendere a patti con lui. E molte persone che hanno bisogno di aiuto si rivolgono a lui diventando poi suoi debitori (=borrowers). Così, l’Innominato compie delitti sia al servizio del bene sia al servizio del male. E compie così tanti delitti che qualche volta, se viene commesso un delitto, la gente pensa che il colpevole sia l’Innominato. Anche se non c’è nessuna prova.

L’Innominato ha un potere quasi illimitato (=limitless) sul territorio che controlla.

9.6 Don Rodrigo va al castello dell’Innominato

Il castello dell’Innominato si trova a sette miglia dal palazzotto di Don Rodrigo.

Don Rodrigo aveva già contattato l’Innominato in passato per affari di poca importanza ma non ha mai voluto legare troppo con lui. Don Rodrigo, infatti, voleva mantenersi nella legalità. Avere rapporti con l’Innominato voleva dire non essere più una persona rispettabile. Voleva dire rompere i rapporti con la società civile. Inoltre, avere contatti con l’Innominato presentava anche problemi nei suoi rapporti con il conte zio. Il conte zio, infatti, non avrebbe potuto più aiutarlo se si fosse messo al di fuori della legalità.

Un giorno, Don Rodrigo parte dal suo palazzo a cavallo in compagnia del Griso e di altri quattro bravi, diretto al castello dell’Innominato.

9.7 Il castello dell’Innominato

Il castello dell’Innominato si trova al confine tra lo Stato di Milano e il Bergamasco. Il castello si trova in alto su una collina. Si può arrivare al castello solamente da un lato della collina. Quindi, il castello è quasi imprendibile. Il signore, dall’alto della sua fortezza (=fortress) domina l’intera valle che si trova alla base della collina. Inoltre, per salire al castello, la strada è in vista. Così, se qualcuno vuole salire, è visto facilmente dal castello. Il signore sa sempre se qualcuno arriva vicino al castello. Quindi, si può difendere facilmente.

Inoltre, l’Innominato ha moltissimi bravi che lavorano per lui e che stanno sempre attenti. Se qualcuno vuole salire, sono loro a difendere il castello.

Però nessuno saliva al castello. Tutti avevano paura dell’Innominato e quindi nessuno rischiava di salire e di essere attaccato dai bravi. Nemmeno la polizia saliva al castello dell’Innominato. Anche i poliziotti, infatti, avevano paura di quel signore senza scrupoli. C’erano molte storie di bravi che avevano ucciso i poliziotti che avevano provato ad avvicinarsi.

Don Rodrigo arriva ai piedi della valle, sotto al castello dell’Innominato, all’inizio del sentiero (=path) che porta su. Qui, c’è un’osteria con un’insegna che porta un sole splendente. Però, l’osteria si chiama la “Malanotte”.

Quando Don Rodrigo arriva alla Malanotte esce un bravo armato. Subito il bravo rientra e avvisa altri tre bravi che stavano giocando a carte. Uno di loro riconosce Don Rodrigo che gli chiede se l’Innominato si trova nel castello. Il bravo dice di sì. Don Rodrigo scende da cavallo e gli dà il suo fucile. Nessuno, infatti, può salire al castello armato. Anche il Griso deve dare tutte le sue armi ai bravi dell’Innominato.

Dopo aver pagato un po’ di soldi, Don Rodrigo e il Griso salgono al castello. Uno dei bravi dell’Innominato li segue e poi li raggiunge. Questo bravo li accompagna al castello. Il Griso si ferma alla porta del castello. Don Rodrigo entra e passa per molti corridoi bui. Don Rodrigo vede molti fucili e sciabole (=swords) sulle pareti dei corridoi. Vede anche molti bravi a fare la guardia alle varie stanze. Alla fine, viene fatto entrare in una stanza dove aspetta l’Innominato. L’Innominato arriva molto presto e lo saluta.

Capitolo 10

10.1 Il colloquio tra Don Rodrigo e l’Innominato

All’inizio del colloquio l’Innominato guarda il viso e le mani di Don Rodrigo. Faceva sempre così. L’Innominato è un uomo alto e calvo, con pochi capelli bianchi. Sul viso ha molte rughe (=wrinkles). Ha sessant’anni, ma le rughe lo fanno sembrare più vecchio. Però ha lo sguardo (=look) vivo che lo fa sembrare più giovane dei suoi sessant’anni.

Don Rodrigo dice che ha bisogno del suo aiuto perché si trova in una situazione che il suo onore non gli permette di abbandonare ma che non può risolvere da solo. Inoltre, Don Rodrigo dice all’Innominato che Fra Cristoforo è coinvolto nella vicenda. L’Innominato conosce Fra Cristoforo e sa che è un nemico dei potenti e dei tiranni. Quindi, l’Innominato odia Fra Cristoforo. Don Rodrigo spiega che l’obiettivo è rapire Lucia dal convento dove si trova, a Monza, e racconta che Lucia è protetta da Gertrude. A questo punto l’Innominato interrompe Don Rodrigo e dice subito che accetterà l’impresa. L’Innominato scrive su un taccuino (=notebook) il nome di Lucia e saluta Don Rodrigo terminando il colloquio. Dice anche che lo avviserà di quello che dovrà fare.

L’Innominato sa di avere l’aiuto di Egidio. Egidio, lo ricordiamo, vive accanto al convento di Monza proprio dove vive Gertrude. Egidio può facilmente arrivare a Gertrude.

Appena accettato l’incarico però, l’Innominato ha dei dubbi e quasi si pente di aver accettato.

Anche se aveva passato tutta la vita a compiere i più brutti delitti, ora si sentiva vicino alla fine della sua esistenza. Pensando all’avvicinarsi della morte, l’Innominato ha cominciato a riflettere sulla sua vita e sulle azioni che ha compiuto. Ha paura del giudizio divino.

Ma ormai ha accettato l’incarico di Don Rodrigo e decide di mandare il Nibbio, il bravo al quale affida le imprese più difficili, a Monza per prendere contatto con Egidio.

10.2 Gertrude tradisce Lucia

Il Nibbio torna da Monza con la risposta di Egidio. Egidio gli ha detto che l’impresa non è affatto difficile. Anzi, dice che l’impresa è facile e sicura. Dice che l’Innominato deve solo mandare una carrozza con due o tre bravi travestiti e penserà a tutto lui.

Egidio, lo ricordiamo, era l’amante di Gertrude. Il suo piano era quindi di usare la sua amante per raggiungere Lucia e farla uscire allo scoperto. Poi, il Nibbio l’avrebbe rapita senza troppa difficoltà.

Ma Gertrude all’inizio non è d’accordo. Pensa che la proposta di Egidio sia spaventosa (=horrendous). Non vuole aiutarlo. Ma poco a poco, Egidio la convince. Gertrude, infatti, era già stata complice del delitto della monaca che era sparita dal convento. Gertrude quindi finisce per obbedire alle richieste di Egidio, anche se non le piace l’idea di separarsi da Lucia. Infatti, nell’ultimo periodo, Gertrude si era proprio affezionata (=grew fond) a Lucia.

Allora, Gertrude chiama Lucia e le dice che ha bisogno di un favore. Ha bisogno che vada a contattare segretamente il padre guardiano del convento dei cappuccini che l’ha accompagnata lì per la prima volta. E che non può fidarsi di nessuno tranne che di lei.

Lucia ha paura. È spaventata dalla richiesta di uscire dal convento, ma Gertrude la rassicura. Dice che deve solo fare pochi passi su una strada ben conosciuta in pieno giorno. Non ci sarà nessun problema. Le dice anche di non parlare con nessuno, specialmente con la fattoressa. E se la incontra, di dire che va in chiesa. Lucia non è proprio convinta ma si fida di Gertrude e fa quello che le ha detto. Poi, Gertrude si pente di aver partecipato in questo complotto e chiama Lucia alla grata. Quando Lucia arriva, però, la saluta e le dice buona fortuna. Non ha il coraggio di dirle la verità.

10.3 Il rapimento di Lucia

Come le aveva chiesto Gertrude, Lucia lascia il convento. Arriva alla strada maestra e poi alla strada che porta al convento dei cappuccini. È inquieta. Non è tranquilla. Poco dopo, Lucia vede una carrozza ferma con due persone che si guardano intorno per cercare la strada. Lucia si avvicina alla carrozza e una delle persone si avvicina a lei per chiederle indicazioni sulla strada per Monza. Lucia inizia a spiegare cosa devono fare ma in quel momento il Nibbio, la prende e la porta a forza nella carrozza. Lucia grida disperata.

Una volta dentro, un altro bravo le mette un fazzoletto sulla bocca per farla stare zitta. Anche il Nibbio monta in carrozza. La carrozza riparte veloce.

Lucia ha molta paura. Vede i visi dei suoi rapitori e capisce di trovarsi in pericolo. Cerca di scappare e di buttarsi verso lo sportello (=door) della carrozza. Però, le mani dei bravi la trattengono (=keep) e le premono il fazzoletto sulla bocca. I tre uomini cercano di calmarla ma non vogliono farle del male. Poco dopo, Lucia perde i sensi (=faints).

Uno dei bravi pensa che sia morta. Un altro gli dice che non può essere e che sicuramente sarà solo svenuta. Infatti, poco dopo, quando la carrozza entra in un bosco, Lucia rinviene. Rendendosi conto della situazione, Lucia cerca nuovamente di raggiungere lo sportello e di gridare. Il Nibbio allora le dice che le mette di nuovo il fazzoletto sulla bocca se non sta zitta. Il Nibbio aggiunge che non è assolutamente loro intenzione ucciderla. L’hanno rapita perché gliel’ha comandato un signore. Ovviamente non dicono il nome di quel signore a Lucia.

Lucia prega gli uomini di lasciarla andare ma senza successo.

Il viaggio è abbastanza lungo. Dura quattro ore.

Intanto l’Innominato attende il ritorno della carrozza al castello. È nervoso. È insolito che lui sia nervoso perché ha compiuto tantissimi delitti e questo non è un crimine molto grave in confronto a quelli. Ha una paura che non aveva mai provato. Da una finestra del castello osserva la carrozza che sale lentamente. I cavalli sono molto stanchi. L’ansia dell’Innominato cresce e quasi ordina al Nibbio di andare direttamente da Don Rodrigo per portare Lucia a lui.

Ma non lo fa. Invece, manda a chiamare una vecchia donna che vive nel castello da quando è nata. Questa donna era stata sposata con un bravo che però era morto durante un’azione ed era rimasta a vivere nel castello dove faceva da mangiare per gli altri bravi. La donna faceva anche da sarta (=tailor) riparando i vestiti dei bravi che si rompevano nelle loro imprese.

Quando arriva dall’Innominato, questo le dice di andare all’osteria della Malanotte e di arrivarci prima della carrozza. Di dire al Nibbio di venire su al castello a parlare con lui. Di accompagnare la giovane donna (Lucia) in una camera del castello. E di dare coraggio a Lucia confortandola.

La vecchia non capisce bene cosa fare e l’Innominato si arrabbia. Poi, però, parte e va a eseguire gli ordini dell’Innominato.

10.4 Lucia e l’Innominato

Come da ordini dell’Innominato, la vecchia arriva all’osteria della Malanotte prima della carrozza. Parla con il Nibbio per dargli gli ordini che ha ricevuto dal padrone. Con voce dolce, parla a Lucia. Il Nibbio sale velocemente verso il castello e la vecchia accompagna Lucia. Lucia continua a chiedere chi sia e dove la stia portando. La donna cerca di farle coraggio, come le aveva chiesto di fare l’Innominato. Lucia però non si tranquillizza e prega più volte la vecchia di liberarla.

Intanto l’Innominato aspetta in piedi sulla porta del castello l’arrivo del Nibbio e di Lucia. Il Nibbio arriva prima e fa il suo rapporto. Dice che tutto si è svolto secondo i piani anche se avrebbe preferito uccidere Lucia invece che portarla viva al castello. L’Innominato è curioso di questa reazione e chiede perché. Il Nibbio dice che Lucia gli ha ispirato compassione, sentimento che non aveva mai provato prima. Il Nibbio dice anche che la compassione è come la paura e che quando uno la prova non è più un uomo.

A quelle parole, l’Innominato pensa che la soluzione migliore sarebbe quella di portare Lucia direttamente da Don Rodrigo. Ma poi decide di aspettare la mattina seguente.

Comunque, l’Innominato è preoccupato perché non riesce a capire cosa abbia questa ragazza per suscitare queste reazioni in un bravo tanto crudele come il Nibbio. La sua curiosità in Lucia cresce e decide di andare a parlare con lei. Va nella stanza dove l’aveva condotta la vecchia e trova Lucia per terra in un punto lontano dalla porta. L’Innominato rimprovera la vecchia per aver lasciato Lucia in quelle condizioni. Poi, lui ordina a Lucia di alzarsi. Ma Lucia non si muove. L’Innominato allora cerca di rassicurarla dicendole che non ha assolutamente intenzione di farle del male. Lucia si mette in ginocchio davanti al signore e gli dice di ucciderla. L’Innominato dice che non vuole ucciderla e lei chiede pietà invocando il nome di Dio. L’innominato allora è colpito da quella frase e Lucia nota un segno di compassione sulla sua faccia. Allora, lo invita a liberarla poiché “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia”.

L’Innominato poi ordina che un’altra donna le porti il cibo per la cena e che la vecchia la tenga allegra e di buon umore. Lucia continua a chiedere di essere liberata ma l’Innominato non glielo promette. Tuttavia, sembra molto più dolce e buono con Lucia.

10.5 Lucia prigioniera nel castello

Quando l’Innominato se ne va Lucia rimane con la vecchia. È triste e ritorna a sedersi nel suo angolo. La vecchia cerca di confortarla. Lucia prova a convincere di nuovo la vecchia a liberarla e continua a chiederle il nome del suo carceriere (=jailer). Però la vecchia non le risponde.

Lucia dice alla donna che non vuole mangiare e non vuole dormire. Vuole solo essere lasciata in pace. Lucia non ha fame e non ha freddo. Però delira e ha un po’ di febbre (=fever).

Dopo un po’ arriva la cena. È la serva Marta a portargliela e la vecchia apre la porta. Prende il vassoio (=tray) e mette il cibo su un tavolo. Subito, la vecchia comincia a mangiare dicendo che il cibo è buonissimo. Cerca di invitare Lucia a mangiare ma lei non vuole assolutamente mangiare nulla. La donna termina il suo pasto e invita Lucia a dormire. Ma Lucia si rifiuta anche di andare a letto. Invece, è preoccupata che la porta sia chiusa. La vecchia la rassicura e si mette a letto.

Lucia rimane con il viso nascosto tra le mani. Non dorme e non è sveglia. Pensa a tante cose e ha paura per il suo futuro e per quello di Renzo e di sua mamma Agnese. Nel silenzio, Lucia sente che la vecchia russa (=snores). Inizia a pregare. Lucia era una persona religiosa e pensa che forse le sue preghiere potrebbero essere più forti se lei offrisse qualcosa. E quindi, decide di fare un voto alla Madonna. Allora, Lucia si inginocchia e promette alla Madonna che, se avesse la possibilità di uscire da quella terribile situazione, rimarrebbe vergine e non sposerebbe Renzo. Fatta questa promessa, Lucia ritrova un po’ di tranquillità e di pace e si addormenta, stanchissima.

10.6 L’Innominato pensa al suicidio

L’Innominato, dopo aver lasciato la camera dove è rinchiusa Lucia, torna alla sua camera ma non riesce a trovar pace. Pensa a quel sentimento che aveva provato quando guardava il volto di Lucia e non riesce a dormire. Il pensiero del viso di Lucia lo tormenta. Non accetta di poter sentire questo sentimento di pietà. È qualcosa di nuovo per lui. Non si sente più un uomo forte e questo non gli piace. Però, per un attimo pensa anche di liberare Lucia e di non consegnarla a Don Rodrigo. Ma subito si pente (=regrets) di questa debolezza e non lo fa.

Non riesce a trovare nessun pensiero che gli possa dare conforto. Il futuro gli sembra senza stimoli e non gli piace il suo passato. Infatti, non vuole tornare tra i bravi. Il pensiero di tutte le azioni malvagie (=evil) che ha compiuto lo fa star male.

Pensa di nuovo di liberare Lucia, anche se questo vuol dire non mantenere la parola data a Don Rodrigo. Pensa a perché ha accettato quest’impresa. Capisce che lo ha fatto solo per abitudine al male. Allora, pensa di nuovo a tutte le azioni malvagie fatte e questo pensiero gli è insopportabile (=unbearable). Pensando a tutte queste mostruosità, l’Innominato è disperato. Prende una pistola e quasi si uccide. Però poi pensa al fatto che uccidersi nella notte è un’azione vile (=cowardly). Allora, mette giù la pistola e non si uccide.

L’Innominato però rimane in uno stato di disperazione. Lascia cadere la pistola e si mette le mani nei capelli. Ripensa alle parole di Lucia “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia”. Pensa questa possa essere una via d’uscita dal suo stato di disperazione. Non vede l’ora che faccia giorno per correre a liberarla e chiederle perdono. Vuole addirittura portarla lui stesso da Agnese. Però non sopporta (=tolerate) che stia per giungere la notte che sicuro gli avrebbe portato l’angoscia. Ha anche paura che i bravi lo vedano così cambiato il giorno dopo, ma gli fa più paura la notte che di sicuro lo tormenterà.

All’alba, l’Innominato sente un rumore di festa che arriva dall’esterno del castello. Si alza dal letto e va alla finestra. Vede un gruppo di persone formato da uomini, donne e bambini che camminano insieme. L’Innominato non sa dove stiano andando. È però incuriosito dal fatto che tutti sembrano molto felici. Allora rimane alla finestra a guardarli.

10.7 L’Innominato va dal cardinale Borromeo

L’Innominato è sempre più curioso di sapere dove stiano andando tutte quelle persone e allora manda un bravo e fare delle domande. Il bravo ritorna presto a riferire che il giorno prima il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato al paese vicino. Quindi, molte persone volevano fargli visita e si erano messe in cammino. L’Innominato è colpito dal fatto che tante persone vadano a fare visita a una persona. Soprattutto perché sicuramente non lo facevano per chiedere del denaro.

Dopo aver passato un bel po’ di tempo alla finestra, l’Innominato decide di andare anche lui a far visita al cardinale Borromeo sperando che lo possa liberare da tutti i tormenti che stava passando. L’Innominato era un uomo d’azione e quindi non perde tempo. Si veste, indossa una giacca militare e prende la pistola che era rimasta sul letto. Prende anche un pugnale (=dagger). Si mette anche il cappello e esce dalla sua camera per andare alla camera dove c’erano Lucia e la vecchia.

L’Innominato trova Lucia che dorme per terra e si arrabbia con la vecchia. Poi, dice alla vecchia di lasciar dormire Lucia. Quando si fosse svegliata, le avrebbe dovuto dire che lui sarebbe tornato presto e che sarebbe pronto a fare tutto quello che lei avesse voluto.

La vecchia è sorpresissima.

Poi, l’Innominato esce dal castello e scende velocemente la collina.

All’inizio, l’Innominato non sa dove si trovi il cardinale e quindi segue le persone. Poi chiede informazioni a qualcuno. Per strada, la gente si sorprende di vederlo andare in giro senza scorta (=body guards). Quando arriva alla casa dove era ospite il cardinale Borromeo, chiede a un religioso di venir portato da lui. Il religioso è un po’ dubbioso e ha paura ma alla fine va dal cardinale per dirgli che l’Innominato era lì e voleva parlare con lui.

Capitolo 11

11.1 L’Innominato a colloquio con il cardinale Borromeo

Il cardinale Borromeo sta leggendo quando arriva il cappellano che gli dice della presenza dell’Innominato. Gli dice che c’è una visita molto singolare e che forse il cardinale dovrebbe averne paura. Infatti, c’è un bandito che è venuto a chiedere un colloquio con lui. Potrebbe essere che la vera intenzione del bandito sia di uccidere il religioso. Ma il cardinale Borromeo non ha paura e prende in giro il cappellano per essere timoroso.

Allora, il cappellano non può fare altro che uscire per andare a chiamare l’Innominato e invitarlo a passare. Quando arriva da lui, il cappellano non gli chiede nemmeno di consegnare le armi che sicuramente aveva sotto la giacca. Il cappellano dice all’Innominato che il cardinale è pronto a riceverlo.

L’Innominato entra nella stanza del cardinale. Il cardinale lo accoglie con volto sereno e braccia aperte. Poi, dice al cappellano di uscire. Quando sono soli, i due rimangono un attimo in silenzio. L’Innominato è diviso da due sentimenti opposti. È felice di essere lì perché forse il cardinale lo poteva aiutare a trovare pace. Allo stesso tempo però si vergogna (=was ashamed) di essere a colloquio con un religioso.

L’aspetto del cardinale però ispira superiorità ma anche dolcezza. Il suo portamento è maestoso ma l’espressione era serena e pensosa. Il cardinale ha i capelli bianchi.

11.2 La conversione dell’Innominato

L’Innominato guarda per un po’ di tempo il cardinale. Anche il cardinale guarda il bandito senza dire niente. Cerca di capire il motivo di quella strana visita. Intuisce (=guesses) che l’Innominato non è venuto per fargli del male e che forse è venuto per chiedere perdono per qualche peccato. Il cardinale rompe il silenzio dicendo al bandito che era felice per quella visita. L’Innominato è sorpreso perché pensava che il cardinale esordisse (=started) con un rimprovero. Invece il cardinale continua dicendo che addirittura era lui che avrebbe dovuto andare a trovare (=visit) il bandito già tanto tempo fa. L’Innominato è ancora più sorpreso. Il cardinale Borromeo continua dicendo che lui ha pregato spesso per l’Innominato e che quindi poterlo incontrare era motivo di grande gioia (=happiness).

L’Innominato dice al cardinale Borromeo che ha un grande tormento interiore e che non riesce a stare bene. Il cardinale gli dice che Dio ha toccato la sua anima (=soul) e che vuole convertirlo. Ma il bandito dice che non sa dove sia questo Dio. Non lo conosce. Il cardinale allora gli spiega che Dio si trova già dentro di lui e che lo aiuterà nel suo processo di conversione.

Il discorso appassionato del cardinale commuove l’Innominato. L’Innominato si mette a piangere. Il cardinale gli offre la sua mano ma l’Innominato non vuole toccarla perché non vuole contaminare una mano tanto pura con una, la sua, che ha commesso tante malvagità.

Ma il cardinale si avvicina e lo prende tra le sue braccia.

L’Innominato si sente subito meglio e ringrazia il cardinale. Il cardinale Borromeo gli dice che adesso dovrà cercare di riparare (=remedy) alle sue azioni malvagie. Purtroppo, dice l’Innominato, molti delitti che ha commesso non si possono riparare. Però, c’è un’azione che lui ha appena iniziato e che può essere riparata. Allora parla del rapimento di Lucia. Il cardinale allora gli dice che questa è un’occasione perfetta per fare la sua prima buona azione.

Allora, il cardinale Borromeo gli chiede di che paese sia Lucia. L’Innominato glielo dice. Subito, il cardinale chiama il cappellano e gli chiede se tra i religiosi che erano venuti a fargli visita quel giorno si trovasse anche il prete di quel paesino. Il cappellano va a controllare. Ritorna e gli dice di sì.

11.3 Don Abbondio al castello con l’Innominato

Quando il cappellano va a chiamare Don Abbondio, quest’ultimo è sorpreso e ha un po’ di paura. Quasi si nasconde. Il cappellano però non vuole perdere tempo e lo esorta a muoversi.

Il cardinale Borromeo dice a Don Abbondio che Lucia Mondella si trovava nel castello dell’Innominato. Gli dice anche di andare con la donna che aveva indicato a prendere Lucia. Gli chiede anche se Lucia ha dei parenti e Don Abbondio dice che ha solo la madre Agnese. Don Abbondio cerca di evitare di viaggiare da solo con l’Innominato. Ha paura di lui. Però alla fine deve farlo perché questi erano gli ordini del cardinale Borromeo.

Quando tutto è pronto per la partenza, il cardinale Borromeo li saluta. Dice a tutti che li aspetta di ritorno al più presto. Don Abbondio e l’Innominato rimangono soli e il curato ha molta paura del bandito. Don Abbondio, impreca (=swears) contro Perpetua che quella mattina lo aveva spinto ad andare a far visita al cardinal Borromeo. Se non fosse andato e fosse invece rimasto a casa, tutto ciò non sarebbe accaduto e lui non si troverebbe ora in una situazione tanto pericolosa insieme a uno dei più malvagi banditi della zona.

Le voci della conversione dell’Innominato si erano già sparse (=spread) quindi la gente che li vedeva passare li salutava. L’Innominato ricambiava il saluto togliendosi il cappello.

Don Abbondio però non credeva fino in fondo alla conversione dell’Innominato e continuava ad avere paura. Non voleva parlare con lui perché aveva paura di quello che avrebbe potuto fare. Don Abbondio maledice (=curses) tutti quelli che lo hanno messo in quella brutta situazione: l’Innominato, Don Rodrigo, il cardinale e anche la stessa Lucia.

Intanto, l’Innominato continua a passare dalla tranquillità datagli dal perdono del cardinale ai ricordi delle azioni cattive compiute nel passato. Vuole arrivare al castello il più veloce possibile così da poter liberare Lucia.

Quando sono vicini al castello, incontrano i primi bravi che non capiscono bene cosa stia succedendo. Passano anche l’osteria della Malanotte. Sono arrivati al castello.

11.4 L’Innominato libera Lucia

Don Abbondio entra nella stanza dove si trova Lucia e le dice che è libera. Lucia però non capisce subito che si tratta proprio del suo curato. Non crede ai suoi occhi. Era strano infatti, vedere proprio Don Abbondio in quel posto. Non se lo aspettava (=She did not expect it).

Don Abbondio le dice di far presto per non far arrabbiare l’Innominato. Subito dopo l’Innominato stesso entra nella stanza e Lucia ha paura. Ma con sua grande sorpresa è proprio l’Innominato a chiederle scusa e a chiederle umilmente perdono. Lucia capisce che il bandito è veramente pentito e lo ringrazia. L’Innominato esce dalla stanza e fa strada agli altri che si preparano per lasciare il castello.

Don Abbondio e Lucia, insieme alla donna che li aveva accompagnati anche prima, scendono la collina del castello e passano di nuovo vicino ai bravi che capiscono che il loro padrone ha strani pensieri.

Durante il viaggio, Lucia parla con la donna. La donna è la figlia del sarto ed era venuta per aiutare Lucia. In viaggio, la figlia del sarto spiega a Lucia i dettagli della conversione dell’Innominato. Le parla anche del ruolo di Don Abbondio e di come si sia comportato da uomo senza coraggio. Lucia chiede altre informazioni sul bandito che l’aveva rapita, perché non sapeva ancora il suo nome. Quando la donna gliene parla, Lucia ha orrore. Aveva sentito parlare molto dell’Innominato e dei suoi terribili delitti. La donna è anche molto curiosa della vita di Lucia ma non le fa altre domande.

Don Abbondio invece è molto più tranquillo di quanto fosse nel viaggio di andata. Pensa però al futuro e ha paura di possibili reazioni dei bravi e di Don Rodrigo che potrebbero anche ucciderlo. Teme infatti che il cardinale non possa difenderlo da un possibile attacco dei bravi. Però pensa anche che Don Rodrigo non farà nulla fino a che il cardinale sarà nella zona. Dopo però, il futuro sarà incerto.

11.5 Lucia a casa del sarto

Quando arrivano al paese si dividono. Don Abbondio e l’Innominato vanno verso la casa parrocchiale mentre Lucia va alla casa del sarto con la moglie.

Lucia viene accolta molto bene nella casa del sarto. La moglie le dà del brodo da bere e Lucia subito riprende le forze. Non aveva mangiato niente al castello dell’Innominato e quindi era molto debole. Intanto, la moglie del sarto mette sul fuoco del cibo. Mette a cucinare il cappone. La famiglia del sarto, infatti, non aveva molti problemi economici. Il lavoro del marito e alcuni pezzetti di terra davano abbastanza per vivere bene. Quindi la moglie del sarto dice a Lucia di non preoccuparsi e di mangiare tutto quello che voleva.

Mentre si prepara per mangiare, Lucia si mette a posto il vestito. Era una cosa che faceva per abitudine. Così facendo, le capita in mano il rosario con il quale aveva pregato il giorno prima e con il quale aveva fatto il voto. La prima reazione di Lucia è però di rammarico (=regret). È quasi pentita della promessa fatta. Poi però ripensa alla paura passata quando era prigioniera nel castello dell’Innominato e al fatto che aveva ottenuto quello che aveva richiesto. Infatti era libera. Non era quindi giusto rompere questa promessa. Il problema è però che le viene in mente Renzo e quindi lei deve farsi forza per mandare via il suo pensiero. L’amore per il suo sposo infatti non era passato.

Ecco quindi che arriva il sarto. I figli e la moglie sono molto felici. Il sarto vuole subito conoscere Lucia ed è molto contento di fare la sua conoscenza. Poi, si mettono tutti a tavola per mangiare. Lucia mangia un’ala di cappone mentre il sarto parla di tutte le cose che aveva visto e sentito in chiesa quel giorno. Infatti, era andato anche lui a vedere la messa celebrata dal cardinale Borromeo.

11.6 Agnese e il cardinale alla casa del sarto

Agnese era stata contattata per volere del cardinale e si era messa in viaggio per andare alla casa del sarto. Arriva e subito abbraccia Lucia. Madre e figlia sono felicissime di essere di nuovo insieme. La padrona di casa le lascia sole così possono parlare molto e sale al piano superiore per preparare un letto a entrambe (=both).

Lucia racconta ad Agnese tutto quello che le è successo ed Agnese impreca nei confronti di Don Rodrigo. Ha parole molto dure verso di lui. Lucia però dice ad Agnese che dovrebbe invece pregare per lui e le racconta della conversione dell’Innominato. Mentre parla, Lucia piange spesso e deve fermare il racconto.

Invece, una cosa che Lucia non dice a sua madre è il voto che ha fatto. Vuole prima parlarne nel segreto della confessione con Fra Cristoforo. Però, quando la madre le dice che padre Cristoforo era stato mandato a Rimini e che non si trovava più nel convento di Pescarenico, è sorpresa.

Lucia e Agnese parlano anche di Renzo che è scappato nel Bergamasco. Lucia però preferisce non parlare di Renzo. Agnese non sa perché, ma Lucia sì. È per il voto che ha fatto.

Mentre Lucia e Agnese parlano arriva il cardinal Borromeo. Il cardinale aveva ritrovato l’Innominato e da lui aveva saputo della liberazione di Lucia. Era poi andato a pranzo con l’Innominato e un gruppo di preti. Finito il pranzo, l’Innominato era tornato al suo castello mentre il cardinale Borromeo aveva deciso di andare a trovare il sarto per incontrare Lucia.

Il cardinale, Lucia e Agnese quindi hanno l’opportunità di parlare un po’. Agnese spiega al cardinale tutta la faccenda del matrimonio rimandato da Don Abbondio. Dice anche al cardinale che capisce che Don Abbondio abbia agito per paura e chiede che non sia troppo duro con lui. Agnese però non racconta la storia del “matrimonio a sorpresa” al cardinale.

Lucia invece, quando parla con il cardinale, vuole dire tutta la verità e racconta anche dell’episodio del “matrimonio a sorpresa”. Nello stesso tempo invita il cardinale a non essere troppo duro con lei perché questa era una cosa molto più piccola se paragonata (=compared) e tutte le altre cose che ha sofferto lei.

11.7 L’Innominato parla ai bravi

Il cardinale chiede anche informazioni su Renzo. Agnese spiega al cardinale cosa è successo a Renzo. Dice che Renzo è una buonissima persona e che sicuramente è stato coinvolto in qualche raggiro (=trick). Per questo è scappato. Ma non è assolutamente un criminale.

Il cardinale, allora, scrive sul suo libretto il nome di Renzo e promette di cercare altre informazioni per poter aiutare Lucia ed Agnese. Dice anche ad Agnese che presto farà visita al suo paese. Nel frattempo, vuole trovare un posto sicuro dove Agnese e Lucia possano stare. Chiede allora al sarto e alla moglie se potevano restare lì per un paio di giorni finché avesse trovato un posto più sicuro. Il sarto e la moglie rispondono subito di sì.

Intanto, dopo aver lasciato Don Abbondio,l’Innominato era tornato al castello. I bravi lo avevano accolto (=received) con un po’ di incertezza e di sorpresa per la notizia della sua conversione. Al suo arrivo, ha chiamato tutti i bravi. Tutti i bravi hanno subito risposto al suo invito e si sono radunati. Erano circa trenta. Ad un certo punto, l’Innominato ha alzato la mano e ha cominciato a parlare. Durante il discorso dell’Innominato i bravi sono rimasti in silenzio e lo hanno ascoltato con attenzione.

L’Innominato comincia il discorso dicendo ai bravi che la strada che hanno percorso fino a quel momento conduce all’inferno. Lui ha deciso di cambiare vita e di abbandonare (=leave) quella vita piena di malvagità. D’ora in avanti, lui non avrebbe protetto nessuno che avesse compiuto delitti o azioni illegali. Inoltre, annulla tutti gli ordini cattivi che aveva già dato. L’Innominato dà anche la scelta ai suoi bravi: possono scegliere se vogliono restare nel castello a questi nuovi patti (=agreements) o possono andarsene, se preferiscono. L’Innominato dà ai bravi tutta la notte per pensare e per prendere una decisione. Il giorno dopo avrebbe parlato con tutti, uno ad uno, per conoscere la loro scelta.

I bravi obbediscono e non rispondono subito. Sono abituati a comportarsi così con il loro signore e quindi lo rispettano. Anche se sono molto sorpresi da quel discorso.

Finito il discorso, l’Innominato ha sonno. Anche se ha molti affari che dovrebbe sbrigare, (=handle) ha sonno. I pensieri della notte prima ritornano nella sua testa. Ha anche un po’ di paura delle conseguenze del suo discorso con i bravi. Ha paura che l’ordine e la disciplina che aveva coltivato in molti anni si sia rotta e che i bravi siano in confusione.

Entra nella sua stanza e va vicino al letto dove la notte prima non aveva potuto dormire. Si mette in ginocchio e inizia a pregare ricordando le preghiere che aveva imparato da bambino.

Le preghiere gli portano la tranquillità di cui aveva bisogno e si addormenta subito.

Capitolo 12

12.1 Don Rodrigo va a Milano

Nel paese di Lucia e Renzo era arrivata la voce della liberazione di Lucia. La storia, che aveva come protagonisti personaggi tanto famosi e potenti come il cardinale Borromeo e l’Innominato, era passata velocemente di bocca in bocca. Era una storia sorprendente e tutti erano interessati a saperne di più. Tutti parlano anche del ruolo di Don Rodrigo e sono arrabbiati per le sue azioni. Però non gli dicono queste cose direttamente per paura di una sua reazione e per paura dei bravi. La gente pensa che anche il podestà sia responsabile per quello che era successo a Lucia. Ma la gente ha paura dei poliziotti del podestà, quindi non dice niente contro di lui in pubblico. Si limita a parlarne male in privato.

Invece l’odio del popolo va contro i personaggi più piccoli: il dottor Azzecca-garbugli, per esempio, che decide di non uscire di casa per un po’ di tempo per non essere aggredito (=attacked) dalle persone.

Don Rodrigo, nel frattempo, è stupito dagli eventi che erano successi. Anche lui ha paura della gente e quindi rimane nel suo palazzotto circondato dai bravi. Tre giorni dopo, Don Rodrigo riceve la notizia che il cardinale Borromeo sarebbe venuto in visita al paese per parlare con Lucia ed Agnese. A quel punto, per evitare di dover incontrare il cardinale, Don Rodrigo decide di andare a Milano.

La mattina, Don Rodrigo si alza presto, sale su una carrozza insieme al Griso e altri bravi, e lascia il palazzo.

12.2 Il cardinale Borromeo in visita al paese

Quel giorno il cardinale Borromeo arriva in visita al paese.

Don Abbondio è incaricato (=charged) di organizzare l’accoglienza e verso le quattro del pomeriggio va incontro al cardinale. Con lui ci sono moltissimi paesani. I paesani sono molto felici di poter vedere il cardinale. Don Abbondio, invece, non è felice. È preoccupato perché pensa che il cardinale gli possa chiedere informazioni sul matrimonio che non aveva celebrato.

Il cardinale, dopo aver passato la folla che gli dà una grande accoglienza, va alla casa di Don Abbondio e gli chiede notizie di Renzo. Don Abbondio dice che Renzo ha un carattere un po’ testardo (=stubborn) ma che è certamente un galantuomo. Nemmeno lui riesce a capire come possa essere finito in guai così grossi con la giustizia.

Il cardinale allora chiede a Don Abbondio se pensa che Lucia e Agnese possano essere sicure in paese. Don Abbondio dice di sì perché in quel momento Don Rodrigo era lontano, ma al ritorno di Don Rodrigo sarebbe stato diverso. Allora il cardinale dice che il giorno seguente porterà Lucia e Agnese in paese. Poi, conclude il colloquio e saluta Don Abbondio.

Come abbiamo visto, il cardinale non ha chiesto a Don Abbondio perché non avesse celebrato il matrimonio tra Renzo e Lucia. Don Abbondio è soddisfatto ed è felice. Pensa che il pericolo sia passato. Però non sa che il cardinale sta solo aspettando il momento migliore per parlare di quel problema con Don Abbondio.

12.3 Donna Prassede

Mentre Lucia e Agnese sono a casa del sarto, ricevono la visita di una carrozza. La carrozza era stata mandata da una signora nobile milanese che si chiama Donna Prassede. Donna Prassede è sposata con Don Ferrante. Lei era una benefattrice (=benefactor) che però spesso faceva del bene anche a persone che non lo volevano. Così, senza chiedere a Lucia se avesse bisogno di aiuto, ha mandato una carrozza alla casa del sarto per prenderla.

Quando la carrozza arriva, Lucia è un po’ imbarazzata e non vuole salire. Il sarto, però, le dice che Donna Prassede è molto potente e può fare molto per aiutarla. È una buona idea andare a farle visita. Alla fine, Lucia è convinta e sale sulla carrozza insieme ad Agnese.

Donna Prassede accoglie Lucia e Agnese con grande felicità. Le due donne sono conquistate dai modi nobili di Donna Prassede anche se mostra spesso di essere superiore. Donna Prassede ha offerto di aiutare Lucia per salvarla da Don Rodrigo, ma non solo. Lei infatti, credeva che Renzo fosse un criminale e che Lucia sbagliasse a volerlo sposare. Non era una buon’idea. Voleva quindi aiutarla a cambiare quella decisione per salvare la giovane. Donna Prassede però non dice subito tutto questo a Lucia.

Lucia e Agnese parlano un po’ ma capiscono che è bene accettare l’offerta di aiuto di Donna Prassede. Possono così rimanere vicino al loro paese.

Don Ferrante allora scrive una lettera al cardinale Borromeo spiegandogli la decisione delle donne. Don Ferrante era un intellettuale e quindi ha scritto una lettera molto bella al cardinale.

Lucia e Agnese tornano al paese e si fermano alla casa parrocchiale. C’è un grande caos per la visita del cardinale ma lo trovano che sta parlando con Don Abbondio. Allora, Agnese dà la lettera al cardinale. Il cardinale la legge e approva l’aiuto che Donna Prassede offre a Lucia.

12.4 Il cardinale Borromeo e Don Abbondio

Alla fine delle funzioni, Don Abbondio va a vedere se Perpetua ha preparato tutto per la cena. In quel momento però, il cardinale lo chiama. Inizia a parlare e finalmente affronta il problema del matrimonio che Don Abbondio non ha celebrato. Don Abbondio è preoccupato. Capisce che Agnese ha raccontato tutto al cardinale. Non ha via d’uscita.

Don Abbondio prova a portare qualche scusa e dice che era stato minacciato da un “gran signore”. Don Abbondio non dice il nome di Don Rodrigo. È l’unica cosa che non dice.

Il cardinale è molto stupito della condotta (=behavior) di Don Abbondio. Don Abbondio dice che era in pericolo di vita, ma il cardinale gli dice che essere prete non è una garanzia di incolumità (=safety). Un prete deve essere coraggioso.

Don Abbondio ascolta le parole del cardinale a testa bassa. Non sa cosa dire. Dice che ha avuto paura per la propria vita. Dice che comunque non avrebbe ottenuto niente ad opporsi a Don Rodrigo. Ma il cardinale gli spiega che il suo dovere non era vincere il potente. Era fare quello che il suo lavoro gli prescriveva: celebrare il matrimonio. Don Abbondio capisce le parole del cardinale ma non sa cosa dire. Dice che lui non è coraggioso. E una persona non può darsi coraggio se non lo ha. Allora, il cardinale Borromeo dice che non avrebbe dovuto diventare prete se non ha il coraggio per farlo.

12.5 Il pentimento di Don Abbondio e il regalo dell’Innominato

Il cardinale fa un lungo discorso a Don Abbondio. Don Abbondio sta in silenzio ad ascoltare e alla fine si pente (=regrets) per le sue azioni. E si commuove (=He is moved) per le parole del cardinale. Il cardinale allora capisce che il pentimento di Don Abbondio è sincero. Chiede a Don Abbondio di essere aggiornato sugli eventi di Renzo e Lucia e di aiutarli quanto possibile. In questo momento loro sono lontani, quindi non c’è molto da fare. Ma se in un futuro tornassero vicini, potrebbero aver bisogno di aiuto.

Don Abbondio assicura il cardinale che aiuterà Renzo e Lucia. Il cardinale per un attimo chiede anche scusa per le parole forse troppo dure che ha usato con Don Abbondio. Ma alla fine ripete che spera proprio nel cambiamento di Don Abbondio e nel suo aiuto.

Lucia intanto si trasferisce da Donna Prassede. Lucia è triste di dover lasciare di nuovo la madre. Piange anche molto quando si salutano.

L’Innominato, intanto, fa un bel regalo ad Agnese. Le regala cento monete d’oro. L’Innominato dà il regalo al parroco del paese che poi lo porta al cardinale Borromeo. È poi il cardinale a dare questo regalo ad Agnese. Il regalo è una specie di risarcimento (=compensation) per il male che ha fatto a Lucia.

Agnese torna a casa e guarda con piacere e stupore il mucchietto (=little pile) di soldi. Poi, passa tutta la sera a pensare a cosa lei e Lucia potranno fare con le monete d’oro. La sera va a dormire e sogna le monete d’oro.

12.6 Lucia racconta ad Agnese del voto

Quando Agnese e Lucia sono finalmente da sole, Agnese le racconta del regalo dell’Innominato. Inoltre, Agnese dice a Lucia che appena avessero ricevuto notizie di Renzo, avrebbero potuto andare tutte e due a Milano.

A quel punto, però, Lucia si ricorda del voto che aveva pronunciato e si rende conto che deve assolutamente dirlo alla madre. Non glielo aveva detto prima, ma adesso doveva dirglielo. Lucia getta le braccia al collo di Agnese e, piangendo, le racconta del voto. Agnese è sorpresa e si lamenta che Lucia non gliel’ha detto prima.

Lucia è triste ma spiega ad Agnese che la Madonna ha esaudito tutte le richieste fatte da Lucia quando ha pronunciato il voto. Agnese vorrebbe arrabbiarsi con Lucia ma non lo fa. Capisce che la prigionia di Lucia era stata terribile.

Lucia allora chiede a Agnese di far sapere a Renzo del voto. Lo fa scrivendo una lettera. Inoltre, Lucia vuole dare a Renzo metà del regalo dell’Innominato. Cinquanta scudi d’oro. Sarà un piccolo risarcimento (=compensation) per tutti i dolori passati.

Agnese e Lucia si salutano.

Agnese cerca notizie di Renzo ma non riesce a trovare niente. Neanche il cugino Bortolo sa nulla di sicuro. Sa che un giorno Renzo è andato via dal Bergamasco dove era stato ma forse si è arruolato (=enlisted) per andare in guerra? Forse è partito per andare in Germania? Forse è morto attraversando un fiume? Non si sa.

In realtà, Renzo aveva preso una falsa identità. Si faceva chiamare Antonio Rivolta ed era andato a lavorare in un altro filatoio in un paese vicino. Aveva fatto tutto questo con l’aiuto del cugino Bortolo perché lo stesso governatore dello Stato di Milano, Don Gonzalo Fernández de Córdoba lo stava cercando. Don Gonzalo infatti aveva protestato con le autorità del Bergamasco perché davano rifugio a un pericoloso criminale dello Stato di Milano.

12.7 La guerra per il ducato di Mantova e del Monferrato

A Don Gonzalo non interessava particolarmente Renzo. Renzo non era un criminale tanto pericoloso da giustificare tutto questo interesse. I fatti erano altri. Il problema di base è che da poco tempo era morto il duca di Mantova e del Monferrato, Vincenzo Gonzaga.

Il primo erede, Carlo Gonzaga, era diventato duca. Lui era aiutato dai francesi (specialmente dal cardinale Richelieu), dai Veneziani e dal Papa. La Spagna, però, voleva che il ducato di Mantova andasse a Ferrante Gonzaga, principe di Guastalla, mentre il ducato del Monferrato andasse a Carlo Emanuele I duca di Savoia. Don Gonzalo, governatore di Milano, difendeva gli interessi spagnoli e quindi era in lotta con i Veneziani.

Renzo intanto riesce a mandare ad Agnese sue notizie. Anche Agnese riesce a trovare il modo di rispondere via lettera. I due iniziano quindi a mandarsi numerose lettere. Un giorno, Renzo riceve i cinquanta scudi e, insieme a quelli, la notizia del voto di Lucia. Renzo non la prende bene (=take well) e dice che non ha nessuna intenzione di dimenticare Lucia e che vuole salvare i soldi dati dall’Innominato per quando si sposerà con Lucia.

Intanto, Donna Prassede cerca di convincere Lucia a dimenticare Renzo. Come abbiamo già visto, Donna Prassede pensava di sapere tutto su Renzo e quindi era convinta che Lucia stesse meglio senza di lui. Pensava che Renzo fosse un criminale come lo presentavano le notizie che aveva letto. La fortuna di Lucia è che Donna Prassede ha moltissimi affari da seguire e che quindi non può perdere troppo tempo con Lucia.

Don Ferrante, invece, il marito di Donna Prassede, è un uomo di studio. A lui non piace comandare né ubbidire. È un letterato e passa moltissime ore nel suo studio a leggere. Ha moltissimi libri. Ha libri di astrologia. Ha libri di filosofia antica, soprattutto di Aristotele che era il suo filosofo preferito. Aveva anche libri di filosofia naturale, di magia, di stregoneria, di storia e di politica.

Capitolo 13

13.1 La carestia

Dopo la rivolta di San Martino dell’11 e 12 novembre 1628 il prezzo del pane si era abbassato e i rivoltosi erano soddisfatti delle loro azioni. Purtroppo però, la situazione di abbondanza dura poco. Molto presto le conseguenze della guerra si fanno nuovamente sentire. La carestia è sempre più forte per tutta la città di Milano e per tutto lo stato. Molti negozi sono ormai chiusi, le fabbriche sono deserte. Per le strade ci sono solamente persone povere che hanno fame. La miseria è totale.

Anche se il prezzo del pane è stato mantenuto artificiosamente basso, le scorte (=provisions) di farina stanno per finire del tutto. La rivolta purtroppo non ha il potere di creare farina.

Quattro rivoltosi, intanto, vengono impiccati (=hanged) nelle strade della città. Due davanti al forno delle Grucce e due vicino alla casa del vicario di Provvisione.

Ma, come abbiamo detto, per le strade di Milano ci sono moltissimi nuovi poveri che chiedono l’elemosina (=charity). Tantissime persone hanno perso il lavoro. Anche servitori di nobili che non hanno più i soldi per pagare tutti i loro servitori. Con loro, tantissime donne, vecchi, bambini che vivevano grazie ai loro guadagni. Per le strade, a chiedere l’elemosina, adesso possiamo trovare perfino (=even) dei bravi.

Ma non solo. In città arrivano anche i contadini impoveriti che non hanno niente da mangiare nei campi. Anche questi contadini arrivano a Milano con tutta la famiglia. Le loro case di campagna, infatti, sono state saccheggiate (=sacked) dai soldati in guerra che non hanno lasciato nulla per loro. Tutti sono stanchissimi e affamati. Alcuni restano per terra per giorni senza muoversi perché sono debolissimi. E dopo qualche giorno, muoiono (=die).

13.2 Il lazzaretto

Con il passare del tempo la situazione a Milano si aggrava sempre di più. Siamo ormai nel 162### 9. I morti continuano ad aumentare. Quando vengono tolti dalla strada vengono subito sostituiti da nuovi contadini che arrivano affamati. Altre persone invece vanno via dalla città per cercare l’elemosina in posti meno affollati, con meno concorrenza.

Alcune persone però cercano di fare qualche opera buona. Tra gli altri, c’è il cardinale Borromeo che porta cibo, medicinali e vestiti per soccorrere i bisognosi. Alcune volte, però, i religiosi non possono far altro che dare ai poveri il conforto religioso perché non possono salvare la loro vita. Nel palazzo dell’Arcivescovo vengono dati dei pasti caldi. Ogni giorno vengono date duemila scodelle di minestra di riso. È comunque molto poco rispetto alla necessità di tutti i poveri.

Il problema maggiore è che, con il moltiplicarsi delle morti, si diffondono anche molte malattie contagiose. Le autorità allora ordinano a tutti i mendicanti di andare nel lazzaretto. Il lazzaretto è un recinto a forma di rettangolo che si trova fuori dalle mura della città, vicino a Porta Orientale. È circondato da un fossato (=moat). L’edificio era stato costruito verso la metà del Quattrocento ed era usato inizialmente per il ricovero degli appestati, le persone che avevano la peste (=plague).

13.3 La fine della carestia e l’inizio della guerra

Già tremila mendicanti sono al lazzaretto. Purtroppo, però, molti altri rimangono nelle strade di Milano. Allora la polizia passa e porta a forza i mendicanti al lazzaretto.

Date le tante persone, le condizioni del lazzaretto sono presto cattive. Il pane comincia a mancare e quando c’è, è fatto con ingredienti cattivi. Anche l’acqua è poca e le persone devono bere l’acqua stagnante del fossato. Le condizioni sono terribili.

Nemmeno il clima aiuta. Durante l’inverno le piogge sono frequenti e rendono la situazione ancora più difficile. Fa freddo. Si diffondono malattie contagiose ed epidemiche. C’è fame e carestia. Per cercare di migliorare le condizioni del lazzaretto, le autorità decidono di aprire le porte e di far uscire i mendicanti che non sono malati. Questi escono felicissimi e tornano nelle strade di Milano. I malati invece vengono portati all’ospizio dei poveri di Santa Maria della Stella, dove molti muoiono.

Fortunatamente nell’estate del 1629 il raccolto del grano è abbondante e la carestia cessa. I mendicanti quindi lasciano Milano e tornano nel resto della contea.

Però riprende la guerra e sul territorio di Milano passerà l’esercito imperiale: i Lanzichenecchi.

13.4 I Lanzichenecchi

Mentre l’esercito francese se ne va da una parte, dall’altra si avvicina l’esercito imperiale spagnolo che era diretto ad assediare Mantova. Le truppe (=troops) spagnole scendono dalla Valtellina verso Milano. Sono molto temute per i saccheggi che compiono ma anche perché portano la peste.

Don Gonzalo, intanto, si allontana da Milano perché era stato rimosso (=removed) dall’incarico dal re di Spagna. Don Gonzalo aveva perso la guerra per l’assedio di Casale e il popolo milanese lo aveva attaccato per come aveva mal gestito (=managed) la rivolta del pane e sottovalutato il problema della peste.

Don Gonzalo viene sostituito da Ambrogio Spinola. Ambrogio Spinola è genovese ed era famoso per come aveva combattuto nella guerra di Fiandra.

Nel settembre 1629 i Lanzichenecchi entrano nel ducato di Milano con l’ordine di raggiungere Mantova.

I Lanzichenecchi erano dei mercenari che combattevano (=fought) solo per il denaro che davano loro i capitani. E quando i capitani non avevano i soldi promessi, i soldati saccheggiavano le case che trovavano sul loro cammino.

Per paura di essere uccisi durante i saccheggi o per la guerra, molti abitanti lasciano le loro case e si rifugiano sui monti. La distruzione dei Lanzichenecchi è totale e non c’è modo di nascondere le ricchezze.

13.5 La fuga di Don Abbondio, Agnese e Perpetua

Le notizie dell’arrivo dei Lanzichenecchi si diffondono presto nel paese. Arrivano anche alla casa di Don Abbondio. Il prete è terrorizzato. Ha una paura folle (=crazy). Don Abbondio è anche molto confuso perché non sa cosa fare. Sa che non ha senso cercare di scappare in montagna perché i Lanzichenecchi arriverebbero anche lì. Vorrebbe andare via, però il lago è in tempesta e non ci sono barche disponibili. In paese non ci sono carri o calessi e a piedi non andrebbe molto lontano. Don Abbondio cerca il consiglio di Perpetua ma anche lei non sa cosa dire. Lei vuole solo nascondere le cose di valore e andarsene al più presto.

In quel momento entra in casa Agnese. Anche Agnese aveva paura dei Lanzichenecchi. Aveva ancora molti scudi d’oro che gli aveva dato l’Innominato e voleva cercare di mettersi in salvo. Agnese ha un’idea. Si ricorda dell’invito fatto dall’Innominato quando le aveva dato i soldi. In quella situazione, l’Innominato le ha detto di rivolgersi a lui in caso avesse bisogno di aiuto. Agnese quindi viene a proporre a Don Abbondio e Perpetua di andare a cercare rifugio nel castello dell’Innominato. Don Abbondio ha qualche dubbio all’inizio ma Perpetua lo convince e i tre partono.

Per strada i tre non vedono quasi nessuno perché tutti si erano già nascosti.

Allora, Agnese propone di passare dalla casa del sarto per portare un saluto ad una famiglia che le aveva aiutate molto. Il sarto e la sua famiglia accolgono con grande entusiasmo Don Abbondio, Perpetua e Agnese. Il sarto approva anche il progetto di rifugiarsi nel castello dell’Innominato. È un luogo sicuro. Il sarto invita i tre a pranzo.

13.6 Al castello dell’Innominato

L’idea di trovare rifugio nel castello dell’Innominato non era venuta solo ad Agnese. Lo stesso Innominato, infatti, aveva deciso di mettere il suo castello a disposizione di chi cercasse aiuto. Anche se dopo la conversione l’Innominato aveva scelto di non prendere più in mano le armi, ne aveva ancora molte. Aveva anche alcuni bravi ancora al suo servizio. Li raduna e li istruisce su come difendere il castello senza spaventare (=scare) i rifugiati.

L’Innominato dà anche disposizioni a tutte le donne e tutti i servitori che ancora stavano nel castello di dare da mangiare ai rifugiati e di trattarli nel modo migliore possibile.

Don Abbondio, Agnese e Perpetua intanto proseguono il loro viaggio verso il castello dell’Innominato sul calesse che aveva dato loro il sarto. Per strada vedono che ci sono molte persone che cercano aiuto nel castello. Alcune di queste persone narravano terribili storie dei saccheggi dei Lanzichenecchi. Tutti andavano verso il castello dell’Innominato. Questa folla però preoccupa Don Abbondio che pensa che i Lanzichenecchi prenderanno il castello. Non è convinto di aver fatto la scelta giusta e teme per la sua vita. Perpetua cerca di convincerlo dicendogli che è meglio affrontare (=face) i problemi in tanti che da soli, ma lui pensa a fuggire sui monti in caso di un attacco da parte dei Lanzichenecchi.

All’arrivo dei tre viaggiatori l’Innominato scende lungo il sentiero e va loro incontro. È felice di vederli e di conoscere Agnese. L’Innominato vede che Don Abbondio è nervoso e cerca di convincerlo che il castello è ben difeso. Tuttavia Don Abbondio non gli crede e continua a rimpiangere la sua decisione di essere arrivato fino a qui.

13.7 Il passaggio dei Lanzichenecchi

Quando arrivano al castello l’Innominato accompagna Agnese e Perpetua nella parte del castello che era riservata alle donne. Questa si trovava nella parte posteriore del castello. Don Abbondio invece viene alloggiato in una delle stanze riservate ai religiosi.

I tre restano nel castello ventitré giorni e niente di importante succede. Solo una volta arriva la notizia che i Lanzichenecchi stanno saccheggiando un paese vicino. Allora, l’Innominato scende con un piccolo gruppo di bravi e prende i soldati di sorpresa. I soldati scappano e il piccolo esercito dell’Innominato li insegue fino a che si capisce che non torneranno indietro. Al ritorno al paese l’Innominato viene salutato con grande gratitudine dai paesani.

Nel castello, intanto, Agnese e Perpetua svolgono diversi servizi che aiutano le altre persone. Don Abbondio invece non fa niente e passa il tempo a preoccuparsi. Ogni volta che qualche nuovo rifugiato arriva al castello, porta con sé notizie delle azioni di saccheggio dell’esercito imperiale. E Don Abbondio ha sempre più paura.

Ma dopo qualche giorno, il passaggio dei Lanzichenecchi si può considerare esaurito (=ended) e i tre si organizzano per tornare al paese. Don Abbondio vorrebbe aspettare ancora un po’ per essere sicuro di non trovare qualche soldato sul suo cammino. Ma l’Innominato prepara la carrozza alla Malanotte e dà ad Agnese un corredo di biancheria e del denaro per riparare quello che sicuramente i Lanzichenecchi avranno saccheggiato.

I tre quindi lasciano il castello dell’Innominato e si dirigono verso il paese.

Qui, vedono i segni della devastazione che era arrivata al loro paese. E Don Abbondio e Perpetua scoprono che tutte le loro cose preziose che Perpetua aveva nascosto nell’orto, erano state portate via.

Nei giorni seguenti, Perpetua chiede in giro se qualcuno dei paesani sapeva qualcosa degli oggetti rubati dalla loro casa. Con grande sorpresa capisce che non sono stati i Lanzichenecchi a prenderli ma sono stati gli stessi paesani. Purtroppo però si trattava di paesani prepotenti con cui Don Abbondio non voleva aver niente a che fare. Quindi non aveva intenzione di andare a reclamarli. Perpetua si arrabbia ancora una volta per il poco coraggio di Don Abbondio.

Capitolo 14

14.1 La peste

Il Tribunale della Sanità aveva previsto che le truppe tedesche avrebbero portato la peste. E infatti è proprio quello che succede: i soldati tedeschi portano la terribile malattia nella città di Milano. Poi, la peste si propagherà per quasi tutta Italia. Sarà un disastro.

All’inizio però la gente non voleva credere che tutte le morti fossero dovute alla peste. La gente pensava che fossero dovute alla carestia e alla fame. Solo poche persone ricordavano la peste del 1576 e quindi non ne conoscevano i sintomi. La peste del 1576 era stata chiamata “peste di San Carlo” per le grandi opere di carità (=charity) fatte dall’arcivescovo (=archbishop). Un vecchio uomo di scienza, Lodovico Settala, era sufficientemente grande nel 1576 per ricordare quella peste. Il signor Settala va al Tribunale della Sanità per segnalare che sicuramente si trattava di peste.

Il Tribunale della Sanità manda allora sul posto un commissario e un dottore. Ma entrambi vengono convinti da un barbiere (=barber) che non si trattava di peste. Solo più tardi, un’altra inchiesta fatta dal medico Tadino porta al Tribunale dei dati che provano la presenza della peste. Però è troppo tardi e il male è già troppo diffuso.

Il governatore Ambrogio Spinola dice di essere dispiaciuto per la peste ma dice alla gente che i bisogni della guerra erano più importanti di quelli della peste.

Anche la popolazione credeva poco alla peste e pensava che Lodovico Settala mettesse in giro notizie false. Un giorno, infatti, un gruppo di persone ha insultato il signor Settala mentre andava a visitare gli ammalati.

14.2 Com’è arrivata la peste a Milano

Le inchieste fatte dal Tadino e dal Ripamonti concordano nel definire che è stato un soldato spagnolo a portare la peste nella città di Milano.

Verso i primi di novembre del 1629, infatti, un soldato spagnolo è entrato in città con un grande fagotto di vestiti che aveva comprato o rubato ai soldati tedeschi.

Il soldato si è fermato in una casa dove vivevano i suoi parenti, nel rione di Porta Orientale. Però, appena arrivato, lo hanno subito portato in ospedale perché era malato. Quando lo hanno visitato, i dottori gli hanno trovato un bubbone (=bubo) sotto l’ascella (=armpit). Quattro giorni dopo il soldato è morto.

Tutti le persone che abitavano nella casa visitata dal soldato sono subito portati al lazzaretto. Lì, quasi tutti muoiono. Tutte le cose che sono nella casa vengono bruciate ma questo non è sufficiente per fermare la diffusione della malattia.

Il contagio (=infection) si propaga lentamente per tutto il resto dell’anno 1629 e per i primi mesi del 1630. La gente ancora non crede che si tratti di peste. Fa di tutto per evitare di andare al lazzaretto e per evitare di distruggere i vestiti o le altre cose che potevano essere infette. Abbiamo visto come nemmeno il signor Settala venga creduto, anzi, viene considerato dalla gente come un traditore della patria.

14.3 Gli untori

Alla fine di marzo del 1630 la peste uccide in tutta Milano. Il contagio non è più ristretto al rione di Porta Orientale ma si è esteso a tutta la città. I malati mostrano sintomi caratteristici della malattia come bubboni, febbri violente e improvvise e delirio.

Il Tribunale della Sanità chiede soldi per far fronte alla difficile situazione che però peggiora di giorno in giorno. È soprattutto il lazzaretto ad essere ingovernabile e quindi il Tribunale della Sanità decide di affidarne la gestione ai cappuccini.

Il direttore sarà Felice Casati.

A questo punto è chiaro a tutti che la peste si trasmette con il semplice contatto con i malati. La gente vede che anche i ricchi ne vengono colpiti e quindi crede alla malattia. Alcune persone però cominciano a credere che la malattia si propaghi a causa di sostanze velenose (=poisonous) e che queste sostanze siano messe in giro volontariamente da alcune persone. È un’idea assurda che però è alimentata (=fomented) dalle pratiche di magia che in quel periodo erano molto diffuse.

La paura e il terrore di queste idee assurde si diffonde tanto che la sera del 17 maggio 1630 accade un episodio singolare nel Duomo di Milano. Alcuni testimoni credono di vedere alcune persone ungere (=grease) delle assi (=boards) che erano usate per dividere gli uomini dalle donne all’interno della cattedrale. Le assi e le panche (=benches) vengono portate fuori ed esaminate dal Tribunale della Sanità che però non trova niente di strano. Poi, vengono accuratamente lavate. Questo episodio crea molto allarmismo tra il popolo. La gente infatti comincia a credere che il Duomo sia stato “unto” per diffondere la peste.

14.4 Il carro con i morti

La mattina del 18 maggio accade un altro episodio inquietante (=disturbing). Un lungo tratto delle mura (=walls) di Milano appare coperto da una sostanza giallastra (=yellowish). Alcuni cercano di bruciare le mura. La città è terrorizzata. Questo episodio conferma nella mente della gente la possibilità della presenza di untori. I milanesi sono diffidenti di tutti gli stranieri che entrano in città. Cominciano anche a pensare a chi si possa nascondere dietro agli untori. Don Gonzalo? Il Cardinal Richelieu? Ognuno ha il suo colpevole (=guilty party).

Incredibilmente, c’è ancora della gente che non crede nella peste. Non ci crede perché non tutti quelli che vengono colpiti, muoiono. E alcune persone credono che la peste dovrebbe uccidere tutti. Alcuni, invece, prendono la malattia in forma più lieve e riescono a essere più forti della peste. Sono fortunati. Molto fortunati!

Allora, il Tribunale della Sanità, per mostrare a tutti il vero volto della peste decide di portare in giro per la città un carro pieno di persone morte per la peste. Decide di fare questo in un momento del giorno in cui i cittadini vanno al cimitero di San Gregorio per pregare per i morti della peste del 157### 6. Quindi ci sono moltissime persone per strada. Il carro contiene i corpi dei componenti di una famiglia morta di peste. I cadaveri nudi (=naked) con tutti i segni della peste sono uno spettacolo orribile. Dopo questo nessuno più mette in dubbio la presenza della peste. Purtroppo, però, il carro contribuisce anche a diffondere il contagio per la grande concentrazione di persone.

14.5 Il linciaggio contro i presunti untori

I magistrati di Milano continuano a cercare di trovare soldi per fermare l’epidemia. Cercano di nuovo di contattare Spinola ma come abbiamo visto, lui non li aiuta.

Allora, contattano il cardinal Borromeo e propongono una processione per portare il corpo di San Carlo per le vie della città. In questo modo speravano di allontanare la peste. Il cardinale Borromeo all’inizio non vuole permettere la processione. Ha paura che, in caso di insuccesso, il popolo smetta di credere in San Carlo. Inoltre, aveva paura che un evento come una processione potesse dare agli untori (in caso esistessero) una facile opportunità per colpire.

Alla fine però Borromeo accetterà e la processione verrà fatta l’11 giugno.

Intanto continua la caccia ai presunti (=alleged) untori. Lo storico Ripamonti narra due episodi che ci fanno vedere quanto la gente fosse furiosa con persone che pensava potessero essere untori.

Nella chiesa di Sant’Antonio un giorno entra un vecchio che si mette a pregare in ginocchio. Poi, si alza e prima di sedersi sulla panca, spolvera la panca con il suo mantello. Alcune donne lo vedono e pensano che sia un untore. Subito gli uomini presenti vanno verso di lui e lo prendono a calci e pugni. Poi, lo trascinano (=drag) fuori dalla chiesa e lo portano al palazzo di giustizia.

In un altro caso, tre giovani francesi erano arrivati a Milano e volevano vedere il Duomo. Si avvicinano alle mura della cattedrale e sono curiosi di vedere se è fatta di marmo. Allora toccano le mura. La gente che li vede capisce che sono francesi da come sono vestiti. Questo è sufficiente per crederli untori. Vengono circondati, presi a calci e pugni e trascinati al palazzo di giustizia. Lì, per loro fortuna, vengono liberati.

14.6 La processione dell’11 giugno 1630

La psicosi degli untori si diffonde in tutta la Lombardia. Ogni persona che avesse un comportamento leggermente sospetto o che portasse vestiti stranieri veniva aggredita.

In questo stato di cose i magistrati ritornano dal cardinale Borromeo per chiedergli di fare la processione e di poter portare per la città il corpo di San Carlo. Alla fine il cardinale accetta. Dice anche che le reliquie (=relics) del santo saranno esposte per otto giorni dopo la processione. Le reliquie saranno esposte nel Duomo in una cassa sull’altare maggiore.

Il Tribunale della Sanità non blocca la processione e istituisce delle regole più restrittive per l’ingresso in città. Ordina anche di inchiodare (=nail down) le porte delle case dei malati di peste per impedire agli ammalati di partecipare alla processione. Dopo tre giorni di preparativi, l’11 giugno 1630, la mattina presto la processione parte dal Duomo. Ci sono molte donne. Poi seguono le corporazioni, i monaci, i preti e poi la cassa con i resti di San Carlo. Subito dietro a San Carlo arriva il cardinale Borromeo con il resto del clero (=clergy). Poi i nobili e i magistrati. Alla fine tutto il popolo. I malati, chiusi in casa, seguono la processione dalle finestre. La processione passa per tutti i rioni di Milano e ritorna al Duomo nel pomeriggio.

Purtroppo, nei giorni seguenti alla processione il contagio aumenta. Non diminuisce. Il lazzaretto riceve sempre più persone. Da duemila a dodicimila. E ogni giorno muoiono circa cinquecento persone. Qualche mese più tardi, nel punto più alto dell’epidemia, i morti giornalieri saranno mille. La popolazione di Milano, che prima della peste era di duecentocinquantamila abitanti, scenderà a sessantamila.

14.7 I monatti

I magistrati lavorano in grandi difficoltà perché il loro personale continua a morire. Devono quindi continuamente sostituire quelli che lavorano per l’assistenza dei malati. I monatti, per esempio, sono quelli che vanno nelle case dei malati e li portano al lazzaretto. Poi, bruciano i vestiti dei malati. I monatti quindi fanno i lavori più pericolosi.

Molti ecclesiastici si impegnano tantissimo per l’assistenza ai malati. Padre Michele, un cappuccino, aiuta moltissimo a seppellire i cadaveri. Organizza l’attività con dei contadini che scavano delle fosse. Poi chiama i monatti che portano i cadaveri direttamente nelle fosse.

Anche gli altri parroci cercano di aiutare i malati. Più di sessanta parroci vengono contagiati dalla peste e muoiono.

Oltre agli esempi di carità però troviamo anche molti esempi di perversità. Le autorità infatti non riescono a mantenere l’ordine e purtroppo i monatti ne approfittano. Loro potevano entrare facilmente nelle case e quindi l’opportunità di rubare era grande. Dato che il lavoro dei monatti era molto pericoloso, solo le persone senza troppi scrupoli lo facevano. E quindi erano proprio quelle che avrebbero approfittato di una situazione del genere. Oltre a rubare nelle case i monatti minacciano i sani di portarli al lazzaretto se non gli davano dei soldi. Oppure minacciano di lasciare i cadaveri nelle case, anche se questo era il loro lavoro.

Capitolo 15

15.1 Don Rodrigo prende la peste

È una notte verso la fine di agosto, quando l’epidemia tocca il massimo della mortalità. Don Rodrigo sta tornando a casa insieme al Griso, uno dei pochi bravi ancora in vita.

Due giorni prima era morto il conte Attilio e Don Rodrigo lo aveva ricordato in maniera allegra e bizzarra. Tornando a casa però, Don Rodrigo sente un po’ di stanchezza. Sente le gambe molto stanche e fa fatica a camminare. Ha anche difficoltà a respirare e ha una fortissima sete che pensa sia dovuta al troppo vino bevuto e alla calura estiva. Il Griso intuisce che la causa del malessere può essere la peste. Don Rodrigo però dice che sta bene e dà la buonanotte al Griso. Il Griso ricambia augurando la buonanotte al padrone. Poi, si ritira.

Intanto Don Rodrigo sta sempre più male. Le coperte del letto gli sembrano montagne e lo soffocano. Però, data la stanchezza, si addormenta. Poco dopo si risveglia per il caldo e la sete. Si gira e rigira nel letto senza trovar pace. Come molti altri ammalati di peste, Don Rodrigo fa dei sogni stranissimi. Anzi degli incubi (=nightmares).

Nel suo sogno, Don Rodrigo è in chiesa. È circondato da tantissima gente e molte di queste persone sono malate. Si vedono i bubboni attraversi i vestiti. La gente si avvicina a lui sempre di più e a Don Rodrigo sembra che qualcuno lo stringa (=hug) sotto l’ascella sinistra. Sente un forte dolore. A un tratto vede che tutti guardano verso l’alto. Verso un pulpito. Sul pulpito c’è una figura che parla. Presto Don Rodrigo capisce che quella persona è Fra Cristoforo. Don Rodrigo è terrorizzato e cerca di prendere la mano di Fra Cristoforo ma per lo sforzo (=effort) lancia un grande urlo e si sveglia improvvisamente. Sente che sta peggio di prima e che il dolore sotto l’ascella è l’unica cosa vera di tutto quell’incubo. Non vuole guardarsi l’ascella perché ha paura di scoprire che ha la peste. Ma alla fine lo fa e vede un grosso bubbone rosso. Don Rodrigo ha la peste.

15.2 Il tradimento del Griso

Don Rodrigo non vuole morire. Ha paura di morire ma ha paura anche di essere preso dai monatti e di essere portato al lazzaretto. Allora chiama il Griso. Il Griso non si avvicina a Don Rodrigo perché non vuole essere contagiato ma ascolta gli ordini del padrone. Don Rodrigo gli dice che è l’unico di cui si può fidare e gli chiede di andare a cercare il Chiodo chirurgo, un medico che non denunciava gli ammalati in cambio di denaro. Chiede anche un po’ d’acqua al Griso ma lui non vuole dargliela per paura di essere contagiato. Quindi il Griso esce mentre Don Rodrigo aspetta con ansia l’arrivo del Chiodo chirurgo. Ogni tanto si guarda il bubbone con ribrezzo (=disgust).

Presto, Don Rodrigo sente un campanello in lontananza. Però il suono del campanello sembra arrivare dall’interno della casa, non dall’esterno. È preoccupato. Lo sente sempre più forte insieme a un rumore di passi affrettati. Di colpo capisce che si tratta dei monatti. Don Rodrigo capisce anche immediatamente che il Griso lo ha tradito. Cerca di prendere una pistola ma un monatto è più veloce e lo tiene fermo. Don Rodrigo cerca anche l’aiuto degli altri bravi che però il Griso aveva già provveduto ad allontanare dal castello. Il Griso insieme a un monatto ruba tutto quello che può dal palazzo di Don Rodrigo. È anche molto furbo a non toccare i monatti per non prendere la peste. All’ultimo momento però, prende i vestiti di Don Rodrigo che erano per terra e li scuote (=shakes) per vedere se c’era denaro all’interno. Poi, va via dal castello.

Il giorno dopo, mentre mangia in una taverna, è preso da brividi (=chills) improvvisi. Perde i sensi. Anche lui ha preso la peste. Viene preso da alcuni monatti che, dopo avergli rubato tutto quello che aveva addosso, lo portano al lazzaretto dove si trova Don Rodrigo. Il Griso però non arriva al lazzaretto. Muore durante il tragitto (=journey).

15.3 Renzo ritorna a Milano

Renzo intanto è ancora nel Bergamasco. Ha cambiato nome e ora si fa chiamare Antonio Rivolta. È sempre il cugino Bortolo che lo aiuta. Prima gli aveva trovato lavoro in un altro filatoio per tenerlo nascosto. Poi, Bortolo lo dissuade ad arruolarsi (=enlist) nell’esercito.

In questo periodo, però, l’epidemia di peste passa i confini dello Stato di Milano e arriva anche in territorio Bergamasco. Anche Renzo si ammala di peste ed è ridotto in condizioni molto critiche. Poi però guarisce (=heals) e vuole ritrovare Lucia. Vuole anche sapere la verità sul voto di cui gli aveva scritto Agnese. L’epidemia è una buona occasione per tornare nel milanese perché le autorità sono sicuramente molto occupate con la peste e non hanno tempo di correre dietro a lui, pensa Renzo.

Per prima cosa, Renzo va da Bortolo. Bortolo non si è ammalato e quindi resta chiuso in casa. Renzo informa Bortolo che ha intenzione di partire per andare a cercare notizie su Lucia. Questa volta il cugino non ha obiezioni. Anzi, Bortolo lo esorta (=encourages) ad andare e gli augura di poterli rivedere tutti e due insieme in un futuro.

Renzo parte per Milano. Ha i cinquanta scudi che gli aveva mandato Agnese e li mette nella sua cintura. Porta un fagotto (=bundle) con alcuni vestiti e un coltello in tasca. Parte alla fine di agosto, tre giorni dopo che Don Rodrigo è stato portato al lazzaretto.

Va verso Lecco e vuole passare per il suo paese per parlare con Agnese, prima di andare a Milano.

Essendo guarito dalla peste, Renzo non corre praticamente nessun pericolo di riammalarsi. Questo lo mette in una situazione di grande vantaggio rispetto al resto della popolazione.

Verso sera, Renzo arriva al suo paese e si dirige a casa di Agnese, in fondo al paese. Sul tragitto, vede un uomo in camicia seduto per terra in strada. Pensa che sia Gervaso. Invece poi si rende conto che si tratta del fratello di Gervaso, Tonio. Anche Tonio aveva contratto la peste. Tonio non riconosce nemmeno Renzo. Renzo prosegue sul suo cammino.

Sulla sua strada, Renzo incontra anche Don Abbondio. Don Abbondio è molto magro e debole, segno che anche lui ha avuto la peste. Don Abbondio gli racconta che Lucia è andata a Milano ma che nessuno sa dove sia. Gli dice che Agnese è andata a Pasturo per sfuggire al contagio e che padre Cristoforo era stato allontanato dal convento di Pescarenico. Don Abbondio cerca di convincere Renzo a ritornare nel Bergamasco per non essere arrestato ma Renzo non ne vuole sapere. Allora, Don Abbondio racconta a Renzo delle tante persone conosciute che sono morte per la peste, prima tra tutte Perpetua.

Dopo esser passato per la sua vecchia vigna (=vineyard) che è stata distrutta dai Lanzichenecchi, Renzo passa la notte da un vecchio amico. Questo amico gli dà anche un’informazione preziosissima: gli dice il nome di Don Ferrante presso cui stava Lucia. Renzo non lo sapeva o non lo aveva capito bene dalla lettera di Agnese.

Passata la notte, Renzo riparte per Milano.

Poco prima di arrivare a Milano, Renzo arriva a un paese di cui non conosce il nome. Però ricorda che lo aveva passato quando era andato a Milano quindi capisce di essere vicino alla città. Allora cerca una cascina e un po’ di paglia dove passare le notte.

Si sveglia all’alba e si rimette in cammino. Presto vede le mura di Milano, tra Porta Orientale e Porta Nuova.

15.4 Renzo e la peste a Milano

Per entrare a Milano Renzo dovrebbe avere un certificato di sanità. Renzo non lo ha ma le autorità non potevano controllare tutti. Quindi, Renzo entra da Porta Nuova.

Per strada non c’è nessuno. Il tempo è brutto e il cielo è grigio e tetro (=dark). Sulla porta c’è una guardia che lo chiama. Ma quando Renzo dà una moneta d’oro alla guardia, questa lo fa passare senza problemi. Anche più tardi, un’altra guardia lo chiamerà ma non avrà la forza di seguirlo.

Renzo poi incontra un passante. Lo ferma per chiedergli un’informazione sulla casa di Don Ferrante. Per fare questo, Renzo si toglie il cappello e il passante pensa che sia un untore. Allora dice a Renzo di andare via.

Renzo va via pensando che quel cittadino fosse un po’ matto. Prende la strada di San Marco e passa sotto una casa con una donna che stava sul balcone. La donna lo ferma e gli dice che era chiusa in casa con i suoi figli perché il marito era morto di peste. Però si erano dimenticati di portare loro del cibo da due giorni così i suoi figli stavano morendo di fame. Renzo allora prende un pane e lo lancia alla donna.

Poco dopo Renzo sente un rumore di ruote e di cavalli. Insieme a quelli sente dei campanelli e urla. Sta arrivando infatti un carro con i morti. Renzo osserva quel triste spettacolo. Cerca di non pensare al fatto che tra quei cadaveri ci potrebbe essere anche quello di Lucia.

Poco dopo Renzo chiede indicazioni a un prete. Ha passato il ponte Marcellino ed è sbucato in Borgo Nuovo. Qui trova un prete. Questa volta Renzo è fortunato. Il prete gli dice come arrivare alla casa di Don Ferrante. Renzo è felice ma è anche preoccupato perché non sa se Lucia è viva o morta.

Passando per la città Renzo vede che tutto è in uno stato di desolazione assoluta.

A un tratto Renzo non può non osservare una scena tristissima. Da una porta esce una giovane donna ancora molto bella nonostante i segni della malattia. Porta in braccio una bambina di nove anni morta per la peste ma pettinata benissimo e con un vestitino bianco. La donna chiede di poter mettere lei la figlia sul carro e poi dà delle monete ai monatti perché non le tolgano il vestito bianco. La donna dice addio alla bambina chiamandola per nome: Cecilia. Poi ritorna in casa e prende in braccio un’altra figlia, più piccola. Anche lei aveva i segni della malattia.

15.5 Renzo è scambiato per un untore

Mentre continua a camminare Renzo incontra anche un gruppo di ammalati che viene condotto al lazzaretto. I monatti organizzano quella triste processione di uomini, donne e bambini. Renzo è molto triste. È anche molto preoccupato e non vede l’ora di avere notizie di Lucia. Continua verso la casa di Don Ferrante.

Anche alla casa di Don Ferrante però, Renzo ha passato un’altra situazione spiacevole (=unpleasant). Quando è arrivato al grande portone della casa di Don Ferrante, Renzo ha esitato (=hesitated) a bussare (=to knock). Una donna ha risposto da una finestra e ha chiesto a Renzo chi era e cosa cercava. Renzo risponde che cerca Lucia. La donna risponde che non abita più lì. Dice anche a Renzo che Lucia è al lazzaretto perché malata di peste. Poi richiude la finestra.

Renzo è sconvolto dalla notizia ricevuta. È anche arrabbiato per il modo in cui la donna gli aveva parlato. Allora, aspetta davanti alla porta prendendo in mano il martello (=hammer) della porta. Cerca qualcuno per chiedere altre informazioni e vede solo una donna. La donna lo vede davanti alla porta mentre muove qualcosa in mano e pensa che sia un untore. La donna comincia a urlare (=shout). Renzo ha paura e cerca di farla stare zitta. Ma presto arrivano altre persone in difesa della donna. Renzo capisce di essere in pericolo. Intanto, anche la donna della casa di Don Ferrante ritorna alla finestra e grida che Renzo è un untore. Tutte le persone corrono verso Renzo dicendo “Dagli all’untore”. Renzo deve scappare più veloce possibile.

Ad un certo punto Renzo nota che le persone che lo stavano seguendo si fermano. Hanno paura di qualcosa che è dietro a lui. Renzo si gira e vede un corteo (=procession) di carri funebri guidato dai monatti. Renzo allora, per scappare dal linciaggio (=lynching) salta su un carro che porta i morti.

Era un posto sicuro per lui dato che nessuna persona sana sarebbe salita a bordo.

Il carro era diretto al lazzaretto e quindi sono gli stessi monatti ad accompagnare Renzo. Dopo un breve tragitto nella città fino al rione di Porta Orientale, Renzo arriva al lazzaretto.

15.6 Renzo al lazzaretto

Renzo entra nel lazzaretto. Il posto contiene circa sedicimila appestati. Ci sono moltissime capanne (=huts) ma i malati sono praticamente dappertutto (=everywhere). Renzo è sorpreso di vedere tanti malati. Le condizioni sono terribili. Renzo prende la strada tra le capanne di destra e cerca di guardare all’interno di ogni capanna per vedere se trova Lucia.

Dopo aver camminato a lungo, Renzo si rende conto di non aver visto nessuna donna. Pensa allora che molto probabilmente le donne si trovano in un’altra parte del lazzaretto. Tuttavia, Renzo non vuole fermarsi a chiedere informazioni a nessuno. Ha paura che la sua ricerca venga rallentata. Nel suo cammino Renzo continua a vedere persone che soffrono tantissimo.

In quei giorni fa anche caldissimo e questo non aiuta la situazione. Sembra che debba piovere e non c’è vento.

A un tratto Renzo sente voci di bambini e belati di pecore (=sheeps). Vede un recinto (=fenced area) dove ci sono tantissimi bambini con delle balie (=nannies) e delle pecore. Le balie davano da mangiare ai bambini ma quando a loro mancava il latte, erano le pecore a offrire il loro ai piccoli.

Renzo prosegue la sua ricerca e ben presto, con grande felicità trova padre Cristoforo. Parla con lui e gli chiede la sua storia. Fra Cristoforo allora gli racconta che dopo esser stato trasferito a Rimini è rimasto sempre lì. Non ha mai pensato di andare via. Ma a un certo punto, quando è scoppiata (=exploded) la peste, ha visto la possibilità di fare quello che ha sempre desiderato: sacrificare la vita per il prossimo. Quindi, ha chiesto di essere mandato in Lombardia per aiutare i malati.

Fra Cristoforo è debole e magro, quando incontra Renzo. Il suo fisico è provato ma continua a lavorare per cercare di salvare i malati.

15.7 Renzo incontra Fra Cristoforo

Renzo racconta a Fra Cristoforo tutto quello che è successo a lui e tutto quello che sa di Lucia. Gli racconta che Lucia non è sua moglie e che lui è nel lazzaretto per cercarla. Dice anche che non ha compiuto nessuna cattiva azione durante il tumulto di Milano. E Fra Cristoforo gli crede.

Mentre mangiano della minestra insieme, Renzo racconta la storia di Lucia. Racconta che è stata rapita dal convento di Monza e che è stata in prigione nel castello dell’Innominato. Poi l’Innominato l’ha liberata ed ha trovato rifugio a casa di Donna Prassede. Fra Cristoforo è molto triste di sentire dei pericoli che Lucia ha corso nel convento di Monza, luogo che lui credeva sicuro.

Poi Renzo gli racconta di quello che è successo a lui. Gli racconta che è andato a Milano dove c’è stata la rivolta di San Martino. Poi, che è fuggito nel Bergamasco dal cugino Bortolo e di come lui lo ha aiutato. Gli racconta tutta la storia fino a quando ha saputo che Lucia è nel lazzaretto. L’unico particolare che Renzo non racconta a Fra Cristoforo è il voto di Lucia.

Alla fine del racconto, padre Cristoforo dice a Renzo che quel giorno padre Felice avrebbe portato i guariti (=healed) fuori dalla chiesa. Se Lucia è guarita, sarà tra queste persone.

Poi, Fra Cristoforo dice a Renzo dove si trova il quartiere delle donne. Gli dice anche che non può entrarci. Solo religiosi e personale del Tribunale della Sanità possono entrare in quella sezione. Padre Felice però gli permette di entrare. E padre Felice è il cappuccino a capo di tutto il lazzaretto. Padre Felice dice anche a Renzo di non avere troppe speranze perché trovare una persona nel lazzaretto è praticamente un miracolo.

Renzo allora si arrabbia e promette che avrebbe ucciso Don Rodrigo, nel caso la peste non lo avesse già fatto. Ma Fra Cristoforo sente le sue parole e lo rimprovera per questi pensieri.

Renzo capisce di non essere nel giusto e per scusarsi dice di essere pronto a perdonare Don Rodrigo. Fra Cristoforo non gli crede ma Renzo insiste. Allora, Fra Cristoforo gli dice che se vuole perdonare Don Rodrigo sarà accontentato.

Fra Cristoforo porta Renzo da Don Rodrigo. Don Rodrigo è agonizzante (=dying) e Renzo si pente (=regrets) di aver voluto ucciderlo. Renzo prega per Don Rodrigo insieme a Fra Cristoforo. Poi se ne va e continua a cercare Lucia.

Capitolo 16

16.1 Renzo va alla processione

Come gli aveva detto padre Felice, quel giorno ci sarebbe stata la processione di tutti i guariti. La processione sarebbe partita dalla cappella ottagonale che è al centro del lazzaretto. Questa cappella è aperta da tutti gli otto lati.

Renzo vede padre Felice nel centro della cappella che parla ai guariti. Fa la predica.

Renzo però non ascolta la predica. Invece si guarda in giro per vedere se trova Lucia. Ma purtroppo non la vede tra i presenti. Solo alla fine Renzo ascolta una parte della predica di padre Felice.

Padre Felice chiede a tutti i guariti di aiutare i malati. Alla fine, il prete benedice tutti facendo il segno della croce.

Poi, padre Felice prende una grande croce e inizia la processione. Renzo guarda ancora con grande attenzione il passaggio delle persone per vedere se nota Lucia. Padre Felice guida la processione. Anche lui ha un viso magro e debole.

Renzo aspetta con trepidazione e guarda attentamente tutti. Purtroppo però non vede Lucia. Capisce che, nella migliore delle ipotesi, Lucia è ancora malata. Si dirige allora verso il recinto che delimita la zona delle donne.

16.2 Renzo ritrova Lucia

Renzo trova a terra un campanello di quelli usati dai monatti. Decide allora di indossarlo per fingere di essere un monatto. Così, pensava di potersi muovere indisturbato. Presto però, un commissario lo chiama perché aveva bisogno di aiuto. Renzo allora capisce che indossare il campanello non è una buon’idea. Si nasconde tra due capanne e se lo toglie. Mentre se lo sta togliendo, Renzo sente una voce. È Lucia! Allora entra nella capanna da dove veniva la voce e trova la sua amata Lucia.

Con sua sorpresa vede che Lucia non solo è viva ma è anche guarita. I due si salutano e lui le racconta che è guarito dalla peste e che sua madre, Agnese, è ancora viva.

Lucia poi chiede a Renzo perché sia venuto a cercarla se sapeva del voto.

Renzo le risponde che il voto non ha nessuna importanza perché c’era una promessa che avevano fatto prima. Secondo Renzo sarà sufficiente dare alla prima figlia il nome Maria e la Madonna sarà molto più contenta. Lucia però gli ricorda le circostanze drammatiche nelle quali ha pronunciato il voto. E alla fine Lucia dice a Renzo di andare via e di mettersi l’animo in pace. Lo prega anche di tornare da Agnese e di dire a sua mamma che lei sta bene.

Renzo però non se ne va e dice a Lucia che padre Cristoforo è nel lazzaretto. Poi le dice anche di aver visto Don Rodrigo e di averlo perdonato. Dice anche che Fra Cristoforo ha detto che è destino che loro due tornino insieme. Anzi, Renzo dice che vuole tornare da Fra Cristoforo per parlare con lui. Dice che tutto quello che ha passato lo ha passato per lei e che non ha intenzione di dimenticarla.

Renzo esce e va a cercare Fra Cristoforo.

Lucia, invece, cade a terra e inizia a piangere. La donna che stava sul lettino vicino e che ha visto tutta la scena è sorpresissima. La donna è una mercantessa molto ricca che ha perso tutta la famiglia per la peste. Adesso, sta guarendo e si sta riprendendo. Lucia la sta aiutando e la donna le ha promesso di tenerla con lei nel futuro come una figlia.

Lucia, che non aveva mai raccontato nulla di Renzo alla donna, adesso narra tutta la sua storia. Parla con difficoltà, a causa del pianto frequente.

16.3 Fra Cristoforo scioglie il voto

Renzo torna da padre Cristoforo che trova in una capanna vicina. Sta assistendo un moribondo. Renzo aspetta. Dopo che il povero ammalato è morto, Renzo vede uscire il padre e lo ferma. Gli dice di aver trovato Lucia e che lei è guarita dalla peste. Però, c’è un altro impedimento (=hindrance) al matrimonio. È il voto. Renzo allora spiega a Fra Cristoforo del voto (=vow) sperando che lui possa scioglierlo (=retract). Padre Cristoforo gli dice che può farlo solamente dopo aver parlato con Lucia.

Padre Cristoforo va un attimo a vedere come sta Don Rodrigo e poi i due si incamminano verso Lucia. Nel frattempo, il tempo è sempre più brutto. Ci sono tuoni (=thunders) e fa caldissimo.

Renzo e Fra Cristoforo entrano nella capanna dove c’è Lucia. Lucia accoglie il frate con grande affetto. Poi gli racconta del voto. Fra Cristoforo nota subito che la promessa di verginità è in contrapposizione con quella di matrimonio che aveva fatto prima. Inoltre, chiede a Lucia se si fosse consigliata con qualcuno sulla questione e lei dice di no.

A questo punto Fra Cristoforo le chiede se i suoi sentimenti per Renzo sono cambiati da quando aveva promesso il matrimonio e lei, imbarazzata, gli dice di no. Lucia ama ancora Renzo.

Allora, Fra Cristoforo dice che in situazioni come queste anche un normale frate come lui ha il potere di sciogliere il voto. Lucia non ci crede. Ma Fra Cristoforo la rassicura. Dice che lei e Renzo sono destinati ad essere uniti in matrimonio. Ma deve essere lei a chiedere lo scioglimento del voto. Lucia allora lo chiede e Fra Cristoforo pronuncia la formula necessaria. Il voto è sciolto.

È quasi sera. Fra Cristoforo gli offre ospitalità nella sua capanna ma Renzo preferisce andare subito in cerca di Agnese. Renzo saluta Fra Cristoforo e se ne va ma non sa se potrà rivedere Fra Cristoforo un’altra volta.

16.4 Il temporale

Renzo esce dal lazzaretto quando inizia a piovere. Piove molto ma Renzo non si preoccupa. Anzi, è felice perché finalmente tutti i suoi problemi sembrano risolti. Inoltre, la pioggia rinfresca e sembra l’inizio di una nuova vita. Inoltre, Renzo non lo sa, ma la pioggia porterà via il contagio e questo segnerà la fine della peste. Tra un po’ riapriranno i negozi e si parlerà solo di quarantena, non più di malati e di peste.

Renzo cammina sotto la pioggia e va verso il suo paese. Fa una tappa lì prima di andare a Pasturo per raggiungere Agnese.

Mentre cammina, Renzo ripensa a tutto quello che gli è successo quel giorno. Soprattutto pensa ai momenti più terribili: a quando ha bussato alla casa di Don Ferrante e ha saputo che Lucia era al lazzaretto, a quando ha rischiato il linciaggio della folla, alla ricerca nel lazzaretto, eccetera.

Verso sera arriva a Sesto, mentre la pioggia non si ferma. Renzo però si sente ancora in forze e vuole continuare. Si ferma solo per prendere due pani da un fornaio e riprende il viaggio. Cammina per tutta la notte e all’alba arriva al fiume Adda. Arrivato al suo paese, Renzo torna alla casa dell’amico che lo aveva ospitato qualche giorno prima. L’amico lo accoglie e cucina una polenta per dargli da mangiare. Gli dà anche dei vestiti asciutti. Renzo intanto gli racconta tutta la desolazione che aveva visto a Milano ma anche che ha trovato Lucia e che lei è guarita dalla peste. Quindi si sposeranno presto. Renzo chiede all’amico di fargli da testimone al matrimonio.

16.5 Renzo in visita da Agnese

Renzo passa la giornata dall’amico aiutandolo con vari lavoretti. Va anche a vedere la casa di Agnese al paese, quella dove andava a parlare con Lucia. Rivede la finestra da cui parlava a Lucia. Poi torna a casa dell’amico e va a dormire.

Il mattino dopo si rimette in cammino e va verso Pasturo dove sta Agnese. Presto la trova viva e in salute. Agnese è in una casetta isolata e parla a Renzo da una finestra.

Agnese è molto stupita e vorrebbe far entrare Renzo. Però Agnese non aveva avuto la peste e quindi era meglio essere cauti (=cautious). Renzo racconta ad Agnese che Lucia sta bene e che presto potranno sposarsi. Le dice anche che lui ha trovato un buon lavoro nel Bergamasco e che potranno andare a vivere lì. Alla fine, Renzo offre un po’ dei suoi soldi ad Agnese ma lei dice che ne ha già a sufficienza. Poi, Renzo se ne va felice di aver trovato Agnese in salute.

Renzo poi passa un’altra giornata e un’altra notte a casa dell’amico prima di partire per il Bergamasco. Trova il cugino Bortolo in buona salute. La peste aveva iniziato ad avere meno forza e quindi la gente stava già pensando a riaprire le attività. Tutti parlano di ricominciare a filare la seta. Dopo alcuni giorni nel Bergamasco Renzo torna al suo paese.

Poi, va di nuovo a Pasturo dove prende Agnese e la porta a casa sua. Qui Agnese trova tutto come se non fosse mai andata via. I due vivono aspettando il ritorno di Lucia e facendo programmi per il futuro.

Renzo evita Don Abbondio. Per il momento non vuole parlare con lui almeno non fino a quando avrà parlato con Lucia.

Lucia intanto ha lasciato il lazzaretto con la mercantessa pochi giorni dopo la visita di Renzo. Passa la quarantena in casa della mercantessa a Milano. Qui, le arriva la notizia che Gertrude, la monaca di Monza, è stata arrestata dal cardinal Borromeo perché aveva commesso atroci delitti (=crimes). Era stata imprigionata in un convento a Milano dove si era pentita dei suoi crimini. Lucia è molto sorpresa dalla notizia.

Un’altra tristissima notizia arriva a Lucia: padre Cristoforo è morto di peste. Dopo un po’ arriva anche la notizia che sia Donna Prassede che Don Ferrante sono morti di peste.

16.6 Lucia arriva in paese

Una sera Agnese sente un calesse (=calash) che si ferma proprio davanti alla casa. Pensa subito che possa essere Lucia. Infatti si tratta proprio di Lucia e della mercantessa che sono ritornate a casa. La felicità di Agnese è enorme. E quella di Lucia anche, ovviamente.

Il mattino dopo arriva Renzo che era sempre ospite dell’amico e che era venuto a lamentarsi con Agnese per il mancato arrivo di Lucia. Quando apre la porta e vede Lucia è felicissimo. Lucia lo informa di tante cose e anche della morte di Fra Cristoforo. Renzo se lo aspettava (=expected) perché lo aveva visto molto debole al lazzaretto.

Renzo allora decide di andare a far visita a Don Abbondio per pianificare il matrimonio. Però è molto sorpreso di vedere che Don Abbondio non è ancora disposto a celebrare le nozze. Dice che Don Rodrigo può ancora rimettersi e guarire dalla peste e che comunque Renzo è ancora un ricercato dalla legge e quindi sarebbe meglio non dire il suo nome in una chiesa. Don Abbondio consiglia a Renzo di andare a sposarsi in un altro paese.

Renzo lascia la casa di Don Abbondio arrabbiatissimo. Quando riferisce tutto ad Agnese e Lucia, loro propongono di andare a parlare con Don Abbondio.

Dopo pranzo, Lucia, Agnese e la mercantessa vanno da Don Abbondio. Don Abbondio cerca di evitare di parlare del matrimonio. Parla invece della peste, di tutto quello che gli era successo, di quello che era successo a Lucia e si rallegra con Agnese del fatto che non si era ammalata. Quando cominciano a parlare del matrimonio Don Abbondio ripete quello che aveva detto a Renzo: che lui era ancora ricercato dalla giustizia e che era meglio andare a celebrare il matrimonio nel Bergamasco.

A quel punto però entra Renzo con la notizia che è arrivato in città un marchese, erede di Don Rodrigo. Il marchese aveva già preso possesso del palazzo di Don Rodrigo. Don Rodrigo infatti è morto di peste.

Don Abbondio sente un gran sollievo (=relief) alla notizia della morte di Don Rodrigo. A questo punto Don Abbondio non ha più paura di celebrare il matrimonio e quindi offre la sua chiesa. Renzo è soddisfatto.

Don Abbondio dice che è pronto a celebrare il matrimonio la domenica seguente. Anche se ci sono molte coppie che si vogliono sposare in questo periodo, il matrimonio si potrà celebrare senz’altro.

16.7 Il matrimonio

Il giorno dopo Don Abbondio riceve la visita del marchese. Il nobile, una persona dabbene (=respectable), fa visita a Don Abbondio perché sapeva del comportamento di Don Rodrigo e voleva fare qualcosa per riparare i danni fatti dal prepotente signore.

Don Abbondio allora ha un’idea. Dice al marchese che Renzo e Lucia hanno intenzione di trasferirsi nel Bergamasco e che volevano vendere i loro terreni. Il marchese dice a Don Abbondio di fissare il prezzo. Li comprerà lui. Don Abbondio approfitta anche della disponibilità del marchese e gli chiede di far revocare il mandato di cattura che ancora esiste per Renzo. Anche qui il marchese dice che farà tutto il possibile.

Il marchese, accompagnato da Don Abbondio, va anche da Renzo e Lucia. Quando arriva, fa un po’ di conversazione con Agnese, Lucia, la mercantessa e Renzo e poi rivela (=unveils) che ha intenzione di comprare i loro terreni. Chiede a Don Abbondio di fare il prezzo e quando lui gli dà una cifra (=number) la raddoppia (=doubles). Il marchese invita Renzo e Lucia a pranzo nel suo castello il giorno dopo le nozze.

In chiesa arriva la comunicazione che il mandato di cattura per Renzo è stato ritirato (=retracted) e tutto è pronto per il matrimonio. Renzo e Lucia si presentano davanti all’altare e diventano marito e moglie. La messa è celebrata da Don Abbondio. Il giorno dopo vanno tutti al palazzo di Don Rodrigo a pranzo, dato che il marchese li aveva invitati. Tuttavia, il marchese non pranza a tavola con i popolani e quindi fa preparare due tavole, una per gli sposi e una per lui e Don Abbondio che pranzano in un’altra camera.

Dopo pranzo un avvocato registra il contratto di vendita dei terreni. L’avvocato non è il dottor Azzecca-garbugli perché anche lui è morto di peste.

A questo punto tutto è pronto per la partenza. I coniugi Tramaglino si trasferiscono nel Bergamasco insieme ad Agnese. La mercantessa invece ritorna a Milano.

Il gruppo saluta anche l’amico di Renzo che tanto aiuto ha offerto e anche Don Abbondio. Nonostante i molti problemi e contrasti che ci sono stati, Lucia e Renzo vogliono bene a Don Abbondio così come lui vuole bene a loro.

Quando arrivano nel paese di Bortolo, Renzo si mette in società con il cugino per comprare un filatoio che era in vendita. Decide quindi di lavorare nell’industria e non nell’agricoltura. Gli affari vanno bene e in un anno Renzo e Lucia hanno una bambina. La chiamano Maria. Poi, hanno anche altri figli. Agnese si occupa di accudire (=take care of) Maria. Renzo vuole che i suoi figli imparino a leggere e scrivere perché sarà sicuramente una cosa che gli sarà utile.